• Autore
  • Antonia Izzi Rufo
  • Titolo
  • In viaggio con Vittorio Alfieri
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00

Antonia Izzi Rufo legge un autore, legge un’opera e se ne innamora. Se ne innamora e ne scrive. Non vuol dare a vedere di avere il metro di un critico letterario, e il suo modo di presentarci un autore è amichevole e discorsivo: «Da quanto tempo quel testo scolastico “stagnava” in biblioteca, in evidenza, tra le opere di letteratura italiana e straniera, greca e latina? Ne leggevo il titolo, cosí come degli altri volumi, ogni volta che cercavo qualche autore da consultare; ne conoscevo il posto, tanto che l’avrei ritrovato ad occhi chiusi.» Poi quando infine si mette a leggere il libro, se ne innamora e ne scrive e allora, ecco, trasmette anche al lettore quel suo amore per l’autore e per l’opera. Leggendo le parole di Antonietta vien voglia anche a noi di leggere, o di rileggere, quell’autore, quell’opera.
Alfieri, Rimbaud, Saffo, Dante e gli altri autori che troviamo in questo libro non sono certo i primi autori di cui Antonia Izzi Rufo si è occupata. Dalla sua penna sono usciti saggi, a volte piú brevi, a volte piú lungi, di numerosi autori. Su Saffo e su Dante aveva già scritto (Saffo, la decima musa e La Vita Nuova di Dante). E ha scritto su D’Annunzio (Le Novelle della Pescara), su Ovidio (Tristia - L’anelante voce di speranza nelle “Tristezze” di Ovidio) e poi La ginestra di Leopardi, Riscopriamo Mimnermo e Solone, Una rivisitazione di Virgilio, Catullo, Aldo Cervo e gli odori della terra, ecc.
Come dicevo, scrive dunque su un poeta, su uno scrittore, per amore, il che non significa comunque che non abbia strumenti critici adeguati, significa piuttosto solo che finisce quasi sempre con l’essere piuttosto benevola nei confronti dell’autore, ma perché legge l’opera, l’approfondisce e se ne lascia coinvolgere, la sente vicina, la sente un po’ sua. Fa un po’ eccezione, in questo volume, il testo su Rimbaud, che lei trova piuttosto difficile e ostico o per il quale non ha trovato la chiave di lettura giusta.
In questo libro incontriamo diversi autori: il primo è Vittorio Alfieri, di cui però Antonia Izzi Rufo ci presenta non una delle sue opere maggiori, le tragedie, le satire o le odi, bensí la sua autobiografia, Vita scritta da esso. Un libro che è però particolarmente importante per conoscere Alfieri e la sua forte personalità. Un autore che ebbe quella determinazione verso lo studio e la cultura che lo spinsero addirittura a farsi legare alla sedia dal suo servo, cosa che l’Alfieri stesso racconta e riassume nelle parole a tutti note Volli, sempre volli fortissimamente volli.
Antonietta esamina il libro capitolo per capitolo, li riassume e li commenta, e in qualche modo accompagna Alfieri nei suoi viaggi per l’Europa: In viaggio con Vittorio Alfieri.
La nostra Autrice è anche – anzi, è prima di tutto – poetessa e narratrice e per questo, anche per questo, la sua prosa è scorrevole e piacevole, anche quando scrive saggi, come in questo caso.
Certo, i suoi testi dedicati agli autori, hanno una valenza eminentemente di carattere divulgativo, ma non per questo, non hanno una loro originalità e una loro validità anche critica. Anche se, bisogna dire, cimentandosi con poeti come Dante, Virgilio, Catullo, Saffo, come si fa a trovare qualcosa di nuovo da scrivere? Ma le opere di Antonietta non hanno questa pretesa, vogliono piuttosto avvicinarci all’autore, guidarci tenendoci per mano alla lettura dell’opera, magari guardandolo da un’angolazione diversa, direi amichevole, e in certo senso nuova.
Nell’ultimo capitolo, “Opinione”, di questo libro, Antonietta Izzi Rufo fa una panoramica a volo d’uccello dei poeti e scrittori che sono o sono stati suoi amici e anche un po’ i contenuti. «Quali oggi gli argomenti della scrittura? – scrive – L’intimismo, la natura, il passato, il presente».
E «Voglio solo affermare – conclude – che tutti, chi piú chi meno, chi nella critica chi nei versi chi nella prosa, chi in ogni espressione sentimentale narrativa o esegetica, chi nella fantasia chi nella realtà, chi nell’indagine del profondo e nell’enigma del “poi”, tutti hanno dato il meglio di sé, tutti hanno contribuito ad accrescere il sapere personale e quello universale».

Amerigo Iannacone

Foglio Volante n°1 Anno XXXII Gennaio 2017


Gli Altavilla e le Efsiei

Riporto uno stralcio di un articolo uscito sul Fatto quotidiano del 25 novembre 2016, a firma Marco Palombi:
«Cassino era famosa per la celebre abbazia benedettina, per una lunga battaglia della Seconda guerra mondiale e i relativi cimiteri di guerra e infine per la fabbrica Fiat. Grande è stata dunque la nostra sorpresa quando Alfredo Altavilla – che è di Taranto, ma di lavoro fa il chief operating officer di Fiat-Chrysler per l’Europa – ha cominciato a magnificare dentro la fabbrica ciociara i meriti di una cosa chiamata“efsiei”. Dice: Efsiei di qua, Efsiei di là e pure “Efsiei ha lottato per ridare al sistema Italia flessibilità, velocità, innovazione”. E persino: “Efsiei assumerà 1.800 persone”. Matteo Renzi, lí accanto, annuiva convinto, Sergio Marchionne pure. Solo la consulenza di un amico con vasto uso di mondo ci ha consentito infine di capire che Efsiei sarebbe quella che noi plebei chiamiamo “Effecià”, cioè FCA, società che avendo sede legale in Olanda e fiscale a Londra può ben dirsi “Efsiei”. [...] Vabbè, la ripresa mondiale dell’auto ha dato al premier quel po’ di crescita di cui può vantarsi e allora «viva Efsiei» che è in utile e assume (senza art. 18), anche se nel 2003 aveva in Italia 45 mila occupati e a giugno 2016 neanche 29mila, parecchi dei quali in cassa integrazione, nonostante i generosi sgravi renziani».
Ho ripreso dall’articolo solo la parte che riguarda gli insulti alla nostra lingua. Tra l’altro, avrete notato da questa bella prosa ibrida che, adeguandosi, asinescamente all’inglese, ora viene anche abolito l’articolo davanti a nomi propri come FCA, Purtroppo gli Altavilla, chief operating officer, qualunque cosa questo significhi, in Italia sono tanti e aumentano sempre piú, forse si riproducono per clonazione, o per partenogenesi. E ogni giorno aggredisco sempre piú arditamente la nostra lingua, manomettendo pericolosamente sia l’italiano sia l’inglese.

Amerigo Iannacone


Trama incompiuta

Dopo aver percorso ogni sentiero,
spero di proseguire il mio viaggio
che non ha trovato ancora
la quiete del posto che cercava,
un porto dove ancorare i sogni.

Mi rincuora solo immaginare
che in un domani dell’esistenza,
questa mia trama incompiuta
possa alfine incontrare la perla
che manca finora alla collana.
Fabiano Braccini
Milano


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

L’endorsement dei voltagabbana

In occasione del referendum costituzionale di dicembre ho sentito decine, centinaia di volte la parola endorsement. Sono andato a cercarla sul dizionario inglese-italiano (ma è normale che in Italia per capire chi parla bisogna prendere il vocabolario inglese?) e ho scoperto che significa – nel linguaggio commerciale – “girata” (p. es. di una cambiale). Il che fa pensare che quelli che usavano la parola endorsement, volessero dire “ripensamento”, “cambiamento”, “inversione di rotta” o anche “giravolta”, riferendosi a coloro che passavano dal “sí” al “no” o viceversa, a seconda del vento che tirava, a seconda delle promesse (pubbliche o, spesso, private). Evidentemente si usa endorsement per non chiamare voltagabbana i voltagabbana, ma facendo pensare, con un vocabolo misterioso a chissà quale struggimento interiore.

  • Autore
  • Ludovica Tozzi
  • Titolo
  • Cielo e terra
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 8,00

Un tenebroso universo accoglie il visitatore di questo libro, un piccolo ma denso e coinvolgente libro di versi scritto da un autore evidentemente in debito nei confronti di una tradizione culturale molto particolare. Ma forse nemmeno tanto, se si considera il successo e la notorietà che ormai da qualche decennio accompagnano le saghe di Tolkien, Rowling et similia... Solo per dire di quelle che un vecchio lettore può conoscere: altre ne circo-lano e vendono, ben oltre i livelli che un lettore di poesia (di ogni età) è abituato a considerare alla sua portata.
L’autore in questione, comunque, è una donna, una giovane poetessa che si misura qui – con una certa dose di coraggio – col mondo delle sue passioni, traendone e facendone poesia da leggere. Lo scopo? Ma qui sembra innanzi tutto il desiderio di riviversi nelle fantastiche storie narrate, offerte in frammenti all’occhio (ed alla mente) di chi sappia come disporsi a ricevere il messaggio invero insolito.
Ludovica Tozzi si presenta con questa sua opera prima in maniera prepotente e spiazzante: poesia? Certo, ma attenzione alle dosi d’uso... Ci si deve preparare a un viaggio enigmatico, a un misterioso gioco di immaginazione, in una continua sospen-sione – come lei dice – “tra cielo e terra”, tra quel che si vede e quel che si pensa. E non sempre è facile seguire le trame proposte, altalenarsi appunto fra chi si è, come ci si mostra, e chi si potrebbe essere. “Piangere” è un verbo chiave in questa silloge: non deve essere un caso se la giovane poetessa ne sente il bisogno: subliminale, forse, ma il messaggio traspare, e non lascia del tutto tranquilli.
Gli strani personaggi che compaiono a interlo-quire con lei – a farle anche dire le sue verità (“il fardello della verità”) – mostrano di avere una loro personalità e pertanto si fanno vive persone di un dramma in scena. Ci sono un “bardo triste” e un “bardo muto”, e un “paladino coi capelli al vento”, ci sono Sizian e Zack... c’è pure una luna “pallida nelle mani della sera” (tra le immagini più toccanti della silloge)... e si muore col sorriso, ma si soffre per amore... Altro si può trovare, che vale la pena di se¬gnare anche per un lettore – diciamo così – normale, che però voglia farsi portare in un mondo lontano e fascinoso, ricco di immagini e personaggi stupefacenti.
D’altronde, se il tempo è “iniquo”, e il nostro è un “mondo di maschere e marionette”, come dice Ludovica, chissà se meglio convenga abituarsi a tenerne sempre una a disposizione, o rassegnarsi a combattere con quelle degli altri, in attesa di un momento fortunato, che ci dia la nostra giusta dimensione.

Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°12 Anno XXXI Dicembre 2016


Nel mondo delle scimmie

Nel mondo delle scimmie, quasi tutti gli scienziati sostenevano che la scimmia discende dall’uomo.
«Oh, mamma mia, — disse Paquita quando lo sentí per la prima volta — che brutti antenati che abbiamo. Ma allora anche noi un tempo avevamo solo due mani, e magari non sapevamo neppure salire sugli alberi!»
«Piú esattamente — spiegò Maquita, una scimmia scienziata che sapeva tutto — la scimmia e l’uomo hanno antenati comuni».
«Ma non è possibile! Per noi è un disonore, È davvero umiliante!»
«Ma è cosí. C’è stato un fumoso scienziato, pardon: un famoso scienziato, Darvin, che lo ha dimostrato scientificamente. Per la verità in principio si chiamava Dar Vino, e gli si addiceva pure, anche se in verità il vino piú che darlo se lo beveva lui. Poi si fece cambiare il nome prima in Darvino e poi per risparmiare una vocale solo in Darvin».
«Io non ci credo, — intervenne Daquita — che schifo: gli uomini tutti spelacchiati. Sono costretti a mettere della robaccia addosso per ripararsi dal freddo».
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«E poi devono andare a lavorare, non sono liberi come noi». Disse Baquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«Devono studiare, devono andare a scuola». Disse Zaquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
La cosa non piaceva a nessuno, ma era cosí e non ci si poteva fare nulla.
«Noi ovviamente siamo superiori, – disse Maquita – ma proprio per questo dobbiamo avere in alta considerazione tutti gli animali e anche gli uomini. Anzi direi soprattutto gli uomini, che con tutto quello che combinano con le loro testoline malate, rischiano l’estinzione.»
Maquita aveva una grande mente, era una grande scienziata ed era capace di trasmettere conoscenze ed emozioni. Continuò a parlare per più di due ore, spiegò scientificamente, citò dati, raccontò episodi, fu davvero convincente e a tratti commovente. E tutte le scimmie presenti ascoltarono, capirono, si convinsero. E quando Maquita tacque, scoppiò un caloroso applauso.
Da allora, anche Paquita, Daquita, Baquita, Zaquita e tutte le altre scimmie guardarono gli uomini con occhi diversi.

Amerigo Iannacone


Il tempo e il cibo

Cibo che non sfama
e tempo deludente divoriamo
nel frenetico scorrere
di giorni sempre uguali.

Lievita nei pensieri
l’insonne profilo allucinato
nello spessore di un tempo che indagava
i limiti del sogno e del miraggio.

Siamo manse anime vaganti
su tracciati di multipli affanni,
ombre insicure che rasentano muri
anch’essi feriti da sismici sussulti.

Un cosmo di vertigini attorno
e riducenti perimetri di vuoto
dove divampa il gelido respiro
di criminali indifferenze.

Non la natura soltanto è volano
sull’inflazione dei giorni che non fanno storia.
Siamo arterie pulsanti se ad altri destini
ci accostiamo con empatico slancio,
oltre le scaglie d’interessi implosi.

Roma, Novembre 2016
Rosa Amato


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

La K, una lettera invadente

È un po’ presuntuosetta la lettera K (che, per inciso, si chiama “Cappa” o “Kappa” e non “Kei”), perché la troviamo sempre piú spesso in posti che non le competono. È un po’ invadente. Da un po’ di anni infatti si vede sempre piú spesso scritto “kilometro” per “chilometro”, “kilogrammo” per “chilogrammo”, “kilocaloria” per “chilocaloria”, “kilohertz” per “chilohertz” e cosí via. Gli stessi vocabolari talvolta si sono adeguati e scrivono «kilo- vedi chilo-».
Se andate in un mercato, quasi sempre trovate scritto, per esempio, “patate: 1 euro al kilo”, con la K. E poi c’è il linguaggio informatico che ci fa scrivere “Kilobyte” e simili.
Per non parlare del linguaggio dei messaggini telefonici, dove “che” diventa “ke”, e “perché” diventa “xché”. Ma qui siamo al gergo giovanilese, di cui abbiamo già parlato e di cui magari riparleremo in altra occasione.

  • Titolo
  • Pensare con il cuore - Versi 2013-2016
  • Autore
  • Alessandra Di Guida
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 56
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 9,00

È un gradito ritorno, quello di Alessandra nella stanza. Ma è pure una nuova nascita – per cui doppia è la soddisfazione di accoglierla.
Alessandra Di Guida ha esordito infatti, nel già lontano agosto del 2011, al numero 79 della vecchia collana editoriale la stanza del poeta; ora si prende il numero 19 della nuova collana: la ricorrenza del 9 dovrebbe intendersi anch’essa come augurale. Cinque anni sono tanti o sono niente: per lei sono, filosoficamente (verrebbe da dire, parafrasandola un po’), il tempo che le è gocciato intorno mentre lei, semplicemente, viveva – e della sua vita registrava accadimenti accidenti aspettative.
Intanto, in cinque anni un nuovo libro ci sta: è qui, del resto, abbiamo la prova di un lavoro che cresce e produce – già per questo sia dato merito all’autrice, che non si è seduta sul primo libro, ma ha seguitato per la sua strada, facendola sempre piú sua. In questa seconda prova, in questa che può dirsi una prima prova di maturità, Alessandra si mostra ancor piú consapevole dei suoi mezzi, che sono espressivi ma sanno di riflessione profonda. Il titolo d’altronde non lascia dubbi sulla sua poetica, sul genere di scrittura che le piace praticare. Sapevamo dalla silloge di esordio, Verso, della sua formazione e delle frequentazioni filosofiche, dei suoi slanci mai teneri contro chi le desse fastidio: qui troviamo una sottile analisi che si fa pure cattiva, se occorre. Modelli se ne potrebbero anche trovare, ma innegabilmente il primo riferimento di questa poetessa che insegna Filosofia è la sua disciplina scolastica: Alessandra, se vede qualcosa che non va o scopre qualcuno che non va (peggio se qualcosa o qualcuno la toccano da vicino), allora non manda telegrammi di protesta – prende la penna e annota sul taccuino nero: mette i voti all’umanità recalcitrante, che vorrebbe invitare a comportarsi appunto da umanità, se ciascuno riconoscesse i limiti che gli sono assegnati e non pretendesse di sforare a piacimento.
Filosofia, dunque, non è proponimento per paradosso letterario: la querelle è antica, platonica – viene prima il filosofo o il poeta? E Pascal, ha ancora le sue ragioni, se qui si vuole pensare con il cuore? La fortuna dell’autrice di questo piccolo libro è di essere poeta che sa la filosofia, e sa scrivere tenendo a mente i processi dell’e-spressione poetica e insieme le trame delle costruzioni filosofiche. Non casca però dalla bilancia, non si fa prendere la mano dalla voglia di esibirsi, anche se dice di andare «in giro nuda, senza maschere o paraventi» (segno di onestà intellettuale): è una persona che vuole rimanere soprattutto fedele a se stessa, ai suoi principi, ma sa mettersi in gioco, sa che la paglia può ancora accendersi, magari anche per sbaglio, per un eccesso di confidenza col fuoco... ma vale la pena di rischiare.
In queste sue nuove pagine, che dice pensate col cuore, Alessandra Di Guida propone un ventaglio di tipi umani da prendere in seria considerazione (ma con un pizzico di sana ironia), per evitarne magari gli eccessi e gli scacchi esistenziali: a lei è capitato, dice – e perché non crederle? –, questo ventaglio di occasioni che la vita le ha messo innanzi, senza riuscire sempre a cibarsene (alla maniera dantesca) come avrebbe desiderato. “Pensare con il cuore”, se pensare è già essere (vedi Parmenide, poiché è chiaro che Cartesio non se l’è inventata), può significare “essere amore”. Allora, da poeta, ma forse pure da professoressa di Filosofia, senz’altro da donna che si fa compagna di buon esempio, Alessandra si dà, “cercando insieme soluzioni” (suggerisce, non vuole forzare), a chi abbia orecchie per intendere, mente per comprendere e soprattutto cuore per amare.

Giuseppe Napolitano

  • Autori
  • Scarabeo, Iannacone, Napolitano, Rinaldi, Franchitti
  • Titolo
  • "Teatropolis" di Maffeo
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Buonasera a tutti e benvenuti a questa presentazione di Teatropolis di Pasquale Maffeo. Inizio col dire che è un grandissimo onore avere qui a Venafro il professor Maffeo. Lo ringrazio a nome di tutti per aver scelto di presentare un suo libro anche in questa terra, che tra l’altro ha un forte legame con la sua. Pasquale Maffeo, infatti, è nato a Capaccio, in quel di Paestum, ma vive a Tremensuoli, frazione di Minturno. Certamente a molti di voi il nome di questo paese non suona nuovo. Infatti Tremensuoli, insieme a San Nicandro Garganico, e a Venafro venera come santo patrono san Nicandro. Ma entriamo subito nel vivo della serata. Presentare Pasquale Maffeo è un’impresa a dir poco ardua, ma tenterò l’impresa con la speranza che lui mi perdoni per l’inadeguatezza e per l’incompletezza.
Prima e dopo la laurea in Lingua e letteratura inglese conseguita a Napoli, presso l’Istituto Orientale, con una tesi sull’Isabella di John Keats poi pubblicata, a parte una parentesi impiegatizia, a parte viaggi europei fatti anche in veste di inviato per la terza pagina, ha diviso la giornata tra insegnamento e letteratura. La sua produzione annovera libri di poesia, romanzi, racconti, saggi critici, biografie, testi di teatro. Ha tradotto classici inglesi. Dirige due collane, una di narrativa breve e una di saggistica letteraria, presso l’editore Caramanica. Collabora al quotidiano Avvenire. È sposato e ha due figli. Dopo una lunga residenza in area modenese, ultimamente è tornato a vivere a Tremensuoli. L’intero archivio della e sulla produzione di Maffeo (opere pubblicate, manoscritti, quaderni, bozze, indagini critiche, recensioni, immagini e materiale promozionale) nell’ottobre del 2008 è stato acquisito dal Centro di ricerca “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Tutta la sua produzione in versi è reperibile nel volume Nostra sposa la vita del 2010. In prosa an-novera tre raccolte di racconti, cinque romanzi (di cui l’ultimo uscito, nel 2011, è Il nano di Satana), tre biografie (di Salvator Rosa, Giorgio La Pira e Federigo Tozzi), saggi su autori italiani, una rilettura dei Poeti cristiani del Novecento del 2006. Alcuni testi teatrali – quattro se ne leggono in Voci dalle maree del 2000 – sono stati rappresentati o radiotrasmessi in Italia e in Svizzera. Da segnalare sono le traduzioni dall’area inglese: Wilkie Collins, William Blake, John Keats, Charles Dickens, Christina Georgina Rossetti, Alice French.

Versi e prose di Maffeo si leggono in antologie, strenne e rassegne apparse in diversi luoghi e tempi.
Da notare che molti nomi celebri della letteratura hanno scritto prefazioni per i suoi libri. Ne cito in questa sede solo uno per tutti: Mario Pomilio.
E non solo, tanti hanno pubblicato volumi a lui dedicati, come I picari di Maffeo di Raffaele Bussi del 2012 o Maffeo. Itinerari di ricerca del professor Giuseppe Napolitano (qui presente) del 2006 o ancora Il mondo lirico di Maffeo niente meno che del nostro Vincenzo Rossi del 1995.
Un’aggiornata bibliografia critica si trova in ap-pendice al volume di Rocco Salerno L’oceano, l’altrove in Maffeo poeta del 2009.
Le ultime pubblicazioni sono Voci dal chiostro. Monache di clausura raccontano del 2013 e Jaco-pone da Todi. Frate rovente poeta mordente del 2014, entrambe edite dalla Casa Editrice Ancora.
Ma non vi rubo ancora molto tempo, perché vorrei iniziare a cedere la parola al primo relatore: don Salvatore Rinaldi.
Credo sia superfluo in questo luogo parlare di don Salvatore. Tutti i presenti infatti conoscono il suo vivere quotidiano nella porzione di popolo di Dio affidatagli e le sue attenzioni, per quanto gli è possibile, nei riguardi di ogni persona che incontra. Tutti sanno che è Direttore della Caritas Diocesana, Presidente del Consultorio Familiare “Il Girasole”, Assistente Ecclesiastico del Gruppo Scout AGESCI Venafro 4 e tanto altro. Cosí come tutti i presenti sono a conoscenza delle sue numerose lauree e dei suoi tanti anni da docente universitario e nei licei. Ma pochi conoscono il don Salvatore scrittore. Su don Salvatore scrittore sono stati pubblicati due saggi molto interessanti. Il primo è del professor Amerigo Iannacone (qui presente) ed è pubbicato nella sua raccolta intitolata Testimonianze 2007-2014. Il secondo è della professoressa Vincenzina Scarabeo Di Lullo (anche lei qui presente) ed è pubblicato nel vo-lume Scuola di vita del 2015 che raccoglie 53 saggi di altrettanti autori dedicati a don Salvatore. Sia lo scritto di Iannacone sia lo scritto di Scarabeo sono sinceramente molto interessanti, ma in questa sede non credo sia il caso di leggerli. Basti dire però che don Salvatore ha alle spalle ben una ventina di pubblicazioni. Inoltre dal 2007 tiene la rubrica settimanale “Fede e Società” sul quotidiano Primo Piano Molise e periodicamente pubblica su Il Quotidiano del Molise, Avvenire, Caritas Migrantes, Consultori Familiari Oggi e Molisinsieme. Sue omelie sono raccolte, da Carmen Buono (qui presente) e da me, nei volumi Frammenti di speranza, Ferma il tuo esodo e Modellati dalla tenerezza (in uscita) nella collana specifica “Il nastro e la penna di una voce” delle Edizioni Eva.
A questo punto, credo sia proprio il caso di pas-sare la parola a don Salvatore, che è il padrone di casa. Ma prima di farlo vi rubo solo un altro minuto. C’è un episodio, proprio nel recentissimo volume Scuola di vita che lega don Salvatore a Pasquale Maffeo. Andrea Cecere, infatti, uno dei 53 autori, per descrivere un periodo particolare condiviso con don Salvatore durante l’ultimo anno di seminario, sceglie di usare proprio parole di Pasquale Maffeo, che gli sembravano le piú calzanti. Il paragrafo in questione s’intitola: L’ora del pianto ci rifece umani.
La parola a don Salvatore. Buon ascolto.

Dall'intervento introduttivo di Chiara Franchitti

Foglio Volante n°11 Anno XXXI Novembre 2016


Poesia ed esperanto

In Italia, è cosa risaputa, si legge poco, si legge pochissimo, e negli ultimi anni le cose sono andate addirittura peggiorando. Fino a qualche anno fa capitava anche di vedere, in treno, in aereo, in tram, in pullman, qualcuno con un libro aperto. Oggi si vedono solo ragazzi (e per la verità non solo ragazzi) che tormentano ininterrottamente i telefonini con i loro giochi obnubilanti. Vedere una persona in spiaggia, sotto l’ombrellone, o nei giardini pubblici che sta leggendo un libro è cosa altamente improbabile.
Il livello culturale medio si abbassa sempre piú e siamo a quello che chiamano “analfabetismo di ritorno”. Complice la televisione che nei canali principali e negli orari di maggiore ascolto, trasmette solo programmi demenziali. La lingua corrente diventa sempre piú piatta, ben lontana da quella della tradizione letteraria, dei poeti e degli scrittori. E spesso gli stessi scrittori si adeguano alla lingua piatta della massa.
Il mercato librario è in decrescita. È vero che il numero dei libri che si stampano è piuttosto alto, ma le tirature sono sempre piú basse. Se fino a pochi anni fa le tirature minime, anche di un autore sconosciuto al primo libro, erano di 500-1000 copie, oggi si tirano 100-200 copie e spesso anche meno. C’è la crisi economica? Certo. Ma la crisi economica è effetto di una piú grave crisi: la crisi morale. La crisi economica è partita, come è noto, dai giochi sporchi di alcuni banchieri.
Da qualche decennio c’è stata nell’uomo una sorta di “mutazione antropologica”, che ha abbassato il senso dell’etica e della morale, per cui si parla di “relativismo etico”, dove non esistono valori morali assoluti ma sono variabili in funzione dei mutamenti sociali, politici ed economici che si verificano nella società, ma anche in rapporto alla convenienza e agli interessi personali.
Perché le cose cambino deve cambiare l’uomo. Certo non è cosa da nulla, Ma non bisogna demordere. Perché si possa sperare di cambiare l’uomo, bisogna parlare alla sua sensibilità. E questo è il ruolo della cultura, e soprattutto dell’arte, di tutte le arti, e della poesia in particolare.
La poesia è qualcosa di insostituibile per la formazione dell’individuo, per toccare la sua sensibilità.
E l’esperanto che c’entra? L’esperanto è solo una lingua, penserete. Sia pure una lingua molto bella e particolarmente facile da imparare.
È vero, è una lingua, ma per come è nata e per come vive, è inevitabile che ci sia in essa quella che gli esperantisti chiamano interna ideo. Cioè un’idea in qualche modo insita ed è quella che vorrebbe l’affratellamento di tutti i popoli, di tutte le nazioni.
Tutti gli esperantisti possono vantare amicizie soprannazionali. Quello che si chiama Esperantujo, il Paese dell’Esperanto, non ha confini geografici ma è diffuso in tutto il mondo, nei cinque continenti e ha radici nei cuori degli esperantisti.
Poesia ed esperanto in fondo sono cose non molto distanti e non è una caso che l’iniziatore dell’esperanto, il russo Ludwik Lejzer Zamenhof, oltre che uno studioso di lingue, anzi direi prima che uno studioso di lingue, fosse un poeta.

Amerigo Iannacone

Stralcio della relazione tenuta a Sant’Angelo di Brolo (Messina) il 18 ottobre, in occasione della premiazione del Concorso “Poesia da tutti i cieli / Poezio el ĉiuj ĉieloj”.


Desiderio

Là nella strada,
al freddo di novembre,
guardo i piedi di anonimo ragazzo
scuro di pelle e li intravedo nudi
dentro sandali stanchi, da strapazzo.
È fermo, affascinato, a una vetrina
che propone il conforto del cammino:
scarpe costose, belle, raffinate,
già pronte per il gelo ormai vicino.
Sospira. Poi affonda nelle tasche
le mani, dentro un vuoto desolato,
e se ne va con il desío d’estate
sognando, forse, scarpe a buon mercato.

Lucia Barbagallo


VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Avanzamento sociale

Prima era uno scopino
poi diventò spazzino
e quindi netturbino.
Oggi, com’è logico,
può vantarsi di essere
operatore ecologico.

  • Autori
  • I Poeti Extravaganti
  • Titolo
  • Tremiti 2016
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

E dieci! La prima volta che andammo alle Tremiti, dieci anni fa, non credo pensassimo che ci saremmo tornati per altre nove volte, che avremmo incontrato tanti altri amici. In realtà, dieci anni fa si pensava ancora di incontrarci ogni anno in un posto diverso, soprattutto da raggiungere con un mezzo diverso: la prima volta, l’anno prima, era stato il treno, appunto “il treno dei poeti”, come battezzammo l’ormai soppresso treno Pescolanciano-Campo di Giove. Poi venne “La corriera dei poeti”, nel 2007 (a Itri e Campodimele), e infine – dal 2008 senza interruzione – “La nave dei poeti” è diventato un appuntamento stabile.
Alternando San Nicola a San Domino, sulle Isole di Diomede (che bel nome, peccato l’abbiano cambiato...) abbiamo compiuto anno per anno frammenti di un percorso amoroso – tanto per parafrasare un grande... – abbiamo celebrato il rito della parola condivisa, abbiamo costruito una ideale casa della poesia nell’aria tersa delle Tremiti che ormai sono un po’ la nostra casa, anche se continuiamo a chiamarci “poeti extravaganti” (la definizione di Ida che ormai ci contraddistingue proprio da quando cominciammo a frequentare le Tremiti).
E intanto, fin dall’inizio, fin dal mio libretto Il treno dei poeti, nella neonata collana “la stanza del poeta”, cominciai a pubblicare le poesie dei partecipanti – quelli che hanno voluto – per conservare le nostre parole e farle conoscere ai partecipanti degli incontri futuri. Cosí è stato, cosí è, anche se non c’è piú la vecchia collana e “la stanza del poeta” adesso è una collana edita nell’ambito delle Edizioni Eva, peraltro a cura dell’amico – e partecipante storico – Amerigo Iannacone.
Alla decima edizione dell’incontro poetico tremitese, come sempre organizzato da Antonio Mucciaccio, hanno partecipato l’11 settembre 2016:
Umberto Cerio, Gilda Cieri Stramenga, Amerigo Iannacone, Virginia Macchiaroli Mucciaccio, Giuseppe Napolitano, Adele Terzano, Luigi Peternolli, Rossella de Magistris, Silvana Amato, portando a 51 il numero complessivo dei “poeti extravaganti” che nel corso di dieci anni hanno dato vita alla simpatica consuetudine dei nostri incontri.
Buona lettura! e auguri a tutti, perché, sulle onde di Diomede o dovunque, la parola sia conforto e traguardo.

Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°10 Anno XXXI Ottobre 2016


Il degrado del linguaggio tra volgarità e ipocrisia

Il degrado morale si misura anche dalla volgarità del linguaggio. Il cinema e la televisione e soprattutto il cinema in televisione, hanno sdoganato quella volgarità di linguaggio che una volta – neppure molti anni fa – assolutamente non si concepiva o al massimo si poteva sentire magari nelle bettolacce di terz’ordine. E nemmeno cosí disinvoltamente e spudoratamente come il linguaggio che oggi ci porta in casa a tutte le ore la televisione.
C’è qualcuno che si è preso la briga di contare i fuck e derivati, presenti nei film che ci arrivano da oltreoceano. I primi in classifica: in The Wolf of Wall Street, film di Martin Scorsese del 2013 se ne incontrano 569; 435 in Summer of Sam di Spike Lee, del 1999; 428 in Nil by Mouth, di Gary Oldman, del 1998; 422 in Casinò, ancora di Scorsese del 1995; e cosí via.
Se si aggiungono altre parole come shit e bitch e altre scurrilità come i nomi volgari degli organi sessuali, in The Wolf of Wall Street arriviamo a 687, vale a dire – visto che il film dura quasi tre ore – 3,8 al minuto. In Swearnet: The Movie, film canadese di Warren P. Sonoda del 2014, si contano 935 volgarità. Poiché il film dura un’ora e 52 minuti, possiamo calcolare una media di 8,35 parolacce al minuto, una ogni 7,18 secondi: una bella media.
Non ne sono esenti neppure i cartoni animati: è uscito lo scorso agosto il film di animazione Sausage Party, la cui prima parola è shit. Seguono una sfilza di parolacce. In pericolo il primato per i film di animazione di Suth Park, del 1989, in cui si contano 399 parolacce.
Per non parlare dalla produzione italiana, che non è certo da meno. Abbiamo imparato a importare dalle Americhe tutte (e solo) le cose peggiori. Certo che negli Stati Uniti ci sono anche cose buone, ma noi quelle gliele lasciamo.
I film italiani – direi grosso modo a partire dagli anni novanta del secolo scorso – sono infarciti di volgarità che qui non è necessario le ripeta: basta andare a cinema, per un film qualsiasi, o accendere la televisione. Non sono molte le eccezioni. In particolare per i film comici. Parrebbe che senza volgarità non ci sia comicità. Eppure in tutta la vasta filmografia (100 pellicole) del piú grande attore comico di tutti i tempi, vale a dire Totò, non ci sono mai volgarità. Una sola parola un po’ sopra le righe, si trova nel film I due colonnelli, in cui, all’ufficiale tedesco che gli urla: «Io ho carta bianche!» risponde «E ci si pulisca...».
Non hanno avuto bisogno di usare parole volgari altri grandi comici, come Massimo Troisi, Franchi e Ingrassia, Peppino De Filippo, Walter Chiari, eccetera. O, andando in campo internazionale, Stanlio e Ollio. Charlot, Jerry Lewis, Peter Sellers avevano forse bisogno di volgarità per far ridere?
La cosa curiosa è come questa moda delle parolacce, progredisca parallelamente all’altra moda ipocrita e ridicola del cosiddetto “politicamente corretto” (che poi vorrebbe significare “eticamente” corretto: la politica non c’entra per nulla). Cioè si può usare, come abbiamo visto, una parolaccia ogni sette secondi, ma non si possono usare parole come “sordo”, “cieco” e nemmeno si può dire di un alunno “respinto”, perché sono ritenute parole offensive.
Certo che è strano questo nostro mondo!

Amerigo Iannacone


Nancy

Nancy, la mia gattina
(la notte dorme al piano
sotto di noi, che siamo
un po’ la sua famiglia)
aspetta ogni mattina
che io scenda per farla uscire.
Se non muore lei prima,
un giorno non mi vedrà
piú scendere. Ma non smetterà
per questo di ritenermi
– tale e quale
ritiene se stessa – immortale.

Coreno Ausonio, 19/07/2016
Tommaso Lisi


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Inglese pigliatutto

Mi era già capitato di sentire parole latine come junior, medium, media, Venus, lette come fossero inglesi: “giunior”, “midium”, “midia”, “Vines”, e anche di vedere scritto – purtroppo da un’azienda produttrice – “albums” con un plurale all’inglese di una parola latina. Le ultime le ho sentite di recente: plus e minus che diventano nella pronuncia “plas” e “mainus”.
Ma anche parole di altre lingue, cosí, per esempio, la parola tedesca Reich pronunciata “reic’”, o la parola spagnola golpe, pronunciata senza la vocale finale, come fossero parole inglesi, perché se non è italiano, vuol dire che è inglese. Come dire : l’inglese pigliatutto.

Foglio Volante n°9 Anno XXXI Settembre 2016


Le disavventure della bellezza

È appena uscito per le Edizioni Eva la raccolta di poesie Le finte allegorie (Ed. Eva, Venafro 2016, pp. 120, €15,00. ISBN 978-88-97930-83-9. Ne riportiamo la prefazione di Giuseppe Napolitano.

...tre leggeri segni
che non vogliono dire nulla. E indica
come si può giocarci il proprio tempo
e ragione, e meglio ancora il nulla.

Ricordo che, da ragazzo, mi impressionò un quadro – non so più in quale libro lo avessi – dal titolo che mi parve stranamente inquietante: “Susanna e i vecchioni” (o qualcosa del genere). Mi chiedevo, riguardandolo, perché mai dovessero proprio i vecchi rimanere tanto abbagliati dalla nuda bellezza di quella figura femminile, la quale del resto pareva ritratta in una radiosa indifferenza. In quel tempo, peraltro, alla bellezza del corpo muliebre avevo dedicato una lirica, “Poesia della carne”, ispirata da un “nudo” del pittore Antonio Sicurezza: “corpo femmineo, immagine di Dio” – concludevo i miei versi, lontano, pur nella mia curiosa adolescenza, dall’associare tentazioni erotiche alla rappresentazione artistica (o almeno così volevo credere).
Questa premessa, volutamente privata, dovrebbe, a me in primis, chiarire il senso dell’operazione letteraria alla quale Giorgio Bàrberi Squarotti ha dedicato buona parte dei suoi ultimi anni (se crediamo alle date che segnano il succedersi continuo dei momenti creativi di questa silloge complessa). Una così lunga sequenza di immagini – ma immagini che si fanno storie – con protagonista costante il nudo femminile (parziale o integrale, offerto spesso alla violenza, anche sgradevole, ma comunque esaltato nelle sue forme, sia pure nei toni cangianti del dramma scherzoso), come dev’essere interpretata, senza cadere – ed è una sfida – nel compiaciuto rischio di un pruriginoso voyeurismo da buco della serratura?
Taccuino del vecchio cercatore? O dottrina di un estremo principiante... Volessimo parafrasare altre ben note esperienze di poeti abbastanza in là con gli anni. Ma, se è vero che la poesia non ha data di scadenza, è anche vero che non si va in pensione da poeta: finché c’è vita, si lavora – tutto qui. E il lavoro di un cercatore, per quanto vecchio, è – ancora! semplicemente – cercare (finché la continua pratica si fa gustoso esercizio dottrinario). Qui si produce in effetti l’esito sommo di una curata ricerca e se ne propone l’insieme in una scansione articolata e raffinata, e nemmeno costruita, poiché si ha la netta sensazione che le pagine (per quanto datate) abbiano avuto gestazione casuale e non preordinata – non subito, almeno – alla silloge da pubblicare.
È da credere piuttosto che si tratti di una ricorrente manifestazione della benvoluta e senz’altro opportunamente medicata ma ineluttabile malattia che è l’amore per la bellezza (o della bellezza), che nel nudo si sublima. E l’insistere sul tema non appare certo (dopo qualche iniziale perplessità) una gratuita dimostrazione di abilità descrittiva: l’autore di questa enciclopedica riflessione sulle disavventure della nudità ben conosce le sue riserve di stile – pressoché inesauribili.
Gli episodi narrati, a costruire la trama di questo libro ricco di sorprese incantevoli e incredibili sospensioni, sono frutto probabilmente di eccezionale capacità inventiva, ma è anche probabile che siano nati, in qualche misura, da sollecitazioni o suggestioni, suggerimenti o solleticazioni di origine concreta – può essere bastato, una volta, cogliere l’idea di una storia in un sorriso, un gesto, un atteggiamento, o un frammento di racconto, un aneddoto, ascoltato. È nota, a chi ben lo conosca attraverso i suoi libri di poesia, la predisposizione di Giorgio Bàrberi Squarotti a registrare (nei suoi viaggi o nelle soste in un caffè, camminando o chiacchierando con gli amici) qualunque stimolo provenga dall’esterno – e farne cosa sua che vive in lui e si fa poetica trasposizione o trasfigurazione. Le creature che vivono in queste pagine, e sono frutto – poliedrica fattura d’artista – di un misurato laboratorio dei sensi, hanno un’anima e un corpo, anche se è il corpo ad apparire, a sbattersi certe volte in prima persona, ma la fisicità è condizione dello spirito, è manifestazione di una interiore violenza che grida e chiede vita, nel farsi exemplum, nel dirsi in poesia.
Qui, di qui si dipana una trama incredibile e reale, onirica e materica insieme, di un presente incombente ingombrante “spoon river”: un viaggio di figure. Qui si coniuga infine l’esistenza di un mondo, il nostro mondo, come sospeso fuori del tempo, eppure nel tempo incastonato con le sue gemme, a splendere di piccole schegge che fanno il luminoso firmamento di una dolente (non sempre, poiché spesso è consapevolmente buffonesca) umanità: noi.
***
Già il titolo di questo libro sembra voglia mettere sull’avviso il lettore, magari quello meno smaliziato, il quale comprenda quanto ci sarà di gioco nel viaggio che sta per intraprendere: ci sono allegorie, ma sono finte, quindi è tutto reale? È così che deve intendersi, chissà. Ma dalle prime pagine si afferra il bandolo della matassa e sarà poi abbastanza facile scioglierla. Oddio, senza aspettarsi più di quello che c’è e si vede subito: la gioia di una tavola imbandita e ricca di ogni leccornia (e absit iniuria verbis, in questo caso è proprio il caso di sottolinearlo). Appena “le due cameriere, castana l’una, l’altra bionda, entrambe amabili e giustamente giovani, si siano spogliate nude” nell’oste-ria di Clusone, comincia la giostra e non la smette più di girare, fino alla fine del libro – un ritornello, un refrain, un rondò... insomma una ludica frenesia che trascina verso un finale subito atteso poiché giustamente immaginato (per parafrasare stavolta il gioco linguistico dell’autore). Ma prima di arrivarci converrà visitare stazioni di posta e sontuose abitazioni, siti archeologici e squallide dimore di mercanti... Senza dimenticare (altra subliminale dichiarazione d’intenti) che «questo istante è vero solo mentre tu lo scrivi»...
Inutile stare a segnalare episodi o figure particolari: hanno tutti, tutte, l’importanza che compete ad un campionario ideale, poiché tutti, tutte devono rispondere all’as-sunto centrale della composizione, alla volontà prima del compositore: l’unisono di un concerto nel quale ogni strumento, ogni voce ha pari dignità. Se proprio si volesse cercare lo slancio lirico più elevato, quando un po’ si distacchi dalla (voluta) voluttà descrittiva e sposi invece una più profonda linea di consapevolezza estetica, pur si potrebbero indicare alcune composizioni nelle quali più alta si leva la cifra espressiva e più esplicita si rende quindi la regola del gioco: si dichiara allora (come in “A Mondoví, veramente”) quando «si dissolvono le nubi / che decorano il culmine del sogno / dipinto», e lì, di lì, si può alzare lo sguardo verso «il rettangolo del cielo», quello puro e celeste in cui ogni immagine appare, riappare pura e scevra d’ogni malizia terrena, in un oltre che è quello della pura fantasia, la molla e la mamma dell’ispirazione, la culla del nostro sogno.

...perfetta nella forma della vera
arte, che non patisce il tempo, e ancora
eternamente nuda si mostrava
ilare, pura.

Giuseppe Napolitano
Sousse, 27-30 maggio 2016