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Foglio Volante n°11 Anno XXXII Novembre 2017


Centenario di Zamenhof

Esattamente cento anni fa moriva a Varsavia, colpito da un infarto, Lazzaro L. Zamenhof.
Era il 14 aprile del 1917. Negli ultimi momenti della sua esistenza presenziarono al capezzale l’amata consorte Klara Silbernik e la figlia Lidja, che simpatizzava per la fede Baha’i.
I funerali si svolsero il giorno 16, partendo dalla sua abitazione di Via Krolewska 41. Quell’appartamento, che era alquanto spartano, non esiste più. L’edificio dove esso era situato venne infatti distrutto dai bombardamenti che, nel 1939, si abbatterono sulla città polacca. Così ha raccontato tempo addietro Louis C. Zaleski Zamenhof, nipote del Doktoro Esperanto. Il trasloco nella nuova abitazione, che si trovava davanti ad un parco alberato, avvenne a poco più di due anni di distanza dalla sua dipartita. Quegli alberi che vedeva dalle finestre e che tanta gioia gli procuravano non poté, quindi, goderseli tanto a lungo.
Il suo corpo lo tumularono nel grande cimitero ebraico di Via Okopowa, dove un rabbino formulò alcune rituali preghiere. Inizialmente nel luogo in cui venne sepolto era collocata una semplice lapide, dopo qualche anno questo punto subì però una radicale trasformazione.
La tomba come si presenta oggi risale al 1926 quando, in occasione del nono centenario della sua morte, sostituirono la vecchia lapide con un monumento ad opera dell’artista scozzese J. Coults. Al piede del granitico monumento, sovrastato da un simbolico globo terrestre, vi è una piccola aiuola sempre ben fiorita a cui fa seguito, in posizione scoscesa, una grossa stella verde ivi racchiudente la E centrale del nome Esperanto. Subito a fianco del declivio, caratterizzante l’artistica tomba, si incontra una piccola gradinata di passaggio verso uno dei tanti vialetti dello storico cimitero.
In una delle due diciture - stavolta scritte in esperanto - riportate sul monumento si ricorda (a latere) che tale opera fu eretta grazie al magnanimo contributo degli esperantisti di tutto il mondo. Ai funerali parteciparono, oltre ovviamente ai familiari, pure diversi amici e tantissimi samideani (le cronache di allora parlano di circa centocinquanta persone), tra questi era presente anche Antoni Grabowski, un chimico e, appunto, uno stimato samideano che era stato in diretto contatto con Zamenhof.
Nell’improntare un ossequiante discorso in suo ricordo, esso, lo volle perciò fare proprio in quella stessa lingua che il caro collega aveva ideato e tanto sostenuto. Il breve discorso si concluse così: “Dopo le pene della vita riposate quietamente, la terra sia per voi leggera!”. In quel giorno di metà aprile se ne era andato per sempre, a soli cinquantasette anni, un vero e fraterno amico dell’intera collettività mondiale.

Luciano Masolini


Dolori

Terza età, non mancano i dolori.
Mi fermo, guardo il cielo
per scorgervi una speranza.
Una voce mi dice
che i ponti non sono sicuri
e potrebbero crollare...
Allora, guardo il mare
e la voce delle onde
mi dice di accettare anche il male.

Amerigo Iannacone


“Quando il foglio volava…”
(Alla memoria di Amerigo Iannacone)

Ti ho sempre immaginato pensoso
fra le tante parole clandestine
e le carte degli altri sul tavolo
di un impegnato editore,
a correggere le emozioni
e gli stati d’animo espressi in poesie.
Eppure non ci siamo mai conosciuti
purtroppo, in questo mondo a rovescio
le persone buone fanno fatica
a rimirarsi negli occhi,
perché c’è troppa caligine nei giorni
che trascorriamo di fretta.
Ci vorrebbe la musica
di un oboe d’amore
per farci dimenticare chi siamo;
oppure una dissolvenza incrociata
in cui far ricominciare la sequenza
di un’altra nostra esistenza
laddove non ci saranno più né l’Arno,
né il Tamigi. Se puoi Amerigo
mandami la bozza della mia
autobiografia che solo tu
hai compreso bene, l’hai corretta
prima che lo facessi io
e sicuramente la manderai in stampa
dall’otto settembre al sedici luglio.
Telefonami e fammi sapere
quando terminerà questa eterna
metamorfosi, la tua voce
greve sarà come sabbia
sulle mie palpebre chiuse
che aspettano di svelare agli occhi
le bellezze dei tuoi luoghi sconosciuti,
così ci ricorderemo con gioia
di quando insieme andammo
a zonzo nel tempo che fu!

Isabella Michela Affinito


Foglio Volante n°10 Anno XXXII Ottobre 2017


Un pensiero per un amico

Era a fine anni ’80, poco dopo la pubblicazione del mio primo libro, che conobbi Amerigo Iannacone. Come tanti alle prime armi, cercavo nuovi contatti. Trovai in biblioteca un catalogo delle riviste in Italia (a quei tempi non esisteva internet, e tanto meno riviste telematiche) e scrissi a tante di quelle che facevano letteratura. Amerigo Iannacone mi rispose per primo. E fu tra i pochissimi che mi risposero! Probabilmente capì la mia inesperienza e la mia emozione, e fu così gentile nella sua risposta da offrirmi anche la sua disponibilità a pubblicare qualcosa sul “Foglio Volante”.
Iniziò così la mia collaborazione alla rivista, di cui apprezzai subito la snellezza, la chiarezza, l’impostazione internazionalista ed equilibratamente progressista. Ricordiamo tutti noi i tumultuosi anni Novanta, i blocchi politici contrapposti muro contro muro, il cosiddetto nuovo che avanza. Amerigo riusciva sempre a trovare la parola giusta e, come le vere persone di cultura, a capire nanche le ragioni degli altri, a tentare una mediazione pur nella obiettività diversità di ruoli ed opinioni. Non era facile a quei tempi. Da allora ho pubblicato, non regolarmente, racconti brevissimi, poesie, lettere. E, quasi senza neanche accorgercene, semplicemente, siamo arrivati fino a oggi.
Alcune delle sue battaglie meritano di essere ricordate, contro la barbarie di una sottocultura dilagante, perché, come diceva Nanni Moretti ne La palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Qui c’è tutta la passione per la nostra lingua italiana, per l’uso fiero e consapevole dell’italiano, per difendere il nostro bel parlare dalle più stupide derive anglicizzanti. Difesa della lingua non come retaggio di un’idea di retroguardia, ma perché dal pessimo uso delle parole e dalla resa stupida ed incondizionata al conformismo si possa produrre una reazione in grado di valorizzare un ricchissimo ed autonomo patrimonio culturale: difesa da una globalizzante mercificante e impoverente. Innumerevoli i suoi interventi tendenti a stigmatizzare e talvolta anche a ridicolizzare gli usi abnormi dell’inglese, in base ai quali una parola banale in italiano diventa intelligente in inglese; o un concetto stupido italiano diventa furbo in inglese; o un prodotto italiano scadente diventa ottimo in inglese, com’è per i mediocri film che mantengono il titolo inglese e non vengono tradotti (per fortuna, altrimenti già se ne capirebbe l’insulsaggine).
Potremmo dire ancora tante altre cose, in particolare sul suo amore per l’esperanto e sulla sua visione universalistica e non particolaristica della cultura. Potremmo anche dire molte cose sull’area tra Roma e Napoli su cui ha operato, con interesse da studioso, da storico, da uomo fortemente legato al territorio. Ma confido che altri possano trattare questi temi a parte, molto meglio di me e con gran dovizia di informazioni di prima mano. Amerigo, persona decisa ma sempre rispettosa, e mai superficiale, diventò sempre più negli anni un infaticabile operatore culturale, specie quando, raggiunta l’età della pensione, la casa editrice Eva conobbe uno slancio irresistibile con l’ampliarsi delle collane, l’arricchimento scientifico e qualitativo, le infinite presentazioni dei libri editi. La casa editrice Eva, già ampiamente presente nell’universo culturale italiano - e non solo strettamente letterario! - è diventata un punto di riferimento importante in Italia, il cui catalogo desta una grande vivissima ammirazione per tutti coloro che operano nel mercato o che semplicemente amano la cultura tout court, senza preconcetti, senza schemi rigidi.
Di vista sono stato con Amerigo una volta sola, purtroppo, e me ne pento. In quell’occasione, con mia moglie, conobbi Maria Grazia, moglie vivace, attenta e insostituibile alter ego anche per le attività culturali, e Chiara, preziosa giovane collaboratrice della casa editrice, da cui poi, dolorosamente, è piombata a tutti per mail la tristissima notizia. Ricorderemo sempre, mia moglie ed io, l’eccezionale carica di cordialità e simpatia che emanava dalla persona, il clima di sincera e duratura amicizia, il delizioso pranzo che ci offrì e che avremmo voluto ricambiare a Firenze, la nostra città, il pomeriggio passato a Venafro a contemplare le bellezze del paese, l’invito a ritornarci in estate.
Sono trascorsi neanche tre anni, e qualche volta ci è capitato di transitare in prossimità di Venafro, giù per l’autostrada per Salerno o al mare opposto verso Termoli. Il tempo stretto, la necessità di arrivare a destinazione all’ora prevista ci hanno, ingiustamente e crudelmente, impedito di ripassare per Via Nunziata Lunga 29. Amerigo mi aveva chiesto, quel giorno quasi piovigginoso del nostro incontro, di mandargli un racconto, una poesia. Io stavo concludendo quel periodo della mia vita, durato 40 anni, in cui avevo scritto un’infinità di testi letterari. Avevo deciso di imprimere una svolta alla mia esistenza, semplicemente pubblicando tutte le mie opere e poi passando a fare altro. E così non potetti inviare niente ad Amerigo. Non avrei pensato di scrivere qualcosa proprio per quest’occasione. Dimenticavo: ci salutammo il 5 dicembre 2014, erano circa le quattro del pomeriggio, un sole opaco stava per tramontare, eravamo lieti.

Paolo Ragni


Nei sogni mi appari

Nei sogni mi appari spesse volte
con la tua paterna e tranquilla presenza.
Ti parlo,
espongo il mio pensiero su alcune cose,
tu rispondi affermativamente,
come condividessi le mie idee.
Ma è così vivida la tua presenza
che un presentimento emerge dal mio animo:
cosa mi rende triste se tu sei qui?
Allora provo a sfiorarti
e la mia mano si perde nel vuoto.
Improvvisamente il sogno diventa sogno.
La realtà del sogno è un sogno nella realtà.

27 agosto 2017
Renzo Iannacone


Stress

Stress
Il giardino senza fiori
la luna rossa
gli occhi spalancati
al vuoto del mondo.
La statua della Libertà
immortalata in fotografia.
La mia mente si sfalda
tentando di rimuovere
quello che fu vissuto.

Teresinka Pereira - Brasile
(Traduzione di Giuseppe Napolitano)


Foglio Volante n°9 Anno XXXII Settembre 2017


Ricordo di Amerigo

La notizia dell’improvvisa e recente scomparsa di Amerigo Iannacone mi è giunta per caso, con qualche giorno di ritardo, nella città in cui vivo da cinquant’anni sebbene io sia nato e vissuto in Molise nei primi trenta. Senza esagerazione, sono rimasto stravolto per l’annuncio visto che conoscevo l’amico e collega di lavoro – essendo entrambi insegnanti – da più di vent’anni.
Non solo, egli è stato per due decenni uno dei miei editori principali pubblicandomi ben quattordici volumetti, ad iniziare dal primo da me intitolato Bilancio su Kant e Pirandello (1996), all’ultimo, Pirandello ottant’anni dopo, esattamente nel mese di aprile di quest’anno nel bel formato che contraddistingue la stampa delle ’Edizioni Eva’ di Venafro, sua città di nascita.
Io e Amerigo ci sentivamo, spesso telefonicamente, segno della nostra lunga, sincera e disinteressata e molisana amicizia; proprio una quindicina di giorni fa ci siamo scritti via internet e nell’ultimo suo messaggio egli mi ha pregato di rinnovare l’abbonamento a ‘Il Foglio Volante’, la rivista letteraria da lui diretta da tempo, con tale aggiunta: “per farlo vivere ancora”. Essendo un vecchio abbonato ho immediatamente provveduto al rinnovo della ‘Flugfolio’, come suona la traduzione del mensile in esperanto, lingua di cui egli era non soltanto esperto, ma anche autore di molti scritti che costituiscono un patrimonio imprescindibile per chi ama e si esprime in tale lingua artificiale inventata per i rapporti internazionali.
Di tale ‘Mensile letterario e di cultura varia’ (Monata literatura kaj kultura gazeto) sono stato a lungo collaboratore perché, pur nelle sue limitate dimensioni, ha rappresentato – e mi auguro rappresenterà ancora – uno strumento imprescindibile per chi voglia conferire alla moderna espressione creata dal medico polacco L.L. Zamenhof (1859-1917) quel valore di semplicità nella fonetica, nella sintassi e nel lessico.
Tornando a Iannacone editore, devo rilevare che di recente egli mi ha inviato la sua ultima fatica, C’ero anch’io, una autobiografia o quasi, intorno alla quale hanno scritto Aldo Cervo nella ‘Prefazione’, Giuseppe Napolitano in copertina e l’Autore medesimo, in una breve Nota. Il primo: “L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e della avventura culturale e artistica di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana”. Il secondo: “Rimanendo al di qua dello specchio (…) Amerigo Iannacone non è mai andato a sbattere nello specchio rischiando di romperlo, magari per vedere di là cosa ci fosse, o chi rischiasse di incontrare”. Il terzo: “Ero in dubbio (e un po’ lo sono ancora) se era il caso, se valeva la pena di dare alle stampe un’autobiografia (…). Scrivendo, mi sono reso conto che molti ricordi erano confusi, incompleti, lacunosi e spesso non facilmente ricollocabili in data più o meno certa. Ho fatto del mio meglio”.
La produzione libraria di Amerigo Iannacone è molto vasta, come sanno gli addetti ai lavori, e spazia un po’ in tutti i campi del sapere letterario come dimostrano le interviste presenti nell’ultimo libro, vista anche la sua predilezione per l’esperanto che trova d’accordo molti suoi amici e conoscenti, compreso lo scrivente, i quali, giustamente, non accettano la prevalenza, come idioma internazionale, né dell’inglese, né di altre locuzioni.
E, infatti, nell’intervista a Fulvio Castellani presente nel menzionato suo ultimo volume, alla domanda di quest’ultimo circa la diffusione dell’esperanto come manifestazione universale, il nostro amico così ha risposto: “Purtroppo le grandi masse vengono condizionate non dalle idee, ma dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode oltre ad essere in un modo o nell’altro dominate e sopraffatte (quasi sempre senza che se ne rendano conto) dal potere economico”.
Devo, al riguardo, anche rilevare che il mio citato e recente saggio su Pirandello, porta la Prefazione – e ne sono orgoglioso – proprio del caro e conterraneo amico Amerigo il quale, ad un certo punto, ha scritto che “nei diciotto capitoli di questo nuovo libro, Di Stefano analizza sedici aspetti della personalità del grande siciliano, alcuni dei quali poco noti al grosso pubblico, come ‘Pirandello pittore’, cui è dedicato l’ultimo capitolo”.
Naturalmente, il poeta e scrittore di Venafro non dimentica di osservare, da una parte, che Pirandello resta “uno dei più eminenti autori (narratore, drammaturgo, saggista e quant’altro) non solo italiani, ma europei e anche extraeuropei”, bensì pure che il grande Agrigentino è stato tradotto in esperanto – dopo il Convegno del 2012 a Mazara del Vallo – nel volume Luigi Pirandello kaj aliaj siciliaj autoroj (Luigi Pirandello ed altri autori siciliani), Ed. Fei, Milano.
“Si tratta – conclude Amerigo Iannacone – di una ponderosa antologia, curata da Carlo Minnaja che accoglie sedici autori, poeti e scrittori, a ognuno dei quali è dedicata, dopo una scheda bio-bibliografica, una scelta di testi, tradotti in esperanto”. In un’intervista concessa, infine, a Valentina Derme – sempre presente nel volume autobiografico citato – l’amico Amerigo ha, altresì, risposto alla domanda relativa alle difficoltà incontrate dai lettori, oggi in Italia, nei seguenti termini. “C’è oggi una società superficiale e distratta da un eccesso di mezzi a disposizione (televisione, Internet, telefonini, radio, ecc.) e forse troppo opulenta per dedicarsi al piacere della lettura (…). La lettura è un piacere, ma perché lo diventi deve superare una fase iniziale, che è faticosa (…); non è un caso che l’analfabetismo sia in aumento”.
Nell’accomiatarmi dall’amico, lo saluto sicuro che egli vive in una dimensione di eterna pace e di perenne felicità extra-temporale.

Lino Di Stefano


Inedita

Se desse retta
al razionale calcolo degli anni
dovrebbe abbandonare ogni progetto
e vivere alla giornata.

Ma la sua agenda mentale
è zeppa di eventi luminosi.
Sì, lo sa: quando sarà.
Ma intanto la sua vita è vita.

9.7.2017
Amerigo Iannacone


Il rossetto

Questa mattina vado
al bar per bermi il solito caffè.
Seduta davanti a me
Helen si mette il rossetto
e sinceramente lo confesso
tremo tutto al suo cospetto.
Tutta colpa del rossetto!

Mariano Coreno (Australia)


Foglio Volante n°8 Anno XXXII Agosto 2017


Verso un luogo diverso

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto abbia avuto senso
per te per tutti credere in un bel sogno.

Amerigo Iannacone è stato ucciso la mattina del 12 luglio (anniversario della nascita di Pablo Neruda), a Venafro, la sua città, mentre attraversava la strada. Certo che non l’hanno fatto apposta, ma è andata così, purtroppo: uno sbadato al volante l’ha colpito mortalmente, mentre – come tutte le mattine – si recava a prendere il giornale e un caffè al bar. L’avevo sentito la sera prima: preparavamo la presentazione di un libro a Formia, l’ultimo delle Edizioni Eva. Mi hanno telefonato in rapida successione gli amici Antonio Vanni, Maria Giusti e Ida Di Ianni: non ho potuto rispondere ai primi e da quest’ultima, dalle lacrime di Ida, ho appreso che una tragedia si era appena consumata.
In quei giorni Amerigo avrebbe dovuto incontrare in tipografia il caro Pontone, a Cassino, per preparare il nuovo numero del “Foglio Volante”. Questo. Questo che ora gli amici orfani hanno voluto dedicare interamente a lui, al compagno di tanta strada percorsa in amicizia di parola, per amore della parola scritta: insieme a lui, eravamo tanti a crederci ancora, nel valore della parola. Convinti che la poesia abbia ancora un posto nella vita, che sappia e possa parlare alla parte migliore dell’uomo, quella capace di leggersi dentro e sognare. Adesso ci sentiamo impegnati a non perdere quel valore, e vogliamo – a partire dalla pubblicazione di questo speciale numero del suo amatissimo “Flugfolio” – continuare a camminare le vie della parola. Per ora, questo. Poi raccoglieremo ancora altre testimonianze, magari certe sue cose inedite che già aveva in animo di pubblicare. Con la necessaria calma, ci prepareremo anche a organizzare un convegno per analizzare la sua opera complessiva di poeta e critico, giornalista e scrittore. Col tempo che ci vorrà.

È uno strano mercante il poeta
che la sua mercanzia mette all’asta
per un sorriso un bacio una carezza
– e magari anche per niente la regala
E vagabondo risponde a cento inviti
camminando le strade più lontane
portando in giro le parole – quelle sue
– che forse un altro poi saprà ripetere
È pronto sempre se deve a riconoscere
limitato il suo mondo – ma è possibile
che sia il suo quello più accogliente
quando qualcuno resta senza casa.

Ringrazio l’amico poeta tunisino Abdelmajid Youcef, che affettuosamente ha tradotto il mio testo in francese (sua moglie Siham Sfar è stata una delle ultime poetesse pubblicate nella collana la stanza del poeta delle Edizioni Eva):

Un étrange marchand, le poète:
sa marchandise il la met aux enchères
pour un sourire un baiser une caresse
– et peut-être il la donne pour rien.
Vagabond, il répond à toute invitation
en allant par les chemins les plus lointains
promenant les mots – les siens
certes, quelqu’un saura les reprendre.
Il est toujours prêt à le reconnaître
son monde limité – mais il est possible
qu’il soit le plus accueillant
quand quelqu’un reste sans domicile.

Giuseppe Napolitano


Cartolina precetto

Quando partirò
porterò con me soltanto
una valigia di ricordi
qualche rimpianto
per l'amore non dato e non avuto
un po' di nostalgia
per un'epoca d'oro favolosa
sempre immaginata.
Lascerò
un pezzo di anima
e un brandello di cuore
che avranno vita di parole.
Quando partirò
vorrò avere il volto sereno
e lasciare un sorriso
per quelli che con me
condivisero sogni luminosi
ed eteree speranze.
Ecco: il bagaglio è preparato.
Non aspetto
ma non sarò troppo sorpreso
quando arriverà
la cartolina precetto.

(Ceppagna, 12 giugno 2014, 22,35 )
Da Eppure

Amerigo Iannacone


Ad Aldo, che al funerale ha pianto

Aldo, sempre ti sei stupito,
senza farne un mistero,
della mia buona tenuta al bicchiere.
Ma anche per me la morte di Amerigo
è un vino troppo forte, troppo amaro.
È impossibile reggerlo, ti giuro.

(16 luglio 2017)
Gerardo Vacana

Foglio Volante n°7 Anno XXXII Luglio 2017


Landolfi e la morte del romanzo
(Landolfi è la morte del romanzo)

Sto rileggendo con la sorpresa della prima volta se non maggiore (pare che quella sorpresa, crescendo io, sia cresciuta anche lei con me) gli ultimi 71 elzeviri pubblicati da Tommaso Landolfi nella terza pagina del Corriere della Sera, dal dicembre 1967 all’agosto 1978. Tenendo presente, come avverte una nota agli stessi, che la maggior parte arriva soltanto al 1971, anno nel quale Landolfi cominciò a non sentirsi e a non stare piú bene.
Rileggo questi particolari, eccezionali “elzeviri” nel volume pubblicato da Adelphi nel 2012 col titolo, finalmente e definitivamente “landolfiano” Diario perpetuo. Un titolo che, sebbene voluto fortemente dall’autore, fu ripetutamente sostituito nel giornale citato con altri e singoli titoli, tanto bizzarri quanto infelici.
Non si ebbero tuttavia in proposito mai reazioni da parte di Landolfi: il quale – si sa – era tanto attento preciso e scrupoloso nel curare la scrittura di questi suoi pezzi (“pezzi d’anima” vorrebbe da definirli) quanto indifferente all’esattezza o meno della loro trascrizione a stampa. Nonostante ciò, o proprio perciò, non vanno “assolti” quei curatori della terza del Corriere per le loro stravaganti e offensive intromissioni: – quei curatori – o dovevano sapere come non una parola usciva mai a caso dalla bocca e dalla penna del narratore ciociaro. Nessuna parola, e tanto meno le due che formano il titolo Diario perpetuo.
Quel titolo, infatti, in particolare, era stato da sempre progettato e inseguito dal suo autore. Non solo dal 1969, quando lo aveva proposto ad Arrigo Benedetti nell’inviargli per il suo rinnovato Mondo il racconto Le maiuscole; ma fin dal 1954 quando lo aveva aggiunto come sottotitolo all’altro racconto apparso in stampa col titolo Ombre.
Insomma, era nata quasi insieme con Landolfi l’aspirazione o l’ispirazione a voler procedere, a dover procedere, prima o poi, alla narrazione delle varie fasi della sua vita; ed era nato quasi insieme con Landolfi quel titolo ripetutamente contraffatto dal Corriere.
E cosí, mentre scriveva su altro e di altro, Tommaso Landolfi pensava a scrivere, e “mentalmente” già lo scriveva, quello che doveva essere, che sarebbe stato il suo “vero” libro.
Purtroppo i critici, i nostri spesso troppo lodati critici, hanno volutamente o incolpevolmente ignorato questa realtà, sebbene abbiano parlato sempre, e non sempre adeguatamente, dei vari romanzi o racconti lunghi di Landolfi. Critici, i nostri beneamati critici, che hanno ignorato due volte la grandezza dello scrittore di Pico Farnese (cosí si chiamava il suo paese quando lui vi era nato, e apparteneva alla provincia di Caserta); due volte, si diceva, quei critici hanno sbagliato nei confronti di Landolfi: quando hanno cercato la grandezza dello scrittore dove non stava, quando non hanno cercato quella grandezza dove, al contrario, stava. Hanno preso, quei critici, come volgarmente ma azzeccatamente si dice, due “cantonate”. La prima (è bene ripeterlo) nel cercare Landolfi dove non stava; la seconda, nel non cercarlo dove stava.
Non tutti i critici hanno preso, ovviamente e fortunatamente, quella “cantonata”. Perché c’è un libro su Tommaso Landolfi, di Tommaso Landolfi, che ha scritto il nostro Italo Calvino; quasi a riparazione dei tanti abbagli e sbagli dei suoi colleghi critici. Cosa ha detto, cosa dice Calvino, presentando Le piú belle pagine di Landolfi (come si intitola il libro)? Dice, semplicemente e al tempo stesso audacemente e veritieramente, tra l’altro, questo: «... molte volte la disposizione d’animo che muove la mano dell’autore lo porta a disinvestire l’atto dello scrivere d’ogni pretesa di costruire un’opera compiuta e ben ricevibile e durevole, e a farne invece gesto noncurante, scrollata di spalle, sberleffo, come di chi ha sempre saputo che il fare è solo spreco, fumo, insignificanza...»
Figuriamoci se uno scrittore cosí “irregolare” poteva piacere, potrebbe piacere ai nostri critici che, essendo se non proclamandosi sempre, di “sinistra” o di “destra”, hanno fatto e fanno dipendere da detti paraocchi ideologici i loro ponderati giudizi! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che non è dal rispetto di questa o quella ideologia politica che dipende l’esistenza e consistenza di uno scrittore, ma dal valore etico ed estetico (non c’è l’uno senza l’altro) delle sue opere.
Stando cosí le cose (non sembra che la cosiddetta “morte” di ogni ideologia possa comportare la rivalutazione di uno scrittore cosí “anti- come appunto Landolfi) La conferma di questa “rassegnazione” o a questa “rassegnazone” è venuto solo pochi giorni fa: quando un critico non da poco come Pier Vincenzo Mengaldo in una intervista a La Repubblica, ha citato come grandi narratori tanti nomi ma non, tra essi, quello di Landolfi.
Dobbiamo, dunque, rassegnarci (noi pochi stimatori di Landolfi); rassegnarci ma non rammaricarcene piú di tanto: piú di quanto non se ne sarebbe rammaricato Landolfi stesso: il quale, non se ne sarebbe rammaricherebbe Landolfi stesso, il quale non se n’è una volta rammaricato né se ne rammaricherebbe assolutamente. Come non si rammaricava né se la prendeva per i numerosi errori con cui spesso apparivano i suoi scritti
Ed è forse in questo suo atteggiamento sprezzante verso e contro tutti i critici che si può cogliere il perché dell’atteggiamento cosí sprezzante verso e contro di lui da parte dei critici.
Quanto, poi, alla vita vera, alla vita privata vissuta di Landolfi (avviandomi alla conclusione di questo articolo dedicato a uno scrittore “autobiografico”, credo di potervi fare riferimento), quella vita stessa fu crudele verso di lui almeno quanto lui fu crudele verso di lei. Gli ultimi anni (“ultimi” ma purtroppo “non pochi”) furono davvero un “calvario”: Che lo scrittore non solo sopportò umanamente con intrepido coraggio, ma dominò poeticamente con la sua inesauribile arte.
La vita fu ancora – una volta eliminato lui – crudele con i suoi stessi figli: Idolina, che dedicò ogni istante della sua non lunga esistenza a decifrare per sé e per noi altri la misteriosa figura paterna (somigliandogli e identificandosi con lui, sia nel diventare lei stessa notevole scrittrice, sia venendo come lui uccisa dal cancro); suo figlio Landolfo che, accoppiando detto nome al quasi omonimo Landolfi, fu come se avesse ereditato in sé e per ben due volte suo padre (e facendolo per la seconda volta morire il lui).
A chi, infine, è rimasto (una nuora? una nipote?) di quella aristocratica famiglia (“aristocratica” in senso storico e metaforico) la nostra piú sincera e commossa gratitudine e solidarietà: sincera, commossa, ma anche – come l’avrebbe liquidata e dissacrata Landolfi stesso – “perfettamente inutile”!
E infine (stavolta “infine” davvero) un pensiero ai lettori (un manipolo sempre piú ridotto ed eroico): un pensiero come saluto e ammonimento insieme: Cari Lettori, voi potete ben conoscere tutti gli scrittori del mondo, ma se non conoscete Tommaso Landolfi è come se non ne conosceste nessuno!
Coreno Ausonio, maggio-giugno 2017
Tommaso Lisi


Mi impegno sempre

Cado sempre, mi impegno sempre
per un giorno nuovo
una mattina diversa
mi batto sempre
per una primavera mai vista.
Cado sempre, mi impegno sempre
per degli occhi attenti
per delle orecchie
attente
ribelli.
Non aspetto mai e mi muovo
sempre
con le mani
nella merda
fino al gomito.
Non aspetto mai e do tutto
tutto
per un’ora felice
un attimo
una notte tranquilla
grido e graffio
non aspetto mai
mi muovo, cado sempre
senza risparmio
fino in fondo
non aspetto mai
con la carne sempre piú
a buchi
mi aggrappo alla nostra storia
al nostro tempo
che dovrebbe discendere
presto
da uno stradone bello e immenso
senza piú grigliati
davanti
senza muri
senza piú spioncini sbarre
senza pali
senza suoni e silenzi
cinici e crudeli.
Mi impegno sempre
cado sempre
non mi stanco mai
non aspetto mai.

Ferruccio Brugnaro
Spinea (VE)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Nomi e names

Le persone che ho conosciuto da ragazzo, i compagni di scuola, gli amici, gli adulti, quelli che abitavano dove abitavo io, quelli che incontravo in piazza, si chiamavano Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, Carla, Dario, Marco, Claudia, Enrico, Giuseppe, Ida...
I ragazzi di oggi si chiamano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, Dustin, Erik, Jennifer, Jason, Jeffrey, Max, Brad, Fanny, Danny, Kate...
E quasi sempre ci sono bizzarri accostamenti tra nome e cognome, tipo Jennifer Esposito o John Brambilla, al limite del ridicolo.
Questo ci fa supporre che a Londra e a New York, dove una volta i nomi erano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, ecc., oggi sono Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, ecc.
O no?


Foglio Volante n°6 Anno XXXII Giugno 2017


Ricorre quest’anno il centenario della morte di Zamenhof uno dei grandi benefattori dell’umanità

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Ludwik Lejzer Zamenhof, l’iniziatore dell’esperanto, che, nato a Bialystok il 15 dicembre 1859 morí a Varsavia 14 aprile 1917.
Il 14 aprile 2017, nel giorno del centenario, La Stampa di Torino dedica a Zamenhof e all’esperanto un’intera pagina, a firma Diego Marani, il che poteva essere una bella cosa se non fosse che nell’articolo si trovano piú che delle inesattezze, delle affermazioni molto discutibili e una conclusione subdola.
Cominciamo dal titolo. “Esperanto, l’utopia fallita della lingua unica europea”; in otto sole parole almeno tre espressioni volutamente fuorvianti. 1) “Utopia”: che cos’è un’utopia? Chi lo stabilisce che si tratti di utopia? Tutte la grandi invenzioni e i grandi progressi dell’umanità erano considerati “utopia” prima che si realizzassero. Utopia era l’abolizione della schiavitú, utopia era che l’uomo potesse volare, utopia era che si potesse inviare una lettera, un’immagine, una musica, in tutto il mondo in tempo reale e senza costi, utopia erano il telefono, la radio, la televisione; lo era la vittoria su malattie come la peste, il vaiolo, la polio; lo era anche la “carrozza senza cavalli” e tutto ciò che fa oggi comoda la nostra vita. Ma “utopia” diventa una parola-alibi per respingere e rigettare pregiudizialmente una cosa per la quale non ci va di impegnarci, o che va a intaccare un nostro preconcetto o dei nostri interessi.
2) “Fallita”: chi l’ha detto che è fallita? L’esperanto è una realtà ed è pronta per l’uso. Ha una sua storia, una sua letteratura, un elevato numero di esperantofoni in tutto il mondo. Basterebbe solo che si provasse il rispetto della propria dignità e l’orgoglio di sentirsi liberi, affrancandosi dalla schiavitú ideologica della necessità di seguire masochisticamente la legge del sopraffattore.
3) (E questa mi sembra la cosa piú grave): “lingua unica europea”. Significa non aver capito nulla (o far finta di non aver capito nulla) dell’esperanto. L’esperanto non vuole diventare lingua unica né mondiale né europea, ma sostiene anzi che tutte le lingue, tutte le identità, tutte le etnie hanno pari dignità e hanno pari diritto ad esistere. Ogni popolo, ogni nazione, ogni etnia ha diritto di conservare la propria lingua e l’esperanto dovrebbe diventare seconda lingua di tutti e prima di nessuno, per la comunicazione soprannazionale (senza interpreti e senza traduttori). Sostenere che l’esperanto aspiri a diventare “lingua unica” è come dire che esso minacci le identità nazionali, mentre è tutto il contrario: l’esperanto difende le identità nazionali, contro l’invadenza e la sopraffazione del piú forte. Ogni popolo ha diritto di conservare la propria lingua e affiancarvi l’esperanto come seconda lingua per la comunicazione soprannazionale.
Alla fine dell’articolo, Diego Marani esce allo scoperto: liquida l’esperanto come un «intellettuale passatempo per pochi appassionati». No, caro Marani. L’esperanto è una cosa seria, non è un passatempo: è una lingua che non ha eguali per praticità didattica, per la fonetica, per la duttilità e per altre caratteristiche che ne fanno una lingua superiore, che permette piú di qualsiasi altra, ogni sfumatura di significato, con 130 anni di sperimentazione, con una ricca letteratura. Le vorrei dire: provare per credere.
«Ma se lo volessimo, – scrive Marani – un nuovo Esperanto ce l’abbiamo a portata di mano. È l’inglese che i britannici ci hanno imposto e che ora ci lasciano andandosene. Prendiamocelo dunque, e facciamone la lingua condivisa della nuova Europa. Nostro, non britannico, piú nessuno a dirci come si pronuncia, un inglese europeo, nato dal miscuglio e dalla contaminazione, come del resto è già diventato.»
Cioè: gli inglesi (e, io aggiungerei, gli americani) ci “hanno imposto” una lingua che ci costa fior di quattrini, per l’apprendimento, per i diritti d’autore, ecc., ci espropria della nostra identità, ci fa diventare cittadini di serie B, ci mette nella condizione di cittadini subordinati, (solo per fare un esempio, nei concorsi europei, dove sarà dura per un concorrente, mettiamo di Roma, prevalere su uno di Londra) e noi dovremmo considerarlo come un regalo.
Aggiunge poi subdolamente Marani: «se il vecchio Zamenhof potesse sentirci parlarlo, sarebbe fiero di noi», come dire che Zamenhof sarebbe contento se noi facessimo in modo che tutta la sua vita risultasse una vita inutile.
Ma Zamenhof è uno dei grandi benefattori dell’umanità: il tempo gli darà ragione.
Amerigo Iannacone


Il fiore è piú felice...

Il fiore è piú felice
se rimane sulla pianta,
o se è colto, donato,
messo in un vaso
ad allietare la casa?
Forse il fiore è contento
nell’uno e l’altro caso.

(14 febbraio 2017)
Gerardo Vacana
Gallinaro (FR)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Fare, soddisfare e strafare

Leggo nella pagina culturale di un importante quotidiano: «Cinquant’anni fa moriva l’artista che soddisfò la fame di risate con lo stile del vero aristocratico, Totò» (il corsivo è mio). Ma il passato remoto del verbo soddisfare è forse soddisfai, soddisfasti, soddisfò...? Certamente no (fa pure rima), ma è soddisfeci, soddisfacesti, soddisfece, ecc., perché il verbo soddisfare, si coniuga come fare, di cui è un composto.
È pur vero, però, che in alcuni tempi e modi, l’uso ha finito per far accettare una duplice (o, a volte, triplice forma). Per cui abbiamo: ind. pres. soddisfàccio o soddisfò [raro e che, comunque, non è passato remoto] o soddìsfo, soddisfài o soddìsfi, soddisfà o soddìsfa [arc. soddisfàce], soddisfacciàmo [fam. soddisfiàmo], soddisfàte, soddisfànno o soddìsfano; fut. soddisfarò o soddisferò, ecc.; cong. pres. soddisfàccia o soddìsfi, ... soddisfacciamo, soddisfacciate, soddisfàcciano o soddìsfino; cond. soddisfarèi o soddisferèi, ecc.; per tutto il resto è coniugato come fare. Analogo discorso vale per gli altri composti come rifare, contraffare, sopraffare, disfare, liquefare, assuefare, strafare, ecc.
Riepilogando: la via maestra è quella di coniugare i verbi composti con fare, appunto come fare. In alcuni casi c’è una doppia forma: è lo scotto che la grammatica paga all’uso.


VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Sedicente poeta
Immagino i tuoi pensieri.
Lo so che ti chiami Dante,
ma non sei Alighieri.

12.4.17

Foglio Volante n°5 Anno XXXII Maggio 2017


Giorgio Bàrberi Squarotti ci ha lasciati
Un grande uomo e un fine intellettuale

Il 9 aprile scorso è morto a Torino Giorgio Bàrberi Squarotti. Il 14 settembre avrebbe compiuto 88 anni, essendo nato nel 1929.
Critico letterario, poeta, professore universitario, italianista, direttore del “Battaglia”, il Grande Dizionario della Lingua Italiana, la maggiore impresa lessicografica dopo il “Tommaseo”, per la Utet, autore di testi di letteratura su cui si sono formate generazioni di studenti, Squarotti è stato un punto fermo, imprescindibile, per la letteratura italiana. È stato professore all’Università di Torino, dove ha insegnato dal 1967 al 1999, titolare della cattedra di Letteratura Italiana, ereditata dal suo Maestro, Giovanni Getto.
La sua competenza abbracciava praticamente tutta la storia della letteratura italiana dagli esordi ai nostri giorni. Molto spesso i critici letterari, anche i piú bravi, finiscono per specializzarsi su un periodo storico particolare, e cosí abbiamo i novecentisti, gli ottocentisti, i trecentisti, i dantisti e cosí via. Squarotti conosceva in modo approfondito tutta la storia della letteratura dal Placito capuano del X secolo a oggi.
Ecco alcuni autori dei tanti, sui quali ha scritto saggi o monografie: Giosuè Carducci, Carlo Goldoni, Dante Alighieri, Torquato Tasso, Francesco Petrarca, Francesco Berni, il nostro Francesco Jovine, Niccolò Machiavelli, Giuseppe Bonaviri, Guido Gozzano, Igino Ugo Tarchetti, Italo Svevo, Vittorio Alfieri, Giovanni Arpino, Carlo Emilio Gadda, Leonida Rèpaci, Giordano Bruno, sul quale ha curato diverse opere.
Dirò di piú. Conosceva anche tutti i poeti e gli scrittori contemporanei, a tutti i livelli, anche i piú giovani, e conosceva, diciamo cosí, la geografia poetica di tutta l’Italia. Nel senso che, trovandosi a passare per una città, per un paese, sapeva che lí c’era, per esempio, un certo poeta, un certo scrittore.
Quando lo si conosceva di persona, colpiva la sua gentilezza, la sua signorilità, la sua cortesia, il suo garbo. Era una persona dalla gentilezza squisita e sincera che non faceva mai pesare all’interlocutore l’autorevolezza che aveva nel campo delle lettere.
A chi gli mandava un libro – e si può immaginare quanti libri ricevesse – scriveva sempre, ringraziando e, se anche fossero state due sole righe, in quelle due righe c’erano sempre una frase, un paio di aggettivi ben appropriati, che tra l’altro dimostravano che il libro lo aveva letto davvero.
Il suo ultimo libro di poesie, la silloge Le finte allegorie, è uscita nelle nostre Edizioni Eva nell’agosto 2016, con prefazione di Giuseppe Napolitano, ed è stato presentato a Venafro il 3 settembre 2016. La precedente raccolta di poesie era uscita nel 2016, con le edizioni Achille e la Tartaruga, titolo Le domande (e qualche scherzo).
Giorgio Bàrberi Squarotti, un grande uomo e un fine intellettuale, che continuerà a vivere nelle sue innumerevoli opere.
Amerigo Iannacone


Lo scoiattolo

Lo scoiattolo fulvo balzò giú
dal pino, quello un po’ malato ormai,
stette un poco diritto in mezzo all’edera:
curiosamente fra le zampe aveva
non la nocciola, ma la sfera lucida
di acciaio. La posò davanti a sé,
la contemplò con dubitosa cura,
poi la sospinse fra le foglie e l’erba
avanti e indietro, come per un gioco
ma accurato e preciso, molto meno
gratuito del piacere del ragazzo
che inventa vento e calma, nubi e sole
per provare le infinite venture
del tempo, della vita, della storia.

Giorgio Bàrberi Squarotti
[Da Le domande (e qualche scherzo)]


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

E la cella diventò camera di pernottamento

Tanti i problemi delle carceri italiane. Sta cambiando qualcosa? Sí, cambia (in peggio, ovviamente) la terminologia. Non è uno scherzo, una circolare del Ministero della Giustizia - Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria - Direzione Generale dei Detenuti e del Trattamento, con assoluto sprezzo del ridicolo impone di non chiamare più celle le celle, ma “camere di pernottamento”. E la domandina diventa “modulo di richiesta”, il portavitto “addetto alla distribuzione pasti”, il piantone “addetto alla persona”, lo spesino “addetto alla spesa detenuti” e cosí via.
Chissà come saranno contenti i detenuti! Vuoi mettere la differenza: dormire in una cella e dormire in una “camera di pernottamento”!


Foglio Volante n°4 Anno XXXII Aprile 2017


Tommaso Landolfi: il piú grande

Narratore e scrittore (annullata in lui ogni distinzione o differenza tra l’uno e l’altro), dal tono antico e dal piglio moderno; austero e ilare; solitario e generoso; inventore instancabile di storie assurde e inquietanti; di linguaggi raffinati e beffardi; voce italiana a gara con quella russa di un Dostoevskij o di un Gogol: tutto questo, e oltre e altro, Tommaso Landolfi (Pico, Frosinone, 1908 - Roma 1979).
Poeta, se mai ce ne furono, in ogni sua opera, in ogni sua frase e in ogni parola: nessuno seppe come lui ridare linfa vitale ad un linguaggio che l’aveva perduta, e rivestire di classica regalità termini o blasfemi o plebei. In questo, e fortunatamente solo in questo, un nuovo D’Annunzio: nella sapiente e disinvolta capacità di esternare le parole più armoniose della lingua e l’armonia più profonda delle parole.
Ma mentre D’Annunzio sprecava un tale virtuosismo linguistico giuocando con la sicura e rassicurante esistenza del nulla, Landolfi fu fino all’ultimo impegnato a esorcizzare la possibilità che il nulla nasconda il suo contrario.
Piú grande, perciò, del D’Annunzio. Ma non solo. Piú grande di tutti gli autori, in prosa e in versi, del nostro Novecento. In questo primato, insidiato forse soltanto da un altro creatore come lui di mondi e di linguaggi straordinari: Carlo Emilio Gadda.
Tommaso Lisi


A Tommaso Landolfi

La bocca di certi critici ha una lingua che non perdona!
Cosí di te va dicendo ch’eri soltanto
un trapezista del linguaggio, un acrobata
della parola. Ma tu “volavi senza rete”,
mentre chi di te cosí parla lo fa stravaccato in poltrona.
Tommaso Lisi


La magia

Voglio questa sera
pensarti,
ma la magia della notte
ti allontana da me
come il tempo dai meridiani.
Vorrei fermare la terra,
per poi fermare il tempo,
e il giro delle coincidenze terrestri.
Così, ferma, mi aspetterai.

Arjan Kallço
Korcë (Albania)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Il virus anglogeno

Mi scrive un amico del Foglio volante: «Ciao Amerigo, mi piacerebbe che tu facessi, con la solita verve, un articolo su open day, la scritta che campeggia in tutte le scuole, perfino sulle inferriate del Liceo “Pollione” formiano. Magari lo avessero scritto in latino, capirei l’antifona, ma studiano le lettere classiche e non trovano un’espressione equivalente a quest’inglese che se ne esce dall’Europa per restarci attaccato alle meningi! Cordiali saluti, A. Villa».
L’espressione equivalente c’è sempre (in questo caso basterebbe “inaugurazione”) e qualora non esistesse già, si potrebbe sempre coniare. Quello che non funziona sta nella nostra testa: si tratta di una sorta di virus che sopravvive nutrendosi di pigrizia intellettuale, di servilismo o piaggeria verso quelli che si considerano i padroni, di un provinciale e rozzo tentativo di sprovincializzarsi. Con il beneplacito di chi ci governa che non solo avalla, ma incentiva la mania anglofila coniando espressioni come “jobs act”, “day hospital”, “social housing”, “premier”, “welfare”, “stepchild adoption” e via farneticando. Il morbo è purtroppo cronicizzato: difficile da curare. Pure, direi, seppure debilitati, non abbandoniamo la speranza.


Foglio Volante n°2 Anno XXXII Febbraio 2017


La fanciullesca gioia di Diego Valeri

Diego Valeri nacque nel 1887 a Piove di Sacco (Padova) e visse prevalentemente nel Veneto, tra Padova e Venezia. Insegnò nei licei e fu poi professore di Letteratura francese e di Letteratura italiana moderna e contemporanea nell’università di Padova.
Nel 1943, dopo l’8 Settembre fu condannato per antifascismo, ma riuscí a riparare in Svizzera, da cui ritornò alla fine del conflitto.
Tranne questo doloroso episodio, la vita di Valeri trascorse, senza accadimenti rilevanti, tutta nella scuola; e come egli stesso ha detto, «la scuola, si sa, non è un luogo di avventure drammatiche o romanzesche». Ma ha anche confessato di non essersi mai pentito, in tanti anni, di aver scelto «l’umile lavoro scolastico», preferendolo ad altri piú redditizi e meno faticosi, aggiungendo di aver lavorato sempre con piacere.[1]
Come poeta, Valeri si è tenuto lontano dalle mode. La silloge Poesie vecchie e nuove, del 1930, verrà ristampata sino al 1952; il volume Poesie fu pubblicato nel 1962 e Poesie scelte negli Oscar Mondadori, nel ’76; non vanno dimenticate le poesie per bambini e ragazzi de Il campanellino - S.E.I. Torino, 1928 e 1951.
La poesia di Valeri si presenta facile, sebbene soltanto in apparenza; essa s’è mantenuta «aliena dalle corrosioni intellettualistiche e dalla poesia al quadrato», come ha rilevato Pier V. Mengaldo.
Il Nostro ha sentito l’influsso di Alcyone, opera in cui D’Annunzio ha gioito per il ritorno inaspettato, nella sua anima; della lontana infanzia ed ha definito il fanciullo rinato – anche se per poco – in lui, e cosí amato, «intimo fiore dell’animo... fiore della divina arte innocente...»
Come il D’Annunzio alcionio, Valeri ha trovato rifugio nella natura.
Il Nostro, avendo saputo conservare nell’uomo maturo un’antica, serena meraviglia, ha accolto a lungo dentro di sé, il “fanciullino” pascoliano, sempre cosí curioso e capace di freschi stupori.
Valeri è andato a ricercare le minute sorprese che può riservare la natura, ricevendone una candida letizia: «Oh, la mia vecchia gioia fanciulla!»
A lui non è sfuggito, ad esempio, il luccicare d’un coccio abbandonato sulla terra bruna d’un orto. S’è incantato, aggirandosi in piazza, tra le bancarelle delle erbivendole, a contemplare «i giochi magici del sole» tra gli ombrelloni di nuovo aperti dopo un acquazzone. In uno squallido vicolo, il suo sguardo s’è rallegrato alla vista delle rose, che, sul davanzale d’una finestra, «ridevano come spose / preparate per la festa». Il poeta, proprio come un fanciullo, ha tante volte trasfigurato la realtà. Una colomba «tutta nitida e bionda», che risale lentamente lo spiovente d’un tetto, gli è sembrata «una dolce regina / di Saba / che rimonti le silenziose scale / della sua fiaba»; e cosí, in un canale di Venezia, un barcone pieno di zucche e di cipolle, lo ha visto splendere «fastoso come un bucintoro»...
Nella poesia dal titolo Annunciazione[2] Valeri presenta un ragazzino che, in una domenica mattina di primavera, se ne va gironzolando «con la sua cara e strana felicità segreta / d’andar e di guardare: prendere un po’ di gioia / da tutto, o un po’ di pena, vagando senza meta». Ed è proprio quello che lui stesso è solito fare...
In tal modo il fanciullo rivolge lo sguardo a dei vasi fioriti a una finestra; a un improvviso volo di colombi, al chiaro viso d’una ragazza, a un cane, brutto nell’aspetto, ma dagli occhi soavi
Quasi senza accorgersi, egli arriva in cima ad un colle, dove sorge una chiesetta. Il panorama che si gode da lassú è vastissimo e luminoso.
Il fanciullo, che si ferma assorto, d’un tratto, avverte dentro di sé, per un attimo, ma un «attimo immenso», come un annuncio per lui del tutto nuovo... E lo interpreta cosí il poeta: «Ecco: e nel cuor fanciullo nasce improvviso un senso / d’universo e d’eterno, e un nuovo amore pio della vita.»
Valeri si spense quasi novantenne a Roma, nel 1976.

Franco Orlandini


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[1]Dall’Antologia popolare di poeti del Novecento, a cura di Masselli-Cibotto, Vallecchi, 1973.
[2]Dalla raccolta Ariele, 1924, poi confluita in Poesie vecchie e nuove.


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Lenzuoli e lenzuola

Nella nostra bella e capricciosa lingua ci sono parole che hanno due distinti plurali con due diverse accezioni, tra le quali a volte non è facile districarsi, perché ogni vocabolo e ogni forma del vocabolo ha sue proprie peculiarità. Esaminiamo qualche caso.
“Grido” al plurale può fare “grida” e “gridi”: le grida sono dell’uomo, i gridi degli animali o anche dell’uomo se isolati o comunque non considerati nel loro susseguirsi. “Urlo” al plurale può fare “urli” e “urla”. Stessa cosa che per “grido”? Sarebbe troppo facile. “Gli urli”, dicono i vocabolari, è forma singolativa, cioè forma che oppone l’individuo alla massa (opposto a collettivo), come per es. frutto è la forma “singolativa” rispetto a frutta e la forma “singolare” rispetto a frutti.
“Braccio”, semplificando, al plurale fa “braccia” se si intendono la due braccia umane, “bracci” se si intendono p. es. i bracci di un lampadario, di giradischi e simili, o bracci meccanici di macchine come una gru, un escavatore e sim. Ma anche i “bracci” umani, se presi singolarmente, p. es. “tutti i bracci sinistri dei ragazzi”.
Il plurale normale di “filo” è “fili”, mentre “le fila” ha valore collettivo e in locuzioni particolari, es.: “Ha in mano lui le fila della congiura”.
Il plurale di “calcagno” è “i calcagni” in senso proprio e “le calcagna” in senso figurato.
Il plurale normale di “lenzuolo” è “lenzuoli”, mentre il plurale “lenzuola” indica il paio che si stende sul letto. Molti – sarei tentato di dire tutti – usano erroneamente “lenzuola” per tutti i casi e non solo per la coppia.
Un po’ di anni fa, eravamo alla fine degli anni Ottanta, scoppiò uno scandalo che fu chiamato delle “lenzuola d’oro” e riguardava le forniture di biancheria per i treni notturni, ovvero i lenzuoli per le cuccette e i vagoni letto, che vennero pagati a prezzi gonfiati e fuori mercato. Raccontò Gaetano Afeltra, allora collaboratore delle pagine culturali del Corriere della Sera, che lui mandava i pezzi al giornale scrivendo “lenzuoli d’oro” e gli stenografi (sì, all’epoca c’erano ancora gli stenografi) gli correggevano inesorabilmente “lenzuola d’oro”. E in effetti il caso rimase con il nome di “scandalo delle lenzuola d’oro” e non “dei lenzuoli d’oro”. Il plurale “lenzuola” è tanto diffuso che se uno usa la forma “lenzuoli”, in qualunque caso, viene percepito come un povero ignorante.


È morto Tullio De Mauro, amico dell’esperanto

Il 5 gennaio scorso è morto a Roma Tullio De Mauro, linguista di chiara fama e da molti decenni amico dell’esperanto. Aveva 85 anni, essendo nato a Torre Annunziata nel 1932. È stato anche Ministro della Pubblica Istruzione, nel 2000-2001, col Governo Amato II.
Altri hanno illustrato e illustreranno i suoi meriti scientifici. Noi vogliamo ricordare i numerosi testi in cui si è espresso favorevolmente all’esperanto, a partire dalla sua introduzione alla edizione moderna del Manuale di Esperanto di Bruno Migliorini negli anni ’90 del secolo scorso.
De Mauro riteneva che l’esperanto potesse essere usato con profitto a livello europeo. Per usare le sue parole: «Una comune lingua senza base etnica definita può essere (come già è tra gli esperantisti) una chiave facilitante, transglottica, dei sempre piú necessari rapporti tra culture. E, in molti casi (redazione di testi e codificazioni di rilievo internazionale), potrebbe assumere una importante funzione di riferimento giuridicamente primario e nazionalmente neutro. Si pensi alla complessa esperienza in atto nell’Unione Europea, su cui si è soffermato da ultimo Claude Piron (Le dèfi des langues. Du gauchis au bon sens, Parigi 1994)».
Lo stesso favore per l’esperanto De Mauro ha ribadito in una delle sue ultime presentazioni pubbliche, il 15 novembre scorso, intervenendo ad una giornata in onore di Renato Corsetti all’Università di Roma.


Il poeta e Dio
(o il poeta è Dio?)

A Dio, solo il poeta è somigliante.

Non si dice di Dio ch’è creatore?
e del poeta che anche lui crea?

A fare l’uno dall’altro distante
c’è che il poeta muore.

Coreno Ausonio, 24/7/2016
Tommaso Lisi


Foglio Volante n°1 Anno XXXII Gennaio 2017


Gli Altavilla e le Efsiei

Riporto uno stralcio di un articolo uscito sul Fatto quotidiano del 25 novembre 2016, a firma Marco Palombi:
«Cassino era famosa per la celebre abbazia benedettina, per una lunga battaglia della Seconda guerra mondiale e i relativi cimiteri di guerra e infine per la fabbrica Fiat. Grande è stata dunque la nostra sorpresa quando Alfredo Altavilla – che è di Taranto, ma di lavoro fa il chief operating officer di Fiat-Chrysler per l’Europa – ha cominciato a magnificare dentro la fabbrica ciociara i meriti di una cosa chiamata“efsiei”. Dice: Efsiei di qua, Efsiei di là e pure “Efsiei ha lottato per ridare al sistema Italia flessibilità, velocità, innovazione”. E persino: “Efsiei assumerà 1.800 persone”. Matteo Renzi, lí accanto, annuiva convinto, Sergio Marchionne pure. Solo la consulenza di un amico con vasto uso di mondo ci ha consentito infine di capire che Efsiei sarebbe quella che noi plebei chiamiamo “Effecià”, cioè FCA, società che avendo sede legale in Olanda e fiscale a Londra può ben dirsi “Efsiei”. [...] Vabbè, la ripresa mondiale dell’auto ha dato al premier quel po’ di crescita di cui può vantarsi e allora «viva Efsiei» che è in utile e assume (senza art. 18), anche se nel 2003 aveva in Italia 45 mila occupati e a giugno 2016 neanche 29mila, parecchi dei quali in cassa integrazione, nonostante i generosi sgravi renziani».
Ho ripreso dall’articolo solo la parte che riguarda gli insulti alla nostra lingua. Tra l’altro, avrete notato da questa bella prosa ibrida che, adeguandosi, asinescamente all’inglese, ora viene anche abolito l’articolo davanti a nomi propri come FCA, Purtroppo gli Altavilla, chief operating officer, qualunque cosa questo significhi, in Italia sono tanti e aumentano sempre piú, forse si riproducono per clonazione, o per partenogenesi. E ogni giorno aggredisco sempre piú arditamente la nostra lingua, manomettendo pericolosamente sia l’italiano sia l’inglese.

Amerigo Iannacone


Trama incompiuta

Dopo aver percorso ogni sentiero,
spero di proseguire il mio viaggio
che non ha trovato ancora
la quiete del posto che cercava,
un porto dove ancorare i sogni.

Mi rincuora solo immaginare
che in un domani dell’esistenza,
questa mia trama incompiuta
possa alfine incontrare la perla
che manca finora alla collana.
Fabiano Braccini
Milano


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

L’endorsement dei voltagabbana

In occasione del referendum costituzionale di dicembre ho sentito decine, centinaia di volte la parola endorsement. Sono andato a cercarla sul dizionario inglese-italiano (ma è normale che in Italia per capire chi parla bisogna prendere il vocabolario inglese?) e ho scoperto che significa – nel linguaggio commerciale – “girata” (p. es. di una cambiale). Il che fa pensare che quelli che usavano la parola endorsement, volessero dire “ripensamento”, “cambiamento”, “inversione di rotta” o anche “giravolta”, riferendosi a coloro che passavano dal “sí” al “no” o viceversa, a seconda del vento che tirava, a seconda delle promesse (pubbliche o, spesso, private). Evidentemente si usa endorsement per non chiamare voltagabbana i voltagabbana, ma facendo pensare, con un vocabolo misterioso a chissà quale struggimento interiore.