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Foglio Volante n°3 Anno XXXIII Marzo 2018


La Processione

Lo stendardo delle parole
è già apparso alla porta;
danze gioiose sotto il manto delle Muse;
la gente applaude,
i musicisti accompagnano con ritmo
le idee che stanno indorare
l’avvenimento momentaneo;
il vento aiuta a scoprire
il senso delle parole nuove
che circondano con piacere
lo stendardo che invoca idee nuove
come un treno che passa veloce
stupito della bellezza del d’intorno.
Una processione di parole cadono
successivamente impetuose
sul mio quaderno.

27.1.18
                        Carmel Mallia - Malta


L’Aquilone
Poesia giovane
A cura di Antonio Vanni

Colpito dallo sguardo
di questi alberi spioni
ascolto vita redenta
da nubi misteriose.

L’autunno scandisce
il cambio dell’era
che presto arriva
ingannata dal tempo.
[...]

Carlo Sarnelli – anni 20


A ottantacinque anni

A ottantacinque anni
è divenuto un bambino.
Si emoziona
per ogni piccolo gesto
per un ritorno dei pensieri
agli amici
di un tempo
alle ore felici,
ai momenti piú neri,
per un ricordo mesto,
per un’allusione,
per un silenzio.
Lo commuove un bel film
e persino
uno spot indovinato.
Come un bambino
diventa triste
se viene trascurato.
Nell’eterno
alterno percorso dell’età,
circolo misterioso,
nel figlio,
e forse nel nipote,
sogna la figura del papà.

Amerigo Iannacone

Foglio Volante n°2 Anno XXXIII Febbraio 2018


Abitare saggiamente la terra
Illustriamo il degrado ambientale e sociale

Vi invitiamo a documentare, con fotografie inedite, il degrado ambientale e sociale di qualsiasi angolo del mondo.
Ne faremo una memorabile mostra, su vari supporti. Assieme alle foto, pubblicheremo la sintesi biografica di ogni autore.
Come noi e Voi, quasi tutti gli altri sanno che stiamo portando al collasso il pianeta: terra, acqua, aria; solo l’elemento fuoco di noi s’infischia e ci aiuta a infliggerci la finale sconfitta. E, esattamente come i governi occidentali, il governo cinese e quello indiano sanno che tanti di più siamo a respirare, noi e gli animali che alleviamo in quantità incalcolabile, tanto più ossigeno ci occorre; ma continuano a permettere la deforestazione, pratica che riduce proprio la produzione dell’ossigeno.
Economia e finanza, un tempo supporti essenziali del vivere civile, si vanno trasformando in mostri, coi quali si convive, arresi, nella disperata paura; questa sì condivisa, come non è riuscito di fare con la ricchezza. Uniti siamo, nella prepotenza sociale. Si sa benissimo: quando più persone vogliono sollevare un pesante oggetto, danno un ritmo alla voce, fino all’ultimo dai, al fine di spingere tutti assieme.
Tuttavia, non ci pare di vedere sociali esperimenti di tal genere; mentre i predicatori sono numerosi quasi quanto i presidenti e bastanti per incancrenire le orecchie. Ma almeno una cosa facile non andrebbe tentata? Per provare a darsi coraggio tutti assieme, se non l’efficienza di unire le coscienze.
Una cosa facilissima è questa, quasi un divertimento da collezionisti: riassumiamo fotograficamente la situazione del pianeta. Ecco: Vi invitiamo a documentare, con fotografie inedite, il degrado ambientale e sociale di qualsiasi angolo del mondo. Ne faremo una memorabile mostra, su vari supporti. Un archivio senza precedenti, uno smisurato “mettere i punti sulle i”!
E se avremo bastevoli risorse, stamperemo una o più raccolte di un numero significativo delle più salienti, per una mostra itinerante, da sede a sede d’associazioni che si proporranno.
Le foto, senza limite di numero, vanno inviate in formato jpeg a: associazione@siciliaesperantista.com
Per ogni immagine occorre specificare il luogo, il giorno e l’ora in cui è stata realizzata. L’autore deve inviare una breve sua biografia, il suo indirizzo e-mail, possibilmente il telefono, i dati anagrafici e una foto che lo ritrae. Autorizzarne la pubblicazione.
Nel divulgare quest’iniziativa, tutte le Associazioni, esperantiste o che perseguono lo sviluppo civile, possono aggiungere il loro marchio, dandocene notizia. Per un mondo giusto e in armonia. Auguri a tutti voi. Viva la Terra!

Samideano (Giuseppe Campolo)


Ancora per Amerigo

È possibile
che la morte crudele di un amico
ti sconvolga a lungo, molto a lungo,
più di quella di un fratello?
È possibile:
vedi quella di Amerigo.

È possibile
che la scomparsa impensabile di un amico
ti faccia perdere l’equilibrio,
come se all’improvviso ti mancasse
un sostegno indispensabile, una stampella?
È possibile:
vedi quella di Amerigo.

È possibile
che il “fraterno”, così usurato
tra gli appartenenti
a un partito o a una conventicola,
riacquisti in un istante tutta la sua carica
di affetto e verità?
È possibile,
se il fraterno è riferito ad Amerigo.

Gerardo Vacana


Foglio Volante n°1 Anno XXXIII Gennaio 2018


Ci mancava solo il whistleblower

Lo scorso 19 giugno è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il nuovo decreto 25 maggio 2017, n. 90, di recepimento della IV Direttiva Antiriciclaggio. A decorrere dal 4 luglio 2017, data di entrata in vigore del predetto decreto, i soggetti destinatari delle disposizioni ivi contenute (tra i quali intermediari finanziari iscritti all’Albo Unico, società di leasing, società di factoring, ma anche dottori commercialisti, notai e avvocati) sono obbligati a dotarsi di un sistema di whistleblowing, l’istituto di derivazione anglosassone per le segnalazioni interne di violazioni. Ora voi mi chiederete che cos’è un whistleblower? Dato che è una cosa ufficiale e dato che la legge non ammette ignoranza, sarà qualcosa che tutti devono conoscere. Purtroppo i termini italiani corrispondenti hanno tutti un significato negativo, e così con il termine inglese si copre la realtà e la si fa diventare bella. In Parlamento, all’indirizzo dell’altrove apprezzato segnalatore di malaffare, è risuonata la parola “delatore”. Cioè, spiega il sito della Treccani, “chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo verso chi comanda o per altri motivi, denuncia segretamente qualcuno presso un’autorità giudiziaria o politica”.
Talpa”, per esempio, “fa pensare a casi non certo positivi come le talpe in procura” come spiega Maria Cristina Torchia dell’Accademia della Crusca a ilfatto quotidiano.it. “O gola profonda, che di solito è la fonte anonima di un giornalista (la nuova legge esclude invece l’anonimato, anche se tutela la riservatezza del denunciante, ndr)”. Allo stesso modo, sarebbe quanto meno ingrato ridurre il virtuoso angelo custode del denaro dei contribuenti a un “informatore” – che sa tanto di balordo in confidenza con gli sbirri – o a una “spia”, roba da fucilazione alla schiena. Tanto meno a un “soffiatore” o “spifferatore” – altri termini inclusi nella disamina della Crusca – che sanno un po’ di cartone animato.
Non tutti, però, si arendono senza combattere come noi. I nostri “vicini” linguistici hanno iniziato a utilizzare lanceur d’alerte, denonciateur e informateur (Francia),alertador o denunciante (Spagna), mentre in Germania si utilizza anche Informant. ‘Denunciante/segnalante anticorruzione’, o ‘segnalatore di illeciti’ potrebbero essere equivalenti. Ma per ora non sembra ci sia molto da fare. Le noste classi dirigenti hanno deciso che tutte le cose belle vengono dall’America e sarebbe bene che ce ne rendessimo conto tutti, anche quei pochi illusi che continuano a sostenere che Dante Alighieri è nato a Firenze. Del resto in questo campo le classi dirigenti hanno sempre tradito il proprio popolo a favore dell’invasore. Vi ricordate dei russi, che parlavano in francese e facevano finta di non capire il russo, lingua della plebe? Vi ricordate delle classi superiori indiane che si affrettarono a passare all’inglese?
È successo in tutte le colonie. Non mi sarei mai aspettato che succedesse anche in Italia, che formalmente colonia non è. Beh, tiremm innanz, come disse Amatore Sciesa. Il lavoro di denuncia del Foglio Volante (non di whistleblowing) continuerà: “Di quella umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Cammilla, / Eurìalo e Turno e Niso di ferute.”
Speriamo non ci spieghino prima o poi che la vergine Camilla in effetti era Camille, la prima figlia del padrone della Virgin Media, perita in un incidente aereo, mentre Eurialo, Turno e Niso, erano dei baldi fanti di marina di origine ispanica, come si vede dai nomi, morti nel tentativo di portare la democrazia in Irak.

Renato Corsetti


Iridio
                    (ad Amerigo Iannacone)

Sul tardi lascerai il Caffè
dove attendi Noi,
corpi educati alle Latomie
degli spazi
tra destino e amore,
colto il più bello tra i fiori
del chiaro giorno infinito.

Antonio Vanni


Nuvole

Nuvole bianche,
informi e immense,
in balia del vento
imprevedibile!
I miei pensieri
son come nuvole,
dai colori mutevoli
delle mie emozioni!
rapide s’innalzano su,
nell’etere,
per poi cadere giù,
come mie lacrime!
Le tenui pennellate
dell’Aurora
si fan da parte,
lasciando spazio
all’Occaso rosso
e a cupe fantasie,
quasi preludio
d’un sonno senza fine!

Carla Zulian


Foglio Volante n°12 Anno XXXII Dicembre 2017


Ho sognato Amerigo Iannacone

Mi trovavo in una grande stanza illuminata con la luce artificiale: non ho visto finestre; doveva essere tardo pomeriggio, come quando si aspetta in sala d’attesa di uno studio privato e c’era tanta gente, chi seduta sulle sedie disposte lungo le pareti, chi in piedi in mezzo alla stanza e avevano i cappotti pesanti, predominava il grigio antracite dei soprabiti; parlavano fra loro uomini e donne perlopiù di mezza età. Io stavo tra loro in piedi quasi al centro della stanza e ad un certo punto mi giro verso destra per vedere l’ambiente com’era pieno, o forse perché da destra doveva venire qualcuno, fatto sta che stavamo tutti aspettando chissà cosa, chissà chi...
In un angolo della stanza, sempre a destra, c’era una scala di pochi gradini digradanti costruita in modo da riempire l’angolo e finiva con una piccola porticina scura. Sembrava la scalea angolare di una cattedrale per raggiungere il pulpito da parte del celebrante per svolgere la sua predica e alla fine della breve gradinata, davanti alla porticina prima di aprirla per entrarvi, ho riconosciuto il nostro Direttore Americo Iannacone che aveva la mano alzata, probabilmente la destra ed ha cominciato a salutare tutti gli astanti che lo stessero guardando o meno, compreso me. Non ha detto nulla e dopo il suo breve saluto fatto con la mano e senza sorridere, ma con un atteggiamento più che compassato ha aperto la porticina ed è entrato dentro.
Commento al sogno: Il Nostro Direttore, purtroppo, è andato via bruscamente, senza avere avuto la possibilità di salutare qualcuno, compreso i familiari. Dopo circa quaranta giorni dalla sua morte, mi è venuto in sogno, dal momento che, secondo le parole della nota veggente calabrese ormai scomparsa Natuzza Evolo, le anime dei defunti possono mostrarsi ai mortali attraverso i sogni dopo questo lasso di tempo necessario per la loro entrata nel regno dell’aldilà, forse un periodo di iniziale loro purificazione. Secondo il mio punto di vista, il professore Iannacone mi ha dato l’incarico di salutare tutti coloro che fanno parte della ormai grande famiglia de Il Foglio Volante, e tutti quelli che hanno pubblicato con le Edizioni Eva. Salutando me e l’intera sala gremita che c’era nel mio sogno, lui finalmente si è accomiatato ed è riuscito ad entrare in un luogo che a noi mortali non è consentito di sapere e vedere. Infatti, io e la gente che riempivamo quella stanza non sapevamo cosa esistesse oltre quella piccola porta nera. Mi sono resa conto di averlo riconosciuto defunto solo al mio risveglio, perché nel sogno lo avevo creduto perfettamente vivo, così come lo ammiravo in abito scuro e composto. Lui è morto di luglio in pieno caldo, mentre nel sogno stavamo in inverno inoltrato; infatti aveva giacca e pantaloni pesanti e sempre la sua mole che lo contraddistingueva fra tutti.
Quindi, nel regno dei morti lui ora sta bene, non mostrando alcun genere di dimagrimento, e ci teneva a salutare soprattutto me, perché il giorno prima dell’incidente, l’11 luglio 2017, gli telefonai per sapere a che punto stavano le cartoline con le mie poesie ispirate agli alberi – risulta infatti al centro di esse anche l’immagine a colori della copertina del mio libro di poesie Dalle radici alle foglie alla poesia – e lui, dopo avermi risposto, mi confidò che stava preparando un gruppo di persone di sua conoscenza, tra cui lo storico suo amico poeta Antonio Vanni, che sarebbero venuti a trovarmi a Fiuggi, a casa mia. A quella notizia reagii con gioia e stupore, iniziò in me un’emozione straordinaria e incontenibile che gli manifestai, e ci lasciammo con quella promessa. La mattina del giorno dopo avvenne la tragedia ed io, quando lo seppi, il 13 luglio, giorno dei suoi funerali, grazie alla telefonata della mia carissima amica scrittrice Adriana Panza di Isola del Liri, non riuscivo ad accettare la sua morte. Mi sono sentita per diversi giorni disorientata e persa; non andai alle prove del coro parrocchiale di cui faccio parte la sera del 13 luglio perché tutto in me non accettava la sua perdita. È stata la prima persona a cui ho telefonato una mattina quando stavo al Policlinico Gemelli di Roma, in attesa che venisse il mio turno per fare la radioterapia nel tubo per venti minuti, dato che si dovevano distruggere le metastasi tumorali che hanno colpito la colonna danneggiandomi una vertebra e quel giorno, doveva essere marzo 2017, lui mi rispose e mi disse che avrebbe mandato in stampa le mie nuove cartoline sugli alberi. Stavo malissimo e sulla sedia a rotelle; tuttavia soltanto la sua voce, il risentirlo mi diede la speranza che presto sarei tornata a scrivere, ad occuparmi della mia attività letteraria; la mia continuità stava in quelle bellissime cartoline che mi stava stampando e che finalmente ho ricevuto il 20 settembre scorso, consegnatemi a mano dall’inestimabile moglie Maria Grazia che mi ha nuovamente vista in piedi. Io e Adriana speravamo fino all’ultimo in una omonimia, cioè che qualcun altro era morto avente lo stesso suo nome e cognome, ma di lì a poco capimmo che era morto proprio il nostro carissimo, unico e indimenticabile Direttore Editore Amerigo Iannacone.

Isabella Michela Affinito


Ricordo di Amerigo

Negli istanti di solitudine
pesa sempre di più la tua assenza
un vuoto che consuma le viscere,
inghiotte e soffoca...

Ma giova il ricordo della tua presenza
come balsamo su una ferita ancora viva...

Quella tua presenza, ora eterea,
che ancora genera un sorriso.

Patrick Sammut - Malta


Natale 2014

Forse un mare in burrasca
ogni giorno dell’anno
pare stia per travolgerti
e non trovi appigli di speranza
cui aggrapparti.
Ma Natale viene anche
per iniettarti
una piccola dose di fiducia,
per farti riscoprire
il buono ch’è in te,
per invitarti a corroborare
una timida nota nascosta.
Non smarrirti nel male:
ogni giorno dell’anno
portati dentro il Natale.

                                        Da Eppure (Edizioni Eva)


Kristnasko 2014

Eble ŝtorma maro
ĉiutage en la jaro
ŝajnas esti ruinigonta vin
kaj vi ne trovas esperan hokon
al kiu alkroĉiĝi.
Sed Kristnasko venas ankaŭ
por injekti al vi
etan dozon de konfido,
por remalkrovrigi al vi
la bonon kiu estas en vi,
por inviti vin vigligi
timeman kaŝitan noton.
Ne perdiĝu en la malbono:
ĉiutage en la jaro
kunportu en vi Kristnaskon.

                                        Da Kai tamen (Edizioni Eva)
                                        Amerigo Iannacone


Foglio Volante n°11 Anno XXXII Novembre 2017


Centenario di Zamenhof

Esattamente cento anni fa moriva a Varsavia, colpito da un infarto, Lazzaro L. Zamenhof.
Era il 14 aprile del 1917. Negli ultimi momenti della sua esistenza presenziarono al capezzale l’amata consorte Klara Silbernik e la figlia Lidja, che simpatizzava per la fede Baha’i.
I funerali si svolsero il giorno 16, partendo dalla sua abitazione di Via Krolewska 41. Quell’appartamento, che era alquanto spartano, non esiste più. L’edificio dove esso era situato venne infatti distrutto dai bombardamenti che, nel 1939, si abbatterono sulla città polacca. Così ha raccontato tempo addietro Louis C. Zaleski Zamenhof, nipote del Doktoro Esperanto. Il trasloco nella nuova abitazione, che si trovava davanti ad un parco alberato, avvenne a poco più di due anni di distanza dalla sua dipartita. Quegli alberi che vedeva dalle finestre e che tanta gioia gli procuravano non poté, quindi, goderseli tanto a lungo.
Il suo corpo lo tumularono nel grande cimitero ebraico di Via Okopowa, dove un rabbino formulò alcune rituali preghiere. Inizialmente nel luogo in cui venne sepolto era collocata una semplice lapide, dopo qualche anno questo punto subì però una radicale trasformazione.
La tomba come si presenta oggi risale al 1926 quando, in occasione del nono centenario della sua morte, sostituirono la vecchia lapide con un monumento ad opera dell’artista scozzese J. Coults. Al piede del granitico monumento, sovrastato da un simbolico globo terrestre, vi è una piccola aiuola sempre ben fiorita a cui fa seguito, in posizione scoscesa, una grossa stella verde ivi racchiudente la E centrale del nome Esperanto. Subito a fianco del declivio, caratterizzante l’artistica tomba, si incontra una piccola gradinata di passaggio verso uno dei tanti vialetti dello storico cimitero.
In una delle due diciture - stavolta scritte in esperanto - riportate sul monumento si ricorda (a latere) che tale opera fu eretta grazie al magnanimo contributo degli esperantisti di tutto il mondo. Ai funerali parteciparono, oltre ovviamente ai familiari, pure diversi amici e tantissimi samideani (le cronache di allora parlano di circa centocinquanta persone), tra questi era presente anche Antoni Grabowski, un chimico e, appunto, uno stimato samideano che era stato in diretto contatto con Zamenhof.
Nell’improntare un ossequiante discorso in suo ricordo, esso, lo volle perciò fare proprio in quella stessa lingua che il caro collega aveva ideato e tanto sostenuto. Il breve discorso si concluse così: “Dopo le pene della vita riposate quietamente, la terra sia per voi leggera!”. In quel giorno di metà aprile se ne era andato per sempre, a soli cinquantasette anni, un vero e fraterno amico dell’intera collettività mondiale.

Luciano Masolini


Dolori

Terza età, non mancano i dolori.
Mi fermo, guardo il cielo
per scorgervi una speranza.
Una voce mi dice
che i ponti non sono sicuri
e potrebbero crollare...
Allora, guardo il mare
e la voce delle onde
mi dice di accettare anche il male.

Amerigo Iannacone


“Quando il foglio volava…”
(Alla memoria di Amerigo Iannacone)

Ti ho sempre immaginato pensoso
fra le tante parole clandestine
e le carte degli altri sul tavolo
di un impegnato editore,
a correggere le emozioni
e gli stati d’animo espressi in poesie.
Eppure non ci siamo mai conosciuti
purtroppo, in questo mondo a rovescio
le persone buone fanno fatica
a rimirarsi negli occhi,
perché c’è troppa caligine nei giorni
che trascorriamo di fretta.
Ci vorrebbe la musica
di un oboe d’amore
per farci dimenticare chi siamo;
oppure una dissolvenza incrociata
in cui far ricominciare la sequenza
di un’altra nostra esistenza
laddove non ci saranno più né l’Arno,
né il Tamigi. Se puoi Amerigo
mandami la bozza della mia
autobiografia che solo tu
hai compreso bene, l’hai corretta
prima che lo facessi io
e sicuramente la manderai in stampa
dall’otto settembre al sedici luglio.
Telefonami e fammi sapere
quando terminerà questa eterna
metamorfosi, la tua voce
greve sarà come sabbia
sulle mie palpebre chiuse
che aspettano di svelare agli occhi
le bellezze dei tuoi luoghi sconosciuti,
così ci ricorderemo con gioia
di quando insieme andammo
a zonzo nel tempo che fu!

Isabella Michela Affinito


Foglio Volante n°10 Anno XXXII Ottobre 2017


Un pensiero per un amico

Era a fine anni ’80, poco dopo la pubblicazione del mio primo libro, che conobbi Amerigo Iannacone. Come tanti alle prime armi, cercavo nuovi contatti. Trovai in biblioteca un catalogo delle riviste in Italia (a quei tempi non esisteva internet, e tanto meno riviste telematiche) e scrissi a tante di quelle che facevano letteratura. Amerigo Iannacone mi rispose per primo. E fu tra i pochissimi che mi risposero! Probabilmente capì la mia inesperienza e la mia emozione, e fu così gentile nella sua risposta da offrirmi anche la sua disponibilità a pubblicare qualcosa sul “Foglio Volante”.
Iniziò così la mia collaborazione alla rivista, di cui apprezzai subito la snellezza, la chiarezza, l’impostazione internazionalista ed equilibratamente progressista. Ricordiamo tutti noi i tumultuosi anni Novanta, i blocchi politici contrapposti muro contro muro, il cosiddetto nuovo che avanza. Amerigo riusciva sempre a trovare la parola giusta e, come le vere persone di cultura, a capire nanche le ragioni degli altri, a tentare una mediazione pur nella obiettività diversità di ruoli ed opinioni. Non era facile a quei tempi. Da allora ho pubblicato, non regolarmente, racconti brevissimi, poesie, lettere. E, quasi senza neanche accorgercene, semplicemente, siamo arrivati fino a oggi.
Alcune delle sue battaglie meritano di essere ricordate, contro la barbarie di una sottocultura dilagante, perché, come diceva Nanni Moretti ne La palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Qui c’è tutta la passione per la nostra lingua italiana, per l’uso fiero e consapevole dell’italiano, per difendere il nostro bel parlare dalle più stupide derive anglicizzanti. Difesa della lingua non come retaggio di un’idea di retroguardia, ma perché dal pessimo uso delle parole e dalla resa stupida ed incondizionata al conformismo si possa produrre una reazione in grado di valorizzare un ricchissimo ed autonomo patrimonio culturale: difesa da una globalizzante mercificante e impoverente. Innumerevoli i suoi interventi tendenti a stigmatizzare e talvolta anche a ridicolizzare gli usi abnormi dell’inglese, in base ai quali una parola banale in italiano diventa intelligente in inglese; o un concetto stupido italiano diventa furbo in inglese; o un prodotto italiano scadente diventa ottimo in inglese, com’è per i mediocri film che mantengono il titolo inglese e non vengono tradotti (per fortuna, altrimenti già se ne capirebbe l’insulsaggine).
Potremmo dire ancora tante altre cose, in particolare sul suo amore per l’esperanto e sulla sua visione universalistica e non particolaristica della cultura. Potremmo anche dire molte cose sull’area tra Roma e Napoli su cui ha operato, con interesse da studioso, da storico, da uomo fortemente legato al territorio. Ma confido che altri possano trattare questi temi a parte, molto meglio di me e con gran dovizia di informazioni di prima mano. Amerigo, persona decisa ma sempre rispettosa, e mai superficiale, diventò sempre più negli anni un infaticabile operatore culturale, specie quando, raggiunta l’età della pensione, la casa editrice Eva conobbe uno slancio irresistibile con l’ampliarsi delle collane, l’arricchimento scientifico e qualitativo, le infinite presentazioni dei libri editi. La casa editrice Eva, già ampiamente presente nell’universo culturale italiano - e non solo strettamente letterario! - è diventata un punto di riferimento importante in Italia, il cui catalogo desta una grande vivissima ammirazione per tutti coloro che operano nel mercato o che semplicemente amano la cultura tout court, senza preconcetti, senza schemi rigidi.
Di vista sono stato con Amerigo una volta sola, purtroppo, e me ne pento. In quell’occasione, con mia moglie, conobbi Maria Grazia, moglie vivace, attenta e insostituibile alter ego anche per le attività culturali, e Chiara, preziosa giovane collaboratrice della casa editrice, da cui poi, dolorosamente, è piombata a tutti per mail la tristissima notizia. Ricorderemo sempre, mia moglie ed io, l’eccezionale carica di cordialità e simpatia che emanava dalla persona, il clima di sincera e duratura amicizia, il delizioso pranzo che ci offrì e che avremmo voluto ricambiare a Firenze, la nostra città, il pomeriggio passato a Venafro a contemplare le bellezze del paese, l’invito a ritornarci in estate.
Sono trascorsi neanche tre anni, e qualche volta ci è capitato di transitare in prossimità di Venafro, giù per l’autostrada per Salerno o al mare opposto verso Termoli. Il tempo stretto, la necessità di arrivare a destinazione all’ora prevista ci hanno, ingiustamente e crudelmente, impedito di ripassare per Via Nunziata Lunga 29. Amerigo mi aveva chiesto, quel giorno quasi piovigginoso del nostro incontro, di mandargli un racconto, una poesia. Io stavo concludendo quel periodo della mia vita, durato 40 anni, in cui avevo scritto un’infinità di testi letterari. Avevo deciso di imprimere una svolta alla mia esistenza, semplicemente pubblicando tutte le mie opere e poi passando a fare altro. E così non potetti inviare niente ad Amerigo. Non avrei pensato di scrivere qualcosa proprio per quest’occasione. Dimenticavo: ci salutammo il 5 dicembre 2014, erano circa le quattro del pomeriggio, un sole opaco stava per tramontare, eravamo lieti.

Paolo Ragni


Nei sogni mi appari

Nei sogni mi appari spesse volte
con la tua paterna e tranquilla presenza.
Ti parlo,
espongo il mio pensiero su alcune cose,
tu rispondi affermativamente,
come condividessi le mie idee.
Ma è così vivida la tua presenza
che un presentimento emerge dal mio animo:
cosa mi rende triste se tu sei qui?
Allora provo a sfiorarti
e la mia mano si perde nel vuoto.
Improvvisamente il sogno diventa sogno.
La realtà del sogno è un sogno nella realtà.

27 agosto 2017
Renzo Iannacone


Stress

Stress
Il giardino senza fiori
la luna rossa
gli occhi spalancati
al vuoto del mondo.
La statua della Libertà
immortalata in fotografia.
La mia mente si sfalda
tentando di rimuovere
quello che fu vissuto.

Teresinka Pereira - Brasile
(Traduzione di Giuseppe Napolitano)


Foglio Volante n°9 Anno XXXII Settembre 2017


Ricordo di Amerigo

La notizia dell’improvvisa e recente scomparsa di Amerigo Iannacone mi è giunta per caso, con qualche giorno di ritardo, nella città in cui vivo da cinquant’anni sebbene io sia nato e vissuto in Molise nei primi trenta. Senza esagerazione, sono rimasto stravolto per l’annuncio visto che conoscevo l’amico e collega di lavoro – essendo entrambi insegnanti – da più di vent’anni.
Non solo, egli è stato per due decenni uno dei miei editori principali pubblicandomi ben quattordici volumetti, ad iniziare dal primo da me intitolato Bilancio su Kant e Pirandello (1996), all’ultimo, Pirandello ottant’anni dopo, esattamente nel mese di aprile di quest’anno nel bel formato che contraddistingue la stampa delle ’Edizioni Eva’ di Venafro, sua città di nascita.
Io e Amerigo ci sentivamo, spesso telefonicamente, segno della nostra lunga, sincera e disinteressata e molisana amicizia; proprio una quindicina di giorni fa ci siamo scritti via internet e nell’ultimo suo messaggio egli mi ha pregato di rinnovare l’abbonamento a ‘Il Foglio Volante’, la rivista letteraria da lui diretta da tempo, con tale aggiunta: “per farlo vivere ancora”. Essendo un vecchio abbonato ho immediatamente provveduto al rinnovo della ‘Flugfolio’, come suona la traduzione del mensile in esperanto, lingua di cui egli era non soltanto esperto, ma anche autore di molti scritti che costituiscono un patrimonio imprescindibile per chi ama e si esprime in tale lingua artificiale inventata per i rapporti internazionali.
Di tale ‘Mensile letterario e di cultura varia’ (Monata literatura kaj kultura gazeto) sono stato a lungo collaboratore perché, pur nelle sue limitate dimensioni, ha rappresentato – e mi auguro rappresenterà ancora – uno strumento imprescindibile per chi voglia conferire alla moderna espressione creata dal medico polacco L.L. Zamenhof (1859-1917) quel valore di semplicità nella fonetica, nella sintassi e nel lessico.
Tornando a Iannacone editore, devo rilevare che di recente egli mi ha inviato la sua ultima fatica, C’ero anch’io, una autobiografia o quasi, intorno alla quale hanno scritto Aldo Cervo nella ‘Prefazione’, Giuseppe Napolitano in copertina e l’Autore medesimo, in una breve Nota. Il primo: “L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e della avventura culturale e artistica di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana”. Il secondo: “Rimanendo al di qua dello specchio (…) Amerigo Iannacone non è mai andato a sbattere nello specchio rischiando di romperlo, magari per vedere di là cosa ci fosse, o chi rischiasse di incontrare”. Il terzo: “Ero in dubbio (e un po’ lo sono ancora) se era il caso, se valeva la pena di dare alle stampe un’autobiografia (…). Scrivendo, mi sono reso conto che molti ricordi erano confusi, incompleti, lacunosi e spesso non facilmente ricollocabili in data più o meno certa. Ho fatto del mio meglio”.
La produzione libraria di Amerigo Iannacone è molto vasta, come sanno gli addetti ai lavori, e spazia un po’ in tutti i campi del sapere letterario come dimostrano le interviste presenti nell’ultimo libro, vista anche la sua predilezione per l’esperanto che trova d’accordo molti suoi amici e conoscenti, compreso lo scrivente, i quali, giustamente, non accettano la prevalenza, come idioma internazionale, né dell’inglese, né di altre locuzioni.
E, infatti, nell’intervista a Fulvio Castellani presente nel menzionato suo ultimo volume, alla domanda di quest’ultimo circa la diffusione dell’esperanto come manifestazione universale, il nostro amico così ha risposto: “Purtroppo le grandi masse vengono condizionate non dalle idee, ma dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode oltre ad essere in un modo o nell’altro dominate e sopraffatte (quasi sempre senza che se ne rendano conto) dal potere economico”.
Devo, al riguardo, anche rilevare che il mio citato e recente saggio su Pirandello, porta la Prefazione – e ne sono orgoglioso – proprio del caro e conterraneo amico Amerigo il quale, ad un certo punto, ha scritto che “nei diciotto capitoli di questo nuovo libro, Di Stefano analizza sedici aspetti della personalità del grande siciliano, alcuni dei quali poco noti al grosso pubblico, come ‘Pirandello pittore’, cui è dedicato l’ultimo capitolo”.
Naturalmente, il poeta e scrittore di Venafro non dimentica di osservare, da una parte, che Pirandello resta “uno dei più eminenti autori (narratore, drammaturgo, saggista e quant’altro) non solo italiani, ma europei e anche extraeuropei”, bensì pure che il grande Agrigentino è stato tradotto in esperanto – dopo il Convegno del 2012 a Mazara del Vallo – nel volume Luigi Pirandello kaj aliaj siciliaj autoroj (Luigi Pirandello ed altri autori siciliani), Ed. Fei, Milano.
“Si tratta – conclude Amerigo Iannacone – di una ponderosa antologia, curata da Carlo Minnaja che accoglie sedici autori, poeti e scrittori, a ognuno dei quali è dedicata, dopo una scheda bio-bibliografica, una scelta di testi, tradotti in esperanto”. In un’intervista concessa, infine, a Valentina Derme – sempre presente nel volume autobiografico citato – l’amico Amerigo ha, altresì, risposto alla domanda relativa alle difficoltà incontrate dai lettori, oggi in Italia, nei seguenti termini. “C’è oggi una società superficiale e distratta da un eccesso di mezzi a disposizione (televisione, Internet, telefonini, radio, ecc.) e forse troppo opulenta per dedicarsi al piacere della lettura (…). La lettura è un piacere, ma perché lo diventi deve superare una fase iniziale, che è faticosa (…); non è un caso che l’analfabetismo sia in aumento”.
Nell’accomiatarmi dall’amico, lo saluto sicuro che egli vive in una dimensione di eterna pace e di perenne felicità extra-temporale.

Lino Di Stefano


Inedita

Se desse retta
al razionale calcolo degli anni
dovrebbe abbandonare ogni progetto
e vivere alla giornata.

Ma la sua agenda mentale
è zeppa di eventi luminosi.
Sì, lo sa: quando sarà.
Ma intanto la sua vita è vita.

9.7.2017
Amerigo Iannacone


Il rossetto

Questa mattina vado
al bar per bermi il solito caffè.
Seduta davanti a me
Helen si mette il rossetto
e sinceramente lo confesso
tremo tutto al suo cospetto.
Tutta colpa del rossetto!

Mariano Coreno (Australia)


Foglio Volante n°8 Anno XXXII Agosto 2017


Verso un luogo diverso

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto abbia avuto senso
per te per tutti credere in un bel sogno.

Amerigo Iannacone è stato ucciso la mattina del 12 luglio (anniversario della nascita di Pablo Neruda), a Venafro, la sua città, mentre attraversava la strada. Certo che non l’hanno fatto apposta, ma è andata così, purtroppo: uno sbadato al volante l’ha colpito mortalmente, mentre – come tutte le mattine – si recava a prendere il giornale e un caffè al bar. L’avevo sentito la sera prima: preparavamo la presentazione di un libro a Formia, l’ultimo delle Edizioni Eva. Mi hanno telefonato in rapida successione gli amici Antonio Vanni, Maria Giusti e Ida Di Ianni: non ho potuto rispondere ai primi e da quest’ultima, dalle lacrime di Ida, ho appreso che una tragedia si era appena consumata.
In quei giorni Amerigo avrebbe dovuto incontrare in tipografia il caro Pontone, a Cassino, per preparare il nuovo numero del “Foglio Volante”. Questo. Questo che ora gli amici orfani hanno voluto dedicare interamente a lui, al compagno di tanta strada percorsa in amicizia di parola, per amore della parola scritta: insieme a lui, eravamo tanti a crederci ancora, nel valore della parola. Convinti che la poesia abbia ancora un posto nella vita, che sappia e possa parlare alla parte migliore dell’uomo, quella capace di leggersi dentro e sognare. Adesso ci sentiamo impegnati a non perdere quel valore, e vogliamo – a partire dalla pubblicazione di questo speciale numero del suo amatissimo “Flugfolio” – continuare a camminare le vie della parola. Per ora, questo. Poi raccoglieremo ancora altre testimonianze, magari certe sue cose inedite che già aveva in animo di pubblicare. Con la necessaria calma, ci prepareremo anche a organizzare un convegno per analizzare la sua opera complessiva di poeta e critico, giornalista e scrittore. Col tempo che ci vorrà.

È uno strano mercante il poeta
che la sua mercanzia mette all’asta
per un sorriso un bacio una carezza
– e magari anche per niente la regala
E vagabondo risponde a cento inviti
camminando le strade più lontane
portando in giro le parole – quelle sue
– che forse un altro poi saprà ripetere
È pronto sempre se deve a riconoscere
limitato il suo mondo – ma è possibile
che sia il suo quello più accogliente
quando qualcuno resta senza casa.

Ringrazio l’amico poeta tunisino Abdelmajid Youcef, che affettuosamente ha tradotto il mio testo in francese (sua moglie Siham Sfar è stata una delle ultime poetesse pubblicate nella collana la stanza del poeta delle Edizioni Eva):

Un étrange marchand, le poète:
sa marchandise il la met aux enchères
pour un sourire un baiser une caresse
– et peut-être il la donne pour rien.
Vagabond, il répond à toute invitation
en allant par les chemins les plus lointains
promenant les mots – les siens
certes, quelqu’un saura les reprendre.
Il est toujours prêt à le reconnaître
son monde limité – mais il est possible
qu’il soit le plus accueillant
quand quelqu’un reste sans domicile.

Giuseppe Napolitano


Cartolina precetto

Quando partirò
porterò con me soltanto
una valigia di ricordi
qualche rimpianto
per l'amore non dato e non avuto
un po' di nostalgia
per un'epoca d'oro favolosa
sempre immaginata.
Lascerò
un pezzo di anima
e un brandello di cuore
che avranno vita di parole.
Quando partirò
vorrò avere il volto sereno
e lasciare un sorriso
per quelli che con me
condivisero sogni luminosi
ed eteree speranze.
Ecco: il bagaglio è preparato.
Non aspetto
ma non sarò troppo sorpreso
quando arriverà
la cartolina precetto.

(Ceppagna, 12 giugno 2014, 22,35 )
Da Eppure

Amerigo Iannacone


Ad Aldo, che al funerale ha pianto

Aldo, sempre ti sei stupito,
senza farne un mistero,
della mia buona tenuta al bicchiere.
Ma anche per me la morte di Amerigo
è un vino troppo forte, troppo amaro.
È impossibile reggerlo, ti giuro.

(16 luglio 2017)
Gerardo Vacana

Foglio Volante n°7 Anno XXXII Luglio 2017


Landolfi e la morte del romanzo
(Landolfi è la morte del romanzo)

Sto rileggendo con la sorpresa della prima volta se non maggiore (pare che quella sorpresa, crescendo io, sia cresciuta anche lei con me) gli ultimi 71 elzeviri pubblicati da Tommaso Landolfi nella terza pagina del Corriere della Sera, dal dicembre 1967 all’agosto 1978. Tenendo presente, come avverte una nota agli stessi, che la maggior parte arriva soltanto al 1971, anno nel quale Landolfi cominciò a non sentirsi e a non stare piú bene.
Rileggo questi particolari, eccezionali “elzeviri” nel volume pubblicato da Adelphi nel 2012 col titolo, finalmente e definitivamente “landolfiano” Diario perpetuo. Un titolo che, sebbene voluto fortemente dall’autore, fu ripetutamente sostituito nel giornale citato con altri e singoli titoli, tanto bizzarri quanto infelici.
Non si ebbero tuttavia in proposito mai reazioni da parte di Landolfi: il quale – si sa – era tanto attento preciso e scrupoloso nel curare la scrittura di questi suoi pezzi (“pezzi d’anima” vorrebbe da definirli) quanto indifferente all’esattezza o meno della loro trascrizione a stampa. Nonostante ciò, o proprio perciò, non vanno “assolti” quei curatori della terza del Corriere per le loro stravaganti e offensive intromissioni: – quei curatori – o dovevano sapere come non una parola usciva mai a caso dalla bocca e dalla penna del narratore ciociaro. Nessuna parola, e tanto meno le due che formano il titolo Diario perpetuo.
Quel titolo, infatti, in particolare, era stato da sempre progettato e inseguito dal suo autore. Non solo dal 1969, quando lo aveva proposto ad Arrigo Benedetti nell’inviargli per il suo rinnovato Mondo il racconto Le maiuscole; ma fin dal 1954 quando lo aveva aggiunto come sottotitolo all’altro racconto apparso in stampa col titolo Ombre.
Insomma, era nata quasi insieme con Landolfi l’aspirazione o l’ispirazione a voler procedere, a dover procedere, prima o poi, alla narrazione delle varie fasi della sua vita; ed era nato quasi insieme con Landolfi quel titolo ripetutamente contraffatto dal Corriere.
E cosí, mentre scriveva su altro e di altro, Tommaso Landolfi pensava a scrivere, e “mentalmente” già lo scriveva, quello che doveva essere, che sarebbe stato il suo “vero” libro.
Purtroppo i critici, i nostri spesso troppo lodati critici, hanno volutamente o incolpevolmente ignorato questa realtà, sebbene abbiano parlato sempre, e non sempre adeguatamente, dei vari romanzi o racconti lunghi di Landolfi. Critici, i nostri beneamati critici, che hanno ignorato due volte la grandezza dello scrittore di Pico Farnese (cosí si chiamava il suo paese quando lui vi era nato, e apparteneva alla provincia di Caserta); due volte, si diceva, quei critici hanno sbagliato nei confronti di Landolfi: quando hanno cercato la grandezza dello scrittore dove non stava, quando non hanno cercato quella grandezza dove, al contrario, stava. Hanno preso, quei critici, come volgarmente ma azzeccatamente si dice, due “cantonate”. La prima (è bene ripeterlo) nel cercare Landolfi dove non stava; la seconda, nel non cercarlo dove stava.
Non tutti i critici hanno preso, ovviamente e fortunatamente, quella “cantonata”. Perché c’è un libro su Tommaso Landolfi, di Tommaso Landolfi, che ha scritto il nostro Italo Calvino; quasi a riparazione dei tanti abbagli e sbagli dei suoi colleghi critici. Cosa ha detto, cosa dice Calvino, presentando Le piú belle pagine di Landolfi (come si intitola il libro)? Dice, semplicemente e al tempo stesso audacemente e veritieramente, tra l’altro, questo: «... molte volte la disposizione d’animo che muove la mano dell’autore lo porta a disinvestire l’atto dello scrivere d’ogni pretesa di costruire un’opera compiuta e ben ricevibile e durevole, e a farne invece gesto noncurante, scrollata di spalle, sberleffo, come di chi ha sempre saputo che il fare è solo spreco, fumo, insignificanza...»
Figuriamoci se uno scrittore cosí “irregolare” poteva piacere, potrebbe piacere ai nostri critici che, essendo se non proclamandosi sempre, di “sinistra” o di “destra”, hanno fatto e fanno dipendere da detti paraocchi ideologici i loro ponderati giudizi! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che non è dal rispetto di questa o quella ideologia politica che dipende l’esistenza e consistenza di uno scrittore, ma dal valore etico ed estetico (non c’è l’uno senza l’altro) delle sue opere.
Stando cosí le cose (non sembra che la cosiddetta “morte” di ogni ideologia possa comportare la rivalutazione di uno scrittore cosí “anti- come appunto Landolfi) La conferma di questa “rassegnazione” o a questa “rassegnazone” è venuto solo pochi giorni fa: quando un critico non da poco come Pier Vincenzo Mengaldo in una intervista a La Repubblica, ha citato come grandi narratori tanti nomi ma non, tra essi, quello di Landolfi.
Dobbiamo, dunque, rassegnarci (noi pochi stimatori di Landolfi); rassegnarci ma non rammaricarcene piú di tanto: piú di quanto non se ne sarebbe rammaricato Landolfi stesso: il quale, non se ne sarebbe rammaricherebbe Landolfi stesso, il quale non se n’è una volta rammaricato né se ne rammaricherebbe assolutamente. Come non si rammaricava né se la prendeva per i numerosi errori con cui spesso apparivano i suoi scritti
Ed è forse in questo suo atteggiamento sprezzante verso e contro tutti i critici che si può cogliere il perché dell’atteggiamento cosí sprezzante verso e contro di lui da parte dei critici.
Quanto, poi, alla vita vera, alla vita privata vissuta di Landolfi (avviandomi alla conclusione di questo articolo dedicato a uno scrittore “autobiografico”, credo di potervi fare riferimento), quella vita stessa fu crudele verso di lui almeno quanto lui fu crudele verso di lei. Gli ultimi anni (“ultimi” ma purtroppo “non pochi”) furono davvero un “calvario”: Che lo scrittore non solo sopportò umanamente con intrepido coraggio, ma dominò poeticamente con la sua inesauribile arte.
La vita fu ancora – una volta eliminato lui – crudele con i suoi stessi figli: Idolina, che dedicò ogni istante della sua non lunga esistenza a decifrare per sé e per noi altri la misteriosa figura paterna (somigliandogli e identificandosi con lui, sia nel diventare lei stessa notevole scrittrice, sia venendo come lui uccisa dal cancro); suo figlio Landolfo che, accoppiando detto nome al quasi omonimo Landolfi, fu come se avesse ereditato in sé e per ben due volte suo padre (e facendolo per la seconda volta morire il lui).
A chi, infine, è rimasto (una nuora? una nipote?) di quella aristocratica famiglia (“aristocratica” in senso storico e metaforico) la nostra piú sincera e commossa gratitudine e solidarietà: sincera, commossa, ma anche – come l’avrebbe liquidata e dissacrata Landolfi stesso – “perfettamente inutile”!
E infine (stavolta “infine” davvero) un pensiero ai lettori (un manipolo sempre piú ridotto ed eroico): un pensiero come saluto e ammonimento insieme: Cari Lettori, voi potete ben conoscere tutti gli scrittori del mondo, ma se non conoscete Tommaso Landolfi è come se non ne conosceste nessuno!
Coreno Ausonio, maggio-giugno 2017
Tommaso Lisi


Mi impegno sempre

Cado sempre, mi impegno sempre
per un giorno nuovo
una mattina diversa
mi batto sempre
per una primavera mai vista.
Cado sempre, mi impegno sempre
per degli occhi attenti
per delle orecchie
attente
ribelli.
Non aspetto mai e mi muovo
sempre
con le mani
nella merda
fino al gomito.
Non aspetto mai e do tutto
tutto
per un’ora felice
un attimo
una notte tranquilla
grido e graffio
non aspetto mai
mi muovo, cado sempre
senza risparmio
fino in fondo
non aspetto mai
con la carne sempre piú
a buchi
mi aggrappo alla nostra storia
al nostro tempo
che dovrebbe discendere
presto
da uno stradone bello e immenso
senza piú grigliati
davanti
senza muri
senza piú spioncini sbarre
senza pali
senza suoni e silenzi
cinici e crudeli.
Mi impegno sempre
cado sempre
non mi stanco mai
non aspetto mai.

Ferruccio Brugnaro
Spinea (VE)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Nomi e names

Le persone che ho conosciuto da ragazzo, i compagni di scuola, gli amici, gli adulti, quelli che abitavano dove abitavo io, quelli che incontravo in piazza, si chiamavano Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, Carla, Dario, Marco, Claudia, Enrico, Giuseppe, Ida...
I ragazzi di oggi si chiamano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, Dustin, Erik, Jennifer, Jason, Jeffrey, Max, Brad, Fanny, Danny, Kate...
E quasi sempre ci sono bizzarri accostamenti tra nome e cognome, tipo Jennifer Esposito o John Brambilla, al limite del ridicolo.
Questo ci fa supporre che a Londra e a New York, dove una volta i nomi erano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, ecc., oggi sono Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, ecc.
O no?


Foglio Volante n°6 Anno XXXII Giugno 2017


Ricorre quest’anno il centenario della morte di Zamenhof uno dei grandi benefattori dell’umanità

Ricorre quest’anno il centenario della morte di Ludwik Lejzer Zamenhof, l’iniziatore dell’esperanto, che, nato a Bialystok il 15 dicembre 1859 morí a Varsavia 14 aprile 1917.
Il 14 aprile 2017, nel giorno del centenario, La Stampa di Torino dedica a Zamenhof e all’esperanto un’intera pagina, a firma Diego Marani, il che poteva essere una bella cosa se non fosse che nell’articolo si trovano piú che delle inesattezze, delle affermazioni molto discutibili e una conclusione subdola.
Cominciamo dal titolo. “Esperanto, l’utopia fallita della lingua unica europea”; in otto sole parole almeno tre espressioni volutamente fuorvianti. 1) “Utopia”: che cos’è un’utopia? Chi lo stabilisce che si tratti di utopia? Tutte la grandi invenzioni e i grandi progressi dell’umanità erano considerati “utopia” prima che si realizzassero. Utopia era l’abolizione della schiavitú, utopia era che l’uomo potesse volare, utopia era che si potesse inviare una lettera, un’immagine, una musica, in tutto il mondo in tempo reale e senza costi, utopia erano il telefono, la radio, la televisione; lo era la vittoria su malattie come la peste, il vaiolo, la polio; lo era anche la “carrozza senza cavalli” e tutto ciò che fa oggi comoda la nostra vita. Ma “utopia” diventa una parola-alibi per respingere e rigettare pregiudizialmente una cosa per la quale non ci va di impegnarci, o che va a intaccare un nostro preconcetto o dei nostri interessi.
2) “Fallita”: chi l’ha detto che è fallita? L’esperanto è una realtà ed è pronta per l’uso. Ha una sua storia, una sua letteratura, un elevato numero di esperantofoni in tutto il mondo. Basterebbe solo che si provasse il rispetto della propria dignità e l’orgoglio di sentirsi liberi, affrancandosi dalla schiavitú ideologica della necessità di seguire masochisticamente la legge del sopraffattore.
3) (E questa mi sembra la cosa piú grave): “lingua unica europea”. Significa non aver capito nulla (o far finta di non aver capito nulla) dell’esperanto. L’esperanto non vuole diventare lingua unica né mondiale né europea, ma sostiene anzi che tutte le lingue, tutte le identità, tutte le etnie hanno pari dignità e hanno pari diritto ad esistere. Ogni popolo, ogni nazione, ogni etnia ha diritto di conservare la propria lingua e l’esperanto dovrebbe diventare seconda lingua di tutti e prima di nessuno, per la comunicazione soprannazionale (senza interpreti e senza traduttori). Sostenere che l’esperanto aspiri a diventare “lingua unica” è come dire che esso minacci le identità nazionali, mentre è tutto il contrario: l’esperanto difende le identità nazionali, contro l’invadenza e la sopraffazione del piú forte. Ogni popolo ha diritto di conservare la propria lingua e affiancarvi l’esperanto come seconda lingua per la comunicazione soprannazionale.
Alla fine dell’articolo, Diego Marani esce allo scoperto: liquida l’esperanto come un «intellettuale passatempo per pochi appassionati». No, caro Marani. L’esperanto è una cosa seria, non è un passatempo: è una lingua che non ha eguali per praticità didattica, per la fonetica, per la duttilità e per altre caratteristiche che ne fanno una lingua superiore, che permette piú di qualsiasi altra, ogni sfumatura di significato, con 130 anni di sperimentazione, con una ricca letteratura. Le vorrei dire: provare per credere.
«Ma se lo volessimo, – scrive Marani – un nuovo Esperanto ce l’abbiamo a portata di mano. È l’inglese che i britannici ci hanno imposto e che ora ci lasciano andandosene. Prendiamocelo dunque, e facciamone la lingua condivisa della nuova Europa. Nostro, non britannico, piú nessuno a dirci come si pronuncia, un inglese europeo, nato dal miscuglio e dalla contaminazione, come del resto è già diventato.»
Cioè: gli inglesi (e, io aggiungerei, gli americani) ci “hanno imposto” una lingua che ci costa fior di quattrini, per l’apprendimento, per i diritti d’autore, ecc., ci espropria della nostra identità, ci fa diventare cittadini di serie B, ci mette nella condizione di cittadini subordinati, (solo per fare un esempio, nei concorsi europei, dove sarà dura per un concorrente, mettiamo di Roma, prevalere su uno di Londra) e noi dovremmo considerarlo come un regalo.
Aggiunge poi subdolamente Marani: «se il vecchio Zamenhof potesse sentirci parlarlo, sarebbe fiero di noi», come dire che Zamenhof sarebbe contento se noi facessimo in modo che tutta la sua vita risultasse una vita inutile.
Ma Zamenhof è uno dei grandi benefattori dell’umanità: il tempo gli darà ragione.
Amerigo Iannacone


Il fiore è piú felice...

Il fiore è piú felice
se rimane sulla pianta,
o se è colto, donato,
messo in un vaso
ad allietare la casa?
Forse il fiore è contento
nell’uno e l’altro caso.

(14 febbraio 2017)
Gerardo Vacana
Gallinaro (FR)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Fare, soddisfare e strafare

Leggo nella pagina culturale di un importante quotidiano: «Cinquant’anni fa moriva l’artista che soddisfò la fame di risate con lo stile del vero aristocratico, Totò» (il corsivo è mio). Ma il passato remoto del verbo soddisfare è forse soddisfai, soddisfasti, soddisfò...? Certamente no (fa pure rima), ma è soddisfeci, soddisfacesti, soddisfece, ecc., perché il verbo soddisfare, si coniuga come fare, di cui è un composto.
È pur vero, però, che in alcuni tempi e modi, l’uso ha finito per far accettare una duplice (o, a volte, triplice forma). Per cui abbiamo: ind. pres. soddisfàccio o soddisfò [raro e che, comunque, non è passato remoto] o soddìsfo, soddisfài o soddìsfi, soddisfà o soddìsfa [arc. soddisfàce], soddisfacciàmo [fam. soddisfiàmo], soddisfàte, soddisfànno o soddìsfano; fut. soddisfarò o soddisferò, ecc.; cong. pres. soddisfàccia o soddìsfi, ... soddisfacciamo, soddisfacciate, soddisfàcciano o soddìsfino; cond. soddisfarèi o soddisferèi, ecc.; per tutto il resto è coniugato come fare. Analogo discorso vale per gli altri composti come rifare, contraffare, sopraffare, disfare, liquefare, assuefare, strafare, ecc.
Riepilogando: la via maestra è quella di coniugare i verbi composti con fare, appunto come fare. In alcuni casi c’è una doppia forma: è lo scotto che la grammatica paga all’uso.


VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Sedicente poeta
Immagino i tuoi pensieri.
Lo so che ti chiami Dante,
ma non sei Alighieri.

12.4.17