• Titolo
  • Le finte allegorie
  • Autore
  • Giorgio Barberi Squarotti
  • Collana
  • L'Albatro
  • Pagine
  • 120
  • Prezzo
  • € 15,00

Le disavventure della bellezza

...tre leggeri segni
che non vogliono dire nulla. E indica
come si può giocarci il proprio tempo
e ragione, e meglio ancora il nulla.

Ricordo che, da ragazzo, mi impressionò un quadro – non so più in quale libro lo avessi – dal titolo che mi parve stranamente inquietante: “Susanna e i vecchioni” (o qualcosa del genere). Mi chiedevo, riguardandolo, perché mai dovessero proprio i vecchi rimanere tanto abbagliati dalla nuda bellezza di quella figura femminile, la quale del resto pareva ritratta in una radiosa indifferenza. In quel tempo, peraltro, alla bellezza del corpo muliebre avevo dedicato una lirica, “Poesia della carne”, ispirata da un “nudo” del pittore Antonio Sicurezza: “corpo femmineo, immagine di Dio” – concludevo i miei versi, lontano, pur nella mia curiosa adolescenza, dall’associare tentazioni erotiche alla rappresentazione artistica (o almeno così volevo credere).
Questa premessa, volutamente privata, dovrebbe, a me in primis, chiarire il senso dell’operazione letteraria alla quale Giorgio Bàrberi Squarotti ha dedicato buona parte dei suoi ultimi anni (se crediamo alle date che segnano il succedersi continuo dei momenti creativi di questa silloge complessa). Una così lunga sequenza di immagini – ma immagini che si fanno storie – con protagonista costante il nudo femminile (parziale o integrale, offerto spesso alla violenza, anche sgradevole, ma comunque esaltato nelle sue forme, sia pure nei toni cangianti del dramma scherzoso), come dev’essere interpretata, senza cadere – ed è una sfida – nel compiaciuto rischio di un pruriginoso voyeurismo da buco della serratura?
Taccuino del vecchio cercatore? O dottrina di un estremo principiante... Volessimo parafrasare altre ben note esperienze di poeti abbastanza in là con gli anni. Ma, se è vero che la poesia non ha data di scadenza, è anche vero che non si va in pensione da poeta: finché c’è vita, si lavora – tutto qui. E il lavoro di un cercatore, per quanto vecchio, è – ancora! semplicemente – cercare (finché la continua pratica si fa gustoso esercizio dottrinario). Qui si produce in effetti l’esito sommo di una curata ricerca e se ne propone l’insieme in una scansione articolata e raffinata, e nemmeno costruita, poiché si ha la netta sensazione che le pagine (per quanto datate) abbiano avuto gestazione casuale e non preordinata – non subito, almeno – alla silloge da pubblicare.
È da credere piuttosto che si tratti di una ricorrente manifestazione della benvoluta e senz’altro opportuna-mente medicata ma ineluttabile malattia che è l’amore per la bellezza (o della bellezza), che nel nudo si sublima. E l’insistere sul tema non appare certo (dopo qualche iniziale perplessità) una gratuita dimostrazione di abilità descrittiva: l’autore di questa enciclopedica riflessione sulle disavventure della nudità ben conosce le sue riserve di stile – pressoché inesauribili.
Gli episodi narrati, a costruire la trama di questo libro ricco di sorprese incantevoli e incredibili sospensioni, sono frutto probabilmente di eccezionale capacità inventiva, ma è anche probabile che siano nati, in qualche misura, da sollecitazioni o suggestioni, suggerimenti o solleticazioni di origine concreta – può essere bastato, una volta, cogliere l’idea di una storia in un sorriso, un gesto, un atteggiamento, o un frammento di racconto, un aneddoto, ascoltato. È nota, a chi ben lo conosca attraverso i suoi libri di poesia, la predisposizione di Giorgio Bàrberi Squarotti a registrare (nei suoi viaggi o nelle soste in un caffè, camminando o chiacchierando con gli amici) qualunque stimolo provenga dall’esterno – e farne cosa sua che vive in lui e si fa poetica trasposizione o trasfigurazione. Le creature che vivono in queste pagine, e sono frutto – poliedrica fattura d’artista – di un misurato laboratorio dei sensi, hanno un’anima e un corpo, anche se è il corpo ad apparire, a sbattersi certe volte in prima persona, ma la fisicità è condizione dello spirito, è manifestazione di una interiore violenza che grida e chiede vita, nel farsi exemplum, nel dirsi in poesia.
Qui, di qui si dipana una trama incredibile e reale, onirica e materica insieme, di un presente incombente ingombrante “spoon river”: un viaggio di figure. Qui si coniuga infine l’esistenza di un mondo, il nostro mondo, come sospeso fuori del tempo, eppure nel tempo inca-stonato con le sue gemme, a splendere di piccole schegge che fanno il luminoso firmamento di una dolente (non sempre, poiché spesso è consapevolmente buffonesca) umanità: noi.

***

Già il titolo di questo libro sembra voglia mettere sull’avviso il lettore, magari quello meno smaliziato, il quale comprenda quanto ci sarà di gioco nel viaggio che sta per intraprendere: ci sono allegorie, ma sono finte, quindi è tutto reale? È così che deve intendersi, chissà. Ma dalle prime pagine si afferra il bandolo della matassa e sarà poi abbastanza facile scioglierla. Oddio, senza aspettarsi più di quello che c’è e si vede subito: la gioia di una tavola imbandita e ricca di ogni leccornia (e absit iniuria verbis, in questo caso è proprio il caso di sottolinearlo). Appena “le due cameriere, castana l’una, l’altra bionda, entrambe amabili e giustamente giovani, si siano spogliate nude” nell’osteria di Clusone, comincia la giostra e non la smette più di girare, fino alla fine del libro – un ritornello, un refrain, un rondò... insomma una ludica frenesia che trascina verso un finale subito atteso poiché giustamente immaginato (per parafrasare stavolta il gioco linguistico dell’autore). Ma prima di arrivarci converrà visitare stazioni di posta e sontuose abitazioni, siti archeologici e squallide dimore di mercanti... Senza dimenticare (altra subliminale dichiarazione d’intenti) che «questo istante è vero solo mentre tu lo scrivi»...
Inutile stare a segnalare episodi o figure particolari: hanno tutti, tutte, l’importanza che compete ad un campionario ideale, poiché tutti, tutte devono rispondere all’assunto centrale della composizione, alla volontà prima del compositore: l’unisono di un concerto nel quale ogni strumento, ogni voce ha pari dignità. Se proprio si volesse cercare lo slancio lirico più elevato, quando un po’ si distacchi dalla (voluta) voluttà descrittiva e sposi invece una più profonda linea di consapevolezza estetica, pur si potrebbero indicare alcune composizioni nelle quali più alta si leva la cifra espressiva e più esplicita si rende quindi la regola del gioco: si dichiara allora (come in “A Mondoví, veramente”) quando «si dissolvono le nubi / che decorano il culmine del sogno / dipinto», e lì, di lì, si può alzare lo sguardo verso «il rettangolo del cielo», quello puro e celeste in cui ogni immagine appare, riappare pura e scevra d’ogni malizia terrena, in un oltre che è quello della pura fantasia, la molla e la mamma dell’ispirazione, la culla del nostro sogno.

...perfetta nella forma della vera
arte, che non patisce il tempo, e ancora
eternamente nuda si mostrava
ilare, pura.

Giuseppe Napolitano
Sousse, 27-30 maggio 2016

Foglio Volante n°7 Anno XXXI Luglio 2016


Saba: il Leopardi del Novecento

Umberto Saba non viene mai citato insieme ai grandi poeti del Novecento: Ungaretti, Montale, Quasimodo. L’esclusione dipende dall’assenza di clamorose novità (che non significa mancanza di originalità) nel poeta triestino rispetto a quelli della triade.
La poesia di Saba rimanda di piú a quella del diciannovesimo che non a quella del ventesimo secolo. Chi ama la poesia di Saba non lo fa in considerazione di una sua qualche “rivoluzione” linguistica o stilistica; la ama perché trova quella poesia semplicemente autentica. «Tardiva?», rispetto a quella degli innovatori sopra ricordati. La si può chiamare anche cosí, purché cosí non si intenda al tempo stesso disconoscerla o misconoscerla.
Ma se non possiamo accostare Saba ai tre poeti maggiori del nostro Novecento (e nemmeno all’altro grande poeta, e prosatore, Vincenzo Cardarelli), a chi lo accosteremo? Lo accosteremo a uno dei piú grandi, anzi al piú grande dell’intero Ottocento – nostro e non soltanto nostro – Giacomo Leopardi.
Non c’è nella poesia del Novecento nessun poeta che ripeta e riproponga le meraviglie (come altrimenti chiamarle?) leopardiane, come le ripete e ripropone Umberto Saba. Cosí, se non possiamo accostare quest’ultimo agli Ungaretti, ai Montale e ai Quasimodo, lo possiamo accostare a Giacomo Leopardi.
Il piacere e lo stupore che suscitano in noi i versi del recanatese sono gli stessi piacere e stupore che suscitano in noi i versi del triestino.
L’accostamento di Saba al Leopardi richiede almeno una precisazione: che riguarda il già nominato Vincenzo Cardarelli. È quest’ultimo, per molti, il degno erede, il vero emulo di Leopardi. Lo è per sua stessa esplicita dichiarazione, per sua intima convinzione e formazione, e infine per la composizione stessa della sua poesia. Tutti meriti, questi, eccezionali; ma con un solo e grosso demerito: è piú un poeta leopardiano che un poeta paragonabile a Leopardi, il nostro Cardarelli!
A differenza della poesia di Saba, che fa pensare a quella di Leopardi senza però somigliarle, lo poesia di Cardarelli fa pensare a quella di Leopardi perché ad essa troppo somigliante. È una poesia, quella di Cardarelli – lo sappiamo bene, noi suoi accaniti ed estasiati lettori – bellissima ma somigliantissima a quella di Leopardi. Altrettanto bella è la poesia di Saba: non perché anch’essa somigliantissima a quella di Leopardi, ma perché all’altezza di quella di Leopardi.
Cosí il nostro Novecento annovera almeno cinque grandi poeti: Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba e Cardarelli. I primi tre, perché hanno inventato la poesia “nuova”; il quarto, perché ha ripetuto nell’appena passato secolo ventesimo il miracolo della poesia leopardiana; il quinto, perché è stato un poeta autenticamente leopardiano.

Coreno Ausonio, 11/07/2016

Tommaso Lisi


Inverno

È notte, inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto – era un’immagine
della fine del mondo – ti conforta
l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo s’avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Umberto Saba
(Trieste, 9 marzo 1883-Gorizia, 25 agosto 1957)

  • Titolo
  • Uomini e bestie
  • Autore
  • Luigi Feliziani
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 152
  • Prezzo
  • € 12,00

L'ispirazione boccaccesca che si percepisce nella raccolta di Luigi Feliziani, laziale di Pietraforte, in provincia di Rieti, oltre che nel topos letterario della burla, della trovata a sorpresa presenti più o meno in ogni pagina, è – per così dire – confessato apertamente in quelle finali, dove sei personaggi (nel Decamerone sono dieci), alle prese non con un’epidemia di peste da cui difendersi, ma con la necessità di darsi un minimo di acculturazione di base, si offrono a narrare, ciascuno, una novella. Il risultato è una sequenza di situazioni grottesche, paradossali, estreme al punto di tirarsi fuori da ogni possibile approccio col reale, anche se del reale vogliono essere proiezioni metaforiche. E in ciascuna di esse per motivi ispiratori si evidenziano – rimesse talvolta a immagini e gergo di una comicità, eufemisticamente parlando, grossolana – storie di povertà e di fortune, di avarizia e di prodigalità, di moralità e dissolutezze, di usura e generosità, di monete false e zecchini autentici; storie, infine, di corna strutturate “a incrocio”, e tuttavia risoltesi nei confini della pura intenzionalità.
Il lavoro, sul piano dell’impianto formale, presenta due volti, dei quali il primo ne connota la prima metà, dove si riscontra un frequente uso delle perifrasi, con l’intento di sorprendere poi il lettore con l’aprosdo-keton umoristico tenuto in serbo. E accanto alle peri-frasi, un dilungarsi delle trame in vicende che esulando dal progetto iniziale determinano una diluizione del messaggio in prolissità.
Quel che invece è elemento distintivo del rimanente narrato si può riepilogare in una essenzialità narrativa che conferendo all’umorismo velocità e brio ne rende ben gradevole la fruizione.
La cornice storica appena percettibile, ma ininfluente nel compiersi delle singolari vicende, è quella che si colloca tra gli anni venti/quaranta dello scorso secolo. Quella geoetnografica si muove tra entroterra rurale (contadini, pastori, cacciatori, artigiani etc.) e ambiente cittadino con qualche sconfinamento transoceanico, anch’esso narrativamente marginale.
La finalità moralistica delle novelle è riepilogata, al concludersi di ciascuna, da motti e sentenze tratte dalla tradizione latina, dall’età classica a quella umanistico-rinascimentale.

Dalla nota introduttiva di Aldo Cervo

Foglio Volante n°7 Anno XXXI Luglio 2016


Fonetismo ed esperanto

Spesso a noi italiani, parlando con gli stranieri, capita di dire – nell’intento di elogiare la nostra lingua – che l’italiano come si scrive cosí si legge. Sarebbe meglio se parlassimo dell’eufonia dell’italiano, se dicessimo che è una lingua eufonica, bella, tra le piú belle, se non la piú bella del mondo. Soprattutto per la fonetica, con un giusto equilibrio tra vocali e consonanti. E poi l’italiano ha un retroterra culturale che altre lingue non possono vantare. A partire dal latino, di cui la lingua italiana è figlia, lungo la storia di una dozzina di secoli da quel Sao ka kelle terre del X secolo, attraverso il volgare della Divina Commedia, e poi le opere letterarie di Petrarca, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e le altre centinaia e centinaia di autori che hanno lasciato opere memorabili nella storia della letteratura universale.
Dire che una lingua come si scrive cosí si legge (o viceversa) è come dire che una lingua è fonetica, vale a dire che a ogni fonema (suono semplice) corrisponde un grafema (segno grafico) e viceversa: “casa”, quattro fonemi, due suoni vocalici e due consonantici, quattro grafemi; “libro”, cinque fonemi, cinque grafemi. In questo senso l’italiano è molto piú vicino al fonetismo di quanto lo siano altre lingue. In francese, si scrive “eau” (tre grafemi), si legge “o” (un fonema); in tedesco, si scrive “deutsche” (otto grafemi), si legge “doic’” (quattro fonemi); in inglese si scrive “food” (quattro grafemi) e si legge “fud” (tre fonemi); viceversa, si scrive “I” (un grafema) e si legge “ai” (due fonemi). E si potrebbe continuare all’infinito.
Ma anche nella fonetica italiana ci sono molte irregolarità. Solo qualche esempio: c’è un grafema a cui non corrisponde alcun fonema (la H); ci sono grafemi a cui corrispondono fonemi diversi (C e G, che possono essere palatali, come in “cena”, “gente” e gutturali, come in “cane”, “gatto”); c’è un fonema che può essere rappresentato da quattro grafemi diversi: C(h), K, Q e un pezzo di X; c’è un grafema (X) a cui corrispondono due fonemi (KS); ci sono fonemi come “gl” di “aglio” e “gn” di “gnocco”, rappresentati da due grafemi (digramma) e cosí via.
La nostra grammatica non è particolarmente facile, ma è anzi piuttosto complessa. In particolare per i verbi. Proviamo a esaminarli: esistono i tempi presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice, passato prossimo, trapassato prossimo e futuro anteriore, per l’indicativo; poi c’è il modo congiuntivo con quattro tempi, il condizionale con due. Per ogni tempo ci sono sei desinenze, una per ogni persona (prima, seconda e terza, singolare e plurale), e poi l’imperativo, il gerundio, l’infinito, il participio. Se proviamo a calcolare il numero delle desinenze, ne possiamo contare non meno di una ottantina, che dobbiamo moltiplicare per tre, ovvero per le tre coniugazioni -are, -ere, -ire, e che diventano quindi qualcosa come duecentocinquanta. E quando abbiamo imparato tutte le desinenze, ci accorgiamo che ne abbiamo imparato solo una parte, perché gran parte dei nostri verbi è irregolare: “andare”, non fa “io ando, tu andi, egli anda”, ma “io vado, tu vai, egli va”, dove è addirittura la radice a cambiare; il verbo “avere” non fa “io avo, tu avi, egli ava”, ma “io ho, tu hai, egli ha”; il verbo “essere”, non fa “io esso, tu essi, egli essa”, ma “io sono, tu sei, egli è”; il presente del verbo “morire” non è “io moro”, ma “io muoio”; del verbo “finire” non è “io fino”, ma “io finisco”; dal verbo “dire”, abbiamo “dico”; da “fare”, “faccio”; da “dovere” abbiamo “io devo, noi dobbiamo”; il participio passato di “esigere” è “esatto” e non “esigiuto”; il participio passato di “espellere” è “espulso”; il participio passato di “dirimere” non esiste; eccetera eccetera. Verbi perfettamente regolari in italiano non sono che una minoranza.
Ma in tutte le lingue esistono eccezioni e controeccesioni, casi e sottocasi e nessuna lingua è rigorosamente fonetica. Tutte le lingue eccetto una: l’esperanto. L’esperanto è rigorosamente fonetico: a ogni fonema corrisponde sempre un grafema e viceversa. E non esistono eccezioni. La grammatica si compone di sedici sole regole, senza alcuna eccezione. Le desinenze verbali sono in tutto sei: -as (presente), -is (passato), -os (futuro), -us (condizionale), -u (imperativo), -i (infinito). Ecco un esempio: diri (dire), diras (presente indicativo, per tutte le persone: dico, dici, dice, diciamo, dite, dicono), diris (passato: dicevo, dissi, ho detto), diros (dirò, dirai, ecc.), dirus (direi, diresti, ecc.), diru (imperativo: di’, dite).
Provare per credere, mettendo da parte i pregiudizi.

Amerigo Iannacone


Ritratto

Garza di nebbia
avvolge il mio pensiero,
un accenno d’ala
nel canto d’uccello,
che si erge e rifluisce
tra gli argini placidi
nell’incontro segreto d’altro mondo.
C’è il ricordo di uno scorrere
che va sotto arcate d’acqua,
con onde lievi nell’ora
che narra la storia di una vita,
e poi sarà quel che sarà.


Adriana Mondo
Reano (Torino)

  • Titolo
  • Il coraggio di vivere
  • Autore
  • Adriana Panza
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 192
  • Prezzo
  • € 15,00

In pensione da un bel po’, Adriana Panza non vuole dimenticare la sua vita da maestra. In realtà continua a raccontare la sua vita, perché ne ricorda tanti episodi, anche lontani, e pensa che possa servire (non soltanto a lei, se non altro per mettere ordine in quell’ingombrante armadio che è la sua memoria) a far riflettere altri, oggi che tutto è veramente piú facile e sembra invece addirittura difficile a qualcuno che (si direbbe con un’espressione del secolo scorso) ha la mangiatoia troppo bassa, e comoda, quindi, per prendere quello che gli serve.
Raccontando la sua vita, Adriana offre un modello di confronto che potrà pure apparire datato, specie quan-do rievoca la sua lunga permanenza in Africa (“la mia Africa”, come la chiama lei), ma è certo ricco di stimoli, se appena si fa attenzione alle componenti umane di quel modello d’esistenza. Tempi duri, quelli della Soma-lia degli anni sessanta-settanta del Novecento, e dell’Ita-lia pure, specie quella meridionale, che appena cominciava ad uscire dal periodo buio culminato nella Seconda Guerra Mondiale. Si stava un po’ meglio di prima, certo, ma i piú avveduti facevano comunque attenzione a non sprecare. Una famigliola del ceto medio poteva cominciare a concedersi un piccolo lusso, un’auto nuova, un viaggio.
E qui ritorna la maestra: come in altri suoi libri, Adriana Panza alterna la narrazione in prima persona degli eventi alla descrizione storica e geografica, e an-tropica e culturale, dei luoghi in cui quegli eventi si so-no svolti, e delle persone con le quali sono stati condivi-si. Ogni occasione è buona per una digressione storica, scientifica, geografica... Una città, un popolo, un edifi-cio, un personaggio storico, un paesaggio africano, un animale esotico, tutto si può prendere a pretesto per una piccola lezione – come se lei fosse ancora a scuola, come se avesse sempre davanti una scolaresca da interessare, da colpire, da stupire. Il lettore viene così guidato in una specie di viaggio d’istruzione, entrando in una enciclopedia condensata, in un fantastico atlante storico-geo-grafico ricco di puntine colorate.
L’autrice di queste memorie private, “tra storia e vi-ta” (Tra storia e vita è il titolo di un altro suo libro simile a questo), vuole proprio sottolineare quanto le vicende familiari siano determinate dal corso generale degli eventi, e insieme questi, i grandi fatti che fanno la Storia con la maiuscola, devono comunque tener conto dei tanti fatterelli della gente comune. La vita di una perso-na non è mai solo la sua, così la storia di un Paese è la somma di tante vite, e alla fine si deve guardare avanti e indietro al tempo stesso, e di lato anche, se si vuol cre-scere sicuri, se si vuole provare a costruire su terreno stabile.
Gli anni vissuti in Somalia – già lo sappiamo, se di Adriana abbiamo letto altre storie – furono particolar-mente intensi e ricchi di soddisfazioni (nonostante il terribile lutto da cui parte in quest’occasione la cronaca familiare della nostra autrice, sconvolta per la perdita di marito e figlioletto in un incidente di montagna). Figlia di un benemerito della cultura e della divulgazione cul-turale, in un Paese arretrato e privo di identità linguisti-ca, Adriana maestra in terra straniera si trova infatti lei stessa a combattere per la crescita dei suoi piccoli allie-vi. E dedica loro una passione moltiplicata dalla man-canza di un figlio proprio.
I primi radicali programmi governativi di “rifonda-zione” delle strutture economico-sociali della Somalia iniziarono infatti, solo nel 1970, dopo che il Paese si era costituito in Repubblica Socialista, poiché il nuovo regi-me si pose come obiettivi primari, il raggiungimento dell’autosufficienza attraverso l’adozione di tecniche adatte alle condizioni della società locale. Molto interes-sante, ad esempio, è l’osservazione che riguarda la poe-sia – essendo l’autrice per ovvi motivi attratta da questo argomento –. La poesia, nella tradizione somala, rappresenta molto piú che una semplice forma di espressione artistica: essa dà corpo e formulazione all’intero complesso di valori che caratterizzano la cultura e la storia della Somalia.
Accurate, di rilievo, sono tutte le digressioni storiche e antropiche, nelle quali la maestra Panza sciorina la sua conoscenza professionale e l’abilità comunicativa che segnava le maestre di una volta. Notevoli soprattutto le precisazioni su fatti e personaggi che conosciamo, magari dalla Bibbia, come la quasi mitica regina di Saba. Il racconto in questione – scrive Adriana – ebbe diffusione persino in Etiopia, assurgendo a tradizione nazionale perché gli si connette l’origine della dinastia salomonide: il Kebra Nagast (“Gloria dei re”, 14° sec.) narra che la regina, cui è dato il nome di Makeda, si sia recata dall’Etiopia a Gerusalemme, dove da una relazione amorosa con Salomone nacque il figlio Menelik, mitico progenitore dei negus salomonidi.
Il decennio degli anni Settanta, si diceva, è il cuore della narrazione. La protagonista attraversa fasi alterne, tra fiducia e sconforto, ma prevale la sua forza, la sua determinazione nell’accettare sempre con serena fermezza le prove a cui la vita la chiama. In queste sue pagine vivono le persone che le sono state vicino, ricordate negli episodi ai quali lei è piú legata. E che fa rivivere per noi come se ci accompagnasse in un museo personale. Il campeggio alle Tremiti e Patty Pravo, il soggiorno in Sardegna e il viaggio a Barcellona, la piccola “500” gialla e il referendum per il divorzio... Fatti privati che si incastrano nelle grandi vicende storiche: cosí va il mondo, cosí scorrono gli anni che ci è concesso di vivere.
Non tutto naturalmente va come noi vorremmo, ma con un po’ di buona volontà si può addrizzare un per-corso che si va facendo storto, si può correggere un at-teggiamento che ci ferisce. Con un po’ di coraggio, quello che non manca certo alla nostra Adriana, vittima e artefice insieme di una trama esistenziale della quale cogliere “il sugo della storia” (direbbe qualcuno) per conservarne il sapore – e farcelo provare, assaporare, invitati a un banchetto della conoscenza imbandito di sorprese.

Dalla prefazione di Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • Scienco en eroj
  • Autore
  • Ugo Intini
  • Collana
  • Tri Steloj
  • Pagine
  • 104
  • Prezzo
  • € 12,00

Antaŭparolo
En fantazia libro la leganto ofte permesas, ke oni permane gvidu lin al mir-mondo. Ĉi tiu mondo ha-vas la kolorojn de miraklaj elanoj kaj krome de ne-atenditaj strangaĵoj, kvankam iel elvenintaj el la interno. Tamen la ekzerco pri krea verkado montras aliron kaj mensan laboradon, kiu konsistas el enaj kongruoj kaj el fajnaj nervaj ĉefaj traboj, kies celo estas komunikado. Tio okazas malgraŭ la rakonta pasio, kaj krome la krea ver-kado okazas en kampo tiel riĉa je fruktoj, kiuj ridetas je la surprizita kaj foje plezurhava rigardo de naiva atendo. Tio ne malofte finfine konsistigas la kvaliton meman de la tek-sto. Jen ekzemplo de tio en la rakontoj prezentataj de la verkinto de ĉi tiu teksto: sume ni havas ĉi tie ne neeblan konan aliron, kiu vestas sin per fabela vesto. Ĉi tiu fabela vesto, kvankam ĝi havas tre vastajn horizontojn, kiuj estas ekster tempo kaj spaco troveblaj, montras sin per sia tuta forto.
Kritika pripensado de la verko de Ugo Intini ne rajtas ne kapti tiun esencan karakteron de lia verkado. Tiu karaktero trovas klaran konfirmon en la strukturo de ĉi tiu verko, kiu estas dividita en du partojn. Unu temas pri scienca disva-stigo kaj la dua pri rakontado. Mi pensas, ke tia kunordi-gita dueco, preter la instrua celo, prezentas la aŭtentecon de la mesaĝon de Ugo Intini. La mesaĝo diras, ke scienco ne estas rigora duonpatrino, kiu per sia projektado, kon-trolado kaj difinado kapto-tenas siajn anojn en kristala ĉambro. La scienco, fakte, subtenas kaj amuzas la homon pri lia enkonstruita scivolemo, lia intuicia, ellabora kaj teo-riuma kapablo, pri lia nehaltigebla deziro al materia kaj morala progreso.
La ridiga eco de rakontoj kiel tiu de la libro Hundoj kaj katoj aŭ kiel la fabelo en tiu ĉi libro Nulo kaj liaj fratoj ne naskiĝas, ekzemple, el ripetado tro ampleksa kaj eksplo-da, kvazaŭ ĝi estas ŝoko el intelekta klarvideco. Ĝi, male, havas trajtojn de plaĉo, kiu fontas el la invento de situacioj kaj rolantoj. En kelkaj okazoj (ekzemple en La magiisto de numeroj) tiuj rolantoj estas reliefaj literaturaj rolantoj. Vortoj neniam perdas la montran klarecon, ili neniam nebuliĝas pro arbitraj plur-senceco, ili, male, estas mal-kunmetitaj aŭdis duigitaj rilate al la signifo. Foje ili estas kunigitaj al fortigaj adjektivoj, kiuj substrekas radik-man-kon (terura teruro, tima timo, mistera mistero, ktp.), longi-gitaj, silabe inversigitaj. Foje ili ricevas bildan valoron, kiel se ili mem enhavus ion abstraktan, kiu ĉesas esti abs-traktaĵo kaj iĝas emocio aŭ ago de la rakonto. La luda eco estas ĉiam subtenata de racio. Mi pensas, ke la spegulo de homa naturo resendas la bildon de inteligento kaj pasio. Se estas tiel, la vasta komprenebleco de la verkostilo de Ugo Intini trovas kroman konfirmon en la tradukado, kiun la verkinto faris, de la teksto el la itala al Esperanto, kiu estas lingvo kapabla superi la malsamecojn inter la popoloj.

Riccardo Agrusti
Traduko de Renato Corsetti

  • Titolo
  • L'inebriante profumo delle zagare
  • Autore
  • Francesco Bruno
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 112
  • Prezzo
  • € 10,00

È l’amico Maurizio Zambardi che mi ha fatto conoscere l’autore di questo libro. A Maurizio mi lega un’antica cordiale amicizia, che si basa anche su quella che è reciproca stima. Con lui abbiamo collaborato in numerose iniziative di carattere culturale e inoltre dalla nostra collaborazione sono nate anche diverse pubblicazioni.
Anche tra Maurizio e Francesco Bruno, colleghi do-centi nella stessa scuola di Isernia, è nata una cordiale amicizia e per la proprietà transitiva dell’amicizia posso dire che siamo diventati amici anche Francesco ed io. E così Francesco mi ha portato in lettura il suo manoscritto (ma oggi dovremmo parlare di file) che io ho letto volentieri, trovandovi un racconto spedito e gradevole. È una narrazione che sta tra la memoria personale, il racconto e la cronaca, dove l’io narrante è ben riconoscibile nell’autore, sia pure con qualche tratto dove di proposito l’autore diversifica da sé il personaggio.
Il racconto ci porta nel periodo che va, grosso mo-do, dagli anni sessanta del secolo scorso ai giorni no-stri e fa rivivere l’infanzia del protagonista nella Sicilia di mezzo secolo fa, tra gli aranceti, col “profumo delle zagare” e i giochi infantili e poi il cinema, dove Francesco per qualche settimana ha fatto anche, insieme ala fratello, l’operatore, come il protagonista del Nuovo cinema Paradiso. Seguono poi, in età giovanile e adulta, i numerosi viaggi in Italia e nel mondo. E ogni viaggio è l’occasione per descrivere i luoghi visitati e per riportare aneddoti a volte curiosi.
E cosí il racconto ci porta “In giro per l’Italia”, come titola il secondo capitolo, e passiamo da Genova a Napoli, a Firenze, dove si consuma «la famosa bistecca alla fiorentina ricavata dal taglio, compreso l’osso, della lombata di vitellone non castrato con meno di due anni», a Venezia, a Napoli, dove «sembrava di essere nel racconto Il ventre di Napoli, scritto alla fine dell’800 dalla giornalista e scrittrice Matilde Serao».
Poi viene Montecarlo, poi il Canada e le Cascate del Niagara e gli Stati Uniti con un viaggio in pullman di «sedici ore di fila, di cui sei nei deserti del Nevada, tra canyons meravigliosi».
E poi l’Australia, da Adelaide a Melbourne a Can-berra, città «creata, ex novo per essere la capitale (non potendosi decidere gli australiani su quale scegliere tra le altre grandi città già esistenti)».
E l’Ayers Rock , «il piú grande monolite esistente (Urulu per gli aborigeni). Si tratta di una enorme roccia a forma di panettone, posata su una grande pianura desertica».
Ma c’è sempre il ritorno alla sua Sicilia e al profu-mo «inebriante e quasi pungente delle zagare», quel profumo intenso, che, scrive Bruno, «unito alla gioventú di allora, mi è rimasto impresso nella mente per sempre».
Dalla Sicilia si parte e alla Sicilia si ritorna, perché la Sicilia è bella e perché è l’amata terra madre.
Venafro, 8 maggio 2016

Dalla prefazione di Amerigo Iannacone

  • Titolo
  • Aspra terra e creazione fertile nell’opera di Domenico Defelice
  • Autore
  • Aurora De Luca
  • Collana
  • L'Albatro
  • Pagine
  • 152
  • Prezzo
  • € 10,00

METODOLOGIA

SI VUOLE, con questo lavoro, dare un contributo alla lettura dell’opera di Domenico Defelice e aggiungere una nuova voce liberamente e in piena consapevolezza delle capacità critiche di cui dispone: di lettrice romantica, appassionata.
Si va alla ricerca di un ‘principio di fondo’: si è rivelato una radice, e, in quanto tale, ben radicato nella terra.
Da tutta una coterie di scritti, pubblicazioni, saggi, let-tere, si propone di ricercare e tirare fuori il volto dell’uomo e il volto del poeta. Infine ci si accorge che i due per lo più coincidono, in quanto entrambi mossi dalla stessa spinta viscerale: l’amore.
Pertanto è l’amore l’angolo di visuale prediletto, amore che, si badi, non è cantato come sentimento elegiaco (che pure avremmo apprezzato) ma piuttosto come ‘partecipa-zione rabbiosa alla vita’. Si è compreso che per Defelice la scrittura poetica, che è quella in cui è piaciuto discendere, è scrittura sociale, conoscenza e rifiuto, adesione e contra-sto, è catarsi della vita.
È venuto, quindi, spontaneo titolare questo lavoro Aspra terra e creazione fertile, avendo ben in mente quel ‘principio di fondo’ esistenziale-poetico del nostro autore: la terra è dura, la vita è di terra; poiché è parso evidente che il legame tra Defelice e la Terra, tra Defelice e la Calabria, è un legame inscindibile, da risultare quasi ineluttabile, tale che le sofferenze dell’una si propagano nell’altro in onde d’urto fortissime. Da tale condizione di sofferenza, fisica e di coscienza, si è distillata la poesia come atto di semina e di inchiostro, così come avviene al contadino che, duramente, zappa la terra di cui conosce ritmi ed essenze, storture e avvallamenti, zone sterili e infeconde, finché da essa non riceve splendide fioriture e frutti genuini.
Nei Preludi non si sonda che questo, una panoramica da più angolazioni che possa restituire un Defelice tridimensionale: le sue origini, i suoi interessi, il suo carattere marcatamente ‘feroce e mansueto’, la sua poesia, la sua prosa, la sua pittura e ci si è valsi delle sue stesse parole, che si è ritenuto essere il nostro ‘principio di fondo’. Sicché è sembrato adeguato presentare una Miscellanea di opere poetiche, con la lettura delle quali mostrare stili e temi, originalità, forme, sviluppi, cambiamenti.
Di seguito l’Amore: sono state messe sotto la sua lente d’ingrandimento quattro opere poetiche, da quella più giovanile a quella più matura e recente. Di queste si è vo-luto – e tentato di – proporre un’analisi, stilistica, tematica e di evoluzione delle forme. Non si è mai tralasciato però l’intento principale del lavoro, quello di restituire un’im-magine più aderente possibile e a tutto tondo dell’autore, e per tanto, nello scendere sempre più a fondo tra le sue pa-role, si sono ricercati l’uomo e il poeta, indagato chi dei due fosse presente e in che misura.
Quel che è certo è che in Defelice Poesia è vita e vice-versa “Vita è poesia”; si è voluto infatti presentare la stessa biografia dell’autore – non certo anno per anno – intessendola con le sue stesse parole, rivelatrici di stati d’animo e concezioni d’esistenza, nonché con le parole di quei critici-scrittori che, prima e meglio di noi, hanno avuto modo di conoscere Defelice, sia personalmente, sia tramite le sue opere.
Per completare il lavoro si è creduto necessario esplora-re il mensile fondato da Defelice nel 1973, «Pomezia-Notizie», che ha compiuto ben 40 anni di vita senza cedere a quella che volgarmente si definisce ‘una crisi di mezza età’. Questo mensile, accompagnato dai Quaderni Letterari Il Croco, è stato un enorme delta di informazioni, in cui è confluita una quantità infinita di articoli e pubblicazioni.
Si stava ricercando il ‘principio di fondo’ di vita e di poesia; si crede di aver trovato qualcosa che lo attesti. Non avendo comunque certezza della bontà di tale impegno e di tali risultati, si è voluto scendere proprio nelle viscere di Defelice, all’interno di quegli epistolari “fraterni”, pubbli-cati con Il Croco. Per lo più si possiedono lettere di risposta e che portano la firma di amici e amiche, scrittori e scrit-trici, ugualmente importanti per il progetto proposto. Ma si possiedono anche alcune lettere manoscritte di Defelice dalle quali non può che risultare chiaramente il suo ani-mo, il suo spirito, la pasta del suo sguardo sulle cose, la sua mente.
In ultimo una passeggiata, una chiacchierata, alcune confessioni, delle saggezze, delle dichiarazioni ispirate, pa-role preziose dello stesso Defelice, per noi che ne faremo inestimabile tesoro.
Insomma, un lavoro assolutamente ‘scapigliato’– come io sono del resto –, appassionato sicuramente, si teme ma-gari caotico, assai pieno di salti e rimandi e citazioni, ma forse improvvisamente organico, limpido, trasparente da vederci attraverso.

Breve astratto dal libro

  • Titolo
  • Modellati dalla tenerezza
  • Autrici
  • Carmen Buono, Chiara Franchitti
  • Collana
  • Il nastro e la penna di una voce
  • Pagine
  • 144
  • Prezzo
  • € 16,00

PER COMPRENDERE il titolo – Il nastro e la penna di una voce – della collana che questo libro apre, bisogne-rebbe conoscere le due giovani che la curano, Carmen Buono e Chiara Franchitti, il “nastro” appunto e la “penna” di una “voce”, la voce di don Salvatore Rinaldi, portavoce di Voce piú alta. Tra i molti talenti di don Salvatore, personaggio ben noto nella sua città e nella sua provincia, c’è quello di avere la capacità di esprimere concetti elevati par-lando a braccio. Capacità di parlare – si diceva una volta – come un libro stampato. Ogni domenica don Salvatore celebra piú di una Messa e tiene piú di un’omelia, sempre a braccio, e tutte sono originali, tutte sono autentiche, tutte di grande interesse. E adatta, don Salvatore, il suo modo di parlare al pub-blico dei fedeli che ha davanti, con una lingua eleva-ta o addirittura aulica oppure con un linguaggio basso, magari inframmettendo parole o espressioni dialettali. Non si ripete, non è mai monotono, mai banale.
Partecipando alla Messa, Carmen, il “nastro”, re-gistra, Chiara, la “penna”, trascrive, le omelie di don Salvatore. Un lavoro prezioso, perché salvano dall’o-blio e consegnano alla carta stampata testi di grande interesse, che diversamente andrebbero perduti. E sono infatti proprio di grande interesse – e il lettore se ne renderà conto leggendo il libro – le omelie di don Salvatore; lo sono sia per la sua notevole prepa-razione culturale e teologica (ricordiamo che è stato per anni il chierichetto di Paolo VI), sia per le sue in-nate doti di intelligenza e anche di creatività.
È ovvio che quello del “nastro” e della “penna” è un lavoro non sempre facile, perché l’efficacia di un testo orale è legato anche all’espressività, al tono della voce, al ritmo, alla mimica ed ad altri elementi non riproducibili con la scrittura, e poi il pubblico della carta stampata è un pubblico diverso da quello che partecipa una mattina a una funzione religiosa. E quindi nel riportare per iscritto un testo che era orale e fatto a braccio c’è bisogno di un lavoro di editing e talvolta di adattamento e comunque senza mai inter-venire nei concetti e senza alterare né il contenuto, né lo spirito del testo. Un lavoro che le due giovani hanno fatto in modo eccellente pur senza mai sosti-tuirsi o sovrapporsi a don Salvatore. Di don Salvato-re infatti sono tutti i testi, anche se talvolta, leggendo delle bellissime espressioni, viene da domandarsi «possibile che abbia espresso a braccio un concetto cosí elevato e in modo cosí appropriato, con parole tanto belle?». Sí, don Salvatore ha queste capacità: sono delle doti innate, sia pure affinate da cultura e da studio.
Probabilmente c’è da rammaricarsi solo per il fatto che, per ovvi motivi, il “nastro” e la “penna” non riescono a partecipare a tutte le Messe e a registrare tutte le omelie. E d’altra parte don Salvatore non è tipo da considerare preziose le proprie parole, che in realtà quasi sempre lo sono, e quindi non si scrive mai in prima persona i testi.
Questo volume intende aprire una serie di pubblicazioni, nella collana che porta appunto il nome di Il nastro e la penna di una voce, ognuna delle quali avrà un proprio titolo e sarà legata a un periodo dell’anno liturgico. Si parte con Il tempo di Pasqua (2013-2014), seguiranno altri raggruppamenti di omelie che potranno essere sul Natale, sulla Quaresima, su Pasqua 2015, e cosí via.
Questo è quanto si ripromettono Carmen Buono e Chiara Franchitti, perché, come dicevano i nostri avi, verba volant ma scripta manent.

Dalla prefazione di Amerigo Iannacone

  • Titolo
  • La sorgente del fiume Bann
  • Autore
  • Celeste Ingrosso
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 248
  • Prezzo
  • € 16,00

Una scommessa vinta

In realtà, è più di una scommessa: questo romanzo dell’esordiente Celeste Ingrosso (quasi una sfida alla pazienza dei lettori, oggi che tanto poca ne hanno per seguire tante pagine scritte) si apre con una serie di colpi di scena e si chiude... ma si chiude poi realmente?
Non è il caso di svelare non solo la chiusa ma nemmeno le trame (poiché al plurale vanno indicate) di questa storia avvincente, ai limiti dell’incredibile, scritta con apprezzabile padronanza tecnica, oltre che indubbia evidente passione per il tema affrontato. Che è un tema, anch’esso, da scommetterci per vedere chi viene a “vedere” (come quando si gioca a carte e c’è qualcuno che punta forte...
Celeste dunque si mette in gioco (poiché mette in campo le sue convinzioni profonde, forse il senso stesso della sua vita), e chiede al lettore di giocare con lei, ma seriamente, come per una caccia al tesoro in cui il tesoro è la vita che si mette in gioco. Ad apertura, infatti, propone un indovinello esistenziale che appare subito inquietante, lasciando insieme intuire chissà quali sviluppi narrativi. E ci sono, ci sono subito e ce ne saranno sempre altri, più o meno sorprendenti, fino alla conclusione – in certa misura attesa ma non del tutto prevedibile: una scommessa vinta.
Chi abbia seguito fiducioso la vicenda della giovane protagonista, si ritroverà con lei ad aver percorso un periodo fondamentale della conoscenza di sé: non si può rimanere indifferenti alle proposte – che sono semplicemente umane prima ancora di essere, come sembra, filosofiche o religiose – che l’autrice vuole farci comprendere e, magari, condividere.
I protagonisti del romanzo La sorgente del fiume Bann si muovono attraverso le vicende vissute come fossero sempre sicuri di quel che li aspetta, come sapessero che – prima o poi, magari non senza qualche impiccio – tutto si metterà a posto, anzi, tutto tornerà a posto... Qui la giovane Aidha scopre un mistero che si rivelerà la sua stessa vita. E coinvolgerà altri nel riconoscimento e le sarà d’aiuto per comprendere come più e meglio le convenga vivere, per sapere di essere non solo di passaggio in questo mondo, ma di essere una e più di una, di avere avuto e di poter avere più vite da vivere.
Intorno a lei, tutto concorre a metterla sulla strada giusta, an-che con gli intoppi che arricchiscono la curiosità del lettore, mentre ai personaggi assicurano pagine supplementari di episodi da gestire. E la curiosità cresce mentre si vedono agire – con gli occhi e con l’animo della protagonista (che narra in prima persona) – i personaggi di contorno, e soprattutto il deuteragonista (che è poi il motore primo al quale si deve l’origine stessa della ricerca esistenziale che segnerà la vita di Aidha); si vedono tutti muoversi all’u-nisono, appunto come seguissero una rotta nota, tracciata...
La struttura del romanzo è simmetrica, nella successione dei capitoli e nella stessa crescita dei personaggi attraverso quei capitoli. Ci sono ricorrenze spia, che danno la chiave per comprendere quel che succede e perché sta succedendo proprio allora e proprio a loro. I capitoli sono 23: quello centrale fa da cerniera e chiude una parte aprendone un’altra, speculare nell’ordine degli eventi. Alla fine, sapremo le ragioni di certi episodi iniziali, scopriremo le motivazioni psicologiche insite in alcuni caratteri – se avremo partecipato con attenzione e disponibilità intellettuale, saremo anche appagati dall’esito a cui giunge l’autrice.
Certo, chi abbia confidenza con le teorie orientali sulla rein-carnazione meglio riesce a penetrare le linee portanti della storia, e insieme la psicologia dei personaggi e le loro azioni (calandosi – e questo è favorito dall’abilità dell’autrice di muoversi nell’epoca tardo-ottocentesca e nella geografia nordirlandese e non solo – attraverso i meandri in cui spesso i vari capitoli trascinano il lettore). Ma il romanzo si apre, proprio grazie alla lontananza spaziotemporale in cui si snoda – o si riannoda continuamente fino allo scioglimento –, tirando inevitabilmente dentro e rimettendo fuori senza sosta: La sorgente del fiume Bann diventa un porto/approdo dal quale ci si avvia per fare scoperte impensate e al quale si torna per dar ragione di quelle scoperte, appunto “scoperte” come dovevano essere. La sorgente del fiume Bann è il luogo ideale (oltre ad essere materialmente, geograficamente, il luogo centrale e il centro motore di questo romanzo) dove si finisce per trovare – come forse già si sapeva – un ubi consistere che insieme è pure un unde procedere... Un ritorno ad una nuova vita.
La giovane spericolata scrittrice che coraggiosamente esordisce con 250 pagine fitte di cose e persone, di sogni e pensieri, e ne esce sicuramente anch’ella cresciuta con la sua Aidha, anche lei, la scrittrice in erba che dimostra scaltrezza nell’organizzare e nello scrivere, predisposizione allo studio dei caratteri, fiducia – anche, non guasta – nella disponibilità del lettore medio a credere nell’as-sunto principale all’origine di tutto: siamo chi siamo già stati, e ci tocca completare, o almeno sviluppare, percorsi segnati, insieme a coloro che insieme a noi hanno fatto in parte quei percorsi.
È il nostro karma a indicarci la strada, inevitabile per quanto si tenti di evitarla, e a condurci – a tappe, ma senza tema di perderci – dov’è segnata la nostra meta. Il vero premio per quella scommessa è trovare (ri-trovare) l’altra metà che ci fu tolta – sappiamo che ci aspetta, ci sta cercando, anela al ricongiungimento. Perché dobbiamo essere due in uno, per vivere pienamente. Perché non saremo completi e felici fino a quando avremo completato (per quanto frammentato in diverse vite) il giro di esistenza che ci è stato assegnato.

Giuseppe Napolitano