• Autore
  • Antonio Vanni
  • Titolo
  • Plasmodio
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 56
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00

Dunque "Plasmodio". Sentiamo il De Felice - Duro: "Piccola massa di protoplasma contenente molti nuclei, formatisi per divisione di un nucleo primitivo di una cellula che non ha subìto una parallela divisione dal citoplasma. In Zoologia: Protozoo e genere di protozoi... parassiti... provocano la malaria...
Giuseppe Napolitano, prefatore (oltre che fondatore e direttore della collana) ne scioglie lo scientifico enigma operando, del titolo, una scansione sillabica.
Ma, sillabando, ne viene: pla-smo-dio.
Per me il mistero rimane.
E si dipana, invece, dalla lettura, che conferma anche nelle soluzioni linguistiche nuove distribuite tra le pagine, il connotato identificativo della produzione letteraria dell'intellettuale isernino, e cioè che la sua poesia sarebbe un errore andarla a cercare in un messaggio che si srotoli lungo le direttrici del discorso compiuto: l'interiore, complessa essenza di un autore come Vanni, caratterialmente votato all'introspezione, dal puntiglio autoanalitico per nulla scalfito dagli anni che pure trascorrono impietosi, non può che esternarsi per sequenze alogiche, sintatticamente dissociate, in ciascuna delle quali percepire - mi si passi l'espressione, "a orecchio" l'intenso flusso emotivo, l'inseguirsi di pulsioni dello spirito che, formalizzandosi, vanno a coaugularsi in sintagmi autonomi, ciascuno dotato - per così dire - di luce (e pregnanza) proprie. Gli esiti - come l'acqua pura che prende colore dal vetro in cui s'accoglie, s'adeguano ai gusti, alle radici culturali, alla sensibilità, ai substrati psicologici, al quoziente intellettivo - infine - di chi legge, conseguendo, in questo, un dilatarsi degli spazi sintonici, a parer mio, tra i migliori risultati conseguiti da Antonio Vanni

Aldo Cervo

Foglio Volante n°4 Anno XXXII Aprile 2017


Tommaso Landolfi: il piú grande

Narratore e scrittore (annullata in lui ogni distinzione o differenza tra l’uno e l’altro), dal tono antico e dal piglio moderno; austero e ilare; solitario e generoso; inventore instancabile di storie assurde e inquietanti; di linguaggi raffinati e beffardi; voce italiana a gara con quella russa di un Dostoevskij o di un Gogol: tutto questo, e oltre e altro, Tommaso Landolfi (Pico, Frosinone, 1908 - Roma 1979).
Poeta, se mai ce ne furono, in ogni sua opera, in ogni sua frase e in ogni parola: nessuno seppe come lui ridare linfa vitale ad un linguaggio che l’aveva perduta, e rivestire di classica regalità termini o blasfemi o plebei. In questo, e fortunatamente solo in questo, un nuovo D’Annunzio: nella sapiente e disinvolta capacità di esternare le parole più armoniose della lingua e l’armonia più profonda delle parole.
Ma mentre D’Annunzio sprecava un tale virtuosismo linguistico giuocando con la sicura e rassicurante esistenza del nulla, Landolfi fu fino all’ultimo impegnato a esorcizzare la possibilità che il nulla nasconda il suo contrario.
Piú grande, perciò, del D’Annunzio. Ma non solo. Piú grande di tutti gli autori, in prosa e in versi, del nostro Novecento. In questo primato, insidiato forse soltanto da un altro creatore come lui di mondi e di linguaggi straordinari: Carlo Emilio Gadda.
Tommaso Lisi


A Tommaso Landolfi

La bocca di certi critici ha una lingua che non perdona!
Cosí di te va dicendo ch’eri soltanto
un trapezista del linguaggio, un acrobata
della parola. Ma tu “volavi senza rete”,
mentre chi di te cosí parla lo fa stravaccato in poltrona.
Tommaso Lisi


La magia

Voglio questa sera
pensarti,
ma la magia della notte
ti allontana da me
come il tempo dai meridiani.
Vorrei fermare la terra,
per poi fermare il tempo,
e il giro delle coincidenze terrestri.
Così, ferma, mi aspetterai.

Arjan Kallço
Korcë (Albania)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Il virus anglogeno

Mi scrive un amico del Foglio volante: «Ciao Amerigo, mi piacerebbe che tu facessi, con la solita verve, un articolo su open day, la scritta che campeggia in tutte le scuole, perfino sulle inferriate del Liceo “Pollione” formiano. Magari lo avessero scritto in latino, capirei l’antifona, ma studiano le lettere classiche e non trovano un’espressione equivalente a quest’inglese che se ne esce dall’Europa per restarci attaccato alle meningi! Cordiali saluti, A. Villa».
L’espressione equivalente c’è sempre (in questo caso basterebbe “inaugurazione”) e qualora non esistesse già, si potrebbe sempre coniare. Quello che non funziona sta nella nostra testa: si tratta di una sorta di virus che sopravvive nutrendosi di pigrizia intellettuale, di servilismo o piaggeria verso quelli che si considerano i padroni, di un provinciale e rozzo tentativo di sprovincializzarsi. Con il beneplacito di chi ci governa che non solo avalla, ma incentiva la mania anglofila coniando espressioni come “jobs act”, “day hospital”, “social housing”, “premier”, “welfare”, “stepchild adoption” e via farneticando. Il morbo è purtroppo cronicizzato: difficile da curare. Pure, direi, seppure debilitati, non abbandoniamo la speranza.


  • Autore
  • Giuseppe Napolitano
  • Titolo
  • Libertà di parole - Un'autobiografia che è la mia
  • Collana
  • Fuori collana
  • Pagine
  • 192
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 12,00

Mi è appena giunto fra le mani grazie al suo editore Amerigo Iannacone e l'ho letto non d'un fiato, come suole dirsi, ma mossa dall'urgenza di arrivare fino in fondo e di dire a mia volta. E scriverò di getto, come solo so scrivere, di questa "Libertà di parole" di Giuseppe Napolitano, un'autobiografia di se stesso, già anticipatami in lettura e che dunque ho percorso con la curiosità dell'intellettuale e la benevolenza dell'amica e più volte sodale in progetti culturali, presentazioni, premi, pubblicazioni ec. (ed è uso leopardiano). Io, Giuseppe Napolitano, conosco molto bene e non solo per l'elencazione di "p" di poc'anzi, ma in virtù di una "profonda sintonia intellettuale" che mi riconosce tra le sue 188 pagine di scritto fitto ed intenso, in cui la concitazione e la concisione (Giuseppe deve aver sintetizzato molto della sua avventurosa vita) corrono e percorrono gli anni della sua formazione culturale, feconda di incontri e di presenze (fondamentali e, a volte vincolanti negli esordi, come si apprende, di una famiglia d'origine di scrittori - padre-preside, madre-maestra, zia-traduttrice - ed oggi moglie e figlia-scrittrici/attrici), incendiata di ideali e di visioni, animata dalla scuola vissuta tra dovere ed intemperanze, vivificata sempre da Amori-passioni solo in apparenza condizionanti. Perché l'unico "daimon" cui Giuseppe dice di aver sempre obbedito è stata la Parola, declinata in ogni sua forma ed accolta mirabilmente anche nei suoi contorni, rorida di un umorismo intellettuale di matrice sveviana e pirandelliana. Traduttore singolare anche di Catullo e aperto a sperimentalismi e frequentazioni straniere (tradotto in più lingue, da ultimo in Cinese), Giuseppe Napolitano non ha dunque smesso qui di guardarsi allo specchio, altra immagine molto cara alla sua poetica: la sua autobiografia - che non teme per nulla di essere tacciata di autoreferenzialità celebrativa, il che non è per nulla, a partire dal tono e dall'uso di un registro linguistico a volte anche colloquiale - si propone pertanto fuori da ogni implicito canone per porsi invece quale percorso introspettivo di un presente, che radica nel passato ma sa di avere in un domani che è qui - sono parole sue - la strada prefissata. Tutto è così ricomposto, Amico mio, tutto ti è ora accanto per consentirti di impastare "giorno dopo giorno la tua vita".

Ida Di Ianni

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • C'ero anch'io
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 200
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 12,00

L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e dell’avventura culturale e artistica, di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana.
Niente viaggi, dunque, a inseguire – alfierianamente – chissà quali miraggi di gloria; ben istruito invece – a quanto sembra – dalla fallimentare ricerca del leopardiano Islandese.
Nato il 17 maggio del 1950 a Ceppagna, una frazione di Venafro seminascosta da preappenniniche gobbe collinari, in posizione defilata rispetto all’arteria stradale che dal Molise punta, risoluta, verso il nord della confinante Campania, ultimo di prole numerosa messa al mondo da genitori artigiani che non ebbero da anteporre al rito sacrale del concepimento prospettive di carriere più o meno brillanti, Iannacone ha ereditato dalla marginalità geografica del luogo natio e dall’essenzialità dei bisogni quotidiani ancora ben diffusa nell’entroterra centro meridionale italiano degli anni ’50 dello scorso secolo, un carattere riservato ma non scontroso, incline all’introspezione ma non chiuso a problematiche sociali.
Sensibile fin dagli anni dell’alfabetizzazione al fascino del libro (da leggere ma anche da scrivere), è stato subito lettore avido di testi d’autore e compositore acerbo di fanciullesche trame poetiche, spie precoci di un talento destinato a consolidarsi e a tradursi nel tempo in un imponente “esondare” di pubblicazioni.
L’autobiografia, che dagli anni della formazione da discente passa poi a quelli del ruolo docente, segue – illustrandolo – l’itinerario letterario di Iannacone, narrandone le diverse vicissitudini. E tra le vicissitudini ci trova, il lettore (accanto all’emozione della prima raccolta poetica ancora calda di tipografia), la nota introduttiva – per così dire – prudente del prefatore contattato; ed ancora l’ipocrisia boriosa delle grandi Case Editrici, che con belle parole di circostanza ti sbattono la porta in faccia; il comportamento ingannevole di sedicenti editori avvezzi alla frode; l’indifferenza della gente (anche di quella laureata) di fronte al dono di un libro. Ma accanto alle vicissitudini che diremo scoraggianti, più o meno comuni un po’ a tutti gli esordienti di periferia, s’incontrano quelle che ampiamente ripagano lo scrittore molisano con gratificanti obiettivi raggiunti. E parlo della nascita dell’Editrice Eva, della fondazione di un mensile: Il Foglio volante, della promozione del premio letterario “Venafro”, della scoperta dell’Esperanto, del proliferare di amicizie feconde, durevoli per comunanza di interessi culturali ed empatia dello spirito.
Il lavoro riporta in appendice una serie di interviste che contribuiscono, se non a completare, sicuramente ad arricchire il quadro degli elementi teoretici dei percorsi e degli esiti artistici dello scrittore venafrano.
Dire, a questo punto, che l’autobiografia è scritta bene è persino banale: come volete che sia scritto uno scritto da Amerigo Iannacone? Dirò solo (e chiudo) che la narrazione si apre con un risveglio notturno (indotto dal sogno di un bisogno insoddisfatto) e si chiude con una splendida quanto originale analogia del genere georgico che ben riepiloga la filosofia di vita dell’autore: C’è – scrive Iannacone – un proverbio del mio paese che dice addò arrive chiante glie pezzuche, letteralmente: “dove arrivo pianto il cavicchio”. Il detto non è di immediata comprensione. Deriva dal modo che si usava un tempo piantando semi col cavicchio: quando a sera si smetteva, si usava conficcare (piantare) nel terreno il cavicchio nel punto dove si era arrivati, in modo da sapere la mattina dopo da dove ripartire.
Ecco: dove arriviamo piantiamo il cavicchio: che c’importa se poi saranno altri a trovare un cavicchio solitario piantato nel maggese.
Il maggese è il genere artistico in cui si sceglie di mettere a dimora idee e creatività. Il cavicchio (ma più bella ed efficace la forma dialettale: glie pezzùche) è quella cosa che Seneca rese con terminus ultra quem mala nostra non exeunt.
Io, della cosa, il nome non ve lo dico. Vi dico solo che è allusa in gran parte della produzione poetica (specie nella più recente) di Amerigo Iannacone.

Aldo Cervo

Foglio Volante n°2 Anno XXXII Febbraio 2017


La fanciullesca gioia di Diego Valeri

Diego Valeri nacque nel 1887 a Piove di Sacco (Padova) e visse prevalentemente nel Veneto, tra Padova e Venezia. Insegnò nei licei e fu poi professore di Letteratura francese e di Letteratura italiana moderna e contemporanea nell’università di Padova.
Nel 1943, dopo l’8 Settembre fu condannato per antifascismo, ma riuscí a riparare in Svizzera, da cui ritornò alla fine del conflitto.
Tranne questo doloroso episodio, la vita di Valeri trascorse, senza accadimenti rilevanti, tutta nella scuola; e come egli stesso ha detto, «la scuola, si sa, non è un luogo di avventure drammatiche o romanzesche». Ma ha anche confessato di non essersi mai pentito, in tanti anni, di aver scelto «l’umile lavoro scolastico», preferendolo ad altri piú redditizi e meno faticosi, aggiungendo di aver lavorato sempre con piacere.[1]
Come poeta, Valeri si è tenuto lontano dalle mode. La silloge Poesie vecchie e nuove, del 1930, verrà ristampata sino al 1952; il volume Poesie fu pubblicato nel 1962 e Poesie scelte negli Oscar Mondadori, nel ’76; non vanno dimenticate le poesie per bambini e ragazzi de Il campanellino - S.E.I. Torino, 1928 e 1951.
La poesia di Valeri si presenta facile, sebbene soltanto in apparenza; essa s’è mantenuta «aliena dalle corrosioni intellettualistiche e dalla poesia al quadrato», come ha rilevato Pier V. Mengaldo.
Il Nostro ha sentito l’influsso di Alcyone, opera in cui D’Annunzio ha gioito per il ritorno inaspettato, nella sua anima; della lontana infanzia ed ha definito il fanciullo rinato – anche se per poco – in lui, e cosí amato, «intimo fiore dell’animo... fiore della divina arte innocente...»
Come il D’Annunzio alcionio, Valeri ha trovato rifugio nella natura.
Il Nostro, avendo saputo conservare nell’uomo maturo un’antica, serena meraviglia, ha accolto a lungo dentro di sé, il “fanciullino” pascoliano, sempre cosí curioso e capace di freschi stupori.
Valeri è andato a ricercare le minute sorprese che può riservare la natura, ricevendone una candida letizia: «Oh, la mia vecchia gioia fanciulla!»
A lui non è sfuggito, ad esempio, il luccicare d’un coccio abbandonato sulla terra bruna d’un orto. S’è incantato, aggirandosi in piazza, tra le bancarelle delle erbivendole, a contemplare «i giochi magici del sole» tra gli ombrelloni di nuovo aperti dopo un acquazzone. In uno squallido vicolo, il suo sguardo s’è rallegrato alla vista delle rose, che, sul davanzale d’una finestra, «ridevano come spose / preparate per la festa». Il poeta, proprio come un fanciullo, ha tante volte trasfigurato la realtà. Una colomba «tutta nitida e bionda», che risale lentamente lo spiovente d’un tetto, gli è sembrata «una dolce regina / di Saba / che rimonti le silenziose scale / della sua fiaba»; e cosí, in un canale di Venezia, un barcone pieno di zucche e di cipolle, lo ha visto splendere «fastoso come un bucintoro»...
Nella poesia dal titolo Annunciazione[2] Valeri presenta un ragazzino che, in una domenica mattina di primavera, se ne va gironzolando «con la sua cara e strana felicità segreta / d’andar e di guardare: prendere un po’ di gioia / da tutto, o un po’ di pena, vagando senza meta». Ed è proprio quello che lui stesso è solito fare...
In tal modo il fanciullo rivolge lo sguardo a dei vasi fioriti a una finestra; a un improvviso volo di colombi, al chiaro viso d’una ragazza, a un cane, brutto nell’aspetto, ma dagli occhi soavi
Quasi senza accorgersi, egli arriva in cima ad un colle, dove sorge una chiesetta. Il panorama che si gode da lassú è vastissimo e luminoso.
Il fanciullo, che si ferma assorto, d’un tratto, avverte dentro di sé, per un attimo, ma un «attimo immenso», come un annuncio per lui del tutto nuovo... E lo interpreta cosí il poeta: «Ecco: e nel cuor fanciullo nasce improvviso un senso / d’universo e d’eterno, e un nuovo amore pio della vita.»
Valeri si spense quasi novantenne a Roma, nel 1976.

Franco Orlandini


__________________________________

[1]Dall’Antologia popolare di poeti del Novecento, a cura di Masselli-Cibotto, Vallecchi, 1973.
[2]Dalla raccolta Ariele, 1924, poi confluita in Poesie vecchie e nuove.


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Lenzuoli e lenzuola

Nella nostra bella e capricciosa lingua ci sono parole che hanno due distinti plurali con due diverse accezioni, tra le quali a volte non è facile districarsi, perché ogni vocabolo e ogni forma del vocabolo ha sue proprie peculiarità. Esaminiamo qualche caso.
“Grido” al plurale può fare “grida” e “gridi”: le grida sono dell’uomo, i gridi degli animali o anche dell’uomo se isolati o comunque non considerati nel loro susseguirsi. “Urlo” al plurale può fare “urli” e “urla”. Stessa cosa che per “grido”? Sarebbe troppo facile. “Gli urli”, dicono i vocabolari, è forma singolativa, cioè forma che oppone l’individuo alla massa (opposto a collettivo), come per es. frutto è la forma “singolativa” rispetto a frutta e la forma “singolare” rispetto a frutti.
“Braccio”, semplificando, al plurale fa “braccia” se si intendono la due braccia umane, “bracci” se si intendono p. es. i bracci di un lampadario, di giradischi e simili, o bracci meccanici di macchine come una gru, un escavatore e sim. Ma anche i “bracci” umani, se presi singolarmente, p. es. “tutti i bracci sinistri dei ragazzi”.
Il plurale normale di “filo” è “fili”, mentre “le fila” ha valore collettivo e in locuzioni particolari, es.: “Ha in mano lui le fila della congiura”.
Il plurale di “calcagno” è “i calcagni” in senso proprio e “le calcagna” in senso figurato.
Il plurale normale di “lenzuolo” è “lenzuoli”, mentre il plurale “lenzuola” indica il paio che si stende sul letto. Molti – sarei tentato di dire tutti – usano erroneamente “lenzuola” per tutti i casi e non solo per la coppia.
Un po’ di anni fa, eravamo alla fine degli anni Ottanta, scoppiò uno scandalo che fu chiamato delle “lenzuola d’oro” e riguardava le forniture di biancheria per i treni notturni, ovvero i lenzuoli per le cuccette e i vagoni letto, che vennero pagati a prezzi gonfiati e fuori mercato. Raccontò Gaetano Afeltra, allora collaboratore delle pagine culturali del Corriere della Sera, che lui mandava i pezzi al giornale scrivendo “lenzuoli d’oro” e gli stenografi (sì, all’epoca c’erano ancora gli stenografi) gli correggevano inesorabilmente “lenzuola d’oro”. E in effetti il caso rimase con il nome di “scandalo delle lenzuola d’oro” e non “dei lenzuoli d’oro”. Il plurale “lenzuola” è tanto diffuso che se uno usa la forma “lenzuoli”, in qualunque caso, viene percepito come un povero ignorante.


È morto Tullio De Mauro, amico dell’esperanto

Il 5 gennaio scorso è morto a Roma Tullio De Mauro, linguista di chiara fama e da molti decenni amico dell’esperanto. Aveva 85 anni, essendo nato a Torre Annunziata nel 1932. È stato anche Ministro della Pubblica Istruzione, nel 2000-2001, col Governo Amato II.
Altri hanno illustrato e illustreranno i suoi meriti scientifici. Noi vogliamo ricordare i numerosi testi in cui si è espresso favorevolmente all’esperanto, a partire dalla sua introduzione alla edizione moderna del Manuale di Esperanto di Bruno Migliorini negli anni ’90 del secolo scorso.
De Mauro riteneva che l’esperanto potesse essere usato con profitto a livello europeo. Per usare le sue parole: «Una comune lingua senza base etnica definita può essere (come già è tra gli esperantisti) una chiave facilitante, transglottica, dei sempre piú necessari rapporti tra culture. E, in molti casi (redazione di testi e codificazioni di rilievo internazionale), potrebbe assumere una importante funzione di riferimento giuridicamente primario e nazionalmente neutro. Si pensi alla complessa esperienza in atto nell’Unione Europea, su cui si è soffermato da ultimo Claude Piron (Le dèfi des langues. Du gauchis au bon sens, Parigi 1994)».
Lo stesso favore per l’esperanto De Mauro ha ribadito in una delle sue ultime presentazioni pubbliche, il 15 novembre scorso, intervenendo ad una giornata in onore di Renato Corsetti all’Università di Roma.


Il poeta e Dio
(o il poeta è Dio?)

A Dio, solo il poeta è somigliante.

Non si dice di Dio ch’è creatore?
e del poeta che anche lui crea?

A fare l’uno dall’altro distante
c’è che il poeta muore.

Coreno Ausonio, 24/7/2016
Tommaso Lisi


  • Autore
  • Antonia Izzi Rufo
  • Titolo
  • In viaggio con Vittorio Alfieri
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00

Antonia Izzi Rufo legge un autore, legge un’opera e se ne innamora. Se ne innamora e ne scrive. Non vuol dare a vedere di avere il metro di un critico letterario, e il suo modo di presentarci un autore è amichevole e discorsivo: «Da quanto tempo quel testo scolastico “stagnava” in biblioteca, in evidenza, tra le opere di letteratura italiana e straniera, greca e latina? Ne leggevo il titolo, cosí come degli altri volumi, ogni volta che cercavo qualche autore da consultare; ne conoscevo il posto, tanto che l’avrei ritrovato ad occhi chiusi.» Poi quando infine si mette a leggere il libro, se ne innamora e ne scrive e allora, ecco, trasmette anche al lettore quel suo amore per l’autore e per l’opera. Leggendo le parole di Antonietta vien voglia anche a noi di leggere, o di rileggere, quell’autore, quell’opera.
Alfieri, Rimbaud, Saffo, Dante e gli altri autori che troviamo in questo libro non sono certo i primi autori di cui Antonia Izzi Rufo si è occupata. Dalla sua penna sono usciti saggi, a volte piú brevi, a volte piú lungi, di numerosi autori. Su Saffo e su Dante aveva già scritto (Saffo, la decima musa e La Vita Nuova di Dante). E ha scritto su D’Annunzio (Le Novelle della Pescara), su Ovidio (Tristia - L’anelante voce di speranza nelle “Tristezze” di Ovidio) e poi La ginestra di Leopardi, Riscopriamo Mimnermo e Solone, Una rivisitazione di Virgilio, Catullo, Aldo Cervo e gli odori della terra, ecc.
Come dicevo, scrive dunque su un poeta, su uno scrittore, per amore, il che non significa comunque che non abbia strumenti critici adeguati, significa piuttosto solo che finisce quasi sempre con l’essere piuttosto benevola nei confronti dell’autore, ma perché legge l’opera, l’approfondisce e se ne lascia coinvolgere, la sente vicina, la sente un po’ sua. Fa un po’ eccezione, in questo volume, il testo su Rimbaud, che lei trova piuttosto difficile e ostico o per il quale non ha trovato la chiave di lettura giusta.
In questo libro incontriamo diversi autori: il primo è Vittorio Alfieri, di cui però Antonia Izzi Rufo ci presenta non una delle sue opere maggiori, le tragedie, le satire o le odi, bensí la sua autobiografia, Vita scritta da esso. Un libro che è però particolarmente importante per conoscere Alfieri e la sua forte personalità. Un autore che ebbe quella determinazione verso lo studio e la cultura che lo spinsero addirittura a farsi legare alla sedia dal suo servo, cosa che l’Alfieri stesso racconta e riassume nelle parole a tutti note Volli, sempre volli fortissimamente volli.
Antonietta esamina il libro capitolo per capitolo, li riassume e li commenta, e in qualche modo accompagna Alfieri nei suoi viaggi per l’Europa: In viaggio con Vittorio Alfieri.
La nostra Autrice è anche – anzi, è prima di tutto – poetessa e narratrice e per questo, anche per questo, la sua prosa è scorrevole e piacevole, anche quando scrive saggi, come in questo caso.
Certo, i suoi testi dedicati agli autori, hanno una valenza eminentemente di carattere divulgativo, ma non per questo, non hanno una loro originalità e una loro validità anche critica. Anche se, bisogna dire, cimentandosi con poeti come Dante, Virgilio, Catullo, Saffo, come si fa a trovare qualcosa di nuovo da scrivere? Ma le opere di Antonietta non hanno questa pretesa, vogliono piuttosto avvicinarci all’autore, guidarci tenendoci per mano alla lettura dell’opera, magari guardandolo da un’angolazione diversa, direi amichevole, e in certo senso nuova.
Nell’ultimo capitolo, “Opinione”, di questo libro, Antonietta Izzi Rufo fa una panoramica a volo d’uccello dei poeti e scrittori che sono o sono stati suoi amici e anche un po’ i contenuti. «Quali oggi gli argomenti della scrittura? – scrive – L’intimismo, la natura, il passato, il presente».
E «Voglio solo affermare – conclude – che tutti, chi piú chi meno, chi nella critica chi nei versi chi nella prosa, chi in ogni espressione sentimentale narrativa o esegetica, chi nella fantasia chi nella realtà, chi nell’indagine del profondo e nell’enigma del “poi”, tutti hanno dato il meglio di sé, tutti hanno contribuito ad accrescere il sapere personale e quello universale».

Amerigo Iannacone

Foglio Volante n°1 Anno XXXII Gennaio 2017


Gli Altavilla e le Efsiei

Riporto uno stralcio di un articolo uscito sul Fatto quotidiano del 25 novembre 2016, a firma Marco Palombi:
«Cassino era famosa per la celebre abbazia benedettina, per una lunga battaglia della Seconda guerra mondiale e i relativi cimiteri di guerra e infine per la fabbrica Fiat. Grande è stata dunque la nostra sorpresa quando Alfredo Altavilla – che è di Taranto, ma di lavoro fa il chief operating officer di Fiat-Chrysler per l’Europa – ha cominciato a magnificare dentro la fabbrica ciociara i meriti di una cosa chiamata“efsiei”. Dice: Efsiei di qua, Efsiei di là e pure “Efsiei ha lottato per ridare al sistema Italia flessibilità, velocità, innovazione”. E persino: “Efsiei assumerà 1.800 persone”. Matteo Renzi, lí accanto, annuiva convinto, Sergio Marchionne pure. Solo la consulenza di un amico con vasto uso di mondo ci ha consentito infine di capire che Efsiei sarebbe quella che noi plebei chiamiamo “Effecià”, cioè FCA, società che avendo sede legale in Olanda e fiscale a Londra può ben dirsi “Efsiei”. [...] Vabbè, la ripresa mondiale dell’auto ha dato al premier quel po’ di crescita di cui può vantarsi e allora «viva Efsiei» che è in utile e assume (senza art. 18), anche se nel 2003 aveva in Italia 45 mila occupati e a giugno 2016 neanche 29mila, parecchi dei quali in cassa integrazione, nonostante i generosi sgravi renziani».
Ho ripreso dall’articolo solo la parte che riguarda gli insulti alla nostra lingua. Tra l’altro, avrete notato da questa bella prosa ibrida che, adeguandosi, asinescamente all’inglese, ora viene anche abolito l’articolo davanti a nomi propri come FCA, Purtroppo gli Altavilla, chief operating officer, qualunque cosa questo significhi, in Italia sono tanti e aumentano sempre piú, forse si riproducono per clonazione, o per partenogenesi. E ogni giorno aggredisco sempre piú arditamente la nostra lingua, manomettendo pericolosamente sia l’italiano sia l’inglese.

Amerigo Iannacone


Trama incompiuta

Dopo aver percorso ogni sentiero,
spero di proseguire il mio viaggio
che non ha trovato ancora
la quiete del posto che cercava,
un porto dove ancorare i sogni.

Mi rincuora solo immaginare
che in un domani dell’esistenza,
questa mia trama incompiuta
possa alfine incontrare la perla
che manca finora alla collana.
Fabiano Braccini
Milano


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

L’endorsement dei voltagabbana

In occasione del referendum costituzionale di dicembre ho sentito decine, centinaia di volte la parola endorsement. Sono andato a cercarla sul dizionario inglese-italiano (ma è normale che in Italia per capire chi parla bisogna prendere il vocabolario inglese?) e ho scoperto che significa – nel linguaggio commerciale – “girata” (p. es. di una cambiale). Il che fa pensare che quelli che usavano la parola endorsement, volessero dire “ripensamento”, “cambiamento”, “inversione di rotta” o anche “giravolta”, riferendosi a coloro che passavano dal “sí” al “no” o viceversa, a seconda del vento che tirava, a seconda delle promesse (pubbliche o, spesso, private). Evidentemente si usa endorsement per non chiamare voltagabbana i voltagabbana, ma facendo pensare, con un vocabolo misterioso a chissà quale struggimento interiore.

  • Autore
  • Ludovica Tozzi
  • Titolo
  • Cielo e terra
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 8,00

Un tenebroso universo accoglie il visitatore di questo libro, un piccolo ma denso e coinvolgente libro di versi scritto da un autore evidentemente in debito nei confronti di una tradizione culturale molto particolare. Ma forse nemmeno tanto, se si considera il successo e la notorietà che ormai da qualche decennio accompagnano le saghe di Tolkien, Rowling et similia... Solo per dire di quelle che un vecchio lettore può conoscere: altre ne circo-lano e vendono, ben oltre i livelli che un lettore di poesia (di ogni età) è abituato a considerare alla sua portata.
L’autore in questione, comunque, è una donna, una giovane poetessa che si misura qui – con una certa dose di coraggio – col mondo delle sue passioni, traendone e facendone poesia da leggere. Lo scopo? Ma qui sembra innanzi tutto il desiderio di riviversi nelle fantastiche storie narrate, offerte in frammenti all’occhio (ed alla mente) di chi sappia come disporsi a ricevere il messaggio invero insolito.
Ludovica Tozzi si presenta con questa sua opera prima in maniera prepotente e spiazzante: poesia? Certo, ma attenzione alle dosi d’uso... Ci si deve preparare a un viaggio enigmatico, a un misterioso gioco di immaginazione, in una continua sospen-sione – come lei dice – “tra cielo e terra”, tra quel che si vede e quel che si pensa. E non sempre è facile seguire le trame proposte, altalenarsi appunto fra chi si è, come ci si mostra, e chi si potrebbe essere. “Piangere” è un verbo chiave in questa silloge: non deve essere un caso se la giovane poetessa ne sente il bisogno: subliminale, forse, ma il messaggio traspare, e non lascia del tutto tranquilli.
Gli strani personaggi che compaiono a interlo-quire con lei – a farle anche dire le sue verità (“il fardello della verità”) – mostrano di avere una loro personalità e pertanto si fanno vive persone di un dramma in scena. Ci sono un “bardo triste” e un “bardo muto”, e un “paladino coi capelli al vento”, ci sono Sizian e Zack... c’è pure una luna “pallida nelle mani della sera” (tra le immagini più toccanti della silloge)... e si muore col sorriso, ma si soffre per amore... Altro si può trovare, che vale la pena di se¬gnare anche per un lettore – diciamo così – normale, che però voglia farsi portare in un mondo lontano e fascinoso, ricco di immagini e personaggi stupefacenti.
D’altronde, se il tempo è “iniquo”, e il nostro è un “mondo di maschere e marionette”, come dice Ludovica, chissà se meglio convenga abituarsi a tenerne sempre una a disposizione, o rassegnarsi a combattere con quelle degli altri, in attesa di un momento fortunato, che ci dia la nostra giusta dimensione.

Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°12 Anno XXXI Dicembre 2016


Nel mondo delle scimmie

Nel mondo delle scimmie, quasi tutti gli scienziati sostenevano che la scimmia discende dall’uomo.
«Oh, mamma mia, — disse Paquita quando lo sentí per la prima volta — che brutti antenati che abbiamo. Ma allora anche noi un tempo avevamo solo due mani, e magari non sapevamo neppure salire sugli alberi!»
«Piú esattamente — spiegò Maquita, una scimmia scienziata che sapeva tutto — la scimmia e l’uomo hanno antenati comuni».
«Ma non è possibile! Per noi è un disonore, È davvero umiliante!»
«Ma è cosí. C’è stato un fumoso scienziato, pardon: un famoso scienziato, Darvin, che lo ha dimostrato scientificamente. Per la verità in principio si chiamava Dar Vino, e gli si addiceva pure, anche se in verità il vino piú che darlo se lo beveva lui. Poi si fece cambiare il nome prima in Darvino e poi per risparmiare una vocale solo in Darvin».
«Io non ci credo, — intervenne Daquita — che schifo: gli uomini tutti spelacchiati. Sono costretti a mettere della robaccia addosso per ripararsi dal freddo».
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«E poi devono andare a lavorare, non sono liberi come noi». Disse Baquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«Devono studiare, devono andare a scuola». Disse Zaquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
La cosa non piaceva a nessuno, ma era cosí e non ci si poteva fare nulla.
«Noi ovviamente siamo superiori, – disse Maquita – ma proprio per questo dobbiamo avere in alta considerazione tutti gli animali e anche gli uomini. Anzi direi soprattutto gli uomini, che con tutto quello che combinano con le loro testoline malate, rischiano l’estinzione.»
Maquita aveva una grande mente, era una grande scienziata ed era capace di trasmettere conoscenze ed emozioni. Continuò a parlare per più di due ore, spiegò scientificamente, citò dati, raccontò episodi, fu davvero convincente e a tratti commovente. E tutte le scimmie presenti ascoltarono, capirono, si convinsero. E quando Maquita tacque, scoppiò un caloroso applauso.
Da allora, anche Paquita, Daquita, Baquita, Zaquita e tutte le altre scimmie guardarono gli uomini con occhi diversi.

Amerigo Iannacone


Il tempo e il cibo

Cibo che non sfama
e tempo deludente divoriamo
nel frenetico scorrere
di giorni sempre uguali.

Lievita nei pensieri
l’insonne profilo allucinato
nello spessore di un tempo che indagava
i limiti del sogno e del miraggio.

Siamo manse anime vaganti
su tracciati di multipli affanni,
ombre insicure che rasentano muri
anch’essi feriti da sismici sussulti.

Un cosmo di vertigini attorno
e riducenti perimetri di vuoto
dove divampa il gelido respiro
di criminali indifferenze.

Non la natura soltanto è volano
sull’inflazione dei giorni che non fanno storia.
Siamo arterie pulsanti se ad altri destini
ci accostiamo con empatico slancio,
oltre le scaglie d’interessi implosi.

Roma, Novembre 2016
Rosa Amato


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

La K, una lettera invadente

È un po’ presuntuosetta la lettera K (che, per inciso, si chiama “Cappa” o “Kappa” e non “Kei”), perché la troviamo sempre piú spesso in posti che non le competono. È un po’ invadente. Da un po’ di anni infatti si vede sempre piú spesso scritto “kilometro” per “chilometro”, “kilogrammo” per “chilogrammo”, “kilocaloria” per “chilocaloria”, “kilohertz” per “chilohertz” e cosí via. Gli stessi vocabolari talvolta si sono adeguati e scrivono «kilo- vedi chilo-».
Se andate in un mercato, quasi sempre trovate scritto, per esempio, “patate: 1 euro al kilo”, con la K. E poi c’è il linguaggio informatico che ci fa scrivere “Kilobyte” e simili.
Per non parlare del linguaggio dei messaggini telefonici, dove “che” diventa “ke”, e “perché” diventa “xché”. Ma qui siamo al gergo giovanilese, di cui abbiamo già parlato e di cui magari riparleremo in altra occasione.

  • Titolo
  • Pensare con il cuore - Versi 2013-2016
  • Autore
  • Alessandra Di Guida
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 56
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 9,00

È un gradito ritorno, quello di Alessandra nella stanza. Ma è pure una nuova nascita – per cui doppia è la soddisfazione di accoglierla.
Alessandra Di Guida ha esordito infatti, nel già lontano agosto del 2011, al numero 79 della vecchia collana editoriale la stanza del poeta; ora si prende il numero 19 della nuova collana: la ricorrenza del 9 dovrebbe intendersi anch’essa come augurale. Cinque anni sono tanti o sono niente: per lei sono, filosoficamente (verrebbe da dire, parafrasandola un po’), il tempo che le è gocciato intorno mentre lei, semplicemente, viveva – e della sua vita registrava accadimenti accidenti aspettative.
Intanto, in cinque anni un nuovo libro ci sta: è qui, del resto, abbiamo la prova di un lavoro che cresce e produce – già per questo sia dato merito all’autrice, che non si è seduta sul primo libro, ma ha seguitato per la sua strada, facendola sempre piú sua. In questa seconda prova, in questa che può dirsi una prima prova di maturità, Alessandra si mostra ancor piú consapevole dei suoi mezzi, che sono espressivi ma sanno di riflessione profonda. Il titolo d’altronde non lascia dubbi sulla sua poetica, sul genere di scrittura che le piace praticare. Sapevamo dalla silloge di esordio, Verso, della sua formazione e delle frequentazioni filosofiche, dei suoi slanci mai teneri contro chi le desse fastidio: qui troviamo una sottile analisi che si fa pure cattiva, se occorre. Modelli se ne potrebbero anche trovare, ma innegabilmente il primo riferimento di questa poetessa che insegna Filosofia è la sua disciplina scolastica: Alessandra, se vede qualcosa che non va o scopre qualcuno che non va (peggio se qualcosa o qualcuno la toccano da vicino), allora non manda telegrammi di protesta – prende la penna e annota sul taccuino nero: mette i voti all’umanità recalcitrante, che vorrebbe invitare a comportarsi appunto da umanità, se ciascuno riconoscesse i limiti che gli sono assegnati e non pretendesse di sforare a piacimento.
Filosofia, dunque, non è proponimento per paradosso letterario: la querelle è antica, platonica – viene prima il filosofo o il poeta? E Pascal, ha ancora le sue ragioni, se qui si vuole pensare con il cuore? La fortuna dell’autrice di questo piccolo libro è di essere poeta che sa la filosofia, e sa scrivere tenendo a mente i processi dell’e-spressione poetica e insieme le trame delle costruzioni filosofiche. Non casca però dalla bilancia, non si fa prendere la mano dalla voglia di esibirsi, anche se dice di andare «in giro nuda, senza maschere o paraventi» (segno di onestà intellettuale): è una persona che vuole rimanere soprattutto fedele a se stessa, ai suoi principi, ma sa mettersi in gioco, sa che la paglia può ancora accendersi, magari anche per sbaglio, per un eccesso di confidenza col fuoco... ma vale la pena di rischiare.
In queste sue nuove pagine, che dice pensate col cuore, Alessandra Di Guida propone un ventaglio di tipi umani da prendere in seria considerazione (ma con un pizzico di sana ironia), per evitarne magari gli eccessi e gli scacchi esistenziali: a lei è capitato, dice – e perché non crederle? –, questo ventaglio di occasioni che la vita le ha messo innanzi, senza riuscire sempre a cibarsene (alla maniera dantesca) come avrebbe desiderato. “Pensare con il cuore”, se pensare è già essere (vedi Parmenide, poiché è chiaro che Cartesio non se l’è inventata), può significare “essere amore”. Allora, da poeta, ma forse pure da professoressa di Filosofia, senz’altro da donna che si fa compagna di buon esempio, Alessandra si dà, “cercando insieme soluzioni” (suggerisce, non vuole forzare), a chi abbia orecchie per intendere, mente per comprendere e soprattutto cuore per amare.

Giuseppe Napolitano