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  • Autore
  • AA.VV.
  • Titolo
  • Poesia da tutti i cieli 2017
  • Collana
  • Premio Poesia da tutti i cieli
  • Pagine
  • 232
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 18,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-08-7


Difficile per me, quest’anno, vergare le righe di prefazione della consueta antologia, perché il pensiero inesorabilmente corre alla tragica vicenda che ha strappato Amerigo Iannacone a questa terra, ai suoi affetti, agli amici, agli estimatori. Questa antologia per tre anni è stata una delle sue creature. Curata da Giuseppe Campolo, era poi impaginata e seguita scrupolosamente da Amerigo con la stessa passione con cui si dedicava a tutti i lavori che investivano la sua sfera creativa e ai libri da lui editi con una frequenza straordinaria, quasi avesse timore che il tempo assegnatogli non fosse sufficiente a portare a termine i suoi progetti. E mancherà al tavolo della Giuria, alla cerimonia di premiazione alla quale ha sempre presenziato, mancherà il suo intervento ricco di riflessioni sull’Esperanto, che egli amava e al quale aveva dedicato molte energie. Suo, fra l’altro, un prezioso manuale con a margine un opportuno dizionarietto Italiano-Esperanto. Ma ciò non escludeva il suo interesse per la lingua italiana.
Era un linguista come pochi. Lo seguivo nel suo Flugfolio che mi inviava puntualmente per e-mail. Leggevo nelle sue considerazioni sull’andazzo comune di questi ultimi tempi il suo rammarico per uno scadimento della lingua scritta che evidenziava la trascuratezza e, in certi casi, l’abbandono delle norme grammaticali e/o sintattiche.
E questa antologia vede la luce per l’impegno di Giuseppe Campolo, che, come tutti noi della Giuria, desidera che il lavoro appassionato di Amerigo comunque continui.
Anche per questa quarta edizione del concorso ci sono giunte le luci, ora intense, ora soffuse di versi sbocciati nel cuore e nella mente di poeti che hanno sentito l’esigenza di esprimere sentimenti e di diffonderli quasi a cercare condivisione. Sono versi che si propongono come atto d’amore e di sensibilità, versi che toccano sentimenti universali nella rappresentazione della vita fatta di distacchi, di strappi, di lacerazioni, nella lucida consapevolezza della condizione di universale precarietà umana. Frequente è l’atteggiamento di amore per la vita, ma è il “doloroso amore” di un Saba o il “disperato amore” di un Cesare Pavese, insieme alla presa di coscienza della vacuità delle illusioni.
In definitiva le liriche selezionate trasmettono il brivido intenso del mistero dell’esistenza.
Estas malfacile por mi, ĉi jare, verki la antaŭparolajn vortojn de la kutima antologio, ĉar fatale la penso kuras al la tragika okazo, kiu forŝiris Amerigo Iannacone el tiu ĉi tero, siaj amoj, amikoj, kaj estimantoj. Ĉi tiu antologio dum tri jaroj estis unu el liaj kreitaĵoj. Kutime redaktita de Giuseppe Campolo, poste ĝi estis enpaĝigita kaj plenprizorgita de Amerigo kun la sama pasio, per kiu li sin dediĉis al ĉiuj laboroj kiuj koncernis lian krean sferon kaj al la libroj, kiujn li eldonis kun eksterordinara ofteco, kvazaŭ li timus, ke la tempo disponigita al li ne estus sufiĉa por kompletigi siajn projektojn. Kaj oni sentos lian neĉeeston ĉe la tablo de Juĝantaro, dum la premiada ceremonio, en kiu li ĉiam partoprenis kaj la neĉeeston de lia prelego, ĉiam riĉa je pripensoj pri Esperanto, kiun li amis kaj al kiu li dediĉis multajn energiojn. Li ankaŭ verkis, interalie, altvaloran lernolibron kun taŭga vortareto Itala-Esperanto. Sed tio ne ekskludis lian intereson pri la itala lingvo.
Li estis lingvisto kiel malmultaj. Mi sekvis lin en lia Flugfolio, kiun akurate li sendis al mi interrete. Mi ekvidis, en liaj konsideroj pri la rutino de la lastaj tempoj, lian bedaŭron pro la defalo de la skribita lingvo, kiu rimarkigis la nezorgon kaj, en iaj kazoj, la forlason de la normoj gramatikaj kaj/aŭ sintaksaj.
Kaj tiu ĉi antologio vidas la lumon danke al la zorgemo de Giuseppe Campolo, kiu, kiel ĉiuj ni el la Juĝantaro, deziras ke la pasia laboro de Amerigo tamen pludaŭros.
Ankaŭ dum ĉi tiu kvara eldono de la konkurso atingis nin la lumoj, kelkfoje intensaj, alifoje vualitaj de versoj ekflorintaj en la koroj kaj mensoj de poetoj, kiuj sentis la bezonon esprimi sentojn kaj diskonigi ilin kvazaŭ peti partoprenon. Ili estas versoj, kiuj sin proponas, kiel ama kaj sentema agoj, versoj, kiuj tuŝas universalajn sentojn en la prezentado de la vivo farita el disiĝoj, ŝiroj, disŝiriĝoj, en la klara konscio pri la universala homa necerteco. Estas ofta la sinteno pri amo por la vivo, sed estas la “dolora amo” de iu Saba aŭ la “senespera amo” de iu Cesare Pavere, ekkonsciiĝante pri la vakueco de la iluzioj.
Fine, la elektitaj lirikaĵoj sentigas la intensan ektremon de la ekzistomistero.
Una costante è la ricerca della felicità che solo gli affetti possono regalarci, come nel sonetto che si è aggiudicato il primo premio (Cammineremo insieme). Molti i poeti che si sono ispirati ai dolorosi eventi del nostro tempo come, ad esempio, l’autore di Noi bambini (terzo premio), auspicando una pace duratura nel mondo. Altri hanno trovato rifugio nel sogno o si sono aggrappati alla memoria. La parola ora descrive, ora evoca, suggerisce e comunque scolpisce immagini che colpiscono emotivamente il lettore.
E saranno, anche questa volta, i poeti e i lettori di tutti i Continenti a sentirsi idealmente vicini grazie a questa formula vincente di una lingua che veicola l’arte poetica e, insieme, il messaggio di pace universale, in questo tempo in cui insensatezza e atroce violenza attraversano il mondo, spargendo dolore e morte.

Anna Maria Crisafulli Sartori

Foglio Volante n°11 Anno XXXII Novembre 2017


Centenario di Zamenhof

Esattamente cento anni fa moriva a Varsavia, colpito da un infarto, Lazzaro L. Zamenhof.
Era il 14 aprile del 1917. Negli ultimi momenti della sua esistenza presenziarono al capezzale l’amata consorte Klara Silbernik e la figlia Lidja, che simpatizzava per la fede Baha’i.
I funerali si svolsero il giorno 16, partendo dalla sua abitazione di Via Krolewska 41. Quell’appartamento, che era alquanto spartano, non esiste più. L’edificio dove esso era situato venne infatti distrutto dai bombardamenti che, nel 1939, si abbatterono sulla città polacca. Così ha raccontato tempo addietro Louis C. Zaleski Zamenhof, nipote del Doktoro Esperanto. Il trasloco nella nuova abitazione, che si trovava davanti ad un parco alberato, avvenne a poco più di due anni di distanza dalla sua dipartita. Quegli alberi che vedeva dalle finestre e che tanta gioia gli procuravano non poté, quindi, goderseli tanto a lungo.
Il suo corpo lo tumularono nel grande cimitero ebraico di Via Okopowa, dove un rabbino formulò alcune rituali preghiere. Inizialmente nel luogo in cui venne sepolto era collocata una semplice lapide, dopo qualche anno questo punto subì però una radicale trasformazione.
La tomba come si presenta oggi risale al 1926 quando, in occasione del nono centenario della sua morte, sostituirono la vecchia lapide con un monumento ad opera dell’artista scozzese J. Coults. Al piede del granitico monumento, sovrastato da un simbolico globo terrestre, vi è una piccola aiuola sempre ben fiorita a cui fa seguito, in posizione scoscesa, una grossa stella verde ivi racchiudente la E centrale del nome Esperanto. Subito a fianco del declivio, caratterizzante l’artistica tomba, si incontra una piccola gradinata di passaggio verso uno dei tanti vialetti dello storico cimitero.
In una delle due diciture - stavolta scritte in esperanto - riportate sul monumento si ricorda (a latere) che tale opera fu eretta grazie al magnanimo contributo degli esperantisti di tutto il mondo. Ai funerali parteciparono, oltre ovviamente ai familiari, pure diversi amici e tantissimi samideani (le cronache di allora parlano di circa centocinquanta persone), tra questi era presente anche Antoni Grabowski, un chimico e, appunto, uno stimato samideano che era stato in diretto contatto con Zamenhof.
Nell’improntare un ossequiante discorso in suo ricordo, esso, lo volle perciò fare proprio in quella stessa lingua che il caro collega aveva ideato e tanto sostenuto. Il breve discorso si concluse così: “Dopo le pene della vita riposate quietamente, la terra sia per voi leggera!”. In quel giorno di metà aprile se ne era andato per sempre, a soli cinquantasette anni, un vero e fraterno amico dell’intera collettività mondiale.

Luciano Masolini


Dolori

Terza età, non mancano i dolori.
Mi fermo, guardo il cielo
per scorgervi una speranza.
Una voce mi dice
che i ponti non sono sicuri
e potrebbero crollare...
Allora, guardo il mare
e la voce delle onde
mi dice di accettare anche il male.

Amerigo Iannacone


“Quando il foglio volava…”
(Alla memoria di Amerigo Iannacone)

Ti ho sempre immaginato pensoso
fra le tante parole clandestine
e le carte degli altri sul tavolo
di un impegnato editore,
a correggere le emozioni
e gli stati d’animo espressi in poesie.
Eppure non ci siamo mai conosciuti
purtroppo, in questo mondo a rovescio
le persone buone fanno fatica
a rimirarsi negli occhi,
perché c’è troppa caligine nei giorni
che trascorriamo di fretta.
Ci vorrebbe la musica
di un oboe d’amore
per farci dimenticare chi siamo;
oppure una dissolvenza incrociata
in cui far ricominciare la sequenza
di un’altra nostra esistenza
laddove non ci saranno più né l’Arno,
né il Tamigi. Se puoi Amerigo
mandami la bozza della mia
autobiografia che solo tu
hai compreso bene, l’hai corretta
prima che lo facessi io
e sicuramente la manderai in stampa
dall’otto settembre al sedici luglio.
Telefonami e fammi sapere
quando terminerà questa eterna
metamorfosi, la tua voce
greve sarà come sabbia
sulle mie palpebre chiuse
che aspettano di svelare agli occhi
le bellezze dei tuoi luoghi sconosciuti,
così ci ricorderemo con gioia
di quando insieme andammo
a zonzo nel tempo che fu!

Isabella Michela Affinito


Doppio colpo in Molise per il poeta pontino Giuseppe Napolitano, abbastanza noto peraltro alle cronache letterarie della regione per le sue numerose presenze in occasione di incontri culturali da Agnone a Termoli, da Isernia a Campobasso.
Proprio qui di recente ha presentato l'ultimo lavoro storico di Antonio Masi, “La forza dell'utopia”, dedicato alla Guerra di Spagna. A Termoli ha partecipato all'annuale raduno dei “poeti extravaganti”, intitolato quest'anno alla memoria del compianto poeta Amerigo Iannacone, fondatore delle Edizioni Eva e del mensile “Il Foglio volante”.
Stavolta dunque Giuseppe Napolitano si presenta in terra molisana con due suoi lavori di poesia, pubblicati da editori locali: “Grammatica interiore” (Volturnia Edizioni, Cerro al Volturno) e “Dialoghi” (Edizioni Eva, Venafro).
Si tratta di due libri di traduzioni: il primo accoglie 22 poesie di Napolitano, una antologia rappresentativa del suo fare poesia, tradotte in inglese da Jason R. Forbus (poeta di origini irlandesi) e in cinese dal poeta di Taiwan Kuei-shien Lee; il secondo libro vede invece all'opera il Napolitano a sua volta traduttore: “Dialoghi” – pubblicato nella collana “la stanza del poeta” da lui stesso diretta – raccoglie infatti poesie di sedici autori di tutto il mondo, dall'Argentina a Israele, dalla Francia alla Bosnia, dalla Spagna al Kosovo e all'Egitto...
L'appuntamento con la poesia internazionale è a Venafro, il prossimo sabato 14, alle 17:30. Nella Biblioteca comunale “De Bellis – Pilla” i due libri del poeta Napolitano saranno presentati da Marcello Carlino, già professore a “La Sapienza” di Roma, e Ida Di Ianni, direttrice editoriale della Volturnia. Condurrà la manifestazione il critico Francesco Giampietri, mentre il giovane chitarrista Aldo Mascio offrirà un intermezzo musicale.

     

locandina presentazione Dialoghi e Grammatica interiore

Foglio Volante n°10 Anno XXXII Ottobre 2017


Un pensiero per un amico

Era a fine anni ’80, poco dopo la pubblicazione del mio primo libro, che conobbi Amerigo Iannacone. Come tanti alle prime armi, cercavo nuovi contatti. Trovai in biblioteca un catalogo delle riviste in Italia (a quei tempi non esisteva internet, e tanto meno riviste telematiche) e scrissi a tante di quelle che facevano letteratura. Amerigo Iannacone mi rispose per primo. E fu tra i pochissimi che mi risposero! Probabilmente capì la mia inesperienza e la mia emozione, e fu così gentile nella sua risposta da offrirmi anche la sua disponibilità a pubblicare qualcosa sul “Foglio Volante”.
Iniziò così la mia collaborazione alla rivista, di cui apprezzai subito la snellezza, la chiarezza, l’impostazione internazionalista ed equilibratamente progressista. Ricordiamo tutti noi i tumultuosi anni Novanta, i blocchi politici contrapposti muro contro muro, il cosiddetto nuovo che avanza. Amerigo riusciva sempre a trovare la parola giusta e, come le vere persone di cultura, a capire nanche le ragioni degli altri, a tentare una mediazione pur nella obiettività diversità di ruoli ed opinioni. Non era facile a quei tempi. Da allora ho pubblicato, non regolarmente, racconti brevissimi, poesie, lettere. E, quasi senza neanche accorgercene, semplicemente, siamo arrivati fino a oggi.
Alcune delle sue battaglie meritano di essere ricordate, contro la barbarie di una sottocultura dilagante, perché, come diceva Nanni Moretti ne La palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Qui c’è tutta la passione per la nostra lingua italiana, per l’uso fiero e consapevole dell’italiano, per difendere il nostro bel parlare dalle più stupide derive anglicizzanti. Difesa della lingua non come retaggio di un’idea di retroguardia, ma perché dal pessimo uso delle parole e dalla resa stupida ed incondizionata al conformismo si possa produrre una reazione in grado di valorizzare un ricchissimo ed autonomo patrimonio culturale: difesa da una globalizzante mercificante e impoverente. Innumerevoli i suoi interventi tendenti a stigmatizzare e talvolta anche a ridicolizzare gli usi abnormi dell’inglese, in base ai quali una parola banale in italiano diventa intelligente in inglese; o un concetto stupido italiano diventa furbo in inglese; o un prodotto italiano scadente diventa ottimo in inglese, com’è per i mediocri film che mantengono il titolo inglese e non vengono tradotti (per fortuna, altrimenti già se ne capirebbe l’insulsaggine).
Potremmo dire ancora tante altre cose, in particolare sul suo amore per l’esperanto e sulla sua visione universalistica e non particolaristica della cultura. Potremmo anche dire molte cose sull’area tra Roma e Napoli su cui ha operato, con interesse da studioso, da storico, da uomo fortemente legato al territorio. Ma confido che altri possano trattare questi temi a parte, molto meglio di me e con gran dovizia di informazioni di prima mano. Amerigo, persona decisa ma sempre rispettosa, e mai superficiale, diventò sempre più negli anni un infaticabile operatore culturale, specie quando, raggiunta l’età della pensione, la casa editrice Eva conobbe uno slancio irresistibile con l’ampliarsi delle collane, l’arricchimento scientifico e qualitativo, le infinite presentazioni dei libri editi. La casa editrice Eva, già ampiamente presente nell’universo culturale italiano - e non solo strettamente letterario! - è diventata un punto di riferimento importante in Italia, il cui catalogo desta una grande vivissima ammirazione per tutti coloro che operano nel mercato o che semplicemente amano la cultura tout court, senza preconcetti, senza schemi rigidi.
Di vista sono stato con Amerigo una volta sola, purtroppo, e me ne pento. In quell’occasione, con mia moglie, conobbi Maria Grazia, moglie vivace, attenta e insostituibile alter ego anche per le attività culturali, e Chiara, preziosa giovane collaboratrice della casa editrice, da cui poi, dolorosamente, è piombata a tutti per mail la tristissima notizia. Ricorderemo sempre, mia moglie ed io, l’eccezionale carica di cordialità e simpatia che emanava dalla persona, il clima di sincera e duratura amicizia, il delizioso pranzo che ci offrì e che avremmo voluto ricambiare a Firenze, la nostra città, il pomeriggio passato a Venafro a contemplare le bellezze del paese, l’invito a ritornarci in estate.
Sono trascorsi neanche tre anni, e qualche volta ci è capitato di transitare in prossimità di Venafro, giù per l’autostrada per Salerno o al mare opposto verso Termoli. Il tempo stretto, la necessità di arrivare a destinazione all’ora prevista ci hanno, ingiustamente e crudelmente, impedito di ripassare per Via Nunziata Lunga 29. Amerigo mi aveva chiesto, quel giorno quasi piovigginoso del nostro incontro, di mandargli un racconto, una poesia. Io stavo concludendo quel periodo della mia vita, durato 40 anni, in cui avevo scritto un’infinità di testi letterari. Avevo deciso di imprimere una svolta alla mia esistenza, semplicemente pubblicando tutte le mie opere e poi passando a fare altro. E così non potetti inviare niente ad Amerigo. Non avrei pensato di scrivere qualcosa proprio per quest’occasione. Dimenticavo: ci salutammo il 5 dicembre 2014, erano circa le quattro del pomeriggio, un sole opaco stava per tramontare, eravamo lieti.

Paolo Ragni


Nei sogni mi appari

Nei sogni mi appari spesse volte
con la tua paterna e tranquilla presenza.
Ti parlo,
espongo il mio pensiero su alcune cose,
tu rispondi affermativamente,
come condividessi le mie idee.
Ma è così vivida la tua presenza
che un presentimento emerge dal mio animo:
cosa mi rende triste se tu sei qui?
Allora provo a sfiorarti
e la mia mano si perde nel vuoto.
Improvvisamente il sogno diventa sogno.
La realtà del sogno è un sogno nella realtà.

27 agosto 2017
Renzo Iannacone


Stress

Stress
Il giardino senza fiori
la luna rossa
gli occhi spalancati
al vuoto del mondo.
La statua della Libertà
immortalata in fotografia.
La mia mente si sfalda
tentando di rimuovere
quello che fu vissuto.

Teresinka Pereira - Brasile
(Traduzione di Giuseppe Napolitano)


Sarà presentato giovedì 28 settembre prossimo, alle ore 17,30 a Campobasso, Sala Consiliare (Piazza Vittorio Emanuele II n. 29), il nuovo libro dell’autore Venafrano Antonio Masi dal titolo “La Forza dell’utopia” (Edizioni Eva, Venafro 2017, Collana “Il Cormorano” n.53 pp. 130, € 15,00, ISBN 978-88-94866-11-7).
L’evento è patrocinato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani di Italia) Sezione Martiri Niguardesi e Sezione Molise, dal Comune di Campobasso e dal Comune di Venafro.
Parleranno del libro la scrittrice Ida di Ianni e il poeta Giuseppe Napolitano.
Concluderà l’evento Roberto Cenati (Presidente ANPI Milano, sezione Martiri Niguardesi).
Moderatrice Eva Iannacone, figlia dell’editore recentemente scomparso Amerigo Iannacone.
Un’occasione per il pubblico per condividere ricordi storici e sentimenti forti.
Un appuntamento da non perdere.

     

locandina presentazione La forza dell'utopia

«Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola di cui ricorre l’ottantesimo anniversario» scrive Roberto Cenati nella prefazione «Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà economica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvolgimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungono la Spagna».

Nella postfazione Ida Di Ianni scrive:
«Questa postfazione, che doveva recare la firma del caro Amerigo Iannacone, scrivo per affetto di Antonio Masi che – in tema di utopie – potrebbe continuare a scrivere pagine, oltre a quelle condensate in questo volume, dall’alto del suo comportamento adamantino, che sempre ha visto combaciare il dire e il fare, l’essere ed il continuare ad essere, a fronte del tempo e di ogni suo inevitabile mutamento: mutate infatti le ideologie, confuse quasi in un mare di pluralità che sembra poi alla fine confluire nella sola direzione dell’utilitarismo di pochi ed eletti; trasformatisi del tutto i comportamenti e traviati completamente i valori etici sottesi ad un vivere ormai planetario, in un rapporto interdipendente tra le civiltà del mondo e le loro costanti contraddizioni, Antonio Masi non ha mai demorso, mai si è lasciato incantare dalle false sirene della modernità».
[....] «Quante “estati” calde ha dunque vissuto chi, come l’utopista, si è impegnato nell’elaborare mondi migliori e possibili, perché – dice Masi – “l’utopista è un ottimista”, crede – come Masi crede – nella lotta senza resa per “portare a buon fine la verità”. Del Masi utopista proprio Amerigo Iannacone ha scritto: “La scrittura di Masi non è quella distaccata del cronista e dello storico, ma è quella del testimone, diretto o per interposta persona, comunque sempre partecipe e tesa a dare un contributo per il riscatto sociale delle classi più deboli”.
Un guerriero mai stanco – nelle parole e nei fatti e nell’analisi del reale nelle sue matrici storiche – come noi lo conosciamo; “uno degli ultimi eredi (se non proprio l’ultimo) di quel massimalismo rosso che si ritenne (a torto) chiuso con la segreteria Longo del Partito Comunista Italiano”, nelle parole di Aldo Cervo; una persona amabilissima e sensibile che non ha mai smesso di credere
e di professare le proprie convinzioni, nonostante i tanti crolli delle ideologie e le malinconie che pure la vita gli ha riservato (emigrato dalla propria terra con la lontananza trafitta nel cuore e fissata nelle pagine di sue opere a carattere memoriale)».

Foglio Volante n°9 Anno XXXII Settembre 2017


Ricordo di Amerigo

La notizia dell’improvvisa e recente scomparsa di Amerigo Iannacone mi è giunta per caso, con qualche giorno di ritardo, nella città in cui vivo da cinquant’anni sebbene io sia nato e vissuto in Molise nei primi trenta. Senza esagerazione, sono rimasto stravolto per l’annuncio visto che conoscevo l’amico e collega di lavoro – essendo entrambi insegnanti – da più di vent’anni.
Non solo, egli è stato per due decenni uno dei miei editori principali pubblicandomi ben quattordici volumetti, ad iniziare dal primo da me intitolato Bilancio su Kant e Pirandello (1996), all’ultimo, Pirandello ottant’anni dopo, esattamente nel mese di aprile di quest’anno nel bel formato che contraddistingue la stampa delle ’Edizioni Eva’ di Venafro, sua città di nascita.
Io e Amerigo ci sentivamo, spesso telefonicamente, segno della nostra lunga, sincera e disinteressata e molisana amicizia; proprio una quindicina di giorni fa ci siamo scritti via internet e nell’ultimo suo messaggio egli mi ha pregato di rinnovare l’abbonamento a ‘Il Foglio Volante’, la rivista letteraria da lui diretta da tempo, con tale aggiunta: “per farlo vivere ancora”. Essendo un vecchio abbonato ho immediatamente provveduto al rinnovo della ‘Flugfolio’, come suona la traduzione del mensile in esperanto, lingua di cui egli era non soltanto esperto, ma anche autore di molti scritti che costituiscono un patrimonio imprescindibile per chi ama e si esprime in tale lingua artificiale inventata per i rapporti internazionali.
Di tale ‘Mensile letterario e di cultura varia’ (Monata literatura kaj kultura gazeto) sono stato a lungo collaboratore perché, pur nelle sue limitate dimensioni, ha rappresentato – e mi auguro rappresenterà ancora – uno strumento imprescindibile per chi voglia conferire alla moderna espressione creata dal medico polacco L.L. Zamenhof (1859-1917) quel valore di semplicità nella fonetica, nella sintassi e nel lessico.
Tornando a Iannacone editore, devo rilevare che di recente egli mi ha inviato la sua ultima fatica, C’ero anch’io, una autobiografia o quasi, intorno alla quale hanno scritto Aldo Cervo nella ‘Prefazione’, Giuseppe Napolitano in copertina e l’Autore medesimo, in una breve Nota. Il primo: “L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e della avventura culturale e artistica di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana”. Il secondo: “Rimanendo al di qua dello specchio (…) Amerigo Iannacone non è mai andato a sbattere nello specchio rischiando di romperlo, magari per vedere di là cosa ci fosse, o chi rischiasse di incontrare”. Il terzo: “Ero in dubbio (e un po’ lo sono ancora) se era il caso, se valeva la pena di dare alle stampe un’autobiografia (…). Scrivendo, mi sono reso conto che molti ricordi erano confusi, incompleti, lacunosi e spesso non facilmente ricollocabili in data più o meno certa. Ho fatto del mio meglio”.
La produzione libraria di Amerigo Iannacone è molto vasta, come sanno gli addetti ai lavori, e spazia un po’ in tutti i campi del sapere letterario come dimostrano le interviste presenti nell’ultimo libro, vista anche la sua predilezione per l’esperanto che trova d’accordo molti suoi amici e conoscenti, compreso lo scrivente, i quali, giustamente, non accettano la prevalenza, come idioma internazionale, né dell’inglese, né di altre locuzioni.
E, infatti, nell’intervista a Fulvio Castellani presente nel menzionato suo ultimo volume, alla domanda di quest’ultimo circa la diffusione dell’esperanto come manifestazione universale, il nostro amico così ha risposto: “Purtroppo le grandi masse vengono condizionate non dalle idee, ma dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode oltre ad essere in un modo o nell’altro dominate e sopraffatte (quasi sempre senza che se ne rendano conto) dal potere economico”.
Devo, al riguardo, anche rilevare che il mio citato e recente saggio su Pirandello, porta la Prefazione – e ne sono orgoglioso – proprio del caro e conterraneo amico Amerigo il quale, ad un certo punto, ha scritto che “nei diciotto capitoli di questo nuovo libro, Di Stefano analizza sedici aspetti della personalità del grande siciliano, alcuni dei quali poco noti al grosso pubblico, come ‘Pirandello pittore’, cui è dedicato l’ultimo capitolo”.
Naturalmente, il poeta e scrittore di Venafro non dimentica di osservare, da una parte, che Pirandello resta “uno dei più eminenti autori (narratore, drammaturgo, saggista e quant’altro) non solo italiani, ma europei e anche extraeuropei”, bensì pure che il grande Agrigentino è stato tradotto in esperanto – dopo il Convegno del 2012 a Mazara del Vallo – nel volume Luigi Pirandello kaj aliaj siciliaj autoroj (Luigi Pirandello ed altri autori siciliani), Ed. Fei, Milano.
“Si tratta – conclude Amerigo Iannacone – di una ponderosa antologia, curata da Carlo Minnaja che accoglie sedici autori, poeti e scrittori, a ognuno dei quali è dedicata, dopo una scheda bio-bibliografica, una scelta di testi, tradotti in esperanto”. In un’intervista concessa, infine, a Valentina Derme – sempre presente nel volume autobiografico citato – l’amico Amerigo ha, altresì, risposto alla domanda relativa alle difficoltà incontrate dai lettori, oggi in Italia, nei seguenti termini. “C’è oggi una società superficiale e distratta da un eccesso di mezzi a disposizione (televisione, Internet, telefonini, radio, ecc.) e forse troppo opulenta per dedicarsi al piacere della lettura (…). La lettura è un piacere, ma perché lo diventi deve superare una fase iniziale, che è faticosa (…); non è un caso che l’analfabetismo sia in aumento”.
Nell’accomiatarmi dall’amico, lo saluto sicuro che egli vive in una dimensione di eterna pace e di perenne felicità extra-temporale.

Lino Di Stefano


Inedita

Se desse retta
al razionale calcolo degli anni
dovrebbe abbandonare ogni progetto
e vivere alla giornata.

Ma la sua agenda mentale
è zeppa di eventi luminosi.
Sì, lo sa: quando sarà.
Ma intanto la sua vita è vita.

9.7.2017
Amerigo Iannacone


Il rossetto

Questa mattina vado
al bar per bermi il solito caffè.
Seduta davanti a me
Helen si mette il rossetto
e sinceramente lo confesso
tremo tutto al suo cospetto.
Tutta colpa del rossetto!

Mariano Coreno (Australia)


  • Autore
  • Mariano Coreno
  • Titolo
  • Canto la vita mia
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 72
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-07-0


I taccuini del vecchio poeta sono sempre una scoperta – in genere piacevole. Capita sempre di trovare, magari tra vecchie cose ripetute, o soltanto un po’ variate nell’espressione, tra nuovi spunti che il lettore abituale riconosce come parte di una eredità già altre volte saccheggiata, eppure capita di trovare un motivo davvero nuovo, un insolito fiore nel bouquet, un convincente messaggio in bottiglia. Perché il poeta lavora cosí e cosí finisce per mostrarsi: all’opera con se stesso, a dire la sua vita, comunicarsi in un dialogo ininterrotto. Chi gli presta attenzione, non rimane deluso. Chi sa cogliere almeno un nuovo palpito nella sua proposta poetica, ne sarà turbato e contento. Parole magari che vengono da lontano e recuperate appunto come da una bottiglia galleggiante; parole tenute a bada per anni, prima di autorizzarle a dirsi, a darsi alla luce.
Mariano Coreno ci ha abituati alla genuina onestà della sua cifra espressiva, fuori da scuole riconosciute, dentro invece un circolo di amicizie letterarie che gli danno – da sempre – il pane di cui nutrirsi: il sapore della vita. La sua infatti è poesia di vita, frammenti e lacerti vissuti e conservati per essere condivisi in parola, per essere raccontati a chi avrà il buon senso di non cercarvi altro che il senso di una vita. È l’età che gli permette adesso di “godersi lo spettacolo” e lo invita a “riposare”, la condizione di emigrante che da tempo ha ormai radici in due paesi lontanissimi e tanto diversi; è l’ormai matura consapevolezza di aver vissuto abbastanza per gli altri, insieme al desiderio di tenersi comunque a portata di voce, di non farsi rimuovere dal palinsesto dei giorni a venire; tutto questo spinge Mariano Coreno a scrivere ancora, a fissarsi sulla carta e proporsi al gioco della lettura. Le sue ultime cose, la prima sezione di Canto la vita mia, hanno la grazia leggera che proprio l’età consente, fogli di taccuino affidati al vento della memoria, in una spontanea dichiarazione di affetto per quanto di bello si possa godere – nella natura, in famiglia, con gli amici.
È un piacere avere Mariano in collana: la stanza del poeta se ne arricchisce – questo libro peraltro è anche per lui un regalo particolare, poiché contiene un pacchetto di fogli recenti e una scelta di poesie già apparse in Un albero per ombrello, un paio di anni fa. Un modo per affermare una presenza per nulla statica, anzi ancora vogliosa di esserci e di fare, di farsi ascoltare nelle diverse sue voci.

...stanco e sicuramente mortale
in attesa del colpo finale.
Ma col bene o col male
dico a tutti che la vita vale.

È una lezione da meditare, da tenere bene a mente: anche se della vita non sempre si riesce a cogliere il “bene”, comunque “vale”, e va vissuta al meglio del proprio impegno. Perciò la si può cantare, alla fine, le si può dire grazie in poesia perché possa essere – in parte almeno, quando possibile ma col massimo piacere – regalata a chi ne abbia bisogno.
Gli hanno perfino sparato, “con il fucile carico a pallottole di parole”, ma il vecchio poeta non si è fatto intimidire, anzi ha risposto, colpo su colpo, anch’egli sparando a parole – e, se è vero che ferisce piú la lingua della spada, figuriamoci le parole che diventano pallottole... Mariano Coreno non si è mai arreso alla vita, alla durezza di un’esistenza faticosamente conquistata e pervicacemente vissuta a testa alta, col sorriso sulle labbra anche se nel cuore la pena opprimeva la speranza.

Sulle mie spalle stanche
riposa la sera.

La gioia che gli danno i nipotini è tra le piú belle manifestazioni del “bene”: gli affetti familiari continuano a meritare un considerevole spazio nella poesia del corenese emigrato. La terra d’origine e quella di elezione sono legate nel giro degli affetti, nella presenza di persone care alle quali affidare un po’ di quel peso che si avverte sulle spalle.

Nascosto è il futuro
che non conosce nessuno.

Non vale la pena curarsene – in poesia può togliersi anche il male alla paura. Ci si mette in una bottiglia e ci si butta a mare: da qualche parte si arriverà. Il poeta sa che non si deve sprecare alcuna possibilità di spingere le pro-prie parole oltre il limite dei giorni...

La poesia
lievita il pane
invisibile
dell’anima.

Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°8 Anno XXXII Agosto 2017


Verso un luogo diverso

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto abbia avuto senso
per te per tutti credere in un bel sogno.

Amerigo Iannacone è stato ucciso la mattina del 12 luglio (anniversario della nascita di Pablo Neruda), a Venafro, la sua città, mentre attraversava la strada. Certo che non l’hanno fatto apposta, ma è andata così, purtroppo: uno sbadato al volante l’ha colpito mortalmente, mentre – come tutte le mattine – si recava a prendere il giornale e un caffè al bar. L’avevo sentito la sera prima: preparavamo la presentazione di un libro a Formia, l’ultimo delle Edizioni Eva. Mi hanno telefonato in rapida successione gli amici Antonio Vanni, Maria Giusti e Ida Di Ianni: non ho potuto rispondere ai primi e da quest’ultima, dalle lacrime di Ida, ho appreso che una tragedia si era appena consumata.
In quei giorni Amerigo avrebbe dovuto incontrare in tipografia il caro Pontone, a Cassino, per preparare il nuovo numero del “Foglio Volante”. Questo. Questo che ora gli amici orfani hanno voluto dedicare interamente a lui, al compagno di tanta strada percorsa in amicizia di parola, per amore della parola scritta: insieme a lui, eravamo tanti a crederci ancora, nel valore della parola. Convinti che la poesia abbia ancora un posto nella vita, che sappia e possa parlare alla parte migliore dell’uomo, quella capace di leggersi dentro e sognare. Adesso ci sentiamo impegnati a non perdere quel valore, e vogliamo – a partire dalla pubblicazione di questo speciale numero del suo amatissimo “Flugfolio” – continuare a camminare le vie della parola. Per ora, questo. Poi raccoglieremo ancora altre testimonianze, magari certe sue cose inedite che già aveva in animo di pubblicare. Con la necessaria calma, ci prepareremo anche a organizzare un convegno per analizzare la sua opera complessiva di poeta e critico, giornalista e scrittore. Col tempo che ci vorrà.

È uno strano mercante il poeta
che la sua mercanzia mette all’asta
per un sorriso un bacio una carezza
– e magari anche per niente la regala
E vagabondo risponde a cento inviti
camminando le strade più lontane
portando in giro le parole – quelle sue
– che forse un altro poi saprà ripetere
È pronto sempre se deve a riconoscere
limitato il suo mondo – ma è possibile
che sia il suo quello più accogliente
quando qualcuno resta senza casa.

Ringrazio l’amico poeta tunisino Abdelmajid Youcef, che affettuosamente ha tradotto il mio testo in francese (sua moglie Siham Sfar è stata una delle ultime poetesse pubblicate nella collana la stanza del poeta delle Edizioni Eva):

Un étrange marchand, le poète:
sa marchandise il la met aux enchères
pour un sourire un baiser une caresse
– et peut-être il la donne pour rien.
Vagabond, il répond à toute invitation
en allant par les chemins les plus lointains
promenant les mots – les siens
certes, quelqu’un saura les reprendre.
Il est toujours prêt à le reconnaître
son monde limité – mais il est possible
qu’il soit le plus accueillant
quand quelqu’un reste sans domicile.

Giuseppe Napolitano


Cartolina precetto

Quando partirò
porterò con me soltanto
una valigia di ricordi
qualche rimpianto
per l'amore non dato e non avuto
un po' di nostalgia
per un'epoca d'oro favolosa
sempre immaginata.
Lascerò
un pezzo di anima
e un brandello di cuore
che avranno vita di parole.
Quando partirò
vorrò avere il volto sereno
e lasciare un sorriso
per quelli che con me
condivisero sogni luminosi
ed eteree speranze.
Ecco: il bagaglio è preparato.
Non aspetto
ma non sarò troppo sorpreso
quando arriverà
la cartolina precetto.

(Ceppagna, 12 giugno 2014, 22,35 )
Da Eppure

Amerigo Iannacone


Ad Aldo, che al funerale ha pianto

Aldo, sempre ti sei stupito,
senza farne un mistero,
della mia buona tenuta al bicchiere.
Ma anche per me la morte di Amerigo
è un vino troppo forte, troppo amaro.
È impossibile reggerlo, ti giuro.

(16 luglio 2017)
Gerardo Vacana

  • Autore
  • Gianluca De Lucia
  • Titolo
  • Transgredior
  • Collana
  • L'albatro
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 10,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-05-6


Diamo fiducia a chi lo merita. Incoraggiamo chi ha il coraggio delle proprie scelte. In questa collana di poesia, “L’albatro”, il nome stesso della collana impone serietà di scelte ma pure slancio di sfida: simbolo del poeta, il grande uccello di Baudelaire si fa custode e al tempo stesso stimolo di poesia. In questo libro si presenta un esordiente che merita il posto in collana per il suo coraggio. Il giovane Gianluca De Lucia si affaccia con timore alla scena editoriale ma pure consapevole dei suoi mezzi - che devono essere affinati, certo, ma gli consentono già qualche momento di sicura presa espressiva.
Il titolo del libro di esordio è già un biglietto da visita con il quale poi si dovranno fare i conti. Ci si butta nell’arena e ci si dichiara: è una sfida e insieme una maschera – chi sono io per aver deciso di uscire in fra la gente e farmi valutare come poeta? Allora transgredior significa proprio questo: eccomi pronto a sfidare le regole e giocare con voi che mi leggete. Gianluca d’altronde si rimette apertamente al suo lettore ideale, al quale chiede perfino di essere aiutato a comprendere il senso della sua poesia. Ed è bello, da parte di un giovane (oggi i giovani sono diventati un tantino arroganti); è bello vedere in un giovane alle prime armi, alla prima pubblicazione, lo sforzo di farsi capire, il timore di non essere compreso, la speranza di trovarsi nel giudizio del lettore.
Questa raccolta di Gianluca De Lucia si compone di 46 testi (il doppio dei suoi anni…), scritti in un arco di anni considerevole, visto che le prime cose qui presentate risalgono alla prima adolescenza. Nel complesso, il libro c’è, si dipana in una serie di temi connessi alle dinamiche esistenziali, agli affetti provati, alla voglia di conoscere il mondo. Conviene che ad un libro di esordio si perdoni qualche leggerezza, ma qui ce ne sono di lievi davvero – ingenuità formali che non tolgono peso al dettato lirico, abbastanza controllato. L’autore di Transgredior sembra avviato a correre con rinnovato slancio le vie della scrittura: non gli mancano gli strumenti, per quanto ancora debbano essere migliorate certe maniere di approcciare le forme espressive. Non gli manca soprattutto l’onestà di confrontarsi, di accettare consigli (anch’essa rara, ormai) – leggiamolo con la stessa onestà.

Nota introduttiva di Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°7 Anno XXXII Luglio 2017


Landolfi e la morte del romanzo
(Landolfi è la morte del romanzo)

Sto rileggendo con la sorpresa della prima volta se non maggiore (pare che quella sorpresa, crescendo io, sia cresciuta anche lei con me) gli ultimi 71 elzeviri pubblicati da Tommaso Landolfi nella terza pagina del Corriere della Sera, dal dicembre 1967 all’agosto 1978. Tenendo presente, come avverte una nota agli stessi, che la maggior parte arriva soltanto al 1971, anno nel quale Landolfi cominciò a non sentirsi e a non stare piú bene.
Rileggo questi particolari, eccezionali “elzeviri” nel volume pubblicato da Adelphi nel 2012 col titolo, finalmente e definitivamente “landolfiano” Diario perpetuo. Un titolo che, sebbene voluto fortemente dall’autore, fu ripetutamente sostituito nel giornale citato con altri e singoli titoli, tanto bizzarri quanto infelici.
Non si ebbero tuttavia in proposito mai reazioni da parte di Landolfi: il quale – si sa – era tanto attento preciso e scrupoloso nel curare la scrittura di questi suoi pezzi (“pezzi d’anima” vorrebbe da definirli) quanto indifferente all’esattezza o meno della loro trascrizione a stampa. Nonostante ciò, o proprio perciò, non vanno “assolti” quei curatori della terza del Corriere per le loro stravaganti e offensive intromissioni: – quei curatori – o dovevano sapere come non una parola usciva mai a caso dalla bocca e dalla penna del narratore ciociaro. Nessuna parola, e tanto meno le due che formano il titolo Diario perpetuo.
Quel titolo, infatti, in particolare, era stato da sempre progettato e inseguito dal suo autore. Non solo dal 1969, quando lo aveva proposto ad Arrigo Benedetti nell’inviargli per il suo rinnovato Mondo il racconto Le maiuscole; ma fin dal 1954 quando lo aveva aggiunto come sottotitolo all’altro racconto apparso in stampa col titolo Ombre.
Insomma, era nata quasi insieme con Landolfi l’aspirazione o l’ispirazione a voler procedere, a dover procedere, prima o poi, alla narrazione delle varie fasi della sua vita; ed era nato quasi insieme con Landolfi quel titolo ripetutamente contraffatto dal Corriere.
E cosí, mentre scriveva su altro e di altro, Tommaso Landolfi pensava a scrivere, e “mentalmente” già lo scriveva, quello che doveva essere, che sarebbe stato il suo “vero” libro.
Purtroppo i critici, i nostri spesso troppo lodati critici, hanno volutamente o incolpevolmente ignorato questa realtà, sebbene abbiano parlato sempre, e non sempre adeguatamente, dei vari romanzi o racconti lunghi di Landolfi. Critici, i nostri beneamati critici, che hanno ignorato due volte la grandezza dello scrittore di Pico Farnese (cosí si chiamava il suo paese quando lui vi era nato, e apparteneva alla provincia di Caserta); due volte, si diceva, quei critici hanno sbagliato nei confronti di Landolfi: quando hanno cercato la grandezza dello scrittore dove non stava, quando non hanno cercato quella grandezza dove, al contrario, stava. Hanno preso, quei critici, come volgarmente ma azzeccatamente si dice, due “cantonate”. La prima (è bene ripeterlo) nel cercare Landolfi dove non stava; la seconda, nel non cercarlo dove stava.
Non tutti i critici hanno preso, ovviamente e fortunatamente, quella “cantonata”. Perché c’è un libro su Tommaso Landolfi, di Tommaso Landolfi, che ha scritto il nostro Italo Calvino; quasi a riparazione dei tanti abbagli e sbagli dei suoi colleghi critici. Cosa ha detto, cosa dice Calvino, presentando Le piú belle pagine di Landolfi (come si intitola il libro)? Dice, semplicemente e al tempo stesso audacemente e veritieramente, tra l’altro, questo: «... molte volte la disposizione d’animo che muove la mano dell’autore lo porta a disinvestire l’atto dello scrivere d’ogni pretesa di costruire un’opera compiuta e ben ricevibile e durevole, e a farne invece gesto noncurante, scrollata di spalle, sberleffo, come di chi ha sempre saputo che il fare è solo spreco, fumo, insignificanza...»
Figuriamoci se uno scrittore cosí “irregolare” poteva piacere, potrebbe piacere ai nostri critici che, essendo se non proclamandosi sempre, di “sinistra” o di “destra”, hanno fatto e fanno dipendere da detti paraocchi ideologici i loro ponderati giudizi! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che non è dal rispetto di questa o quella ideologia politica che dipende l’esistenza e consistenza di uno scrittore, ma dal valore etico ed estetico (non c’è l’uno senza l’altro) delle sue opere.
Stando cosí le cose (non sembra che la cosiddetta “morte” di ogni ideologia possa comportare la rivalutazione di uno scrittore cosí “anti- come appunto Landolfi) La conferma di questa “rassegnazione” o a questa “rassegnazone” è venuto solo pochi giorni fa: quando un critico non da poco come Pier Vincenzo Mengaldo in una intervista a La Repubblica, ha citato come grandi narratori tanti nomi ma non, tra essi, quello di Landolfi.
Dobbiamo, dunque, rassegnarci (noi pochi stimatori di Landolfi); rassegnarci ma non rammaricarcene piú di tanto: piú di quanto non se ne sarebbe rammaricato Landolfi stesso: il quale, non se ne sarebbe rammaricherebbe Landolfi stesso, il quale non se n’è una volta rammaricato né se ne rammaricherebbe assolutamente. Come non si rammaricava né se la prendeva per i numerosi errori con cui spesso apparivano i suoi scritti
Ed è forse in questo suo atteggiamento sprezzante verso e contro tutti i critici che si può cogliere il perché dell’atteggiamento cosí sprezzante verso e contro di lui da parte dei critici.
Quanto, poi, alla vita vera, alla vita privata vissuta di Landolfi (avviandomi alla conclusione di questo articolo dedicato a uno scrittore “autobiografico”, credo di potervi fare riferimento), quella vita stessa fu crudele verso di lui almeno quanto lui fu crudele verso di lei. Gli ultimi anni (“ultimi” ma purtroppo “non pochi”) furono davvero un “calvario”: Che lo scrittore non solo sopportò umanamente con intrepido coraggio, ma dominò poeticamente con la sua inesauribile arte.
La vita fu ancora – una volta eliminato lui – crudele con i suoi stessi figli: Idolina, che dedicò ogni istante della sua non lunga esistenza a decifrare per sé e per noi altri la misteriosa figura paterna (somigliandogli e identificandosi con lui, sia nel diventare lei stessa notevole scrittrice, sia venendo come lui uccisa dal cancro); suo figlio Landolfo che, accoppiando detto nome al quasi omonimo Landolfi, fu come se avesse ereditato in sé e per ben due volte suo padre (e facendolo per la seconda volta morire il lui).
A chi, infine, è rimasto (una nuora? una nipote?) di quella aristocratica famiglia (“aristocratica” in senso storico e metaforico) la nostra piú sincera e commossa gratitudine e solidarietà: sincera, commossa, ma anche – come l’avrebbe liquidata e dissacrata Landolfi stesso – “perfettamente inutile”!
E infine (stavolta “infine” davvero) un pensiero ai lettori (un manipolo sempre piú ridotto ed eroico): un pensiero come saluto e ammonimento insieme: Cari Lettori, voi potete ben conoscere tutti gli scrittori del mondo, ma se non conoscete Tommaso Landolfi è come se non ne conosceste nessuno!
Coreno Ausonio, maggio-giugno 2017
Tommaso Lisi


Mi impegno sempre

Cado sempre, mi impegno sempre
per un giorno nuovo
una mattina diversa
mi batto sempre
per una primavera mai vista.
Cado sempre, mi impegno sempre
per degli occhi attenti
per delle orecchie
attente
ribelli.
Non aspetto mai e mi muovo
sempre
con le mani
nella merda
fino al gomito.
Non aspetto mai e do tutto
tutto
per un’ora felice
un attimo
una notte tranquilla
grido e graffio
non aspetto mai
mi muovo, cado sempre
senza risparmio
fino in fondo
non aspetto mai
con la carne sempre piú
a buchi
mi aggrappo alla nostra storia
al nostro tempo
che dovrebbe discendere
presto
da uno stradone bello e immenso
senza piú grigliati
davanti
senza muri
senza piú spioncini sbarre
senza pali
senza suoni e silenzi
cinici e crudeli.
Mi impegno sempre
cado sempre
non mi stanco mai
non aspetto mai.

Ferruccio Brugnaro
Spinea (VE)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Nomi e names

Le persone che ho conosciuto da ragazzo, i compagni di scuola, gli amici, gli adulti, quelli che abitavano dove abitavo io, quelli che incontravo in piazza, si chiamavano Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, Carla, Dario, Marco, Claudia, Enrico, Giuseppe, Ida...
I ragazzi di oggi si chiamano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, Dustin, Erik, Jennifer, Jason, Jeffrey, Max, Brad, Fanny, Danny, Kate...
E quasi sempre ci sono bizzarri accostamenti tra nome e cognome, tipo Jennifer Esposito o John Brambilla, al limite del ridicolo.
Questo ci fa supporre che a Londra e a New York, dove una volta i nomi erano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, ecc., oggi sono Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, ecc.
O no?