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  • Titolo
  • Laudano
  • Autore
  • Carmine Brancaccio
  • Collana
  • All’insegna di pagine lepine
  • Pagine
  • 54
  • Anno
  • 2006
  • Prezzo
  • € 8,00

Essenza di stagione

Perché o memoria
ti tocchi il ventre
e mordi il sapore
della mia lingua
per narrarti?

Prestar fede alle parole di un giovane poeta? invischiarsi nella tela dei suoi giochi mentali e verbali (uno che dice: “non sarà mai chiara la consapevolezza dell’iter poetico di un singolo uomo che scrive per rivoluzionare la fisionomia di un’arte troppo antica…”)? Brancaccio è ancora cosí entusiasta nella ricerca di ritmi e misure, cosí attento ad ascoltare la sua voce nel farsi immagine sonora e figura ammaliatrice, da meritare ancora credito e fiducia. È cosí giovane che può permettersi la faccia tosta di fare il grande e inventarsi già una nuova identità poetica, un eteronimo dal suo stesso nome ma rinnovato nel dirsi e nel darsi come autore. Gliela consente la forza della giovinezza matura, della consapevolezza di avere corde adeguate e sicura mira per puntare con decisone al bersaglio piú lontano: il libro.
Un libro di poesia nasce in diversi modi, e Carmine Brancaccio non è piú un neofita, avendo pubblicato il suo primo lavoro appena diciassettenne. Pochi o molti che siano (anagraficamente e culturalmente) questi anni che lo separano dalla sua prima prova, gli hanno comunque dato la volontà e la convinzione di poter crescere e misurarsi ancora con se stesso, con la parola, con noi.
La sfida piú alta che affronta il poeta giovane è quella con il pubblico, al quale normalmente si cerca di piacere… ma pure gli si vorrebbe, magari velatamente, offrire le qualità migliori del sé autore, la faccia piú presentabile e cioè quella piú gradevole. Cosí a volte si scrivono e in fretta si pubblicano poesie che a volte nemmeno lo sono, finendo per rimanere nell’intima sfera della confessione enfatica, lirica, ma non sempre letteraria. Chi ha una sola faccia, ha meno problemi, o non ne ha: si offre com’è; può magari offrire anche un antidoto per il sottile veleno che somministra - in tutta onestà (e generosità) intellettuale.
Il laudano è un analgesico galenico, ma forse ha piú valore, nel contesto o paratesto del libro cui dà il titolo, nella sua connotazione oppiacea e quindi abbastanza stupefacente. E se è cosí che va letto, allora anche la materia del libro assume un valore nel farsi prossima allo stordimento, anche le tracce sulle quali si finisce, cautamente, faticosamente, a muoversi diventano passi verso un paradiso diverso, come sospeso fra questa terra che nel libro è l’isola di Archimede e del suo Re e un cielo irraggiungibile, iperuranio o nirvana che sia, onirico traguardo.
Sbarcare su quest’isola, ubriacarsi di laudano, è una vacanza insolita da accettare slanciandosi ben disposti nell’animo. Qui non si possono segnare facilmente mappe e percorsi, invano si cercherebbero indicazioni e suggerimenti per orientarsi nell’isola del poeta, quasi un’isola del tesoro per chi invece sia disposto a scoprire – con difficoltà, con fatica, con cautela – i segnali che pure ci sono, sparsi e diffusi a profusione per essere individuati, raccolti, decrittati, ma da un occhio allenato o per lo meno disposto a cogliere, leggere, interpretare…
I prologhi in prosa che aprono le quattro sezioni del libro, il titolo che indica ogni sezione, l’aforisma che è il primo testo, quasi un’epigrafe per l’intero libro… sono chiavi mature per entrare non solo in questo lavoro ma nel lavoro del poeta Brancaccio: egli è sapiente organizzatore della propria materia, soltanto apparentemente magmatica e frammentaria, sinfonica e sincopatici. Vi si coglie invece un ordine mentale che sostiene una personale visione del mondo e dell’uomo, suo principe inquilino.
Qui vive il grande gioco dell’essere e dell’apparire, del nascondere e mostrare. Qui si va oltre lo specchio e dentro il sogno, ma conservando acuta la percezione del concreto quotidiano: si vuole cosí scuotere l’albero dei frutti proibiti pur sapendo che se cadono fanno male, si vuole esplorare il bordo del credibile, ma, se “s’agita sgangherata la bussola”… chi ci orienterà nell’inconcluso labirinto che è “l’elegante follia del mondo”?
Chi non vuole giocare, chi non accetta un gioco dai contorni sfuggenti (in cui sono piú le eccezioni che le regola), non ha che da non giocare – non sa che perde, ma risparmia l’arduo compito di correre su e giú per aspre vie, di smarrire anche la strada, depistato da subdole malie… Chi se la sente, invece, conquisterà può darsi pochi spiccioli di luce in un cammino eccitante attraverso l’oscuro, ma potrà dirsi soddisfatto di averci provato. L’autore del puzzle ha frammentato ad arte le diverse scene di una recita a soggetto: bisogna, per stabilire anche quale parte si vuole o si può interpretare, ricomporre attentamente ciascun elemento del gioco.
“Che ne sa il mondo di questo mondo”: è una delle tante (non)domande che l’autore pone senza forse neanche attendersi risposta. Sono rari infatti i punti interrogativi; per lo piú, retorici. “Il letargo sorride all’oceano” - estrapolare serve solo a dare la misura dell’impegno, rispettabile come ogni fatica compiuta a fin di bene. Il Laudano di Brancaccio è un lenimento alla nostra inerzia, una paradossale spinta a muoverci/partire. La chiave di tutto è forse nel testo “XXIX”, con l’augurio/rivelazione quasi una sfida alla semenza umana: “Indovinerete quanto c’è da indovinare… Il cabalistico giuoco del surrealismo è sangue ignudo”. E se “il dí ci riempie di metallo”, se manteniamo con l’esistere un rapporto di accidiosa dipendenza, allora “l’alcova è il suo telefono”… ma è solo una maniera di seguire le trame del testo. Tutto finisce per svolgersi in una sorta di sabba ipnotico, mentre “la solitudine pigola a ritmo di rumba che non sa di suonare lo schianto del cielo”.
Tra le figure strutturali, antitesi e ricorrenze caratterizzano il procedere creativo (tra il surreale e l’elettrico… con la sensazione strisciante di avventurarsi in una dimensione poco familiare). Termini ossimorici si affrontano (angelo e inferno, angelo e male) e si confrontano in una sorta di comunione verbale, mentre appaiono diversi apax che a volte stupiscono, a volte intrigano (come i ricercatissimi “alipte”, “alismo”), come “celtico”, come il verbo “fregare”… i registri espressivi mutano frequentemente sorprendentemente: il giovane apprendista pare già diventare maestro o si atteggia a tale, ma consumato già nell’uso. Ci sono i “peletti” fra “le natiche (paffute)” e c’è una “sputacchiera”, c’è “lo sperma di dèi” e un’erba “profumata di piscio”… c’è pure un “gamete” e c’è “albagia” che fa rima con “alchimia”. Il laudano del titolo è presente due volte (e c’è anche l’oppio, e c’è il “fumo”). Altre volte, l’azzardo lessicale sfiora l’arbitrio o l’abuso semantico, eppure – pur nello stupirsi all’impatto – mano a mano che si avanza nella boscaglia di un vocabolario esibito e sfacciato, lo si comincia per certi versi a comprenderne le connotazioni.
Alla fine (ammesso quindi che ci sia, una fine, o che abbia un fine…), l’autore di un simile libro può solo dire se il lettore – uno scaltro lettore che gli confessi quale percorso abbia scoperto e/o seguito – ha saputo e in che misura dipanare un ordito scrupolosamente elaborato che finge (e l’accostamento leopardiano/calviniano, che forse spiace al rivoluzionario autore, pare inevitabile) un altro mondo, un infinito possibile di cui l’autore stesso offre definizione: “il grande parallelo del reale”.

Giuseppe Napolitano

Di questa raccolta è il titolo a farsi considerare al bandolo di ciò che, nel biografato di fondo, è la confessione di un vero e proprio credo come tale in una dimensione poetica della vita.
Sorta, si direbbe, di “diario intimo”, che pagina dopo pagina raccoglie ed elenca quelle “briciole” del titolo, che, disseminate in un percorso esistenziale diventano via via, a prova di forti emozioni, sete di conoscenza, contatto con culture diverse e, d’improvviso, tragedia e, quindi, vita sofferta, insulsa, inutile, priva di significato al di là di che il sensibile ad ogni espressione artistica rimane nel confortevole di certo dilettarsi di poesia, pittura, collage e fotografia in cui rappresentare istintivamente squarci del proprio vissuto.
(Dalla Prefazione di Alfredo Barbati junior)

  • Autore
  • Jordi Valls
  • Titolo
  • Male
  • Collana
  • Stella Verde
  • Pagine
  • 144
  • Anno
  • 2005
  • Prezzo
  • € 12,00

Nota biografica dell’autore

Jordi Valls i Pozo (Barcellona, 1970). È poeta e saggista. In poesia ha pubblicato nove libri: D’on neixen les penombres (1995), Natura morta (1998), Oratori (2000), La mel d’Aristeu (2003), La mà de batre (2005), Violència gratuita (2006), Última oda a Barcelona (2008, in collaborazione con Lluís Calvo), Félix orbe (2010) e Ni un pam de net al tancat dels ànecs (2011). Ha vinto i premi Martí Dot, Vila de Martorell, Senyoriu d’Ausiàs March, Gorgos, Grandalla e i Giochi Floreali di Barcellona, diventando il primo poeta della Città nel periodo 2006-2007. È stato antologizzato in Milenio. Ultimísima Poesía Española (1999), 21 poetes del XXI (2001), Dnevi poezije in vina (2008), Cançons de bressol (2011) e Trentaquattro poeti catalani per il XXI secolo (2014). È stato tradotto in inglese, in castigliano e in sloveno. Nel campo della saggistica ha partecipato a «L’unica certezza. Primo simposio Márius Sampere» (2008) e al «Monografico su Vicent Andrés Estellés» della Rivista Reduccions n. 98/99 (2011). Inoltre è autore di Retrat de Montserrat Abelló (2009).

L'altra gioventù medio

La graduale ma costante emancipazione della donna ha provocato trasformazioni sempre piú profonde nella società e nell’istituto della famiglia. Tra i fenomeni in crescita si deve senza dubbio registrare il moltiplicarsi di una narrativa al femminile presente nelle classifiche dei best seller come non mai. A un esame generale non sfugge poi che gran numero dei romanzi scritti da donne indulgono alla pornografia con punte ardite persino poco osate da scrittori maschi. Si direbbe che dopo emarginazioni di secoli le donne abbiano trovato l’occasione liberatoria che permette loro di sfogarsi e di rifarsi da tante esclusioni. Già da tempo tuttavia vagava il sospetto che esse tra di loro si abbandonassero a racconti e a confessioni che gli uomini tra loro, anche quelli tacciati di erotomania, non sempre avevano l’audacia di affrontare. Venuto il momento della verità si è avuta in un certo senso e in una certa misura la conferma che l’uomo è persino piú riservato e pudico in materia di sesso ed è in alcuni casi addirittura piú “sentimentale”.
Desta perciò interesse la lettura di questo romanzo di Fernanda Spigone, “L’altra gioventú”, che mette a confronto due mondi: quello dell’erotismo e quello del sentimento; piú precisamente il sentimento scopre l’erotismo senza esserne sopraffatto. Questa considerazione non nasce da una impostazione moralistica, bensí dalla constatazione che la graduale scoperta della libertà sessuale metropolitana da parte di una giovane provinciale conduce, questa volta, a un possibile equilibrio dell’animo e prelude a una futura possibile maturità.
In questo itinerario, certamente sofferto, si cela forse il segreto di tanti sessantottini che alla loro stagione di contestazione globale, di eversione a tutto campo, hanno fatto seguire un rientro nei ranghi talvolta contraddittoriamente eccessivo. Nel romanzo della Spigone il finale è aperto come si conviene a ogni avventura umana e come è destino della vita di ciascuno di noi, storia incompiuta, e la cui conclusione definitiva appartiene a un enigma inesplicabile.
Accanto alla “vicenda” della giovane, si svolge quella di una donna, che sembra appartenere a una classe contigua distinta dalla linea della giovane da un elemento separatore in matematica detto “epsilon”, invalicabile. E infatti nel romanzo le due creature sembrano all’inizio incontrarsi, in realtà resteranno estranee l’una all’altra, per sempre. La storia della donna ha un percorso del tutto diverso: ella ha sentito fiorire nel suo grembo il frutto dell’incontro carnale di una notte con uno sconosciuto. Ripudiata dal marito, si confida con la giovane dalla quale si aspetta conforto. La giovane invece è distratta, dopo la solidarietà iniziale, dalla propria avventura sentimentale. La donna resta sola: ora la sua angoscia è dominata dal desiderio di assicurare al figlio un padre, qualunque egli sia, perché un figlio è legato al padre, a ben pensarci, da un atto di fede. La storia della donna ha un finale drammatico forse non del tutto necessario e che perciò risulta l’elemento “romanzesco” dell’opera.
Tutto quanto detto è la trama sottile che traspare dietro il tessuto di una narrazione credibile che si risolve in una lettura estremamente gradevole. L’autrice rivela una sensibilità acuta, una consapevolezza della materia e dei tempi di cui si occupa, un pudore che rende le scene d’amore molto piú seducenti di quelle trattate in modo hard dalla corrente pornografia femminile. Dolce è l’amore che si esprime dapprima con gli sguardi che si cercano, si sottraggono, si cercano ancora e infine si inchiodano tra loro. Il primo amore nasce dalla luce degli occhi che si incrocia con l’altro, da quella energia che sgorga dall’anima e riesce a suggellare una unione che gli amplessi successivi cercheranno di replicare, forse, e spesso, invano.
Il racconto della Spigone è in ogni modo sciolto, piacevole con il ricorso ad aperture favolistiche. Ad esso partecipe il paesaggio, una natura tutt’altro che morta come spesso ci è dato vedere nei fondali dipinti di altre storie romanzate. Una natura viva e quindi cangiante, con le sue stagioni, i suoi odori, i suoi languori, i suoi risvegli. Il punto di vista è Segni, in faccia ai monti Lepini, con qualche variazione nella grande città non lontana e accessibile ai pendolari che al mattino partono e quasi sempre a sera tornano a casa, puntuali. Tutto respira attorno al nucleo narrativo, un villaggio mistico da cui si avverte appunto il fiato e che invita il lettore a farne parte.
“L’altra gioventú” mi è parsa insomma opera da raccomandare, favorita da una prosa tersa e accattivante che fa trascurare qualche ingenuità stilistica e una qualche mancanza di scioltezza nei dialoghi, che si presentano piú nel loro valore letterario che in quello drammaturgico.
Per quanto mi riguarda, è una felice e inaspettata sorpresa.

Turi Vasile

  • Titolo
  • Dell'amicizia - my red hair
  • Autore
  • Maria Luisa Daniele Toffanin
  • Collana
  • Premio "Venafro"
  • Pagine
  • 54
  • Anno
  • 2004
  • Prezzo
  • € 9,30


Anche il precedente libro della Daniele Toffanin, Per colli e cieli mia euganea terra, ha per protagonista un paesaggio con figure e il presente un’amica scomparsa, cui quel paesaggio fa da sfondo, c’è tra i due volumi una sostanziale continuità: l’uno e l’altro ispirati a un amore per la propria terra cos’ profondo da identificarsi con essa, la sua civiltà, i suoi abitanti, l’uno e l’altro animati da una visione positiva, etica, spirituale della vita, con una particolare tensione a cogliere il “magico arcano”, il sacro, l’invisibile. Alla coralità del primo libro succede qui la concentrazione in un personaggio, che l’autrice non nomina, ma rappresenta con una sineddoche, un connotato fisico che meglio la caratterizza: «la rossa criniera», presente nel sottotitolo, che di volta in volta, chiamata ad esprimere lo stato d’animo prevalente, diventa frizzante, radiosa, amorosa, pudica, danzante, incantata, operosa, lucente, euforica, anche smarrita, snervata, strappata, ma con forte prevalenza dei momenti positivi. Il nuovo libro è il poema dell’amicizia (giusta il titolo), la rievocazione a caldo, sull’onda ancora dell’emozione e del dolore, di uno straordinario personaggio, colto nei suoi momenti piè significativi di docente, di sposa, di madre, di amica, diversa e sempre identica nel suo carattere tenero e ardente, profondamente innamorata della vita. È un’amica con cui l’autrice ha vissuto in simbiosi per trent’anni, condividendone gioie, entusiasmi, speranze, ansie e delusioni, soprattutto per il rapido degradarsi di un costume e di una civiltà tra le piú umane e raffinate, come la veneta.
Il libro, diviso in due parti: “Il nostro tenero tempo” e Il nostro tempo maturo”, composte di cinque sezioni ciascuna, si annuncia sin dalla Praefatio come lo spartito di una composizione musicale, dove prevalgono note di gioia e di luce: «Evocate al bulino del dolore / dirò amica di ore nostre glissate / tra sabbia di clessidra / note lucenti d’amicizia / [...] emerse / vive per questo mio spartito / ché in ogni rigo di noi insieme / si sente il suono della gioia, / [...] e di chiari accordi d’acqua / dal mare dei tuoi gesti / dal profondo tuo inquisire / segni d’un nobile lavare / che ancora dà nitore / ai tuoi diletti spazi / al tuo sentire di cristallo.» (p. ).
Nella seconda lirica sottolinea fortemente, con la ripetizione del verbo lavare (tra le parole-chiave del libro), l’anelito dell’amica alla limpidezza, alla pulizia fisica e morale, già affermato nella Praefatio leitmotiv del volume, insieme all’«endemica sete di vero» (altrove «ansia del vero», «ricerca del vero»). Nella stessa composizione si canta «quel mite angolo agreste / dimora d’umana cultura», dove fiorí «raro il seme dell’amicizia / nel tempo diramata / in presenza una nell’altra». È il «bucolico spazio» della scuola immersa nella campagna euganea, con un’asina che poggiava il muso sul davanzale della finestra a pian terreno, «con gli allievi quasi amici / la mente vivace e chiari disegni». In questo profondo amore per la campagna, in questo vagheggiare o rimpiangere un’Arcadia perduta, che sono un patrimonio di ogni scrittore o artista veneto (si pensi anche a certe sculture di Arturo Martini), si avverte ancora fruttuosa l’eredità del Nievo, come in ogni figura femminile creata da quella letteratura fa capolino qualcosa della Pisana.
Ai giovani la docente «diceva l’urgenza / d’un vivere insieme cortese / alla voce di un’etica stella». Umanità, cortesia, eticità, sono i valori che accompagnano docenti, discenti e contesto sociale, a formare un’armonia, di cui è elemento attivo anche la natura. Si leggano, a questo proposito, le tre liriche della Leggenda agordina. «Mai ci fu ora d’amicizia / uguale tra noi e la natura», come in un’esperienza vissuta insieme con ragazzi ed amici, appunto, sulle Dolomiti agordine. La purificazione di ogni pensiero – preoccupazione costante delle due amiche – si realizza a contatto con l’innocenza delle cose, con la verità dei primordi (altra grande intuizione del libro), come nella «sfera d’armonia» che regna su quei monti.
Si torna spesso nel libro sull’intreccio del binomio gentilezza ed etica, passione (fuoco interiore) e dovere, poesia e sofia, a colorare piú intensamente il «tenero tempo» la prima, il «tempo maturo» la seconda. In un’opera caratterizzata da un lirismo nutrito di pensiero e dei eticità, non poteva mancare una sezione una sezione dedicata all’enigma della presenza del male, del «non giusto» nella vita di ognuno e nel mondo, ed è questa sezione a chiudere la prima parte del libro.
Nella seconda parte prevalgono interni e spazi e spazi urbani di Padova. E analogamente a quando accade per la campagna, c’è rimpianto sincero per la scomparsa di antichi costumi e di una certa patavinità, cosí cara alle due amiche: «lavava le vecchie botteghe / vivaci intarsi allora di vita / battito ora spento di patavinità / accendendo due tre parole / di melodiosa cadenza / là con la gente semplice / delle piazze sotto il salone. / [...] lavava vicoli angoli / spazi d’umbratili silenzi / lastricati d’ogni fattura / dissacrati con dismisura / la rossa criniera indignata / all’assenza d’urbano decoro / d’un tempo troppo arrogante.» (p. ).
Senza essere femminista, anzi puntando tutto sul recupero della grazia e della tenerezza, che sono caratteri insopprimibili della donna, questo libro è anche un inno all’energia femminile, che in India chiamano shakti, qui simboleggiata dalle «ali ai piedi», dall’«ebbrezza della danza» dell’amica. E si sa che la danza consente di esprimere non solo sentimenti ed emozioni, ma anche spiritualità, accostandoci all’anima delle cose per cogliere il senso del cosmo. «E lavava lavava / lavava le mani gentili / come mattinale catarsi / fugate al lucore le ombre / per nuova energia alle ore. / Metteva gli anelli suo vezzo / con rapido tocco al mantello / alla rossa criniera arresa / ai suoi calzari i piú alati». (p. ). Anche l’amicizia è intesa come movimento ed energia: «amicizia-slancio di campana / ch’esplode di suoni un mattino / e l’eco vive per sempre». E il rapporto con le cose è inteso come fatto vivo, attivo, reattivo: «E nell’armonia tra sé e le cose / rinnovava l’interiore percorso / nel sogno dei fiori / nell’ansia del vero / nell’urto con gli eventi / sempre vestale nel tempio / della parola ardente.» (p. ).
Il libro si chiude nel segno (alto) del Foscolo, già alluso nel ricordo delle «luminose vendemmie», nella vigna dello sposo e al tempo della festosa raccolta; ma soprattutto per la certezza che «al tepore del ricordo / lei mi rivivrà ogni momento / come in un’infinita primavera / colore-odore di quei grappoli / pegno-impegno d’amicizia / profumo benedetto ancora sempre / che vola alto oltre il vento / della brughiera d’inverno / e non si sperde.» (p. ).
Se tematicamente tra il precedente volume e il presente c’è affinità, sotto il profilo delle scelte di stile e di lingua la loro identità è totale. Anche in Dell’amicizia continua il rifiuto della poesia pura e dell’ermetismo, che con le loro costruzioni, rinunce, tagli, autocensure, hanno prodotto tante pagine «non si capisce ed esangui», per dirla con Quintiliano. Nessun pregiudizio, nell’autrice, ai danni dell’esplicito, del troppo detto, nessun freno alle espansioni, bensí un fidente, entusiastico abbandono alla piena degli affetti, ai voli arditi della fantasia agli slanci in avanti della speranza e dell’utopia. Ciò reclama uno spiegamento di mezzi espressivi abbondante, a tutto campo, che coinvolge le sostanze, le qualità e le azioni. Donde il plurilinguismo, la folta presenza di neologismi e di arcaismi, la contiguità di lessico alto e di piú basso profilo, le ridondanze, le ripetizioni, le parole composte anche di tre sostantivi, le invenzioni ardite che rompono tutti gli schemi e i vincoli logici del discorso. È un’opera che musicalmente e pittoricamente si affida alla ricchezza, alla varietà dei colori e dei toni, piú che alla sobrietà e alla nettezza del disegno e del segno. Il risultato di tanta libertà e di tanto azzardo è quello di un innegabile arricchimento espressivo e di un’invenzione poetica che traccia percorsi inconsueti, originali, nuovi.

8 aprile 2004
Gerardo Vacana

  • Autore
  • Manfredo di Biasio
  • Titolo
  • Vento di brughiera
  • Collana
  • Premio Venafro
  • Pagine
  • Anno
  • 2002
  • Prezzo
  • € 9,00
  • Isbn


È un risultato non da poco per Manfredo di Biasio essere passato attraverso una memoria deliberiana lungamente e fecondamente attiva ed essere riuscito a conquistare uno spazio sempre più ampio e ben delineato per la propria poesia, raggiungendo una sicura originalità. Il risultato è tanto più apprezzabile quando si consideri che la poesia di di Biasio, come quella di De Libero, pur non mancando di una corda ironica, ha tuttavia anch'essa un carattere essenzialmente lirico elegiaco. Si aggiungano la comune nascita fondana, la precoce conoscenza dell'uomo e dell'opera fatta a poco più di vent'anni e un'amicizia durata fino alla morte del molto più anziano poeta, grande faro degli scrittori e degli artisti della zona, a partire dalla generazione di De Santis e di Purificato fino ad oggi. Circostanze, queste, che rendevano più ardua e, quindi, degna di maggiore stima la conquista, da parte di di Biasio, di una propria autonomia di scrittore. Leggendo la ricca antologia Dal sangue alla polvere (Edizioni Confronto, 1997), bel titolo che fa il paio con l'emistichio caproniano «dal sangue al sasso» e che raccoglie la produzione dal 1960 al 1996, possiamo seguire da presso l'itinerario poetico di di Biasio e constatare un progressivo affinamento (proprio nel segno del rigore e del labor limae raccomandati da De Libero) e insieme la conquista di una voce sempre più personale e autentica, di un equilibrio sempre maggiore tra la fedeltà al Maestro e quella alle proprie più intime ragioni.
A distinguere nettamente la poesia di di Biasio da quella di De Libero vi sono esperienze di vita e caratteristiche di stile radicalmente diverse. Le ferite, i traumi, le disdette di De Libero ( a parte il dramma della guerra) vengono soprattutto dai lutti familiari e da esperienze amorose intense e dolenti; quelle di di Biasio, invece, da dure esperienze di lavoro e da un lungo e sofferto soggiorno americano, del quale sono materiati la raccolta di poesie Stagione propizia e il volume di racconti Il vecchio di Staten Island (Cultura Duemila, 1994), tutti di qualità prestigiosa, per linearità, essenzialità, giustezza di tono e verità, a testimonianza di un di Biasio anche autentico narratore, quale De Libero auspicava fiorisse accanto al poeta. Altra distinzione profonda è nel diverso atteggiamento e lamento per torti subiti (parte veri, parte immaginari), di finale ripudio da parte di De Libero; di una fedeltà, di un amore incondizionato e totale da parte di di Biasio. Ma le differenze che più contano riguardano lo stile; ellittico e corrusco al massimo quello di De Libero, come lo richiedevano il suo temperamento e la modernità degli anni Trenta; più pacato e disteso quello di di Biasio, ed è questa la caratteristica maggiore della più attuale modernità sua e di molta poesia della seconda metà del secolo scorso.
Questo Vento di brughiera è bilancio di vita, cammino a ritroso verso il passato anche più remoto, affollarsi di ricordi e rimpianti nella prima sezione; è soprattutto una trama di presagi (parola chiave) nella seconda; mentre su tutto il volume soffia un vento che è simbolo del veloce, inesorabile e indifferente trascorrere del tempo terreno. A ben guardare, è un percorso circolare: «Tutto passò così in fretta […] // Fossero i giuochi e quei giorni / durati per sempre / nell’orto di Gegni: ancora il canto m’invade / della minima loro eternità», lamenta il poeta nella prima lirica, e proprio Eternità breve è il titolo di un volume che raccoglie le poesie degli anni ‘60-’62 . Il che testimonia un sentimento precoce e continuo della brevità della vita, mentre il ricorrere ossessivo di uno stesso tema nel poeta, quasi gli appartenga in esclusiva, è una delle prove certe dell’autenticità della sua vocazione.
Sono presenti tutti i luoghi dell’infanzia e della giovinezza, tutte le persone care, compresi gli amici, alcuni celati, per discrezione e pudore, dietro le sole iniziali. E in ciò risalta un fortissimo sentimento della famiglia e dell’amicizia (ben presente anche nelle altre raccolte poetiche e nei racconti). Inesauribile è in di Biasio la ricchezza delle immagini, per esprimere nel modo meno piatto e banale i temi più importanti. La morte è, di volta in volta, «l’estrema partenza», «lontananza senza ritorno», «sonno supremo degli occhi», «sonno infinito», «bivio indefinito», «l’eternità senza luce», «un’ora senza volto»; mentre l’uomo viene definito «isola di solitudine», «bene minimo racchiuso / in un attimo del sempre», «isola vuota nel cosmo», «una comparsa breve / all’estremo del millennio», «peso d’aria», «profumo di un’ombra», «un barlume di linfa», «un moto d’aria / anonimo». E basti così. Ma non si pensi a una poesia solo visiva, tesa a destare meraviglia con la ricchezza delle immagini e delle metafore. Al contrario, a monte di ogni singola composizione c’è una lunga, attenta riflessione, alla ricerca di una verità anche minima, che illumini, sia pure di poco, il senso segreto, il mistero della vita. E l’attenzione si concentra, amaramente, soprattutto sull’ineluttabile passaggio «dal sangue alla polvere (come si è visto), «dalla luce al buio», «dalla voce al suilenzio. Ma la rassegnazione, o la resa, non è totale: «Da un cosi minimo / resto di vita / un grido supremo si levi e attraversi l’eternità». E questo grido che può essere anche emesso sommessamente è uno dei compiti di ogni poeta. Né mancano del tutto il sogno e la speranza: «Quel giorno da un cielo immaginario / si attenderà che una mano discenda, / guida materna nel tratto / che nel sonno infinito sconfina.» (Da un cielo immaginario”); «Di là del tempo di tutti / ch’io risenta la voce / che mi chiamò soave / all’alba della mia coscienza.» (“Vicende di nomi”).
Si sarà capito che non ci troviamo di fronte a un autore dotato solo di un notevole talento naturale; al contrario, ogni lettore attento si sarà accorto di avere dinanzi un poeta a sua volta lettore attentissimo non del solo De Libero, e buon conoscitore di tutti i segreti del mestiere. Egli fa, ad esempio, un uso sapientissimo dell’apposizione: «Questo corpo, l’amato recinto / d’una coscienza bene minimo racchiuso / in un attimo del sempre.»; che è un uso che può aver appreso da De Libero (ricordate: «ieri, un millennio fa / oggi un secolo di memorie»). Ma di Biasio conosce bene anche il montaliano correlativo oggettivo: «Nell’orto in cui si attarda il tuo ricordo / si sfarinano al sole / i grappoli della mimosa.» (“Il tempo degli altri”). E i bellissimi versi «Quei venti ti facevano leggera / e la nuvola alzavano / dei tuoi capelli moreschi» (“Venti sull’altura”) sono una cosa tutta sua, ma non possiamo non ricordare «la nube dei capelli» del “La bufera” di Montale, e non solo: nei tre versi citati si sono dati convegno anche echi ben assimilati di De Libero, Ungaretti e Penna. Ma ciò toglie nulla all’originalità di di Biasio, nella cui poesia non vi è mai ombra di imitazione.
Diversamente dal tono della poesia di De Libero che è sempre alto, di Biasio predilige e adopera consapevolmente i toni dimessi, i semitoni. ln “Omaggio minimo”, rivolgendosi alla sua terra, traccia un bilancio della sua vita e della sua opera, e fa un raffronto tra la sua poesia e quella di “altri” (che altri non è che De Libero), con troppa modestia e un’eccessiva autolimitazione: «Di te mi è nell’anima, mia terra, / la pianura odorosa / di cui è fatto il mio sangue. / Da questa penombra si leva / per te un minimo omaggio / (altri nella luce / ti hanno lodata / e sei salita sulle loro ali).
[…] Ma nulla mi devi. / La linfa a me data / ti corteggia in segreto / ora che invecchio e sono / come una casa nel vento / disabitata.»
Si diceva all’inizio dei “presagi” presenti soprattutto nella seconda sezione (“Note sparse”). Sono epifanie che si verificano quasi sempre all’alba, definita con espressioni poeticissime («addio alla notte», «ora di avvio» e altre): «Solo oggi che un presagio / stranamente mi allontana / dal cielo che promette il sole, / ti levi dal silenzio / e mi parli, mi apri lo scrigno / con le essenze che avevo ignorate / ora lucenti» (“Essenze lucenti”). Nell’età tarda della vita godiamo di improvvise illuminazioni. Gli oggetti, le mura di casa ci restituiscono le ansie, le speranze di cui si sono imbevute negli anni, e ci rivelano verità finora tenute nascoste. Ma è tardi, forse troppo tardi. È in questo nucleo segreto di verità, scoperto quando il cammino che resta da percorrere è ormai breve, con l’inevitabile angoscia per il tempo che fugge, il vero dono, prezioso, precario e supremo del libro, la sua più nuova e difficile invenzione.
Ma vogliamo terminare con la segnalazione di una lirica che ci sembra svettare sulle altre, pur di livello molto elevato, e può essere assunta come emblema del vivere e del poetare di di Biasio: “Per una dea (su un'antica moneta)". Una superiore pietà, un grande rispetto per il passato e le civiltà sepolte, un pacato ma acuto sentimento della tragicità e della crudeltà dell‘era presente, un tono delicato, quasi accorato e tuttavia nobile e fermo, la rara felicità dell’invenzione e dell’espressione fanno di questa lirica un vertice non solo dell’intera opera di di Biasio, ma di tutta la poesia italiana ultimi anni.

11 aprile 2002
Gerardo Vacana