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  • Autore
  • I Poeti Extravaganti
  • Titolo
  • Termoli 2017
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-13-1


La nave dei poeti è rimasta in porto

                                                            Verso un luogo diverso
                                                            Ad Amerigo Iannacone

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Da solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto
abbia avuto senso per te per tutti
credere in un bel sogno.

Voglio aprire con questo mio pensiero per Amerigo, già pubblicato nel numero di agosto de “Il Foglio volante” –interamente dedicato a lui – perché quest’anno a lui in memoriam è stata dedicata l’undicesima edizione degli incontri dei “poeti extravaganti”, denominati “La nave dei poeti” (incontro che si sarebbe dovuto svolgere alle Isole Tremiti, come d’abitudine ai primi di settembre, ma è stato poi spostato a Termoli, per ragioni climatiche).
Il 1° ottobre quindi, in una gradevolissima giornata d’inizio autunno, in un albergo sul mare, si sono trovati e ritrovati una quindicina di poeti, alcuni di vecchia frequentazione (come Francesco Paolo Tanzj, il quale, insieme a Ida Di Ianni, fu dodici anni fa tra i fondatori dell’iniziativa, e Luciano D’Agostino); altri nuovi (Antonio Vanni e Ludovica Tozzi) o inseriti solo da pochissimo nel gruppo degli “extravaganti” (Virginia Notarpasquale).
La commemorazione di Amerigo Iannacone (noto a tutti per la sua attività editoriale nel Molise, oltre che per la sua poesia), protagonista in quasi tutte le edizioni dell’incontro tremitese, è stata toccante e misurata nei toni, curata dallo storico fotografo degli “extravaganti” Oscar De Lena, autore di un video ricordo molto apprezzato, in particolare da Renzo, figlio di Amerigo, venuto a Termoli per l’occasione. I poeti tutti convenuti hanno rivolto allo scomparso compagno di viaggio un pensiero affettuoso, alcuni hanno letto per lui versi suoi o di testimonianza. Senza ombra di retorica, ma la celebrazione dell’assente è stata particolarmente intensa. Dopo, dopo il pranzo riuscito e gradito, con la guida di Oscar ci si è recati nel centro storico di Termoli, per visitare il castello e la cattedrale, passare nello strettissimo vicolo record e finire nel bar dedicato al grande Jacovitti.
Siamo all’undicesima edizione della “nave dei poeti” (stavolta …rimasta in porto) e non è certo finita qui: l’intenzione, l’impegno sono per continuare ad incontrarsi ancora. Chi vorrà: non si nasconde la stanchezza di qualcuno, che magari vorrebbe un cambio di formula, o un cambio di destinazione (e con Amerigo da un paio di anni si organizzavano analoghe riunioni poetiche a Venafro e altrove). Ma l’idea di vedersi – una o più volte l’anno – per ascoltarsi e scambiarsi poesia è viva e sosterrà la volontà di ripetere l’incontro anche l’anno prossimo, e sia pure “la nave dei poeti” – per l’alto mare aperto, verso le isole Diomedee...

Giuseppe Napolitano


Poeti alle Tremiti
(26 agosto 2008)

Nel chiostro tremitense
si librano parole di poeti
s’incrociano versi
tersi o elaborati
s’innestano a frammenti
di Ovidio e di Saffo
in un’atmosfera
di magica armonia.

                    Amerigo Iannacone

  • Autore
  • AA.VV.
  • Titolo
  • Poesia da tutti i cieli 2017
  • Collana
  • Premio Poesia da tutti i cieli
  • Pagine
  • 232
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 18,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-08-7


Difficile per me, quest’anno, vergare le righe di prefazione della consueta antologia, perché il pensiero inesorabilmente corre alla tragica vicenda che ha strappato Amerigo Iannacone a questa terra, ai suoi affetti, agli amici, agli estimatori. Questa antologia per tre anni è stata una delle sue creature. Curata da Giuseppe Campolo, era poi impaginata e seguita scrupolosamente da Amerigo con la stessa passione con cui si dedicava a tutti i lavori che investivano la sua sfera creativa e ai libri da lui editi con una frequenza straordinaria, quasi avesse timore che il tempo assegnatogli non fosse sufficiente a portare a termine i suoi progetti. E mancherà al tavolo della Giuria, alla cerimonia di premiazione alla quale ha sempre presenziato, mancherà il suo intervento ricco di riflessioni sull’Esperanto, che egli amava e al quale aveva dedicato molte energie. Suo, fra l’altro, un prezioso manuale con a margine un opportuno dizionarietto Italiano-Esperanto. Ma ciò non escludeva il suo interesse per la lingua italiana.
Era un linguista come pochi. Lo seguivo nel suo Flugfolio che mi inviava puntualmente per e-mail. Leggevo nelle sue considerazioni sull’andazzo comune di questi ultimi tempi il suo rammarico per uno scadimento della lingua scritta che evidenziava la trascuratezza e, in certi casi, l’abbandono delle norme grammaticali e/o sintattiche.
E questa antologia vede la luce per l’impegno di Giuseppe Campolo, che, come tutti noi della Giuria, desidera che il lavoro appassionato di Amerigo comunque continui.
Anche per questa quarta edizione del concorso ci sono giunte le luci, ora intense, ora soffuse di versi sbocciati nel cuore e nella mente di poeti che hanno sentito l’esigenza di esprimere sentimenti e di diffonderli quasi a cercare condivisione. Sono versi che si propongono come atto d’amore e di sensibilità, versi che toccano sentimenti universali nella rappresentazione della vita fatta di distacchi, di strappi, di lacerazioni, nella lucida consapevolezza della condizione di universale precarietà umana. Frequente è l’atteggiamento di amore per la vita, ma è il “doloroso amore” di un Saba o il “disperato amore” di un Cesare Pavese, insieme alla presa di coscienza della vacuità delle illusioni.
In definitiva le liriche selezionate trasmettono il brivido intenso del mistero dell’esistenza.
Una costante è la ricerca della felicità che solo gli affetti possono regalarci, come nel sonetto che si è aggiudicato il primo premio (Cammineremo insieme). Molti i poeti che si sono ispirati ai dolorosi eventi del nostro tempo come, ad esempio, l’autore di Noi bambini (terzo premio), auspicando una pace duratura nel mondo. Altri hanno trovato rifugio nel sogno o si sono aggrappati alla memoria. La parola ora descrive, ora evoca, suggerisce e comunque scolpisce immagini che colpiscono emotivamente il lettore.
E saranno, anche questa volta, i poeti e i lettori di tutti i Continenti a sentirsi idealmente vicini grazie a questa formula vincente di una lingua che veicola l’arte poetica e, insieme, il messaggio di pace universale, in questo tempo in cui insensatezza e atroce violenza attraversano il mondo, spargendo dolore e morte.

Anna Maria Crisafulli Sartori

Estas malfacile por mi, ĉi jare, verki la antaŭparolajn vortojn de la kutima antologio, ĉar fatale la penso kuras al la tragika okazo, kiu forŝiris Amerigo Iannacone el tiu ĉi tero, siaj amoj, amikoj, kaj estimantoj. Ĉi tiu antologio dum tri jaroj estis unu el liaj kreitaĵoj. Kutime redaktita de Giuseppe Campolo, poste ĝi estis enpaĝigita kaj plenprizorgita de Amerigo kun la sama pasio, per kiu li sin dediĉis al ĉiuj laboroj kiuj koncernis lian krean sferon kaj al la libroj, kiujn li eldonis kun eksterordinara ofteco, kvazaŭ li timus, ke la tempo disponigita al li ne estus sufiĉa por kompletigi siajn projektojn. Kaj oni sentos lian neĉeeston ĉe la tablo de Juĝantaro, dum la premiada ceremonio, en kiu li ĉiam partoprenis kaj la neĉeeston de lia prelego, ĉiam riĉa je pripensoj pri Esperanto, kiun li amis kaj al kiu li dediĉis multajn energiojn. Li ankaŭ verkis, interalie, altvaloran lernolibron kun taŭga vortareto Itala-Esperanto. Sed tio ne ekskludis lian intereson pri la itala lingvo.
Li estis lingvisto kiel malmultaj. Mi sekvis lin en lia Flugfolio, kiun akurate li sendis al mi interrete. Mi ekvidis, en liaj konsideroj pri la rutino de la lastaj tempoj, lian bedaŭron pro la defalo de la skribita lingvo, kiu rimarkigis la nezorgon kaj, en iaj kazoj, la forlason de la normoj gramatikaj kaj/aŭ sintaksaj.
Kaj tiu ĉi antologio vidas la lumon danke al la zorgemo de Giuseppe Campolo, kiu, kiel ĉiuj ni el la Juĝantaro, deziras ke la pasia laboro de Amerigo tamen pludaŭros.
Ankaŭ dum ĉi tiu kvara eldono de la konkurso atingis nin la lumoj, kelkfoje intensaj, alifoje vualitaj de versoj ekflorintaj en la koroj kaj mensoj de poetoj, kiuj sentis la bezonon esprimi sentojn kaj diskonigi ilin kvazaŭ peti partoprenon. Ili estas versoj, kiuj sin proponas, kiel ama kaj sentema agoj, versoj, kiuj tuŝas universalajn sentojn en la prezentado de la vivo farita el disiĝoj, ŝiroj, disŝiriĝoj, en la klara konscio pri la universala homa necerteco. Estas ofta la sinteno pri amo por la vivo, sed estas la “dolora amo” de iu Saba aŭ la “senespera amo” de iu Cesare Pavere, ekkonsciiĝante pri la vakueco de la iluzioj.
Fine, la elektitaj lirikaĵoj sentigas la intensan ektremon de la ekzistomistero.
Konstanta elemento estas la serĉado de feliĉo, kiun nur la amsentoj povas al ni donaci, kiel la soneto, kiu gajnis la unuan premion (Ni marŝu kune). Multaj estas la poetoj, kiuj inspiriĝis el doloraj eventoj de nia tempo, kiel, ekzemple, la verkinto de Ni infanoj (tria premio), dezirante daŭran pacon en la mondo. Aliaj rifuĝis en la revon aŭ alkroĉiĝis al la memoro. La vorto kelkfoje priskribas, alifoje elvokas, sugestas kaj ĉiukaze ĉizas imagojn kiuj impresas emocie la leganton.
Kaj estos, ankaŭ ĉifoje, la poetoj kaj la legantoj el ĉiuj Kontinentoj sin senti idee proksimaj danke al la venka formulo de lingvo, kiu vehiklas la poezian arton kaj, kune, la mesaĝon de universala paco, en tiu ĉi tempo en kiu malsaĝo kaj terura perforto trairas la mondon, dissemante doloron kaj morton.

Anna Maria Crisafulli Sartori

Doppio colpo in Molise per il poeta pontino Giuseppe Napolitano, abbastanza noto peraltro alle cronache letterarie della regione per le sue numerose presenze in occasione di incontri culturali da Agnone a Termoli, da Isernia a Campobasso.
Proprio qui di recente ha presentato l'ultimo lavoro storico di Antonio Masi, “La forza dell'utopia”, dedicato alla Guerra di Spagna. A Termoli ha partecipato all'annuale raduno dei “poeti extravaganti”, intitolato quest'anno alla memoria del compianto poeta Amerigo Iannacone, fondatore delle Edizioni Eva e del mensile “Il Foglio volante”.
Stavolta dunque Giuseppe Napolitano si presenta in terra molisana con due suoi lavori di poesia, pubblicati da editori locali: “Grammatica interiore” (Volturnia Edizioni, Cerro al Volturno) e “Dialoghi” (Edizioni Eva, Venafro).
Si tratta di due libri di traduzioni: il primo accoglie 22 poesie di Napolitano, una antologia rappresentativa del suo fare poesia, tradotte in inglese da Jason R. Forbus (poeta di origini irlandesi) e in cinese dal poeta di Taiwan Kuei-shien Lee; il secondo libro vede invece all'opera il Napolitano a sua volta traduttore: “Dialoghi” – pubblicato nella collana “la stanza del poeta” da lui stesso diretta – raccoglie infatti poesie di sedici autori di tutto il mondo, dall'Argentina a Israele, dalla Francia alla Bosnia, dalla Spagna al Kosovo e all'Egitto...
L'appuntamento con la poesia internazionale è a Venafro, il prossimo sabato 14, alle 17:30. Nella Biblioteca comunale “De Bellis – Pilla” i due libri del poeta Napolitano saranno presentati da Marcello Carlino, già professore a “La Sapienza” di Roma, e Ida Di Ianni, direttrice editoriale della Volturnia. Condurrà la manifestazione il critico Francesco Giampietri, mentre il giovane chitarrista Aldo Mascio offrirà un intermezzo musicale.

     

locandina presentazione Dialoghi e Grammatica interiore

Sarà presentato giovedì 28 settembre prossimo, alle ore 17,30 a Campobasso, Sala Consiliare (Piazza Vittorio Emanuele II n. 29), il nuovo libro dell’autore Venafrano Antonio Masi dal titolo “La Forza dell’utopia” (Edizioni Eva, Venafro 2017, Collana “Il Cormorano” n.53 pp. 130, € 15,00, ISBN 978-88-94866-11-7).
L’evento è patrocinato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani di Italia) Sezione Martiri Niguardesi e Sezione Molise, dal Comune di Campobasso e dal Comune di Venafro.
Parleranno del libro la scrittrice Ida di Ianni e il poeta Giuseppe Napolitano.
Concluderà l’evento Roberto Cenati (Presidente ANPI Milano, sezione Martiri Niguardesi).
Moderatrice Eva Iannacone, figlia dell’editore recentemente scomparso Amerigo Iannacone.
Un’occasione per il pubblico per condividere ricordi storici e sentimenti forti.
Un appuntamento da non perdere.

     

locandina presentazione La forza dell'utopia

«Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola di cui ricorre l’ottantesimo anniversario» scrive Roberto Cenati nella prefazione «Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà economica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvolgimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungono la Spagna».

Nella postfazione Ida Di Ianni scrive:
«Questa postfazione, che doveva recare la firma del caro Amerigo Iannacone, scrivo per affetto di Antonio Masi che – in tema di utopie – potrebbe continuare a scrivere pagine, oltre a quelle condensate in questo volume, dall’alto del suo comportamento adamantino, che sempre ha visto combaciare il dire e il fare, l’essere ed il continuare ad essere, a fronte del tempo e di ogni suo inevitabile mutamento: mutate infatti le ideologie, confuse quasi in un mare di pluralità che sembra poi alla fine confluire nella sola direzione dell’utilitarismo di pochi ed eletti; trasformatisi del tutto i comportamenti e traviati completamente i valori etici sottesi ad un vivere ormai planetario, in un rapporto interdipendente tra le civiltà del mondo e le loro costanti contraddizioni, Antonio Masi non ha mai demorso, mai si è lasciato incantare dalle false sirene della modernità».
[....] «Quante “estati” calde ha dunque vissuto chi, come l’utopista, si è impegnato nell’elaborare mondi migliori e possibili, perché – dice Masi – “l’utopista è un ottimista”, crede – come Masi crede – nella lotta senza resa per “portare a buon fine la verità”. Del Masi utopista proprio Amerigo Iannacone ha scritto: “La scrittura di Masi non è quella distaccata del cronista e dello storico, ma è quella del testimone, diretto o per interposta persona, comunque sempre partecipe e tesa a dare un contributo per il riscatto sociale delle classi più deboli”.
Un guerriero mai stanco – nelle parole e nei fatti e nell’analisi del reale nelle sue matrici storiche – come noi lo conosciamo; “uno degli ultimi eredi (se non proprio l’ultimo) di quel massimalismo rosso che si ritenne (a torto) chiuso con la segreteria Longo del Partito Comunista Italiano”, nelle parole di Aldo Cervo; una persona amabilissima e sensibile che non ha mai smesso di credere
e di professare le proprie convinzioni, nonostante i tanti crolli delle ideologie e le malinconie che pure la vita gli ha riservato (emigrato dalla propria terra con la lontananza trafitta nel cuore e fissata nelle pagine di sue opere a carattere memoriale)».

  • Autore
  • Antonia Izzi Rufo
  • Titolo
  • Oltre le stelle
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-09-4


Quando Saba (Umberto, uno dei veri grandi del Novecento), ormai un abbondante secolo fa, dichiarò che ai poeti rimaneva da scrivere “la poesia onesta”, sfondava una porta aperta ma fece un buco nell’acqua. Tempo ne è passato, e di poeti onesti in giro se ne vedono sempre pochi, tanti invece essendo quelli che ancora insistono a cincischiare con le parole improbabili sperimentazioni. Ai suoi tempi, Saba ce l’aveva con i piagnistei dei crepuscolari e gli strilli dei futuristi – oggi chissà con chi se la dovrebbe prendere, lui che faceva sempre “ogni anno un passo avanti e il mondo dieci indietro”.
L’attaccamento alla vita, la poesia della vita, la passione per la scrittura: c’è tutto questo in un libro di Antonia Izzi Rufo, la vecchia maestra che non ha mai dimenticato di esserlo stata, che anzi lo è rimasta sempre, poiché il dono dell’insegnamento non si annulla, se è vissuto con passione per la vita – se si alimenta nella poesia. Onestamente. Insegnare è darsi, non solo comunicare, e darsi in tutta onestà, senza imbrogliare gli allievi, ai quali anzi bisogna offrire un modello di comportamento improntato alla serietà, al decoro formale, alla semplicità scevra da inutili orpelli.
Nella raccolta poetica Oltre le stelle che Antonia Izzi Rufo dedica al nipotino Lucio jr. c’è dunque la sua dedizione di maestra e la sua onestà intellettuale. C’è lo slancio degli affetti familiari filtrato nella pratica della scrittura che le è congeniale. Nonna Antonia parla al piccolo Lucio come ad un bambino di scuola al quale dare slancio per la vita: crescerai e ricorderai di essere stato un bimbo… e ne sarai grato a tutti coloro che ti hanno voluto bene, aiutandoti nel cammino periglioso della vita.
Se ad un primo livello di lettura Oltre le stelle appare disuguale nell’intensità espressiva, è dovuto appunto al variare dei moti d’animo (per nulla però esibiti, né sdolcinati – e il rischio è forte – ma espressione di profondi sentimenti) che vengono suscitati dall’incontro con la nuova vita che cresce e si manifesta nel piccolo Lucio. Nonostante l’esiguità della raccolta, appena venti poesie, questo piccolo libro è tuttavia denso di umori vitali, è impastato della buona farina di una volta, quella che faceva di ogni creatura una briciola necessaria dell’universo.
Sei di tutti, parte dell’umanità, dice la nonna al nipotino (ma – aggiunge compiaciuta – pure “un po’ mio… non solo di mamma e papà”), come se volesse avvertirlo, rendendogli subito nota la sua missione, che dovrà mettersi al servizio del mondo e rimanere comunque se stesso: sarà uomo se avrà riconosciuto in sé il seme da cui è generato e pronto a nuovi semi da generare. Nel ciclo ineluttabile della natura, è la poesia che ci fa scoprire chi siamo e cosa dobbiamo fare a questo mondo. Perché fa volare in alto, oltre le stelle... non come quando sarà quel momento, l’ultimo, ma ogni volta che si potrà avvertire un non so che di celestiale, magari abbracciando un bambino che ci sorride.
...e l’anima mia, da pensieri libera ed ambasce,
si riempie di te, d’amore trabocca, per te.

Promessa di poeta: alla maniera del Pascoli più nobile, quello che sa commuoversi senza eccedere, quello che sa come controllare i sentimenti (anche nonna Antonia lo dice: “prometto di celare il mio sentire”), al bimbo che appena comincia a crescere si augura di poter conservare in sé il richiamo della Poesia, anzi di “fata Poesia”, la capacità cioè di farsi uomo conservando lo stupore del fanciullo, e custodire e saper sempre ritrovare la freschezza di allora:
ogni volta
che fata Poesia
raggi di luce lancerà
nell’anima tua.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Giuseppe Napolitano
  • Titolo
  • Dialoghi
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 96
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-10-0


Educare al dialogo

Non voglio certo prendermi Francesco (il Papa) come sponsor – anche se sarebbe un bel colpo! –, ma il suo discorso sull’importanza del dialogo (ripreso peraltro dal filosofo Bauman poco prima di morire) lo sento molto congeniale. Ho passato la vita, posso dirlo, a dialogare, a cercare contatti, a promuovere incontri. L’ho fatto a scuola e lo faccio sempre nell’esercizio letterario: credo profondamente che la poesia abbia il compito, almeno tra i suoi compiti il più importante, di educare al dialogo – perché leggiamo poesie? Perché “ci serve” (direbbe il povero Troisi “postino”), perché ci aiuta a trovare “compagni al duolo” (direbbe il padre Dante): insomma, se abbiamo bisogno di aiuto, di un po’ di compagnia, di esempio per un momento creativo, nella poesia sono le risposte a tanti nostri interrogativi, le chiavi per aprire porte che a lungo ci hanno resistito.
Anche tradurre poesia è dialogare – favorire il dialogo (e per quel che appena ho detto potrebbe sembrare una tautologia): il traduttore di poesia si impegna a dare voce, un’altra voce, a chi cerca di comunicare (ammesso appunto che il poeta sia uno che abbia voglia di parlare al prossimo): portando le sue parole in un’altra lingua, gli si dà una nuova occasione di dialogo, gli si schiudono nuovi orizzonti oltre il panorama quotidiano. Tradurre è tradere (consegnare) senza tradire. Tradurre è offrire visibilità, ascolto, proiettare un discorso su un piano diverso da quello di partenza, conservando il messaggio originale ma adattandone il codice espressivo, magari forzando appena la chiave linguistica, perché quel messaggio venga recepito elaborato vissuto.
Perciò Francesco sollecita “la cultura del dialogo”, vorrebbe addirittura che fosse “un asse trasversale” delle discipline scolastiche, per inculcare nei giovani “un modo diverso di risolvere i conflitti” (magari!)… è quello che ho cercato di insegnare per trent’anni, anzi più, a scuola, tenendo presente sempre la mia natura di poeta. E se traduco altri poeti, è perché la loro voce mi è parsa degna di avere ancora ascoltatori, lettori che potessero trarne lezioni di vita (ho cominciato dai classici, i greci e i latini, per passare ai contemporanei, ma solo quelli che conosco, ai quali chiedere spiegazioni se qualche verso mi risulta oscuro). Personalmente, la conoscenza diretta di tanti scrittori, la frequentazione di festival internazionali, la curiosità di conoscere comprendere condividere una poesia scritta in lingue diverse mi ha dato sempre la carica e la forza di lavorare perché da quella poesia potessi arrivare ad una migliore comprensione di altre culture – e questa possibilità ho voluto che fosse offerta anche a coloro che volessero avvicinarsi ad altre culture, almeno idealmente, leggendo poesia, leggendo i miei amici poeti.
La poesia è vita condivisa – la parola del poeta è frammento riconoscibile di un’esistenza altra che potrebbe essere la nostra. Perciò scriviamo e leggiamo poesia (bisognerebbe sempre leggere molto, prima di scrivere!): ci scambiamo sensazioni impressioni suggestioni – confrontiamo così gli alfabeti delle nostre anime: dialoghiamo. Quanta vita si può trovare nelle pagine di un libro! quanta vita altrui che diventa nostra, se le parole che la raccontano sanno come parlare alla nostra vita. Tradurre poesia è cercare in altre lingue l’umanità che conosciamo; prestare la mia voce ad un poeta di altra espressione lo aiuta a parlare come me, e attraverso le mie parole arriva a quelli che non conoscono la sua lingua (d’altronde, anche se la conoscessero, leggere una traduzione è comunque moltiplicare la comprensione di un testo).
Torniamo ancora ai giovani e al dialogo: leggere poesia, disporsi ad ascoltare un poeta lontano – nel tempo o nello spazio – favorisce in modo sensibile la formazione culturale di un individuo, se è capace di cogliere nella lettura la profondità del suo spirito, se cioè legge come guardandosi allo specchio, disposto a scoprire sé stesso nello spirito del poeta che gli parla. Magari davvero i giovani comprendessero che c’è “un modo diverso di risolvere i conflitti”, di là dalla violenta dinamica dei rapporti di forza (bullismo prevaricazione sopraffazione) ai quali sono abituati – loro e quelli che vedono intorno a loro; e c’è un modo di comunicare, che è privato e insieme universale, di là dalla sciatteria del sempre più banale cinguettare dei loro messaggini: ed è appunto la poesia, l’espressione alta di cose quotidiane fatte patrimonio comune. È il dialogo fatto con le parole organizzate secondo schemi e logiche – solo apparentemente difficili (è una maschera di circostanza) – da cui ciascuno può attingere, in cui ciascuno può riflettersi e scoprirsi diverso, a cui ciascuno può perfino sostituire un significato senza perdere il senso generale del discorso.
Ci sono, in questo piccolo libro che si intitola Dialoghi, pochi amici – pochi rispetto alle decine di poeti incontrati nei dieci anni delle mie frequentazioni internazionali (Francia, Spagna, Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia, Kosovo, Tunisia, Marocco). Sono gli amici che per un motivo o un altro mi sono trovato a tradurre: curiosità soprattutto, spesso un libretto da preparare per qualche occasione, anche la semplice voglia di far conoscere un testo che mi era piaciuto. Lo dissi già tanti anni fa (lavorando con la poesia di John Deane): non sono un traduttore, ma se mi piace una cosa mi va di condividerla. Così un poeta lontano mi va di avvicinarlo ai miei amici, ai lettori delle mie cose, facendo appunto della sua poesia una mia cosa: la firma del traduttore (d’accordo con Carlos Vitale, il mio traduttore in spagnolo) impegna quest’ultimo come autore, nel senso della responsabilità verso il lettore.
Per fortuna, i sedici autori di queste nuove traduzioni (dopo le Traduzioni sparse, con cui avevo chiuso la prima serie della collana “la stanza del poeta”) sono anche amici, e mi hanno suggerito qualche spunto di interpretazione al fine di rendere meglio il passaggio linguistico: la mancanza del testo originale a fronte è segno di libertà, non trattandosi qui di versioni da studio, quanto di rivisitazione di testi che ho sentito vicini alla mia sensibilità, scegliendoli quindi per rappresentare insieme gli autori e la mia stessa maniera di intendere, e fare, poesia.
Richard Berengarten, inglese ma cittadino del Mediterraneo, già professore a Cambridge e pluritradotto, è uno dei tanti conosciuti a Tetovë durante il Festival “Ditët e Naimit”, organizzato da Shaip Emërllahu, che mi invita lì da quasi dieci anni e pure è presente in questa antologia. Adriana Hoyos, spagnola, Diti Ronen, israeliana (mia ospite a Gaeta), e Anna Rostokina, russa, le ho incontrate anche loro a Tetovë, come l’azero Kamram Azar Kamran (che vive esule in Norvegia) e il bosniaco Sabahudin Hadzialic (che mi ha invitato più volte a Sarajevo), l’argentino Ricardo Rubio, il kosovaro Ndue Ukaj e i taiwanesi Hsiu-chen Chen e Kuei-shien Lee (che mi ha tradotto in cinese 22 poesie, appena pubblicate in Grammatica interiore, Volturnia Edizioni – insieme alla versione inglese di J.R. Forbus). La kosovara Ilire Zajmi, conosciuta a Pejë, giornalista e traduttrice, ha tradotto in albanese il mio Dialogo alla luna. Con Georges Drano e sua moglie Nicole Drano Stamberg, operatori culturali francesi attivi a Frontignan-La Peyrade e in altre città dell’Hérault (Lodève, Sète, etc.), siamo amici da quasi vent’anni, nel corso dei quali più volte ci siamo incontrati, in Francia e in Italia: di entrambi, anche insieme a Irene, ho tradotto e pubblicato diversi piccoli libri. Daniel Leuwers, francese anche lui, è stato professore a Tours e inventore della collana dei livres pauvres: è presente in entrambe le edizioni della collana “la stanza del poeta”. Tra i pochi egiziani che conosco, Sharif al-Shafiey l’ho incontrato a Marrakech nel 2015.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Antonio Masi
  • Titolo
  • La forza dell'utopia
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 130
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 15,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-11-7


Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola, di cui ricorre l’ottantesimo anniversario, Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà econo-mica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvol-gimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungo-no la Spagna. Terragni morì con i partigiani francesi, Elli trovò riparo in Russia dove visse, dopo l’esperienza in un gulag staliniano. Pagani e Grassi, dopo il confino di Ventotene, militarono nelle formazioni partigiane. Pagani agì a Milano nella SAP Magenta-Sempione, Grassi nella Brigata di Mantova-Cremona, Sangiorgio in Valtellina-Valcamonica. Il contributo della ricerca è significativo e importante perché dalla microstoria si ricostruiscono e si comprendono meglio le vicende della grande storia.

Bombardamenti dell’aviazione fascista su Barcellona

Nel corso del 2016 ricorreva l’anniversario dei bombardamenti dell’Italia fascista sulla popolazione civile. Il primo bombardamento sulla Catalogna avvenne dal mare contro la popolazione di Roses il 30 ottobre 1936, ma dall’inizio del 1937 l’aviazione italiana stabilitasi a Maiorca iniziò una campagna di bombardamenti sul litorale catalano e valenzano. Vennero sperimentati così, attraverso i bombardamenti su città come Barcellona, quelli che furono i bombar-damenti sulle città europee nella Seconda Guerra Mondiale. Ma si manifestò, nel contempo, la straordinaria resistenza della popolazione attraverso la costruzione di rifugi antiae-rei. Winston Churchill, primo ministro britannico, in un di-scorso pronunciato il 15 giugno 1940, davanti alla Camera dei Comuni, dichiarò: «Non sottovaluto per nulla la severità della prova che dobbiamo affrontare, ma credo che i nostri compatrioti saranno capaci di resistere come fece il coraggioso popolo di Barcellona e saranno in grado di lottare e sopportare altrettanto bene come hanno fatto altre persone nel mondo».

Mobilitazione dell’antifascismo europeo

Alessandro Vaia nel libro Da galeotto a generale, così racconta: «Il 18 luglio 1936 ci giunse la notizia della ribel-lione dei generali fascisti contro il governo democratico spagnolo. La vittoria del Fronte Popolare nelle elezioni del febbraio 1936 aveva suscitato grande entusiasmo e grandi speranze in tutto lo schieramento antifascista, specialmente in Europa. Ma Hitler e Mussolini non potevano tollerare l’insediamento in Spagna di un governo decisamente antifascista e sostenitore di una politica di pace, anche se costitui-to solo da forze moderate con l’esclusione dei socialisti e dei comunisti».
«La Spagna divenne così il punto più caldo dello scontro mondiale tra le forze della pace e quelle della guerra, tra il fascismo e l’antifascismo. Questa la posta in gioco in quel momento in Spagna e il movimento operaio e progressista, nella sua parte più avanzata, lo comprese immediatamente».
L’antifascismo europeo rispose immediatamente. La solidarietà si espresse attraverso la partecipazione di più di 50.000 volontari provenienti da 53 paesi differenti. Gli italiani furono più di 5.000. Ricordiamo figure importanti che militarono nelle Brigate internazionali, come Alessandro Vaia, Carlo Rosselli, Giuseppe Alberganti, Giovanni Pesce, Francesco Scotti, Ilio Barontini, Egisto Rubini, Giuseppe Di Vittorio, Pietro Nenni, Teresa Noce, Francesco Scotti, Luigi Longo, Leo Valiani e tanti altri ancora. Il 23 marzo del 1937 la vittoriosa battaglia di Guadalajara costituì per l’antifascismo italiano la prima sconfitta significativa del fascismo.

Dalla Brigate internazionali alla Resistenza

È il caso di dire che se il fascismo in Spagna vinse la bat-taglia iniziale della Seconda Guerra Mondiale, in Spagna l’antifascismo creò i quadri e le premesse per la vittoria fi-nale del 25 aprile. Infatti, quasi tutti i volontari italiani delle Brigate Internazionali, furono poi comandanti e commissari, dirigenti politici della Resistenza italiana ed Europea. La guerra di Spagna dunque, se fu utilizzata dal fascismo per soggiogare il libero popolo spagnolo, seppe creare al tempo stesso l’unità dell’antifascismo che sta alla base del successo della Resistenza in tutta Europa.

La Spagna nel cuore

Secondo Giovanni Pesce, di cui ricorre nel 2017 il deci-mo anniversario dalla scomparsa, il momento più alto della sua vita fu costituito dalla partecipazione alla Guerra di Spagna, con le Brigate Internazionali più ancora che la Resistenza. «In Spagna ero un povero minatore che andava a combattere a fianco di tanti volontari italiani e stranieri. Gente che aveva lasciato la propria famiglia, genitori, fratel-li, mogli e figli, gente che aveva gettato nella lotta la propria vita per quella di un altro popolo in grave difficoltà. Una storia altissima. Questa esperienza mi diede forza ideale, mi fece capire cosa fossero in concreto i valori della solidarietà, dell’umanità, dell’amicizia che a quei livelli non mi capitò mai di poter ritrovare né rivivere. Nella Resistenza eravamo tanti gruppi diversi, io ho fatto il gappista spesso da solo, anche se alle spalle avevo il Partito e il comando garibaldino. Ma era cosa diversa, l’afflato umano era minore. La Spagna ha rappresentato invece il richiamo per eccellenza ai più alti ideali di tutto il Novecento. Una storia che ha unito le persone più diverse in un comune percorso ideale. È stata l’ultima grande epopea del secolo breve».

Milano, 20 luglio 2017

Roberto Cenati
Presidente ANPI Provinciale di Milano

  • Autore
  • Mariano Coreno
  • Titolo
  • Canto la vita mia
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 72
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-07-0


I taccuini del vecchio poeta sono sempre una scoperta – in genere piacevole. Capita sempre di trovare, magari tra vecchie cose ripetute, o soltanto un po’ variate nell’espressione, tra nuovi spunti che il lettore abituale riconosce come parte di una eredità già altre volte saccheggiata, eppure capita di trovare un motivo davvero nuovo, un insolito fiore nel bouquet, un convincente messaggio in bottiglia. Perché il poeta lavora cosí e cosí finisce per mostrarsi: all’opera con se stesso, a dire la sua vita, comunicarsi in un dialogo ininterrotto. Chi gli presta attenzione, non rimane deluso. Chi sa cogliere almeno un nuovo palpito nella sua proposta poetica, ne sarà turbato e contento. Parole magari che vengono da lontano e recuperate appunto come da una bottiglia galleggiante; parole tenute a bada per anni, prima di autorizzarle a dirsi, a darsi alla luce.
Mariano Coreno ci ha abituati alla genuina onestà della sua cifra espressiva, fuori da scuole riconosciute, dentro invece un circolo di amicizie letterarie che gli danno – da sempre – il pane di cui nutrirsi: il sapore della vita. La sua infatti è poesia di vita, frammenti e lacerti vissuti e conservati per essere condivisi in parola, per essere raccontati a chi avrà il buon senso di non cercarvi altro che il senso di una vita. È l’età che gli permette adesso di “godersi lo spettacolo” e lo invita a “riposare”, la condizione di emigrante che da tempo ha ormai radici in due paesi lontanissimi e tanto diversi; è l’ormai matura consapevolezza di aver vissuto abbastanza per gli altri, insieme al desiderio di tenersi comunque a portata di voce, di non farsi rimuovere dal palinsesto dei giorni a venire; tutto questo spinge Mariano Coreno a scrivere ancora, a fissarsi sulla carta e proporsi al gioco della lettura. Le sue ultime cose, la prima sezione di Canto la vita mia, hanno la grazia leggera che proprio l’età consente, fogli di taccuino affidati al vento della memoria, in una spontanea dichiarazione di affetto per quanto di bello si possa godere – nella natura, in famiglia, con gli amici.
È un piacere avere Mariano in collana: la stanza del poeta se ne arricchisce – questo libro peraltro è anche per lui un regalo particolare, poiché contiene un pacchetto di fogli recenti e una scelta di poesie già apparse in Un albero per ombrello, un paio di anni fa. Un modo per affermare una presenza per nulla statica, anzi ancora vogliosa di esserci e di fare, di farsi ascoltare nelle diverse sue voci.

...stanco e sicuramente mortale
in attesa del colpo finale.
Ma col bene o col male
dico a tutti che la vita vale.

È una lezione da meditare, da tenere bene a mente: anche se della vita non sempre si riesce a cogliere il “bene”, comunque “vale”, e va vissuta al meglio del proprio impegno. Perciò la si può cantare, alla fine, le si può dire grazie in poesia perché possa essere – in parte almeno, quando possibile ma col massimo piacere – regalata a chi ne abbia bisogno.
Gli hanno perfino sparato, “con il fucile carico a pallottole di parole”, ma il vecchio poeta non si è fatto intimidire, anzi ha risposto, colpo su colpo, anch’egli sparando a parole – e, se è vero che ferisce piú la lingua della spada, figuriamoci le parole che diventano pallottole... Mariano Coreno non si è mai arreso alla vita, alla durezza di un’esistenza faticosamente conquistata e pervicacemente vissuta a testa alta, col sorriso sulle labbra anche se nel cuore la pena opprimeva la speranza.

Sulle mie spalle stanche
riposa la sera.

La gioia che gli danno i nipotini è tra le piú belle manifestazioni del “bene”: gli affetti familiari continuano a meritare un considerevole spazio nella poesia del corenese emigrato. La terra d’origine e quella di elezione sono legate nel giro degli affetti, nella presenza di persone care alle quali affidare un po’ di quel peso che si avverte sulle spalle.

Nascosto è il futuro
che non conosce nessuno.

Non vale la pena curarsene – in poesia può togliersi anche il male alla paura. Ci si mette in una bottiglia e ci si butta a mare: da qualche parte si arriverà. Il poeta sa che non si deve sprecare alcuna possibilità di spingere le pro-prie parole oltre il limite dei giorni...

La poesia
lievita il pane
invisibile
dell’anima.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Gianluca De Lucia
  • Titolo
  • Transgredior
  • Collana
  • L'albatro
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 10,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-05-6


Diamo fiducia a chi lo merita. Incoraggiamo chi ha il coraggio delle proprie scelte. In questa collana di poesia, “L’albatro”, il nome stesso della collana impone serietà di scelte ma pure slancio di sfida: simbolo del poeta, il grande uccello di Baudelaire si fa custode e al tempo stesso stimolo di poesia. In questo libro si presenta un esordiente che merita il posto in collana per il suo coraggio. Il giovane Gianluca De Lucia si affaccia con timore alla scena editoriale ma pure consapevole dei suoi mezzi - che devono essere affinati, certo, ma gli consentono già qualche momento di sicura presa espressiva.
Il titolo del libro di esordio è già un biglietto da visita con il quale poi si dovranno fare i conti. Ci si butta nell’arena e ci si dichiara: è una sfida e insieme una maschera – chi sono io per aver deciso di uscire in fra la gente e farmi valutare come poeta? Allora transgredior significa proprio questo: eccomi pronto a sfidare le regole e giocare con voi che mi leggete. Gianluca d’altronde si rimette apertamente al suo lettore ideale, al quale chiede perfino di essere aiutato a comprendere il senso della sua poesia. Ed è bello, da parte di un giovane (oggi i giovani sono diventati un tantino arroganti); è bello vedere in un giovane alle prime armi, alla prima pubblicazione, lo sforzo di farsi capire, il timore di non essere compreso, la speranza di trovarsi nel giudizio del lettore.
Questa raccolta di Gianluca De Lucia si compone di 46 testi (il doppio dei suoi anni…), scritti in un arco di anni considerevole, visto che le prime cose qui presentate risalgono alla prima adolescenza. Nel complesso, il libro c’è, si dipana in una serie di temi connessi alle dinamiche esistenziali, agli affetti provati, alla voglia di conoscere il mondo. Conviene che ad un libro di esordio si perdoni qualche leggerezza, ma qui ce ne sono di lievi davvero – ingenuità formali che non tolgono peso al dettato lirico, abbastanza controllato. L’autore di Transgredior sembra avviato a correre con rinnovato slancio le vie della scrittura: non gli mancano gli strumenti, per quanto ancora debbano essere migliorate certe maniere di approcciare le forme espressive. Non gli manca soprattutto l’onestà di confrontarsi, di accettare consigli (anch’essa rara, ormai) – leggiamolo con la stessa onestà.

Nota introduttiva di Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Salvatore Rinaldi
  • Titolo
  • Fede e società
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 336
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 18,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-04-9

Raccogliere gli articoli della rubrica “Fede e Società” da me curata per il quotidiano Primo Piano Molise, è una risposta a tutti quei lettori che hanno trovato in questo appuntamento settimanale un’occasione di approfondimento, come proposta di approccio culturale alle problematiche dell’uomo di oggi. L’accavallarsi talvolta farraginoso dei fatti del mondo, la rappresentazione di una quotidianità segnata dalla casualità e dal disordine, crea l’emergenza di risposte. Il volume vuol essere non un’astrazione o una fuga, a cavallo tra cultura e fede, ma un ancoraggio a principi non negoziabili che sovrastano le miserie e le asprezze delle cronache, come stimolo a guardare oltre e piú in alto, per riconoscersi nella Verità.
Durante la settimana ascoltiamo tante proposte; il mio augurio è una proposta di speranza che parte dal togliere la polvere dell’Indifferenza accumulata nel tempo a causa dell’esposizione agli occhi di una società troppo spesso insensibile, per giungere a condividere la gioia della vita che trova nell’oggi il suo inizio di eternità.
Eppure l’Uomo di Nazareth ancora oggi ci chiede: cerchi una relazione che ti dia felicità? E dalla risposta positiva ci propone di essere sua eco, suo prolungamento, accogliere le prostitute e i pubblicani, fare dei bambini i principi della Nuova Umanità e cingersi le vesti e mettersi l’asciugatoio per lavare i piedi a coloro che sono in periferia o nel campo del creato ove attendono di essere da noi curati perché feriti dal nostro populismo.

Salvatore Rinaldi