• Titolo
  • Uomini e bestie
  • Autore
  • Luigi Feliziani
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 152
  • Prezzo
  • € 12,00

L'ispirazione boccaccesca che si percepisce nella raccolta di Luigi Feliziani, laziale di Pietraforte, in provincia di Rieti, oltre che nel topos letterario della burla, della trovata a sorpresa presenti più o meno in ogni pagina, è – per così dire – confessato apertamente in quelle finali, dove sei personaggi (nel Decamerone sono dieci), alle prese non con un’epidemia di peste da cui difendersi, ma con la necessità di darsi un minimo di acculturazione di base, si offrono a narrare, ciascuno, una novella. Il risultato è una sequenza di situazioni grottesche, paradossali, estreme al punto di tirarsi fuori da ogni possibile approccio col reale, anche se del reale vogliono essere proiezioni metaforiche. E in ciascuna di esse per motivi ispiratori si evidenziano – rimesse talvolta a immagini e gergo di una comicità, eufemisticamente parlando, grossolana – storie di povertà e di fortune, di avarizia e di prodigalità, di moralità e dissolutezze, di usura e generosità, di monete false e zecchini autentici; storie, infine, di corna strutturate “a incrocio”, e tuttavia risoltesi nei confini della pura intenzionalità.
Il lavoro, sul piano dell’impianto formale, presenta due volti, dei quali il primo ne connota la prima metà, dove si riscontra un frequente uso delle perifrasi, con l’intento di sorprendere poi il lettore con l’aprosdo-keton umoristico tenuto in serbo. E accanto alle peri-frasi, un dilungarsi delle trame in vicende che esulando dal progetto iniziale determinano una diluizione del messaggio in prolissità.
Quel che invece è elemento distintivo del rimanente narrato si può riepilogare in una essenzialità narrativa che conferendo all’umorismo velocità e brio ne rende ben gradevole la fruizione.
La cornice storica appena percettibile, ma ininfluente nel compiersi delle singolari vicende, è quella che si colloca tra gli anni venti/quaranta dello scorso secolo. Quella geoetnografica si muove tra entroterra rurale (contadini, pastori, cacciatori, artigiani etc.) e ambiente cittadino con qualche sconfinamento transoceanico, anch’esso narrativamente marginale.
La finalità moralistica delle novelle è riepilogata, al concludersi di ciascuna, da motti e sentenze tratte dalla tradizione latina, dall’età classica a quella umanistico-rinascimentale.

Dalla nota introduttiva di Aldo Cervo

Foglio Volante n°7 Anno XXXI Luglio 2016


Fonetismo ed esperanto

Spesso a noi italiani, parlando con gli stranieri, capita di dire – nell’intento di elogiare la nostra lingua – che l’italiano come si scrive cosí si legge. Sarebbe meglio se parlassimo dell’eufonia dell’italiano, se dicessimo che è una lingua eufonica, bella, tra le piú belle, se non la piú bella del mondo. Soprattutto per la fonetica, con un giusto equilibrio tra vocali e consonanti. E poi l’italiano ha un retroterra culturale che altre lingue non possono vantare. A partire dal latino, di cui la lingua italiana è figlia, lungo la storia di una dozzina di secoli da quel Sao ka kelle terre del X secolo, attraverso il volgare della Divina Commedia, e poi le opere letterarie di Petrarca, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e le altre centinaia e centinaia di autori che hanno lasciato opere memorabili nella storia della letteratura universale.
Dire che una lingua come si scrive cosí si legge (o viceversa) è come dire che una lingua è fonetica, vale a dire che a ogni fonema (suono semplice) corrisponde un grafema (segno grafico) e viceversa: “casa”, quattro fonemi, due suoni vocalici e due consonantici, quattro grafemi; “libro”, cinque fonemi, cinque grafemi. In questo senso l’italiano è molto piú vicino al fonetismo di quanto lo siano altre lingue. In francese, si scrive “eau” (tre grafemi), si legge “o” (un fonema); in tedesco, si scrive “deutsche” (otto grafemi), si legge “doic’” (quattro fonemi); in inglese si scrive “food” (quattro grafemi) e si legge “fud” (tre fonemi); viceversa, si scrive “I” (un grafema) e si legge “ai” (due fonemi). E si potrebbe continuare all’infinito.
Ma anche nella fonetica italiana ci sono molte irregolarità. Solo qualche esempio: c’è un grafema a cui non corrisponde alcun fonema (la H); ci sono grafemi a cui corrispondono fonemi diversi (C e G, che possono essere palatali, come in “cena”, “gente” e gutturali, come in “cane”, “gatto”); c’è un fonema che può essere rappresentato da quattro grafemi diversi: C(h), K, Q e un pezzo di X; c’è un grafema (X) a cui corrispondono due fonemi (KS); ci sono fonemi come “gl” di “aglio” e “gn” di “gnocco”, rappresentati da due grafemi (digramma) e cosí via.
La nostra grammatica non è particolarmente facile, ma è anzi piuttosto complessa. In particolare per i verbi. Proviamo a esaminarli: esistono i tempi presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice, passato prossimo, trapassato prossimo e futuro anteriore, per l’indicativo; poi c’è il modo congiuntivo con quattro tempi, il condizionale con due. Per ogni tempo ci sono sei desinenze, una per ogni persona (prima, seconda e terza, singolare e plurale), e poi l’imperativo, il gerundio, l’infinito, il participio. Se proviamo a calcolare il numero delle desinenze, ne possiamo contare non meno di una ottantina, che dobbiamo moltiplicare per tre, ovvero per le tre coniugazioni -are, -ere, -ire, e che diventano quindi qualcosa come duecentocinquanta. E quando abbiamo imparato tutte le desinenze, ci accorgiamo che ne abbiamo imparato solo una parte, perché gran parte dei nostri verbi è irregolare: “andare”, non fa “io ando, tu andi, egli anda”, ma “io vado, tu vai, egli va”, dove è addirittura la radice a cambiare; il verbo “avere” non fa “io avo, tu avi, egli ava”, ma “io ho, tu hai, egli ha”; il verbo “essere”, non fa “io esso, tu essi, egli essa”, ma “io sono, tu sei, egli è”; il presente del verbo “morire” non è “io moro”, ma “io muoio”; del verbo “finire” non è “io fino”, ma “io finisco”; dal verbo “dire”, abbiamo “dico”; da “fare”, “faccio”; da “dovere” abbiamo “io devo, noi dobbiamo”; il participio passato di “esigere” è “esatto” e non “esigiuto”; il participio passato di “espellere” è “espulso”; il participio passato di “dirimere” non esiste; eccetera eccetera. Verbi perfettamente regolari in italiano non sono che una minoranza.
Ma in tutte le lingue esistono eccezioni e controeccesioni, casi e sottocasi e nessuna lingua è rigorosamente fonetica. Tutte le lingue eccetto una: l’esperanto. L’esperanto è rigorosamente fonetico: a ogni fonema corrisponde sempre un grafema e viceversa. E non esistono eccezioni. La grammatica si compone di sedici sole regole, senza alcuna eccezione. Le desinenze verbali sono in tutto sei: -as (presente), -is (passato), -os (futuro), -us (condizionale), -u (imperativo), -i (infinito). Ecco un esempio: diri (dire), diras (presente indicativo, per tutte le persone: dico, dici, dice, diciamo, dite, dicono), diris (passato: dicevo, dissi, ho detto), diros (dirò, dirai, ecc.), dirus (direi, diresti, ecc.), diru (imperativo: di’, dite).
Provare per credere, mettendo da parte i pregiudizi.

Amerigo Iannacone


Ritratto

Garza di nebbia
avvolge il mio pensiero,
un accenno d’ala
nel canto d’uccello,
che si erge e rifluisce
tra gli argini placidi
nell’incontro segreto d’altro mondo.
C’è il ricordo di uno scorrere
che va sotto arcate d’acqua,
con onde lievi nell’ora
che narra la storia di una vita,
e poi sarà quel che sarà.


Adriana Mondo
Reano (Torino)

  • Titolo
  • Il coraggio di vivere
  • Autore
  • Adriana Panza
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 192
  • Prezzo
  • € 15,00

In pensione da un bel po’, Adriana Panza non vuole dimenticare la sua vita da maestra. In realtà continua a raccontare la sua vita, perché ne ricorda tanti episodi, anche lontani, e pensa che possa servire (non soltanto a lei, se non altro per mettere ordine in quell’ingombrante armadio che è la sua memoria) a far riflettere altri, oggi che tutto è veramente piú facile e sembra invece addirittura difficile a qualcuno che (si direbbe con un’espressione del secolo scorso) ha la mangiatoia troppo bassa, e comoda, quindi, per prendere quello che gli serve.
Raccontando la sua vita, Adriana offre un modello di confronto che potrà pure apparire datato, specie quan-do rievoca la sua lunga permanenza in Africa (“la mia Africa”, come la chiama lei), ma è certo ricco di stimoli, se appena si fa attenzione alle componenti umane di quel modello d’esistenza. Tempi duri, quelli della Soma-lia degli anni sessanta-settanta del Novecento, e dell’Ita-lia pure, specie quella meridionale, che appena cominciava ad uscire dal periodo buio culminato nella Seconda Guerra Mondiale. Si stava un po’ meglio di prima, certo, ma i piú avveduti facevano comunque attenzione a non sprecare. Una famigliola del ceto medio poteva cominciare a concedersi un piccolo lusso, un’auto nuova, un viaggio.
E qui ritorna la maestra: come in altri suoi libri, Adriana Panza alterna la narrazione in prima persona degli eventi alla descrizione storica e geografica, e an-tropica e culturale, dei luoghi in cui quegli eventi si so-no svolti, e delle persone con le quali sono stati condivi-si. Ogni occasione è buona per una digressione storica, scientifica, geografica... Una città, un popolo, un edifi-cio, un personaggio storico, un paesaggio africano, un animale esotico, tutto si può prendere a pretesto per una piccola lezione – come se lei fosse ancora a scuola, come se avesse sempre davanti una scolaresca da interessare, da colpire, da stupire. Il lettore viene così guidato in una specie di viaggio d’istruzione, entrando in una enciclopedia condensata, in un fantastico atlante storico-geo-grafico ricco di puntine colorate.
L’autrice di queste memorie private, “tra storia e vi-ta” (Tra storia e vita è il titolo di un altro suo libro simile a questo), vuole proprio sottolineare quanto le vicende familiari siano determinate dal corso generale degli eventi, e insieme questi, i grandi fatti che fanno la Storia con la maiuscola, devono comunque tener conto dei tanti fatterelli della gente comune. La vita di una perso-na non è mai solo la sua, così la storia di un Paese è la somma di tante vite, e alla fine si deve guardare avanti e indietro al tempo stesso, e di lato anche, se si vuol cre-scere sicuri, se si vuole provare a costruire su terreno stabile.
Gli anni vissuti in Somalia – già lo sappiamo, se di Adriana abbiamo letto altre storie – furono particolar-mente intensi e ricchi di soddisfazioni (nonostante il terribile lutto da cui parte in quest’occasione la cronaca familiare della nostra autrice, sconvolta per la perdita di marito e figlioletto in un incidente di montagna). Figlia di un benemerito della cultura e della divulgazione cul-turale, in un Paese arretrato e privo di identità linguisti-ca, Adriana maestra in terra straniera si trova infatti lei stessa a combattere per la crescita dei suoi piccoli allie-vi. E dedica loro una passione moltiplicata dalla man-canza di un figlio proprio.
I primi radicali programmi governativi di “rifonda-zione” delle strutture economico-sociali della Somalia iniziarono infatti, solo nel 1970, dopo che il Paese si era costituito in Repubblica Socialista, poiché il nuovo regi-me si pose come obiettivi primari, il raggiungimento dell’autosufficienza attraverso l’adozione di tecniche adatte alle condizioni della società locale. Molto interes-sante, ad esempio, è l’osservazione che riguarda la poe-sia – essendo l’autrice per ovvi motivi attratta da questo argomento –. La poesia, nella tradizione somala, rappresenta molto piú che una semplice forma di espressione artistica: essa dà corpo e formulazione all’intero complesso di valori che caratterizzano la cultura e la storia della Somalia.
Accurate, di rilievo, sono tutte le digressioni storiche e antropiche, nelle quali la maestra Panza sciorina la sua conoscenza professionale e l’abilità comunicativa che segnava le maestre di una volta. Notevoli soprattutto le precisazioni su fatti e personaggi che conosciamo, magari dalla Bibbia, come la quasi mitica regina di Saba. Il racconto in questione – scrive Adriana – ebbe diffusione persino in Etiopia, assurgendo a tradizione nazionale perché gli si connette l’origine della dinastia salomonide: il Kebra Nagast (“Gloria dei re”, 14° sec.) narra che la regina, cui è dato il nome di Makeda, si sia recata dall’Etiopia a Gerusalemme, dove da una relazione amorosa con Salomone nacque il figlio Menelik, mitico progenitore dei negus salomonidi.
Il decennio degli anni Settanta, si diceva, è il cuore della narrazione. La protagonista attraversa fasi alterne, tra fiducia e sconforto, ma prevale la sua forza, la sua determinazione nell’accettare sempre con serena fermezza le prove a cui la vita la chiama. In queste sue pagine vivono le persone che le sono state vicino, ricordate negli episodi ai quali lei è piú legata. E che fa rivivere per noi come se ci accompagnasse in un museo personale. Il campeggio alle Tremiti e Patty Pravo, il soggiorno in Sardegna e il viaggio a Barcellona, la piccola “500” gialla e il referendum per il divorzio... Fatti privati che si incastrano nelle grandi vicende storiche: cosí va il mondo, cosí scorrono gli anni che ci è concesso di vivere.
Non tutto naturalmente va come noi vorremmo, ma con un po’ di buona volontà si può addrizzare un per-corso che si va facendo storto, si può correggere un at-teggiamento che ci ferisce. Con un po’ di coraggio, quello che non manca certo alla nostra Adriana, vittima e artefice insieme di una trama esistenziale della quale cogliere “il sugo della storia” (direbbe qualcuno) per conservarne il sapore – e farcelo provare, assaporare, invitati a un banchetto della conoscenza imbandito di sorprese.

Dalla prefazione di Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • L'inebriante profumo delle zagare
  • Autore
  • Francesco Bruno
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 112
  • Prezzo
  • € 10,00

È l’amico Maurizio Zambardi che mi ha fatto conoscere l’autore di questo libro. A Maurizio mi lega un’antica cordiale amicizia, che si basa anche su quella che è reciproca stima. Con lui abbiamo collaborato in numerose iniziative di carattere culturale e inoltre dalla nostra collaborazione sono nate anche diverse pubblicazioni.
Anche tra Maurizio e Francesco Bruno, colleghi do-centi nella stessa scuola di Isernia, è nata una cordiale amicizia e per la proprietà transitiva dell’amicizia posso dire che siamo diventati amici anche Francesco ed io. E così Francesco mi ha portato in lettura il suo manoscritto (ma oggi dovremmo parlare di file) che io ho letto volentieri, trovandovi un racconto spedito e gradevole. È una narrazione che sta tra la memoria personale, il racconto e la cronaca, dove l’io narrante è ben riconoscibile nell’autore, sia pure con qualche tratto dove di proposito l’autore diversifica da sé il personaggio.
Il racconto ci porta nel periodo che va, grosso mo-do, dagli anni sessanta del secolo scorso ai giorni no-stri e fa rivivere l’infanzia del protagonista nella Sicilia di mezzo secolo fa, tra gli aranceti, col “profumo delle zagare” e i giochi infantili e poi il cinema, dove Francesco per qualche settimana ha fatto anche, insieme ala fratello, l’operatore, come il protagonista del Nuovo cinema Paradiso. Seguono poi, in età giovanile e adulta, i numerosi viaggi in Italia e nel mondo. E ogni viaggio è l’occasione per descrivere i luoghi visitati e per riportare aneddoti a volte curiosi.
E cosí il racconto ci porta “In giro per l’Italia”, come titola il secondo capitolo, e passiamo da Genova a Napoli, a Firenze, dove si consuma «la famosa bistecca alla fiorentina ricavata dal taglio, compreso l’osso, della lombata di vitellone non castrato con meno di due anni», a Venezia, a Napoli, dove «sembrava di essere nel racconto Il ventre di Napoli, scritto alla fine dell’800 dalla giornalista e scrittrice Matilde Serao».
Poi viene Montecarlo, poi il Canada e le Cascate del Niagara e gli Stati Uniti con un viaggio in pullman di «sedici ore di fila, di cui sei nei deserti del Nevada, tra canyons meravigliosi».
E poi l’Australia, da Adelaide a Melbourne a Can-berra, città «creata, ex novo per essere la capitale (non potendosi decidere gli australiani su quale scegliere tra le altre grandi città già esistenti)».
E l’Ayers Rock , «il piú grande monolite esistente (Urulu per gli aborigeni). Si tratta di una enorme roccia a forma di panettone, posata su una grande pianura desertica».
Ma c’è sempre il ritorno alla sua Sicilia e al profu-mo «inebriante e quasi pungente delle zagare», quel profumo intenso, che, scrive Bruno, «unito alla gioventú di allora, mi è rimasto impresso nella mente per sempre».
Dalla Sicilia si parte e alla Sicilia si ritorna, perché la Sicilia è bella e perché è l’amata terra madre.
Venafro, 8 maggio 2016

Dalla prefazione di Amerigo Iannacone

  • Titolo
  • La sorgente del fiume Bann
  • Autore
  • Celeste Ingrosso
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 248
  • Prezzo
  • € 16,00

Una scommessa vinta

In realtà, è più di una scommessa: questo romanzo dell’esordiente Celeste Ingrosso (quasi una sfida alla pazienza dei lettori, oggi che tanto poca ne hanno per seguire tante pagine scritte) si apre con una serie di colpi di scena e si chiude... ma si chiude poi realmente?
Non è il caso di svelare non solo la chiusa ma nemmeno le trame (poiché al plurale vanno indicate) di questa storia avvincente, ai limiti dell’incredibile, scritta con apprezzabile padronanza tecnica, oltre che indubbia evidente passione per il tema affrontato. Che è un tema, anch’esso, da scommetterci per vedere chi viene a “vedere” (come quando si gioca a carte e c’è qualcuno che punta forte...
Celeste dunque si mette in gioco (poiché mette in campo le sue convinzioni profonde, forse il senso stesso della sua vita), e chiede al lettore di giocare con lei, ma seriamente, come per una caccia al tesoro in cui il tesoro è la vita che si mette in gioco. Ad apertura, infatti, propone un indovinello esistenziale che appare subito inquietante, lasciando insieme intuire chissà quali sviluppi narrativi. E ci sono, ci sono subito e ce ne saranno sempre altri, più o meno sorprendenti, fino alla conclusione – in certa misura attesa ma non del tutto prevedibile: una scommessa vinta.
Chi abbia seguito fiducioso la vicenda della giovane protagonista, si ritroverà con lei ad aver percorso un periodo fondamentale della conoscenza di sé: non si può rimanere indifferenti alle proposte – che sono semplicemente umane prima ancora di essere, come sembra, filosofiche o religiose – che l’autrice vuole farci comprendere e, magari, condividere.
I protagonisti del romanzo La sorgente del fiume Bann si muovono attraverso le vicende vissute come fossero sempre sicuri di quel che li aspetta, come sapessero che – prima o poi, magari non senza qualche impiccio – tutto si metterà a posto, anzi, tutto tornerà a posto... Qui la giovane Aidha scopre un mistero che si rivelerà la sua stessa vita. E coinvolgerà altri nel riconoscimento e le sarà d’aiuto per comprendere come più e meglio le convenga vivere, per sapere di essere non solo di passaggio in questo mondo, ma di essere una e più di una, di avere avuto e di poter avere più vite da vivere.
Intorno a lei, tutto concorre a metterla sulla strada giusta, an-che con gli intoppi che arricchiscono la curiosità del lettore, mentre ai personaggi assicurano pagine supplementari di episodi da gestire. E la curiosità cresce mentre si vedono agire – con gli occhi e con l’animo della protagonista (che narra in prima persona) – i personaggi di contorno, e soprattutto il deuteragonista (che è poi il motore primo al quale si deve l’origine stessa della ricerca esistenziale che segnerà la vita di Aidha); si vedono tutti muoversi all’u-nisono, appunto come seguissero una rotta nota, tracciata...
La struttura del romanzo è simmetrica, nella successione dei capitoli e nella stessa crescita dei personaggi attraverso quei capitoli. Ci sono ricorrenze spia, che danno la chiave per comprendere quel che succede e perché sta succedendo proprio allora e proprio a loro. I capitoli sono 23: quello centrale fa da cerniera e chiude una parte aprendone un’altra, speculare nell’ordine degli eventi. Alla fine, sapremo le ragioni di certi episodi iniziali, scopriremo le motivazioni psicologiche insite in alcuni caratteri – se avremo partecipato con attenzione e disponibilità intellettuale, saremo anche appagati dall’esito a cui giunge l’autrice.
Certo, chi abbia confidenza con le teorie orientali sulla rein-carnazione meglio riesce a penetrare le linee portanti della storia, e insieme la psicologia dei personaggi e le loro azioni (calandosi – e questo è favorito dall’abilità dell’autrice di muoversi nell’epoca tardo-ottocentesca e nella geografia nordirlandese e non solo – attraverso i meandri in cui spesso i vari capitoli trascinano il lettore). Ma il romanzo si apre, proprio grazie alla lontananza spaziotemporale in cui si snoda – o si riannoda continuamente fino allo scioglimento –, tirando inevitabilmente dentro e rimettendo fuori senza sosta: La sorgente del fiume Bann diventa un porto/approdo dal quale ci si avvia per fare scoperte impensate e al quale si torna per dar ragione di quelle scoperte, appunto “scoperte” come dovevano essere. La sorgente del fiume Bann è il luogo ideale (oltre ad essere materialmente, geograficamente, il luogo centrale e il centro motore di questo romanzo) dove si finisce per trovare – come forse già si sapeva – un ubi consistere che insieme è pure un unde procedere... Un ritorno ad una nuova vita.
La giovane spericolata scrittrice che coraggiosamente esordisce con 250 pagine fitte di cose e persone, di sogni e pensieri, e ne esce sicuramente anch’ella cresciuta con la sua Aidha, anche lei, la scrittrice in erba che dimostra scaltrezza nell’organizzare e nello scrivere, predisposizione allo studio dei caratteri, fiducia – anche, non guasta – nella disponibilità del lettore medio a credere nell’as-sunto principale all’origine di tutto: siamo chi siamo già stati, e ci tocca completare, o almeno sviluppare, percorsi segnati, insieme a coloro che insieme a noi hanno fatto in parte quei percorsi.
È il nostro karma a indicarci la strada, inevitabile per quanto si tenti di evitarla, e a condurci – a tappe, ma senza tema di perderci – dov’è segnata la nostra meta. Il vero premio per quella scommessa è trovare (ri-trovare) l’altra metà che ci fu tolta – sappiamo che ci aspetta, ci sta cercando, anela al ricongiungimento. Perché dobbiamo essere due in uno, per vivere pienamente. Perché non saremo completi e felici fino a quando avremo completato (per quanto frammentato in diverse vite) il giro di esistenza che ci è stato assegnato.

Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • Eppure
  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2015
  • Prezzo
  • € 9,00

L’immagine sullo specchio

È subito chiaro il senso di questa operazione editoriale (raccolta di pagine poetiche sparse negli ultimi cinque anni), di questa confessione lirica che Amerigo Iannacone offre ai lettori. Fin dai primi testi, infatti – e si direbbe addirittura fin dal titolo, che è un manifesto d’intenti –, leggiamo le giuste chiavi per entrare nel libro, nella sua trama tematica; leggiamo le parole/emblema, gli stilemi, i versi che ci dico-no come orientarci, parlandoci delle sue pro-blematiche esistenziali – che sono le nostre –, filtrate dalla sua (ben nota, a chi lo segue ormai da sempre) arguta bonomia, dalla sua oraziana misura di vita.
Cominciamo da “Enigma”, perché è chiaro a tutti che «non ci sono spiegazioni» a quello che ci tocca vivere, malgrado certe affermazioni delle scienze o le ingiunzioni della fede (chi ce l’ha), siamo spesso costretti a brancolare nel buio e incapaci di comprendere l’enigma che noi stessi siamo. “Eppure” (e chi sa quanto c’entra Galilei e la sua determinazione scientifi-ca nel voler sciogliere gli enigmi dell’universo), anche se «siamo l’immagine / che passa sullo specchio / siamo il vento che fugge», non pos-siamo evitare di guardarci in quello specchio, nei riflessi che ci dicono a che punto siamo ar-rivati, quanto abbiamo sprecato e quanto dob-biamo cercare di mettere a frutto per andare avanti: «Tutto / – ogni ora ogni minuto – / fu degno sempre d’essere vissuto». Questa è una reminiscenza di una lezione antica, per la quale si potrebbe ancora scomodare il buon nome di Orazio, ma sono diversi quelli che vengono alla mente. «Anche gli eterei castelli / delle attese / servono alla vita»: proporsi obiettivi aiuta a guardare avanti, mettendo da parte il passato, considerando meglio il peso del presente, che appunto serve a costruire castelli di attesa.

«Aveva forse ragione Pirandello»: non siamo mai solo quello che vediamo, nemmeno quello che ci sforziamo di essere, quando riusciamo ad aggiustare la “corda civile” per presentarci in pubblico: siamo sempre quel che gli altri vedo-no in noi. Eppure (è proprio il caso di parafra-sare l’autore) non ci si può fermare a rimirarsi troppo, ad acchittarci come damerini o fingere aspetti insoliti per adeguarci alle mode: invece si deve mostrare la faccia che si ha, la prima che lo specchio ci rimanda, la più “normale”.
La poesia è «voce di libertà». Ed è anche «me-dicina la poesia» – specie quando riporta a gal-la, magari anche con una punta di amarezza o disillusione, momenti lontani, memorie sopite eppure vive nella cassaforte dell’animo che tutto custodisce... Così «Ritorna rinasce rivive il candore / di un amore lontano»: è solo una pal-lida immagine, ma per un attimo è vita vera, è rivissuta emozione, e diventa, in poesia, anche testimonianza da condividere. La libertà di esprimersi, infatti, in poesia è necessità di confronto, è apertura di squarci sereni nel quotidiano ombrarsi degli eventi. Ci si trova e ci si ritrova nel gioco delle parole che alludono, suggeriscono e incantano ma pure accendono empiti di umana partecipazione all’universale trottola dell’esiste-re.
Il paese natale (che è quello in cui ancora vi-ve, il poeta) è lo sfondo ideale per contemplare il vivere dell’umanità spicciola, terreno di privi-legiata analisi di un acuto osservatore. E, in quell’ambito, la famiglia – come in particolare il figlio che si sposa (nella sezione finale del libro, “Nuptiae”, interamente dedicata al suo matri-monio) – assume un ruolo di ancora maggior valore umano, da considerare e mandare ad esempio, e costituisce – come sempre per Ame-rigo – un vasto bacino di stimoli letterari, per la forza evocativa che ancora hanno in lui, educa-to ai classici, alla grande poesia del passato, i rapporti familiari nella dimensione poetica.
Un’ultima considerazione va fatta sul rap-porto che mi lega – da ormai quasi tre decenni – all’amico Amerigo, fratello di avventura poetica. Ci lega appunto la comune passione per la scrittura poetica, non solo: abbiamo entrambi la ferma convinzione che la poesia (per chi la fa e per chi la usa) possa essere “medicina”, ma in senso lato, nel senso cioè che ci si possa riconoscere nelle parole di un altro, riconoscerle come proprie e provarne dunque conforto. Medicina dunque adatta a situazioni diverse, ogni volta che nel dolore dei giorni si avverta il bisogno o solo il desiderio di una voce amica, di una parola buona.
Il fatto infine che Amerigo Iannacone sia un editore non gli ha impedito, pur avendo a disposizione diverse sue collane per pubblicare un libro, di pubblicarne alcuni nella collana che ho diretto per circa dieci anni, “la stanza del poeta” (nella quale uscirono Versetti e versacci nel 2006 e Oboe d’amore nel 2009). Anche ora entra in una collana da me diretta, e mi onora della sua firma insieme a quella di tanti amici che lo hanno fatto e lo fanno convinti – come lui – che “la stanza del poeta” abbia (anche in questa nuova serie che esce sotto le insegne delle Edizioni Eva) pareti senza porte né finestre, anzi, nemmeno pareti: questa nostra stanza è in definitiva soltanto uno spazio ideale, ove riunirsi ogni volta che si ha voglia, certi di potervi trovare altri spiriti amici, partecipi del grande, serissimo gioco (un enigma da decifrare insieme) che è la poesia quando parla di vita alla vita.

Dalla prefazione di Giuseppe Napolitano

L’autore, Carlo Felice Dell’Omo, con questa raccolta di poesie ha voluto dar suono e melodia alle sue voci piú interne, quelle che nessuno mai ha potuto udire e comprendere.
È un rincorrere la speranza quella di “Vanna”, Dell’amore, della vita, quella della fantasia, ma “non la pazzia”, “fa volar lontano” sospinta dalla forza del vento.
È un cammino, guidato dai pensieri piú completi che comprendono i sentimenti, le ideologie, le fedi, le scienze... e che condurrà l’autore, “attraversando da solo i muri dei tempi e dei pianti”, “alla ricerca del tempo perduto”, poiché vissuto solo come “amico della sofferenza” e “figlio dell’indifferenza”.
Ma, quel “grido coperto dal silenzio intorno” e riscaldato “dal gelo della solitudine” vive desiderando la compagnia di chi ha il tempo, la sensibilità e la capacità di soffermarsi ad ascoltare le proprie voci.

Sonia Zuccarelli

Iu poezio, tiu de Ariella Colombin, elstare spiriteca kaj religia (kaj ne hazarde titoliĝas La Floroj de l’ bono, kun malkaŝa aludo al La Floroj de l’ malbono de Baudelaire), tiom ke iuj versaĵoj ŝajnas – aŭ estas – preĝoj. «Kiam mi frapas je via pordo, / Sinjoro, / – skribas nia poetino – vi venos por ĝin malfermi. / [...] / Kiam mi malfermos vian pordon, / Sinjoro, / tiam vi mem venos por ĝin malfermi.» Aliloke (“Preĝo al Kristo”): «Vi, kiu en la morto triumfadis / per sankta suferado, / helpu min ne teni deziron / de l’ malbono de l’ mondo, / kaj liberigu min de ĝia ĉenigado».
Sed, kiel oni povas ekkonscii eĉ legante la indekson, pluraj temoj sin elmontras en la libro, kiu subdividiĝas fakte laŭ kvin temaj sekcioj: “La spirito”, “La amo”, “La paco”, “La medio” kaj “Konceptoj”.
Sed ĉiuj temoj estas iel kunligitaj, mi dirus, de iu fadeno de amo, universala amo, kiu malkaŝas la anim-delikatecon de la poetino.
Aparte efika ŝajnas al mi ĝuste la sekcio “La amo”, kie la aŭtorino aliras la temon de la amo laŭ ĉiuj ĝiaj vidpunktoj, ne ekskludante la amon inter viro kaj virino, ĉar «La amo inter geviroj estas / venkanto de la homa vivo. / Tial ĝi estas sankta.»
Unu el plej belaj tekstoj estas ja “En viaj manoj”, efika kaj delicate sensema: «Vi tenas en viaj manoj / mian blankan kalikon, / do plenigu ĝin per via forto, / ho amato. //Mi flaras parfumon / kiu venas freŝan / kiel la monta aero / el tiu viglo, / kiu vekiĝis en vi. / […] Venu, ho amato, / la horo estas pli dolĉa /apud vi.»
Sed ne mankas iu “Laŭdo al arto” kiu estas «dia elĉerpejo» kaj tiu kiu povas esti konsiderata himnon al la naturo («Ho Naturo amika / vi oferas al mi bienojn»).
En kerna esenco temas pri optimisma poezio kaj ne hazarde oftiĝas vortoj kiel “amo”, “lumo”, “fido”, “espero”, kaj aliaj pozitivaj, optimismaj vortoj. Iu optimismo naskita de la kredo kaj precipe de la bonanimeco de Ariella Colombin, virino tre sentema kaj bonkora.

Amerigo Iannacone

Una solida tradizione agiografica propone Amasio, vescovo di Teano, come esemplare defensor fidei nella lotta che la Chiesa cattolica andava conducendo, nel IV secolo, all’indomani della svolta costantiniana, contro il dilagare dell’eresia ariana. Pur avendo nella città sidicina il suo epicentro geografico, il culto del Santo durante i secoli centrali del Medioevo era destinato ad una incisiva ramificazione nel Lazio sud-orientale. Vari interrogativi si pongono alla ricerca. Quando approda a fissaggio semantico la memoria agiografica di S. Amasio? Che ruolo ha giocato la propaganda di Montecassino nella diffusione del culto amasiano? Quale relazione intercorre tra l’Amasio iscritto nella cronotassi degli Antiquiora Theanensis Ecclesiae Monumenta come secondo vescovo della propria storia e l’Amasio proposto dalla Passio Restitutae come protovescovo di Sora? Come mai il Baronio non ha recepito il nostro Santo nel Martyrologium Romanum? Perché sono gemmate certe incidenze toponomastiche a Piedimonte S. Germano e ad Arpino? Quali tradizioni popolari caratterizzano la locale devozione religiosa? A queste e ad altre domande risponde il presente volume curato da Filippo Carcione, ricercatore universitario

(Cassino - Dipartimento di Scienze Umane e Sociali - Laboratorio di Antropologia Visuale).