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Uno psicologo vero studia. Lo fa perché il settore di cui si occupa è variegato e complesso, costretto tra i principi e i cambiamenti di scienze diversissime tra loro come la biologia e gli studi antropologici, la chimica e la sociologia, la medicina e il pensiero filosofico. E studia per poter fare: la psicologia è comprendere per potere intervenire e per poter esistere, e non c’è una scienza psicologica che possa prescindere da chi la usa.
Gianni Tadolini è psicologo vero e come tale studia gli aspetti che le varie epoche che stiamo attraversando e i cambiamenti che esse portano nelle conoscenze mediche, biologiche, filosofiche e delle scienze umane, ci propongono via via. Li studia per capirli, li studia per trasmetterli ai tanti allievi che lo accompagnano nel suo cammino di ricerca e di pratica operativa. Studia anche le molecole, i recettori, i protocolli sperimentali, e in questo testo ce li propone con la semplicità che sempre accompagna chi sa che la ricerca è un processo dinamico che mai può offrire certezze senza aprire dubbi in egual quantità. E con l’umile pazienza di chi sa bene che proporre un risultato o un dubbio è prima di tutto aprirsi alle domande che un lettore, prima o poi, verrà a porci.
Perché uno psicologo vero ascolta. Ascolta gli anni che attraversa durante la sua vita e i maestri che incontra, facendosene figlio, come Gianni con Basaglia e Minguzzi. E ascolta soprattutto i suoi pazienti, attento a non cadere nei tranelli delle mode e delle finte certezze. Gianni Tadolini è psicologo vero e come tale ascolta, col desiderio di apprendere dell’assetato che si china alla fonte. E tutti noi, giovani o ormai vecchietti, invece di consegnarci alla vis sindromica dei DSM, ascoltando soltanto ciò che rientra nei piccoli stereotipati schemi con cui le statistiche ci misurano nell’illusione eterna di una sicurezza scientifica che in psicologia mai c’è stata e mai ci sarà, dovremmo trarne il messaggio che anche questo, come ogni suo scritto, ci manda: di stare a orecchie aperte.
Cosí, mentre studia ed ascolta, uno psicologo vero rielabora e critica. Perché il nostro è un mestiere che mai prescinde dal passato e dal dubbio sul presente e che, anche quando delle illusioni coglie la verità interiore ed intima, mai le trasforma in dettato scientifico o in norma di esistenza. E Gianni, che è psicologo vero, critica eccome, anche quando si ritrova come qui a parlare di farmaci in un’epoca nella quale l’illusione dell’onnipotenza delle molecole accompagna da vicino l’operare degli psicologi e degli psichiatri. Quella illusione che non è contemporanea, ma anzi vecchia, vecchissima, perché è quella dell’eterna giovinezza, modificatasi solo per questa chimica contrapposizione a Lorenzo de’ Medici che oggi ci urla, da ogni dove, «del doman vi sia certezza!». Un’illusione su cui spingono la moda e l’industria commerciale, come Gianni fa emergere con acuta attenzione, e a cui collabora la medicina, non quella che studia ascolta e critica, ma quella di moderni cerusici per nulla dissimili dai loro antenati professionisti di salassi e di latinorum: chirurgie di ogni tipo, allungamenti d’ossa e di scheletri, trapianti, reimpianti… e pillole, pillole della felicità. Come se l’anima ormai potesse essere definita sulla base della sua capacità di rispondere ad una sostanza chimica piuttosto che sforzarsi di capirne i contorni e i contenuti. C’è sempre di piú l’impressione che i farmaci antidepressivi siano considerati tali se funzionano nelle situazioni di ansia e di depressione, la quale peraltro è definita come un insieme variegato di realtà che hanno in comune la risposta positiva ai farmaci antidepressivi. Come se si dicesse che gli analgesici sono farmaci in grado di cancellare il dolore, il quale, peraltro, è definito come l’insieme delle situazioni che scompaiono con gli analgesici… È per questo che oggi piú che mai uno psicologo vero deve studiare e ascoltare per poter criticare. E questo breve manuale, come ogni libro di Gianni Tadolini, ne è un esempio costante in ogni pagina e in ogni pensiero.
Perché, infine, uno psicologo vero scrive. Egli è soprattutto un descrittore, e come tale deve sapere esprimere e non soltanto capire quello che vede e che ascolta, deve raccogliere ogni storia e scriverla a due mani col paziente. Ogni filo narrativo, ognuna delle trame dei racconti che lo psicologo crea, lo aiuta a riprodurre e a rendere cosí meno doloroso il senso di una vita interiore ferita e ignota. Per questo Gianni, che è psicologo vero, scrive. Sia quando ci racconta delle potenti suggestioni delle religioni di cui tanto ha studiato, sia quando, come qui, trasmette ai suoi studenti le certezze e i dubbi di una farmacologia che seppure ci domini dall’alto dei suoi immensi poteri operativi deve comunque rimanere “minima”, e come tale criticabile.
Perché nell’epoca in cui la comunicazione rapida, immediata, trionfa e vince, la moda non può essere che quella di cortocircuitare ogni problema. E se si può guarire da una depressione con una semplice pillola, perché mai non si dovrebbe far altrettanto con i batticuore e con i sentimenti, appena provino a diventar fastidiosi? Ed ecco allora le pillole del sesso, quelle della felicità e quelle contro la timidezza: perché è una grande liberazione poter pensare di delegare a una compressa, a qualcosa di esterno e di semplice, la risoluzione dei problemi piú spinosi della nostra vita.
«Stiamo tornando indietro?», si chiede Gianni concludendo il suo libro. Credo di no, vorrei dirgli, perché il tentativo dell’uomo di trasformare in scelte culturalmente ineccepibili le sue sconfitte rispetto a se stesso, alla sua infanzia, alla sua vecchiaia, alla sua vita, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. E perché uno psicologo vero ha da sempre il destino di doversi legare ai momenti culturali, sociali e storici in cui vive e lavora. Stiamo semplicemente continuando il viaggio; e se sarà in avanti e non indietro dipenderà dalla nostra tenacia nel continuare a studiare, ad ascoltare, a criticare e a scrivere.

Dalla prefazione di Marco Mazzoli

  • Titolo
  • La passeggiata
  • Autore
  • Antonio Vanni
  • Collana
  • Perseidi
  • Anno
  • 2007
  • Pagine
  • 68
  • Prezzo
  • € 8,00

È una prosa quella presentata da Antonio Vanni nei brevi racconti della raccolta La Passeggiata, lieve, levigata con intermezzi poetici che rivelano un animo estremamente sensibile che, nel suo insieme, lascia intravedere un temperamento ansioso.
Non sono eventi tipici del racconto realistico ma un pretesto per un “viaggio” dentro di sé, alla ricerca, tramite l’immaginazione e l’affabulazione oniriche, di una condizione “originaria”, quasi, detta à la Husserl, precategoriale, prima, cioè, in poche parole, delle forme logico-intellettuali dell’Intelletto inteso come “insieme” di forme scientifiche.
Lo sappiamo che i filosofi del Sei/Settecento (da Hobbes a Rousseau) cercavano quell’immaginifico “stato di Natura” quale postulato, o astrazione pura o convenzione ancora, per le loro teorie sullo Stato, sulla Libertà dell’Individuo e sulla Sua Natura, pur non credendo affatto che esso fosse buono o cattivo “per natura”, per condizione dell’essere esistenziale. Solo postulati, quindi, per rendere o giustificare le varie teorie politiche che andavano delineando intorno alla società umana e alle sue istituzioni. Colgo l’occasione qui, per rivalutare la teoria hobbesiana, anche se Hobbes dai piú non è molto amato, teoria tralasciata anche e poco studiata, che anticipa e di molti secoli una profonda analisi esistenziale ma, come detto, non è il luogo questo per parlarne in modo adeguato.
Se per i filosofi succitati «l’originarietà» era pura astrazione, repetita juvant, in Vanni la sua ricerca sembra acquisire un senso forte, reale, veramente esistente o esistita. E tutto sembra, in questi racconti brevi, romanticamente o con sensibilità romantica, meglio ancora, ruotare attorno a tale presupposto.
Diventa il “narrare” di Vanni quindi una mitizzazione di uno stato buono e puro, innocente dell’uomo onde la chiave per com-prendere tali racconti nella sua pienezza.
L’atmosfera dominante è quella della rêverie, del sogno ad occhi aperti quasi per recuperare una dimensione piú umana del vivere, dell’«ek-sistere» tanto duro quanto alienante che caratterizza l’uomo d’oggi, espropriato di sé, alienato dei suoi valori fondanti che non sono quelli propinatici da un turbo-capitalismo “hi-technologico”. Questo sorpassa, cela le esigenze sentite dell’uomo, lo disumanizza tramite falsi bisogni e propinandogli false mete: lo aliena o cerca di farlo e sembra che in tale operazione ci riesca e anche troppo bene, purtroppo.
Donde il bisogno di sognare, di recuperare la dimensione dell’Umanità in quanto tale che avvertiamo nell’opera breve dell’Autore molisano anche se sovente, nonostante lo spirito “catartico”, mi pare, pecchi di una certa ingenuità (ma ogni poeta è ingenuo). Comunque tot capita, tot sententiae, e poi non è detto che un’opera raggiunga la perfezione – e ci tengo a riaffermarlo – che una critica non è per nulla un’esegesi. Proprio perché si tratta di una critica, di un giudizio, letteralmente, etimologicamente, questo mio breve appunto non vuole né tende a tessere elogi ma piú modestamente ed onestamente a capire ciò che l’Autore ha creduto o crede di dire, di esprimere. È al lettore che spetta l’ultima parola. Il critico ha il compito, lui pertinente, di indirizzarlo su linee direttrici. Non può far altro, pena l’esproprio del pensiero dell’autore e proporre la sua visione in modo violento, anche se raffinatamente celato, all’eventuale lettore. Tale operazione sinceramente è contraria ai miei principî deontologici.

Enrico Marco Cipollini

Nomen omen: sarebbe troppo facile trarre auspici favorevoli, in questo caso, da un nome emblematico qual è quello del poeta che inaugura la collana “giovane” delle Edizioni EVA… ma i “fermenti” positivi ci sono, in questo esiguo (e non esile) mannello di testi che compongono Scrutando l’orizzonte; ci sono e permettono di salutare l’opera prima di Michele Fascino appunto come “prima” – con l’augurio cioè che ce ne siano altre, dopo. Non sempre vale la pena: ci sono autori più o meno giovani che mettono insieme una raccolta di riflessioni o confessioni più o meno liriche e ne fanno un libro, e lo pubblicano. Nulla di male, se non volessero essere considerati poeti all’inizio di carriera, e non soltanto autori di quel libro. E ci sono quelli che azzeccano un primo libro quasi per caso, o dono di natura, e poi non sanno andare avanti per non avere voglia o desiderio di lavorare e crescere…
Michele Fascino prova – come dichiara – “amore per tutto ciò che vive”, ne vuole comunicare l’essenzialità nella sua esistenza; prova inoltre attrazione per “l’immagine dell’uomo e le figure celestiali” – ne consegue una riflessione generale su quanto ci sta intorno che probabilmente andrebbe raffinata, selezionata, filtrata – per ora ci si deve accontentare dell’onestà intellettuale e della articolata capacità di scrittura in cui tale onestà prende forma.
Scrutando l’orizzonte (e anche oltre, viene da osservare, leggendo questa silloge ricca di spunti e testimonianze), il poeta emergente si fa largo nella vasta terra dei sentimenti, si avvicina al dire in parole che sappiano come dire quei sentimenti, si fa strada nella poesia per trovarvi una stanza sua in cui abitare ed essere se stesso.
Composta, quasi interamente, nell’infuocato giro di due mesi appena, la raccolta ha una evidente compattezza espressiva (anche negli intermezzi in prosa), pur aprendosi a temi diversi. Il prefatore Carmine Brancaccio – che è poeta, nonché direttore della collana “Fermenti” nella quale appare il libro – brinda alla “verità saggia” del “giovane autore” apripista, accettando, anzi lanciando la scommessa: un molisano tenuto a battesimo da una editrice molisana, farà onore e terrà fede all’impegno, e ricambierà la stima che gli si accorda. Si può sottoscrivere tale sentimento di attesa che pure anima la postfazione di Maria Pia De Martino: si può chiedere tranquillamente a Michele Fascino di non avere fretta, ma la sua poesia, anche se deve “ancora corroborarsi”, può considerarsi davvero “germoglio di un albero forte e sano”, ed è un augurio importante.
Un augurio che vale ovviamente anche per l’editore Iannacone, mai stanco, malgrado le difficoltà oggettive che ha una casa editrice piccola e periferica come la sua, mai stanco di dare fiducia alle nuove realtà culturali e incoraggiarle offrendo un po’ di spazio, un angolo di collana o addirittura una collana nuova, a chi altrove non avrebbe modo di farsi notare, nemmeno di presentarsi.

Giuseppe Napolitano

Pietro da Salerno (+ 1105), monaco, diplomatico, vescovo, crociato, perseguitato, taumaturgo e santo, ci è noto soprattutto per la Vita accolta dal Lectionarium anagninum pervenutoci nel Cod. chigiano C. Vili. 235 (ff. 195v-206v), manoscritto conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana.
Il testo agiografico, inserito in un ambito liturgico e stabilizzatosi nel XIV secolo con questa precisa finalità, risulta dalla cucitura letteraria di varie fonti, di cui la piú antica e autorevole è comunemente ritenuta la perduta peroratio, che ne fece Bruno di Segni, all’epoca monaco o forse già abate cassinese, in vista del processo di canonizzazione culminato il 4 giugno 1109 (o 1110?) con la Dominum excelsum di papa Pasquale II, che concedeva alle diocesi campane l’autorizzazione solenne per il culto pubblico dell’asceta salernitano, entrato nei circuiti della Curia romana grazie alla stima del cardinale Ildebrando (futuro papa Gregorio VII) e finito sulla cattedra di Anagni (1062), all’epoca di papa Alessandro II.
Benedettino, riformatore, legato al grande progetto lanciato dall’abate Desiderio (futuro papa Vittore III), presenziò allo straordinario raduno di Montecassino, donde nel 1071 s’inaugurava la nuova Abbazia, simbolo di una Chiesa che anelava con forza l’affrancamento dai lacci della mondanizzazione feudale e postulava platealmente il rinnovamento morale degli uomini attraverso la riedificazione materiale delle strutture. Del resto, la ricostruzione della cattedrale anagnina, il rinvenimento delle reliquie e la sponsorizzazione del movimento devozionale nei confronti di S. Magno, attribuiti dalla tradizione a Pietro da Salerno, s’inseriscono pienamente nell’impegno cassinese mirante a consolidare, tra l’XI e il XII secolo, l’aggiornata fisionomia medievale dei centri urbani attraverso la promozione dei celesti patroni locali, modelli di santità da emulare e potenti intercessori da evocare.
Nel IX Centenario del suo beato transito (1105-2005) la Diocesi, di cui egli fu glorioso titolare, ha voluto celebrarne la figura, patrocinando il presente volume curato da Lorenzo Cappelletti, direttore dell’Istituto Teologico Leoniano di Anagni (aggregato alla Pontificia Facoltà Teologica Teresianum), e da Angelo Molle, assistente di Storia della Chiesa presso il medesimo ente accademico.

Il presente volume, dopo aver illustrato il Sitz im Leben in cui la tradizione colloca la Passio Luciae, fornisce un’idea generale sull’espansione planetaria del culto attraverso l’osservatorio privilegiato delle incidenze toponomastiche, delle creazioni iconografiche e delle espressioni folkloristiche, per fermare, infine, l’attenzione del lettore sul nostro circondario, dove la venerazione della martire siciliana aveva già fatto sicuramente il suo ingresso liturgico nell’XI secolo, allorché ce ne dà riprova inconfutabile il Codex Casinensis 146, un manoscritto del prestigioso scriptorium benedettino contenente Passiones et vitae Sanctorum, la cui celebrazione va dall’inizio dell’Avvento alla festa dei SS. Giovanni e Paolo e comprende figure con forte caratterizzazione ambientale come S. Amasio, patrono di Piedimonte S. Germano.

Dalla Prefazione di Filippo Carcione

«Il Laudano di Brancaccio è un lenimento alla nostra inerzia, una paradossale spinta a muoverci/partire. La chiave di tutto è forse nel testo “XXIX”, con l’augurio/rivelazione quasi una sfida alla semenza umana. […] Tutto finisce per svolgersi in una sorta di sabba ipnotico, mentre “la solitudine pigola a ritmo di rumba che non sa di suonare lo schianto del cielo”».
Giuseppe Napolitano

«In un equilibrio che sembra via via trovare un assestamento nel codice espressivo, dovendo conciliare l’insorgente bisogno di verità e di autenticità che è nell’animo di Brancaccio con l’esigenza di un’arte purificata dell’effimero e del superficiale, la forma e lo stile di Laudano sembrano ritrovare una sorta di efficacia ed un recupero della funzione della poesia agli albori del nuovo millennio».
Dante Cerilli

L’esperanto è una lingua soprannazionale, patrimonio di tutta l’umanità, che si prefigge lo scopo di diventare la seconda lingua di tutti, da utilizzare preminentemente nei rapporti internazionali, in modo da eliminare i problemi derivanti dalle barriere linguistiche.
Ideato nel 1887 da Ludwik Lejzar Zamenhof, l’esperanto, secondo le parole dello stesso iniziatore, «non ha nessun legiferatore e non dipende da nessuna persona in particolare» ed «esperantista è chiamato chiunque conosce e usa la lingua esperanto indipendentemente dallo scopo per cui la usa».
Zamenhof nacque nel 1859 a Bialystok, in Lituania, regione della vecchia repubblica polacca che l’impero russo si era annessa, e mori a Varsavia nel 1917. A Bialystok in quel periodo convivevano — e non sempre pacificamente — diverse etnie, con diverse lingue e fin da bambino Zamenhof si trovò ad osservare le difficoltà e i problemi dell’incomprensione linguistica.
Dopo un primo tentativo di creare una lingua internazionale in età adolescenziale, progetto andato a monte perché il padre gli distrusse gli appunti temendo che lo distraessero dagli studi, nel 1887 Zamenhof pubblicò la prima grammatica di esperanto, un libretto di 40 pagine in lingua russa, firmandosi con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto, Il Dottore che spera (Zamenhof era oculista). Il volumetto ebbe subito un’eco notevole in tutto il mondo e nel corso dello stesso anno furono pubblicati anche le versioni in polacco, in francese, in tedesco e in esperanto. Quello che era lo pseudonimo dell’autore, fu ben presto adottato per indicare la stessa lingua. L’esperanto iniziò rapidamente a diffondersi, nacquero associazioni esperantiste in tutta Europa, cominciarono a uscire periodici in esperanto. La nuova lingua cominciava anche ad avere l’avallo di personalità illustri. Uno dei primi ad accettarla fu Lev Tolstoj. Nel 1889, rispondendo a V. Majnov, il grande scrittore russo scriveva: «Io ritengo l’apprendimento di una lingua europea comune (vale a dire la lingua internazionale esperanto) cosa assolutamente urgente [...]. Per quel che mi è possibile, io cercherò di diffondere questa lingua e, la cosa più importante, cercherò di
convincere tutti della sua necessità». Tostoj fu anche collaboratore del periodico La Esperantisto (L’esperantista), organo del nascente movimento pubblicato a Norimberga, che anzi fu chiuso dalla censura zarista proprio in seguito alla pubblicazione dell’articolo di Tolstoj “Saggezza o fede?”.
Nel 1905, ebbe luogo in Francia, a Boulogne-sur-Mer, il primo congresso universale di esperanto, cui parteciparono 668 congressisti, provenienti da tutta Europa. Grande fu l’entusiasmo e il successo e da allora ogni anno, eccetto qualche anno nei periodi bellici, si sono suc¬ceduti i congressi universali in città di volta in volta diverse. Ai congressi universali si andavano aggiungendo congressi nazionali, congressi settoriali, convegni, ecc. Sono nate riviste e trasmissioni radio quotidiane, ed è nata una vasta letteratura originale, oltre che tradotta.
L’esperanto è una lingua estremamente facile sia dal punto di vista fonetico sia da punto di vista grammaticale. La grammatica, rigorosamente razionale, si articola in poche regole e senza alcuna eccezione. Il vocabolario è formato da radici provenienti da varie lingue, per la maggior parte dal latino e da lingue del ceppo indoeuropeo, prevalentemente con l’accoglimento, per ogni parola, della radice di maggiore facilità fonetica e maggiormente diffusa a livello internazionale.
Oggi l’esperanto ha una considerevole diffusione in tutto il mondo, dagli Stati Uniti allo Zaire, dal Sud Africa alla Danimarca, dalla Cina al Brasile, nonostante il discorso esperantista sia portato avanti generalmente da appassionati e da studiosi, senza interessi né economici né di altro genere, ma solo di quelli della risoluzione del problema della comunicazione internazionale
Esiste un’organizzazione esperantista a livello mondiale, (la UEA, Universala Esperanto-Asocio, Associazione Esperantista Universale), la cui sede centrale è attualmente in Olanda, a Rotterdam, cui fanno capo oltre 50 associazioni nazionali. Quella italiana è la FEI, Federazione Esperantista Italiana, che ha sede a Milano ed è ente morale. Ma molte altre associazioni e istituzioni esistono in Italia e nel mondo, a volte collegate tra loro, a volte indipendenti. Esiste inoltre una rete di delegati dell’UE A diffusi in più di una cinquantina di paesi. Ci sono circoli esperantisti dislocati qua e là ed esistono associazioni esperantiste di categoria (scienziati, insegnanti, ferrovieri, medici, non vedenti, giovani, cattolici, cattolici, mormoni, ecologisti, ecc.).
Di notevole rilievo è la letteratura originale in esperanto, dove si possono trovare opere di saggistica, narrativa, poesie, manualistica, ecc. Non pochi sono gli scrittori e poeti di grande talento che usano l’esperanto per le loro opere originali. Ci sono poi, come si può intuire, migliaia di opere tradotte da tutte le lingue, che danno la possibilità di avvicinarsi alle letterature di tutto il mondo, pur non conoscendo le lingue in cui sono state scritte le opere. Molte sono le riviste che si pubblicano un po’ dappertutto, dal semplice notiziario alla rivista scientifica, dal periodico di informazione a quello letterario. Inoltre parecchie emittenti radiofoniche (Varsavia, Pechino, Vienna, Roma, Berna, Città del Vaticano, Radio Radicale, ecc.) trasmettono regolarmente programmi in esperanto e, da ultimo, su Internet è possibile trovare un po’ di tutto, dai corsi di lingua on line ai testi in esperanto all’organizzazione alla storia del movimento esperantista.

  • Titolo
  • Laudano
  • Autore
  • Carmine Brancaccio
  • Collana
  • All’insegna di pagine lepine
  • Pagine
  • 54
  • Anno
  • 2006
  • Prezzo
  • € 8,00

Essenza di stagione

Perché o memoria
ti tocchi il ventre
e mordi il sapore
della mia lingua
per narrarti?

Prestar fede alle parole di un giovane poeta? invischiarsi nella tela dei suoi giochi mentali e verbali (uno che dice: “non sarà mai chiara la consapevolezza dell’iter poetico di un singolo uomo che scrive per rivoluzionare la fisionomia di un’arte troppo antica…”)? Brancaccio è ancora cosí entusiasta nella ricerca di ritmi e misure, cosí attento ad ascoltare la sua voce nel farsi immagine sonora e figura ammaliatrice, da meritare ancora credito e fiducia. È cosí giovane che può permettersi la faccia tosta di fare il grande e inventarsi già una nuova identità poetica, un eteronimo dal suo stesso nome ma rinnovato nel dirsi e nel darsi come autore. Gliela consente la forza della giovinezza matura, della consapevolezza di avere corde adeguate e sicura mira per puntare con decisone al bersaglio piú lontano: il libro.
Un libro di poesia nasce in diversi modi, e Carmine Brancaccio non è piú un neofita, avendo pubblicato il suo primo lavoro appena diciassettenne. Pochi o molti che siano (anagraficamente e culturalmente) questi anni che lo separano dalla sua prima prova, gli hanno comunque dato la volontà e la convinzione di poter crescere e misurarsi ancora con se stesso, con la parola, con noi.
La sfida piú alta che affronta il poeta giovane è quella con il pubblico, al quale normalmente si cerca di piacere… ma pure gli si vorrebbe, magari velatamente, offrire le qualità migliori del sé autore, la faccia piú presentabile e cioè quella piú gradevole. Cosí a volte si scrivono e in fretta si pubblicano poesie che a volte nemmeno lo sono, finendo per rimanere nell’intima sfera della confessione enfatica, lirica, ma non sempre letteraria. Chi ha una sola faccia, ha meno problemi, o non ne ha: si offre com’è; può magari offrire anche un antidoto per il sottile veleno che somministra - in tutta onestà (e generosità) intellettuale.
Il laudano è un analgesico galenico, ma forse ha piú valore, nel contesto o paratesto del libro cui dà il titolo, nella sua connotazione oppiacea e quindi abbastanza stupefacente. E se è cosí che va letto, allora anche la materia del libro assume un valore nel farsi prossima allo stordimento, anche le tracce sulle quali si finisce, cautamente, faticosamente, a muoversi diventano passi verso un paradiso diverso, come sospeso fra questa terra che nel libro è l’isola di Archimede e del suo Re e un cielo irraggiungibile, iperuranio o nirvana che sia, onirico traguardo.
Sbarcare su quest’isola, ubriacarsi di laudano, è una vacanza insolita da accettare slanciandosi ben disposti nell’animo. Qui non si possono segnare facilmente mappe e percorsi, invano si cercherebbero indicazioni e suggerimenti per orientarsi nell’isola del poeta, quasi un’isola del tesoro per chi invece sia disposto a scoprire – con difficoltà, con fatica, con cautela – i segnali che pure ci sono, sparsi e diffusi a profusione per essere individuati, raccolti, decrittati, ma da un occhio allenato o per lo meno disposto a cogliere, leggere, interpretare…
I prologhi in prosa che aprono le quattro sezioni del libro, il titolo che indica ogni sezione, l’aforisma che è il primo testo, quasi un’epigrafe per l’intero libro… sono chiavi mature per entrare non solo in questo lavoro ma nel lavoro del poeta Brancaccio: egli è sapiente organizzatore della propria materia, soltanto apparentemente magmatica e frammentaria, sinfonica e sincopatici. Vi si coglie invece un ordine mentale che sostiene una personale visione del mondo e dell’uomo, suo principe inquilino.
Qui vive il grande gioco dell’essere e dell’apparire, del nascondere e mostrare. Qui si va oltre lo specchio e dentro il sogno, ma conservando acuta la percezione del concreto quotidiano: si vuole cosí scuotere l’albero dei frutti proibiti pur sapendo che se cadono fanno male, si vuole esplorare il bordo del credibile, ma, se “s’agita sgangherata la bussola”… chi ci orienterà nell’inconcluso labirinto che è “l’elegante follia del mondo”?
Chi non vuole giocare, chi non accetta un gioco dai contorni sfuggenti (in cui sono piú le eccezioni che le regola), non ha che da non giocare – non sa che perde, ma risparmia l’arduo compito di correre su e giú per aspre vie, di smarrire anche la strada, depistato da subdole malie… Chi se la sente, invece, conquisterà può darsi pochi spiccioli di luce in un cammino eccitante attraverso l’oscuro, ma potrà dirsi soddisfatto di averci provato. L’autore del puzzle ha frammentato ad arte le diverse scene di una recita a soggetto: bisogna, per stabilire anche quale parte si vuole o si può interpretare, ricomporre attentamente ciascun elemento del gioco.
“Che ne sa il mondo di questo mondo”: è una delle tante (non)domande che l’autore pone senza forse neanche attendersi risposta. Sono rari infatti i punti interrogativi; per lo piú, retorici. “Il letargo sorride all’oceano” - estrapolare serve solo a dare la misura dell’impegno, rispettabile come ogni fatica compiuta a fin di bene. Il Laudano di Brancaccio è un lenimento alla nostra inerzia, una paradossale spinta a muoverci/partire. La chiave di tutto è forse nel testo “XXIX”, con l’augurio/rivelazione quasi una sfida alla semenza umana: “Indovinerete quanto c’è da indovinare… Il cabalistico giuoco del surrealismo è sangue ignudo”. E se “il dí ci riempie di metallo”, se manteniamo con l’esistere un rapporto di accidiosa dipendenza, allora “l’alcova è il suo telefono”… ma è solo una maniera di seguire le trame del testo. Tutto finisce per svolgersi in una sorta di sabba ipnotico, mentre “la solitudine pigola a ritmo di rumba che non sa di suonare lo schianto del cielo”.
Tra le figure strutturali, antitesi e ricorrenze caratterizzano il procedere creativo (tra il surreale e l’elettrico… con la sensazione strisciante di avventurarsi in una dimensione poco familiare). Termini ossimorici si affrontano (angelo e inferno, angelo e male) e si confrontano in una sorta di comunione verbale, mentre appaiono diversi apax che a volte stupiscono, a volte intrigano (come i ricercatissimi “alipte”, “alismo”), come “celtico”, come il verbo “fregare”… i registri espressivi mutano frequentemente sorprendentemente: il giovane apprendista pare già diventare maestro o si atteggia a tale, ma consumato già nell’uso. Ci sono i “peletti” fra “le natiche (paffute)” e c’è una “sputacchiera”, c’è “lo sperma di dèi” e un’erba “profumata di piscio”… c’è pure un “gamete” e c’è “albagia” che fa rima con “alchimia”. Il laudano del titolo è presente due volte (e c’è anche l’oppio, e c’è il “fumo”). Altre volte, l’azzardo lessicale sfiora l’arbitrio o l’abuso semantico, eppure – pur nello stupirsi all’impatto – mano a mano che si avanza nella boscaglia di un vocabolario esibito e sfacciato, lo si comincia per certi versi a comprenderne le connotazioni.
Alla fine (ammesso quindi che ci sia, una fine, o che abbia un fine…), l’autore di un simile libro può solo dire se il lettore – uno scaltro lettore che gli confessi quale percorso abbia scoperto e/o seguito – ha saputo e in che misura dipanare un ordito scrupolosamente elaborato che finge (e l’accostamento leopardiano/calviniano, che forse spiace al rivoluzionario autore, pare inevitabile) un altro mondo, un infinito possibile di cui l’autore stesso offre definizione: “il grande parallelo del reale”.

Giuseppe Napolitano

Di questa raccolta è il titolo a farsi considerare al bandolo di ciò che, nel biografato di fondo, è la confessione di un vero e proprio credo come tale in una dimensione poetica della vita.
Sorta, si direbbe, di “diario intimo”, che pagina dopo pagina raccoglie ed elenca quelle “briciole” del titolo, che, disseminate in un percorso esistenziale diventano via via, a prova di forti emozioni, sete di conoscenza, contatto con culture diverse e, d’improvviso, tragedia e, quindi, vita sofferta, insulsa, inutile, priva di significato al di là di che il sensibile ad ogni espressione artistica rimane nel confortevole di certo dilettarsi di poesia, pittura, collage e fotografia in cui rappresentare istintivamente squarci del proprio vissuto.
(Dalla Prefazione di Alfredo Barbati junior)

  • Autore
  • Jordi Valls
  • Titolo
  • Male
  • Collana
  • Stella Verde
  • Pagine
  • 144
  • Anno
  • 2005
  • Prezzo
  • € 12,00

Nota biografica dell’autore

Jordi Valls i Pozo (Barcellona, 1970). È poeta e saggista. In poesia ha pubblicato nove libri: D’on neixen les penombres (1995), Natura morta (1998), Oratori (2000), La mel d’Aristeu (2003), La mà de batre (2005), Violència gratuita (2006), Última oda a Barcelona (2008, in collaborazione con Lluís Calvo), Félix orbe (2010) e Ni un pam de net al tancat dels ànecs (2011). Ha vinto i premi Martí Dot, Vila de Martorell, Senyoriu d’Ausiàs March, Gorgos, Grandalla e i Giochi Floreali di Barcellona, diventando il primo poeta della Città nel periodo 2006-2007. È stato antologizzato in Milenio. Ultimísima Poesía Española (1999), 21 poetes del XXI (2001), Dnevi poezije in vina (2008), Cançons de bressol (2011) e Trentaquattro poeti catalani per il XXI secolo (2014). È stato tradotto in inglese, in castigliano e in sloveno. Nel campo della saggistica ha partecipato a «L’unica certezza. Primo simposio Márius Sampere» (2008) e al «Monografico su Vicent Andrés Estellés» della Rivista Reduccions n. 98/99 (2011). Inoltre è autore di Retrat de Montserrat Abelló (2009).