Vai al contenuto

Sarà presentato giovedì 28 settembre prossimo, alle ore 17,30 a Campobasso, Sala Consiliare (Piazza Vittorio Emanuele II n. 29), il nuovo libro dell’autore Venafrano Antonio Masi dal titolo “La Forza dell’utopia” (Edizioni Eva, Venafro 2017, Collana “Il Cormorano” n.53 pp. 130, € 15,00, ISBN 978-88-94866-11-7).
L’evento è patrocinato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani di Italia) Sezione Martiri Niguardesi e Sezione Molise, dal Comune di Campobasso e dal Comune di Venafro.
Parleranno del libro la scrittrice Ida di Ianni e il poeta Giuseppe Napolitano.
Concluderà l’evento Roberto Cenati (Presidente ANPI Milano, sezione Martiri Niguardesi).
Moderatrice Eva Iannacone, figlia dell’editore recentemente scomparso Amerigo Iannacone.
Un’occasione per il pubblico per condividere ricordi storici e sentimenti forti.
Un appuntamento da non perdere.

     

locandina presentazione La forza dell'utopia

«Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola di cui ricorre l’ottantesimo anniversario» scrive Roberto Cenati nella prefazione «Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà economica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvolgimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungono la Spagna».

Nella postfazione Ida Di Ianni scrive:
«Questa postfazione, che doveva recare la firma del caro Amerigo Iannacone, scrivo per affetto di Antonio Masi che – in tema di utopie – potrebbe continuare a scrivere pagine, oltre a quelle condensate in questo volume, dall’alto del suo comportamento adamantino, che sempre ha visto combaciare il dire e il fare, l’essere ed il continuare ad essere, a fronte del tempo e di ogni suo inevitabile mutamento: mutate infatti le ideologie, confuse quasi in un mare di pluralità che sembra poi alla fine confluire nella sola direzione dell’utilitarismo di pochi ed eletti; trasformatisi del tutto i comportamenti e traviati completamente i valori etici sottesi ad un vivere ormai planetario, in un rapporto interdipendente tra le civiltà del mondo e le loro costanti contraddizioni, Antonio Masi non ha mai demorso, mai si è lasciato incantare dalle false sirene della modernità».
[....] «Quante “estati” calde ha dunque vissuto chi, come l’utopista, si è impegnato nell’elaborare mondi migliori e possibili, perché – dice Masi – “l’utopista è un ottimista”, crede – come Masi crede – nella lotta senza resa per “portare a buon fine la verità”. Del Masi utopista proprio Amerigo Iannacone ha scritto: “La scrittura di Masi non è quella distaccata del cronista e dello storico, ma è quella del testimone, diretto o per interposta persona, comunque sempre partecipe e tesa a dare un contributo per il riscatto sociale delle classi più deboli”.
Un guerriero mai stanco – nelle parole e nei fatti e nell’analisi del reale nelle sue matrici storiche – come noi lo conosciamo; “uno degli ultimi eredi (se non proprio l’ultimo) di quel massimalismo rosso che si ritenne (a torto) chiuso con la segreteria Longo del Partito Comunista Italiano”, nelle parole di Aldo Cervo; una persona amabilissima e sensibile che non ha mai smesso di credere
e di professare le proprie convinzioni, nonostante i tanti crolli delle ideologie e le malinconie che pure la vita gli ha riservato (emigrato dalla propria terra con la lontananza trafitta nel cuore e fissata nelle pagine di sue opere a carattere memoriale)».

Foglio Volante n°9 Anno XXXII Settembre 2017


Ricordo di Amerigo

La notizia dell’improvvisa e recente scomparsa di Amerigo Iannacone mi è giunta per caso, con qualche giorno di ritardo, nella città in cui vivo da cinquant’anni sebbene io sia nato e vissuto in Molise nei primi trenta. Senza esagerazione, sono rimasto stravolto per l’annuncio visto che conoscevo l’amico e collega di lavoro – essendo entrambi insegnanti – da più di vent’anni.
Non solo, egli è stato per due decenni uno dei miei editori principali pubblicandomi ben quattordici volumetti, ad iniziare dal primo da me intitolato Bilancio su Kant e Pirandello (1996), all’ultimo, Pirandello ottant’anni dopo, esattamente nel mese di aprile di quest’anno nel bel formato che contraddistingue la stampa delle ’Edizioni Eva’ di Venafro, sua città di nascita.
Io e Amerigo ci sentivamo, spesso telefonicamente, segno della nostra lunga, sincera e disinteressata e molisana amicizia; proprio una quindicina di giorni fa ci siamo scritti via internet e nell’ultimo suo messaggio egli mi ha pregato di rinnovare l’abbonamento a ‘Il Foglio Volante’, la rivista letteraria da lui diretta da tempo, con tale aggiunta: “per farlo vivere ancora”. Essendo un vecchio abbonato ho immediatamente provveduto al rinnovo della ‘Flugfolio’, come suona la traduzione del mensile in esperanto, lingua di cui egli era non soltanto esperto, ma anche autore di molti scritti che costituiscono un patrimonio imprescindibile per chi ama e si esprime in tale lingua artificiale inventata per i rapporti internazionali.
Di tale ‘Mensile letterario e di cultura varia’ (Monata literatura kaj kultura gazeto) sono stato a lungo collaboratore perché, pur nelle sue limitate dimensioni, ha rappresentato – e mi auguro rappresenterà ancora – uno strumento imprescindibile per chi voglia conferire alla moderna espressione creata dal medico polacco L.L. Zamenhof (1859-1917) quel valore di semplicità nella fonetica, nella sintassi e nel lessico.
Tornando a Iannacone editore, devo rilevare che di recente egli mi ha inviato la sua ultima fatica, C’ero anch’io, una autobiografia o quasi, intorno alla quale hanno scritto Aldo Cervo nella ‘Prefazione’, Giuseppe Napolitano in copertina e l’Autore medesimo, in una breve Nota. Il primo: “L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e della avventura culturale e artistica di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana”. Il secondo: “Rimanendo al di qua dello specchio (…) Amerigo Iannacone non è mai andato a sbattere nello specchio rischiando di romperlo, magari per vedere di là cosa ci fosse, o chi rischiasse di incontrare”. Il terzo: “Ero in dubbio (e un po’ lo sono ancora) se era il caso, se valeva la pena di dare alle stampe un’autobiografia (…). Scrivendo, mi sono reso conto che molti ricordi erano confusi, incompleti, lacunosi e spesso non facilmente ricollocabili in data più o meno certa. Ho fatto del mio meglio”.
La produzione libraria di Amerigo Iannacone è molto vasta, come sanno gli addetti ai lavori, e spazia un po’ in tutti i campi del sapere letterario come dimostrano le interviste presenti nell’ultimo libro, vista anche la sua predilezione per l’esperanto che trova d’accordo molti suoi amici e conoscenti, compreso lo scrivente, i quali, giustamente, non accettano la prevalenza, come idioma internazionale, né dell’inglese, né di altre locuzioni.
E, infatti, nell’intervista a Fulvio Castellani presente nel menzionato suo ultimo volume, alla domanda di quest’ultimo circa la diffusione dell’esperanto come manifestazione universale, il nostro amico così ha risposto: “Purtroppo le grandi masse vengono condizionate non dalle idee, ma dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode oltre ad essere in un modo o nell’altro dominate e sopraffatte (quasi sempre senza che se ne rendano conto) dal potere economico”.
Devo, al riguardo, anche rilevare che il mio citato e recente saggio su Pirandello, porta la Prefazione – e ne sono orgoglioso – proprio del caro e conterraneo amico Amerigo il quale, ad un certo punto, ha scritto che “nei diciotto capitoli di questo nuovo libro, Di Stefano analizza sedici aspetti della personalità del grande siciliano, alcuni dei quali poco noti al grosso pubblico, come ‘Pirandello pittore’, cui è dedicato l’ultimo capitolo”.
Naturalmente, il poeta e scrittore di Venafro non dimentica di osservare, da una parte, che Pirandello resta “uno dei più eminenti autori (narratore, drammaturgo, saggista e quant’altro) non solo italiani, ma europei e anche extraeuropei”, bensì pure che il grande Agrigentino è stato tradotto in esperanto – dopo il Convegno del 2012 a Mazara del Vallo – nel volume Luigi Pirandello kaj aliaj siciliaj autoroj (Luigi Pirandello ed altri autori siciliani), Ed. Fei, Milano.
“Si tratta – conclude Amerigo Iannacone – di una ponderosa antologia, curata da Carlo Minnaja che accoglie sedici autori, poeti e scrittori, a ognuno dei quali è dedicata, dopo una scheda bio-bibliografica, una scelta di testi, tradotti in esperanto”. In un’intervista concessa, infine, a Valentina Derme – sempre presente nel volume autobiografico citato – l’amico Amerigo ha, altresì, risposto alla domanda relativa alle difficoltà incontrate dai lettori, oggi in Italia, nei seguenti termini. “C’è oggi una società superficiale e distratta da un eccesso di mezzi a disposizione (televisione, Internet, telefonini, radio, ecc.) e forse troppo opulenta per dedicarsi al piacere della lettura (…). La lettura è un piacere, ma perché lo diventi deve superare una fase iniziale, che è faticosa (…); non è un caso che l’analfabetismo sia in aumento”.
Nell’accomiatarmi dall’amico, lo saluto sicuro che egli vive in una dimensione di eterna pace e di perenne felicità extra-temporale.

Lino Di Stefano


Inedita

Se desse retta
al razionale calcolo degli anni
dovrebbe abbandonare ogni progetto
e vivere alla giornata.

Ma la sua agenda mentale
è zeppa di eventi luminosi.
Sì, lo sa: quando sarà.
Ma intanto la sua vita è vita.

9.7.2017
Amerigo Iannacone


Il rossetto

Questa mattina vado
al bar per bermi il solito caffè.
Seduta davanti a me
Helen si mette il rossetto
e sinceramente lo confesso
tremo tutto al suo cospetto.
Tutta colpa del rossetto!

Mariano Coreno (Australia)


  • Autore
  • Antonia Izzi Rufo
  • Titolo
  • Oltre le stelle
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-09-4


Quando Saba (Umberto, uno dei veri grandi del Novecento), ormai un abbondante secolo fa, dichiarò che ai poeti rimaneva da scrivere “la poesia onesta”, sfondava una porta aperta ma fece un buco nell’acqua. Tempo ne è passato, e di poeti onesti in giro se ne vedono sempre pochi, tanti invece essendo quelli che ancora insistono a cincischiare con le parole improbabili sperimentazioni. Ai suoi tempi, Saba ce l’aveva con i piagnistei dei crepuscolari e gli strilli dei futuristi – oggi chissà con chi se la dovrebbe prendere, lui che faceva sempre “ogni anno un passo avanti e il mondo dieci indietro”.
L’attaccamento alla vita, la poesia della vita, la passione per la scrittura: c’è tutto questo in un libro di Antonia Izzi Rufo, la vecchia maestra che non ha mai dimenticato di esserlo stata, che anzi lo è rimasta sempre, poiché il dono dell’insegnamento non si annulla, se è vissuto con passione per la vita – se si alimenta nella poesia. Onestamente. Insegnare è darsi, non solo comunicare, e darsi in tutta onestà, senza imbrogliare gli allievi, ai quali anzi bisogna offrire un modello di comportamento improntato alla serietà, al decoro formale, alla semplicità scevra da inutili orpelli.
Nella raccolta poetica Oltre le stelle che Antonia Izzi Rufo dedica al nipotino Lucio jr. c’è dunque la sua dedizione di maestra e la sua onestà intellettuale. C’è lo slancio degli affetti familiari filtrato nella pratica della scrittura che le è congeniale. Nonna Antonia parla al piccolo Lucio come ad un bambino di scuola al quale dare slancio per la vita: crescerai e ricorderai di essere stato un bimbo… e ne sarai grato a tutti coloro che ti hanno voluto bene, aiutandoti nel cammino periglioso della vita.
Se ad un primo livello di lettura Oltre le stelle appare disuguale nell’intensità espressiva, è dovuto appunto al variare dei moti d’animo (per nulla però esibiti, né sdolcinati – e il rischio è forte – ma espressione di profondi sentimenti) che vengono suscitati dall’incontro con la nuova vita che cresce e si manifesta nel piccolo Lucio. Nonostante l’esiguità della raccolta, appena venti poesie, questo piccolo libro è tuttavia denso di umori vitali, è impastato della buona farina di una volta, quella che faceva di ogni creatura una briciola necessaria dell’universo.
Sei di tutti, parte dell’umanità, dice la nonna al nipotino (ma – aggiunge compiaciuta – pure “un po’ mio… non solo di mamma e papà”), come se volesse avvertirlo, rendendogli subito nota la sua missione, che dovrà mettersi al servizio del mondo e rimanere comunque se stesso: sarà uomo se avrà riconosciuto in sé il seme da cui è generato e pronto a nuovi semi da generare. Nel ciclo ineluttabile della natura, è la poesia che ci fa scoprire chi siamo e cosa dobbiamo fare a questo mondo. Perché fa volare in alto, oltre le stelle... non come quando sarà quel momento, l’ultimo, ma ogni volta che si potrà avvertire un non so che di celestiale, magari abbracciando un bambino che ci sorride.
...e l’anima mia, da pensieri libera ed ambasce,
si riempie di te, d’amore trabocca, per te.

Promessa di poeta: alla maniera del Pascoli più nobile, quello che sa commuoversi senza eccedere, quello che sa come controllare i sentimenti (anche nonna Antonia lo dice: “prometto di celare il mio sentire”), al bimbo che appena comincia a crescere si augura di poter conservare in sé il richiamo della Poesia, anzi di “fata Poesia”, la capacità cioè di farsi uomo conservando lo stupore del fanciullo, e custodire e saper sempre ritrovare la freschezza di allora:
ogni volta
che fata Poesia
raggi di luce lancerà
nell’anima tua.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Giuseppe Napolitano
  • Titolo
  • Dialoghi
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 96
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-10-0


Educare al dialogo

Non voglio certo prendermi Francesco (il Papa) come sponsor – anche se sarebbe un bel colpo! –, ma il suo discorso sull’importanza del dialogo (ripreso peraltro dal filosofo Bauman poco prima di morire) lo sento molto congeniale. Ho passato la vita, posso dirlo, a dialogare, a cercare contatti, a promuovere incontri. L’ho fatto a scuola e lo faccio sempre nell’esercizio letterario: credo profondamente che la poesia abbia il compito, almeno tra i suoi compiti il più importante, di educare al dialogo – perché leggiamo poesie? Perché “ci serve” (direbbe il povero Troisi “postino”), perché ci aiuta a trovare “compagni al duolo” (direbbe il padre Dante): insomma, se abbiamo bisogno di aiuto, di un po’ di compagnia, di esempio per un momento creativo, nella poesia sono le risposte a tanti nostri interrogativi, le chiavi per aprire porte che a lungo ci hanno resistito.
Anche tradurre poesia è dialogare – favorire il dialogo (e per quel che appena ho detto potrebbe sembrare una tautologia): il traduttore di poesia si impegna a dare voce, un’altra voce, a chi cerca di comunicare (ammesso appunto che il poeta sia uno che abbia voglia di parlare al prossimo): portando le sue parole in un’altra lingua, gli si dà una nuova occasione di dialogo, gli si schiudono nuovi orizzonti oltre il panorama quotidiano. Tradurre è tradere (consegnare) senza tradire. Tradurre è offrire visibilità, ascolto, proiettare un discorso su un piano diverso da quello di partenza, conservando il messaggio originale ma adattandone il codice espressivo, magari forzando appena la chiave linguistica, perché quel messaggio venga recepito elaborato vissuto.
Perciò Francesco sollecita “la cultura del dialogo”, vorrebbe addirittura che fosse “un asse trasversale” delle discipline scolastiche, per inculcare nei giovani “un modo diverso di risolvere i conflitti” (magari!)… è quello che ho cercato di insegnare per trent’anni, anzi più, a scuola, tenendo presente sempre la mia natura di poeta. E se traduco altri poeti, è perché la loro voce mi è parsa degna di avere ancora ascoltatori, lettori che potessero trarne lezioni di vita (ho cominciato dai classici, i greci e i latini, per passare ai contemporanei, ma solo quelli che conosco, ai quali chiedere spiegazioni se qualche verso mi risulta oscuro). Personalmente, la conoscenza diretta di tanti scrittori, la frequentazione di festival internazionali, la curiosità di conoscere comprendere condividere una poesia scritta in lingue diverse mi ha dato sempre la carica e la forza di lavorare perché da quella poesia potessi arrivare ad una migliore comprensione di altre culture – e questa possibilità ho voluto che fosse offerta anche a coloro che volessero avvicinarsi ad altre culture, almeno idealmente, leggendo poesia, leggendo i miei amici poeti.
La poesia è vita condivisa – la parola del poeta è frammento riconoscibile di un’esistenza altra che potrebbe essere la nostra. Perciò scriviamo e leggiamo poesia (bisognerebbe sempre leggere molto, prima di scrivere!): ci scambiamo sensazioni impressioni suggestioni – confrontiamo così gli alfabeti delle nostre anime: dialoghiamo. Quanta vita si può trovare nelle pagine di un libro! quanta vita altrui che diventa nostra, se le parole che la raccontano sanno come parlare alla nostra vita. Tradurre poesia è cercare in altre lingue l’umanità che conosciamo; prestare la mia voce ad un poeta di altra espressione lo aiuta a parlare come me, e attraverso le mie parole arriva a quelli che non conoscono la sua lingua (d’altronde, anche se la conoscessero, leggere una traduzione è comunque moltiplicare la comprensione di un testo).
Torniamo ancora ai giovani e al dialogo: leggere poesia, disporsi ad ascoltare un poeta lontano – nel tempo o nello spazio – favorisce in modo sensibile la formazione culturale di un individuo, se è capace di cogliere nella lettura la profondità del suo spirito, se cioè legge come guardandosi allo specchio, disposto a scoprire sé stesso nello spirito del poeta che gli parla. Magari davvero i giovani comprendessero che c’è “un modo diverso di risolvere i conflitti”, di là dalla violenta dinamica dei rapporti di forza (bullismo prevaricazione sopraffazione) ai quali sono abituati – loro e quelli che vedono intorno a loro; e c’è un modo di comunicare, che è privato e insieme universale, di là dalla sciatteria del sempre più banale cinguettare dei loro messaggini: ed è appunto la poesia, l’espressione alta di cose quotidiane fatte patrimonio comune. È il dialogo fatto con le parole organizzate secondo schemi e logiche – solo apparentemente difficili (è una maschera di circostanza) – da cui ciascuno può attingere, in cui ciascuno può riflettersi e scoprirsi diverso, a cui ciascuno può perfino sostituire un significato senza perdere il senso generale del discorso.
Ci sono, in questo piccolo libro che si intitola Dialoghi, pochi amici – pochi rispetto alle decine di poeti incontrati nei dieci anni delle mie frequentazioni internazionali (Francia, Spagna, Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia, Kosovo, Tunisia, Marocco). Sono gli amici che per un motivo o un altro mi sono trovato a tradurre: curiosità soprattutto, spesso un libretto da preparare per qualche occasione, anche la semplice voglia di far conoscere un testo che mi era piaciuto. Lo dissi già tanti anni fa (lavorando con la poesia di John Deane): non sono un traduttore, ma se mi piace una cosa mi va di condividerla. Così un poeta lontano mi va di avvicinarlo ai miei amici, ai lettori delle mie cose, facendo appunto della sua poesia una mia cosa: la firma del traduttore (d’accordo con Carlos Vitale, il mio traduttore in spagnolo) impegna quest’ultimo come autore, nel senso della responsabilità verso il lettore.
Per fortuna, i sedici autori di queste nuove traduzioni (dopo le Traduzioni sparse, con cui avevo chiuso la prima serie della collana “la stanza del poeta”) sono anche amici, e mi hanno suggerito qualche spunto di interpretazione al fine di rendere meglio il passaggio linguistico: la mancanza del testo originale a fronte è segno di libertà, non trattandosi qui di versioni da studio, quanto di rivisitazione di testi che ho sentito vicini alla mia sensibilità, scegliendoli quindi per rappresentare insieme gli autori e la mia stessa maniera di intendere, e fare, poesia.
Richard Berengarten, inglese ma cittadino del Mediterraneo, già professore a Cambridge e pluritradotto, è uno dei tanti conosciuti a Tetovë durante il Festival “Ditët e Naimit”, organizzato da Shaip Emërllahu, che mi invita lì da quasi dieci anni e pure è presente in questa antologia. Adriana Hoyos, spagnola, Diti Ronen, israeliana (mia ospite a Gaeta), e Anna Rostokina, russa, le ho incontrate anche loro a Tetovë, come l’azero Kamram Azar Kamran (che vive esule in Norvegia) e il bosniaco Sabahudin Hadzialic (che mi ha invitato più volte a Sarajevo), l’argentino Ricardo Rubio, il kosovaro Ndue Ukaj e i taiwanesi Hsiu-chen Chen e Kuei-shien Lee (che mi ha tradotto in cinese 22 poesie, appena pubblicate in Grammatica interiore, Volturnia Edizioni – insieme alla versione inglese di J.R. Forbus). La kosovara Ilire Zajmi, conosciuta a Pejë, giornalista e traduttrice, ha tradotto in albanese il mio Dialogo alla luna. Con Georges Drano e sua moglie Nicole Drano Stamberg, operatori culturali francesi attivi a Frontignan-La Peyrade e in altre città dell’Hérault (Lodève, Sète, etc.), siamo amici da quasi vent’anni, nel corso dei quali più volte ci siamo incontrati, in Francia e in Italia: di entrambi, anche insieme a Irene, ho tradotto e pubblicato diversi piccoli libri. Daniel Leuwers, francese anche lui, è stato professore a Tours e inventore della collana dei livres pauvres: è presente in entrambe le edizioni della collana “la stanza del poeta”. Tra i pochi egiziani che conosco, Sharif al-Shafiey l’ho incontrato a Marrakech nel 2015.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Antonio Masi
  • Titolo
  • La forza dell'utopia
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 130
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 15,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-11-7


Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola, di cui ricorre l’ottantesimo anniversario, Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà econo-mica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvol-gimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungo-no la Spagna. Terragni morì con i partigiani francesi, Elli trovò riparo in Russia dove visse, dopo l’esperienza in un gulag staliniano. Pagani e Grassi, dopo il confino di Ventotene, militarono nelle formazioni partigiane. Pagani agì a Milano nella SAP Magenta-Sempione, Grassi nella Brigata di Mantova-Cremona, Sangiorgio in Valtellina-Valcamonica. Il contributo della ricerca è significativo e importante perché dalla microstoria si ricostruiscono e si comprendono meglio le vicende della grande storia.

Bombardamenti dell’aviazione fascista su Barcellona

Nel corso del 2016 ricorreva l’anniversario dei bombardamenti dell’Italia fascista sulla popolazione civile. Il primo bombardamento sulla Catalogna avvenne dal mare contro la popolazione di Roses il 30 ottobre 1936, ma dall’inizio del 1937 l’aviazione italiana stabilitasi a Maiorca iniziò una campagna di bombardamenti sul litorale catalano e valenzano. Vennero sperimentati così, attraverso i bombardamenti su città come Barcellona, quelli che furono i bombar-damenti sulle città europee nella Seconda Guerra Mondiale. Ma si manifestò, nel contempo, la straordinaria resistenza della popolazione attraverso la costruzione di rifugi antiae-rei. Winston Churchill, primo ministro britannico, in un di-scorso pronunciato il 15 giugno 1940, davanti alla Camera dei Comuni, dichiarò: «Non sottovaluto per nulla la severità della prova che dobbiamo affrontare, ma credo che i nostri compatrioti saranno capaci di resistere come fece il coraggioso popolo di Barcellona e saranno in grado di lottare e sopportare altrettanto bene come hanno fatto altre persone nel mondo».

Mobilitazione dell’antifascismo europeo

Alessandro Vaia nel libro Da galeotto a generale, così racconta: «Il 18 luglio 1936 ci giunse la notizia della ribel-lione dei generali fascisti contro il governo democratico spagnolo. La vittoria del Fronte Popolare nelle elezioni del febbraio 1936 aveva suscitato grande entusiasmo e grandi speranze in tutto lo schieramento antifascista, specialmente in Europa. Ma Hitler e Mussolini non potevano tollerare l’insediamento in Spagna di un governo decisamente antifascista e sostenitore di una politica di pace, anche se costitui-to solo da forze moderate con l’esclusione dei socialisti e dei comunisti».
«La Spagna divenne così il punto più caldo dello scontro mondiale tra le forze della pace e quelle della guerra, tra il fascismo e l’antifascismo. Questa la posta in gioco in quel momento in Spagna e il movimento operaio e progressista, nella sua parte più avanzata, lo comprese immediatamente».
L’antifascismo europeo rispose immediatamente. La solidarietà si espresse attraverso la partecipazione di più di 50.000 volontari provenienti da 53 paesi differenti. Gli italiani furono più di 5.000. Ricordiamo figure importanti che militarono nelle Brigate internazionali, come Alessandro Vaia, Carlo Rosselli, Giuseppe Alberganti, Giovanni Pesce, Francesco Scotti, Ilio Barontini, Egisto Rubini, Giuseppe Di Vittorio, Pietro Nenni, Teresa Noce, Francesco Scotti, Luigi Longo, Leo Valiani e tanti altri ancora. Il 23 marzo del 1937 la vittoriosa battaglia di Guadalajara costituì per l’antifascismo italiano la prima sconfitta significativa del fascismo.

Dalla Brigate internazionali alla Resistenza

È il caso di dire che se il fascismo in Spagna vinse la bat-taglia iniziale della Seconda Guerra Mondiale, in Spagna l’antifascismo creò i quadri e le premesse per la vittoria fi-nale del 25 aprile. Infatti, quasi tutti i volontari italiani delle Brigate Internazionali, furono poi comandanti e commissari, dirigenti politici della Resistenza italiana ed Europea. La guerra di Spagna dunque, se fu utilizzata dal fascismo per soggiogare il libero popolo spagnolo, seppe creare al tempo stesso l’unità dell’antifascismo che sta alla base del successo della Resistenza in tutta Europa.

La Spagna nel cuore

Secondo Giovanni Pesce, di cui ricorre nel 2017 il deci-mo anniversario dalla scomparsa, il momento più alto della sua vita fu costituito dalla partecipazione alla Guerra di Spagna, con le Brigate Internazionali più ancora che la Resistenza. «In Spagna ero un povero minatore che andava a combattere a fianco di tanti volontari italiani e stranieri. Gente che aveva lasciato la propria famiglia, genitori, fratel-li, mogli e figli, gente che aveva gettato nella lotta la propria vita per quella di un altro popolo in grave difficoltà. Una storia altissima. Questa esperienza mi diede forza ideale, mi fece capire cosa fossero in concreto i valori della solidarietà, dell’umanità, dell’amicizia che a quei livelli non mi capitò mai di poter ritrovare né rivivere. Nella Resistenza eravamo tanti gruppi diversi, io ho fatto il gappista spesso da solo, anche se alle spalle avevo il Partito e il comando garibaldino. Ma era cosa diversa, l’afflato umano era minore. La Spagna ha rappresentato invece il richiamo per eccellenza ai più alti ideali di tutto il Novecento. Una storia che ha unito le persone più diverse in un comune percorso ideale. È stata l’ultima grande epopea del secolo breve».

Milano, 20 luglio 2017

Roberto Cenati
Presidente ANPI Provinciale di Milano

  • Autore
  • Mariano Coreno
  • Titolo
  • Canto la vita mia
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 72
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-07-0


I taccuini del vecchio poeta sono sempre una scoperta – in genere piacevole. Capita sempre di trovare, magari tra vecchie cose ripetute, o soltanto un po’ variate nell’espressione, tra nuovi spunti che il lettore abituale riconosce come parte di una eredità già altre volte saccheggiata, eppure capita di trovare un motivo davvero nuovo, un insolito fiore nel bouquet, un convincente messaggio in bottiglia. Perché il poeta lavora cosí e cosí finisce per mostrarsi: all’opera con se stesso, a dire la sua vita, comunicarsi in un dialogo ininterrotto. Chi gli presta attenzione, non rimane deluso. Chi sa cogliere almeno un nuovo palpito nella sua proposta poetica, ne sarà turbato e contento. Parole magari che vengono da lontano e recuperate appunto come da una bottiglia galleggiante; parole tenute a bada per anni, prima di autorizzarle a dirsi, a darsi alla luce.
Mariano Coreno ci ha abituati alla genuina onestà della sua cifra espressiva, fuori da scuole riconosciute, dentro invece un circolo di amicizie letterarie che gli danno – da sempre – il pane di cui nutrirsi: il sapore della vita. La sua infatti è poesia di vita, frammenti e lacerti vissuti e conservati per essere condivisi in parola, per essere raccontati a chi avrà il buon senso di non cercarvi altro che il senso di una vita. È l’età che gli permette adesso di “godersi lo spettacolo” e lo invita a “riposare”, la condizione di emigrante che da tempo ha ormai radici in due paesi lontanissimi e tanto diversi; è l’ormai matura consapevolezza di aver vissuto abbastanza per gli altri, insieme al desiderio di tenersi comunque a portata di voce, di non farsi rimuovere dal palinsesto dei giorni a venire; tutto questo spinge Mariano Coreno a scrivere ancora, a fissarsi sulla carta e proporsi al gioco della lettura. Le sue ultime cose, la prima sezione di Canto la vita mia, hanno la grazia leggera che proprio l’età consente, fogli di taccuino affidati al vento della memoria, in una spontanea dichiarazione di affetto per quanto di bello si possa godere – nella natura, in famiglia, con gli amici.
È un piacere avere Mariano in collana: la stanza del poeta se ne arricchisce – questo libro peraltro è anche per lui un regalo particolare, poiché contiene un pacchetto di fogli recenti e una scelta di poesie già apparse in Un albero per ombrello, un paio di anni fa. Un modo per affermare una presenza per nulla statica, anzi ancora vogliosa di esserci e di fare, di farsi ascoltare nelle diverse sue voci.

...stanco e sicuramente mortale
in attesa del colpo finale.
Ma col bene o col male
dico a tutti che la vita vale.

È una lezione da meditare, da tenere bene a mente: anche se della vita non sempre si riesce a cogliere il “bene”, comunque “vale”, e va vissuta al meglio del proprio impegno. Perciò la si può cantare, alla fine, le si può dire grazie in poesia perché possa essere – in parte almeno, quando possibile ma col massimo piacere – regalata a chi ne abbia bisogno.
Gli hanno perfino sparato, “con il fucile carico a pallottole di parole”, ma il vecchio poeta non si è fatto intimidire, anzi ha risposto, colpo su colpo, anch’egli sparando a parole – e, se è vero che ferisce piú la lingua della spada, figuriamoci le parole che diventano pallottole... Mariano Coreno non si è mai arreso alla vita, alla durezza di un’esistenza faticosamente conquistata e pervicacemente vissuta a testa alta, col sorriso sulle labbra anche se nel cuore la pena opprimeva la speranza.

Sulle mie spalle stanche
riposa la sera.

La gioia che gli danno i nipotini è tra le piú belle manifestazioni del “bene”: gli affetti familiari continuano a meritare un considerevole spazio nella poesia del corenese emigrato. La terra d’origine e quella di elezione sono legate nel giro degli affetti, nella presenza di persone care alle quali affidare un po’ di quel peso che si avverte sulle spalle.

Nascosto è il futuro
che non conosce nessuno.

Non vale la pena curarsene – in poesia può togliersi anche il male alla paura. Ci si mette in una bottiglia e ci si butta a mare: da qualche parte si arriverà. Il poeta sa che non si deve sprecare alcuna possibilità di spingere le pro-prie parole oltre il limite dei giorni...

La poesia
lievita il pane
invisibile
dell’anima.

Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°8 Anno XXXII Agosto 2017


Verso un luogo diverso

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto abbia avuto senso
per te per tutti credere in un bel sogno.

Amerigo Iannacone è stato ucciso la mattina del 12 luglio (anniversario della nascita di Pablo Neruda), a Venafro, la sua città, mentre attraversava la strada. Certo che non l’hanno fatto apposta, ma è andata così, purtroppo: uno sbadato al volante l’ha colpito mortalmente, mentre – come tutte le mattine – si recava a prendere il giornale e un caffè al bar. L’avevo sentito la sera prima: preparavamo la presentazione di un libro a Formia, l’ultimo delle Edizioni Eva. Mi hanno telefonato in rapida successione gli amici Antonio Vanni, Maria Giusti e Ida Di Ianni: non ho potuto rispondere ai primi e da quest’ultima, dalle lacrime di Ida, ho appreso che una tragedia si era appena consumata.
In quei giorni Amerigo avrebbe dovuto incontrare in tipografia il caro Pontone, a Cassino, per preparare il nuovo numero del “Foglio Volante”. Questo. Questo che ora gli amici orfani hanno voluto dedicare interamente a lui, al compagno di tanta strada percorsa in amicizia di parola, per amore della parola scritta: insieme a lui, eravamo tanti a crederci ancora, nel valore della parola. Convinti che la poesia abbia ancora un posto nella vita, che sappia e possa parlare alla parte migliore dell’uomo, quella capace di leggersi dentro e sognare. Adesso ci sentiamo impegnati a non perdere quel valore, e vogliamo – a partire dalla pubblicazione di questo speciale numero del suo amatissimo “Flugfolio” – continuare a camminare le vie della parola. Per ora, questo. Poi raccoglieremo ancora altre testimonianze, magari certe sue cose inedite che già aveva in animo di pubblicare. Con la necessaria calma, ci prepareremo anche a organizzare un convegno per analizzare la sua opera complessiva di poeta e critico, giornalista e scrittore. Col tempo che ci vorrà.

È uno strano mercante il poeta
che la sua mercanzia mette all’asta
per un sorriso un bacio una carezza
– e magari anche per niente la regala
E vagabondo risponde a cento inviti
camminando le strade più lontane
portando in giro le parole – quelle sue
– che forse un altro poi saprà ripetere
È pronto sempre se deve a riconoscere
limitato il suo mondo – ma è possibile
che sia il suo quello più accogliente
quando qualcuno resta senza casa.

Ringrazio l’amico poeta tunisino Abdelmajid Youcef, che affettuosamente ha tradotto il mio testo in francese (sua moglie Siham Sfar è stata una delle ultime poetesse pubblicate nella collana la stanza del poeta delle Edizioni Eva):

Un étrange marchand, le poète:
sa marchandise il la met aux enchères
pour un sourire un baiser une caresse
– et peut-être il la donne pour rien.
Vagabond, il répond à toute invitation
en allant par les chemins les plus lointains
promenant les mots – les siens
certes, quelqu’un saura les reprendre.
Il est toujours prêt à le reconnaître
son monde limité – mais il est possible
qu’il soit le plus accueillant
quand quelqu’un reste sans domicile.

Giuseppe Napolitano


Cartolina precetto

Quando partirò
porterò con me soltanto
una valigia di ricordi
qualche rimpianto
per l'amore non dato e non avuto
un po' di nostalgia
per un'epoca d'oro favolosa
sempre immaginata.
Lascerò
un pezzo di anima
e un brandello di cuore
che avranno vita di parole.
Quando partirò
vorrò avere il volto sereno
e lasciare un sorriso
per quelli che con me
condivisero sogni luminosi
ed eteree speranze.
Ecco: il bagaglio è preparato.
Non aspetto
ma non sarò troppo sorpreso
quando arriverà
la cartolina precetto.

(Ceppagna, 12 giugno 2014, 22,35 )
Da Eppure

Amerigo Iannacone


Ad Aldo, che al funerale ha pianto

Aldo, sempre ti sei stupito,
senza farne un mistero,
della mia buona tenuta al bicchiere.
Ma anche per me la morte di Amerigo
è un vino troppo forte, troppo amaro.
È impossibile reggerlo, ti giuro.

(16 luglio 2017)
Gerardo Vacana

  • Autore
  • Gianluca De Lucia
  • Titolo
  • Transgredior
  • Collana
  • L'albatro
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 10,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-05-6


Diamo fiducia a chi lo merita. Incoraggiamo chi ha il coraggio delle proprie scelte. In questa collana di poesia, “L’albatro”, il nome stesso della collana impone serietà di scelte ma pure slancio di sfida: simbolo del poeta, il grande uccello di Baudelaire si fa custode e al tempo stesso stimolo di poesia. In questo libro si presenta un esordiente che merita il posto in collana per il suo coraggio. Il giovane Gianluca De Lucia si affaccia con timore alla scena editoriale ma pure consapevole dei suoi mezzi - che devono essere affinati, certo, ma gli consentono già qualche momento di sicura presa espressiva.
Il titolo del libro di esordio è già un biglietto da visita con il quale poi si dovranno fare i conti. Ci si butta nell’arena e ci si dichiara: è una sfida e insieme una maschera – chi sono io per aver deciso di uscire in fra la gente e farmi valutare come poeta? Allora transgredior significa proprio questo: eccomi pronto a sfidare le regole e giocare con voi che mi leggete. Gianluca d’altronde si rimette apertamente al suo lettore ideale, al quale chiede perfino di essere aiutato a comprendere il senso della sua poesia. Ed è bello, da parte di un giovane (oggi i giovani sono diventati un tantino arroganti); è bello vedere in un giovane alle prime armi, alla prima pubblicazione, lo sforzo di farsi capire, il timore di non essere compreso, la speranza di trovarsi nel giudizio del lettore.
Questa raccolta di Gianluca De Lucia si compone di 46 testi (il doppio dei suoi anni…), scritti in un arco di anni considerevole, visto che le prime cose qui presentate risalgono alla prima adolescenza. Nel complesso, il libro c’è, si dipana in una serie di temi connessi alle dinamiche esistenziali, agli affetti provati, alla voglia di conoscere il mondo. Conviene che ad un libro di esordio si perdoni qualche leggerezza, ma qui ce ne sono di lievi davvero – ingenuità formali che non tolgono peso al dettato lirico, abbastanza controllato. L’autore di Transgredior sembra avviato a correre con rinnovato slancio le vie della scrittura: non gli mancano gli strumenti, per quanto ancora debbano essere migliorate certe maniere di approcciare le forme espressive. Non gli manca soprattutto l’onestà di confrontarsi, di accettare consigli (anch’essa rara, ormai) – leggiamolo con la stessa onestà.

Nota introduttiva di Giuseppe Napolitano

Foglio Volante n°7 Anno XXXII Luglio 2017


Landolfi e la morte del romanzo
(Landolfi è la morte del romanzo)

Sto rileggendo con la sorpresa della prima volta se non maggiore (pare che quella sorpresa, crescendo io, sia cresciuta anche lei con me) gli ultimi 71 elzeviri pubblicati da Tommaso Landolfi nella terza pagina del Corriere della Sera, dal dicembre 1967 all’agosto 1978. Tenendo presente, come avverte una nota agli stessi, che la maggior parte arriva soltanto al 1971, anno nel quale Landolfi cominciò a non sentirsi e a non stare piú bene.
Rileggo questi particolari, eccezionali “elzeviri” nel volume pubblicato da Adelphi nel 2012 col titolo, finalmente e definitivamente “landolfiano” Diario perpetuo. Un titolo che, sebbene voluto fortemente dall’autore, fu ripetutamente sostituito nel giornale citato con altri e singoli titoli, tanto bizzarri quanto infelici.
Non si ebbero tuttavia in proposito mai reazioni da parte di Landolfi: il quale – si sa – era tanto attento preciso e scrupoloso nel curare la scrittura di questi suoi pezzi (“pezzi d’anima” vorrebbe da definirli) quanto indifferente all’esattezza o meno della loro trascrizione a stampa. Nonostante ciò, o proprio perciò, non vanno “assolti” quei curatori della terza del Corriere per le loro stravaganti e offensive intromissioni: – quei curatori – o dovevano sapere come non una parola usciva mai a caso dalla bocca e dalla penna del narratore ciociaro. Nessuna parola, e tanto meno le due che formano il titolo Diario perpetuo.
Quel titolo, infatti, in particolare, era stato da sempre progettato e inseguito dal suo autore. Non solo dal 1969, quando lo aveva proposto ad Arrigo Benedetti nell’inviargli per il suo rinnovato Mondo il racconto Le maiuscole; ma fin dal 1954 quando lo aveva aggiunto come sottotitolo all’altro racconto apparso in stampa col titolo Ombre.
Insomma, era nata quasi insieme con Landolfi l’aspirazione o l’ispirazione a voler procedere, a dover procedere, prima o poi, alla narrazione delle varie fasi della sua vita; ed era nato quasi insieme con Landolfi quel titolo ripetutamente contraffatto dal Corriere.
E cosí, mentre scriveva su altro e di altro, Tommaso Landolfi pensava a scrivere, e “mentalmente” già lo scriveva, quello che doveva essere, che sarebbe stato il suo “vero” libro.
Purtroppo i critici, i nostri spesso troppo lodati critici, hanno volutamente o incolpevolmente ignorato questa realtà, sebbene abbiano parlato sempre, e non sempre adeguatamente, dei vari romanzi o racconti lunghi di Landolfi. Critici, i nostri beneamati critici, che hanno ignorato due volte la grandezza dello scrittore di Pico Farnese (cosí si chiamava il suo paese quando lui vi era nato, e apparteneva alla provincia di Caserta); due volte, si diceva, quei critici hanno sbagliato nei confronti di Landolfi: quando hanno cercato la grandezza dello scrittore dove non stava, quando non hanno cercato quella grandezza dove, al contrario, stava. Hanno preso, quei critici, come volgarmente ma azzeccatamente si dice, due “cantonate”. La prima (è bene ripeterlo) nel cercare Landolfi dove non stava; la seconda, nel non cercarlo dove stava.
Non tutti i critici hanno preso, ovviamente e fortunatamente, quella “cantonata”. Perché c’è un libro su Tommaso Landolfi, di Tommaso Landolfi, che ha scritto il nostro Italo Calvino; quasi a riparazione dei tanti abbagli e sbagli dei suoi colleghi critici. Cosa ha detto, cosa dice Calvino, presentando Le piú belle pagine di Landolfi (come si intitola il libro)? Dice, semplicemente e al tempo stesso audacemente e veritieramente, tra l’altro, questo: «... molte volte la disposizione d’animo che muove la mano dell’autore lo porta a disinvestire l’atto dello scrivere d’ogni pretesa di costruire un’opera compiuta e ben ricevibile e durevole, e a farne invece gesto noncurante, scrollata di spalle, sberleffo, come di chi ha sempre saputo che il fare è solo spreco, fumo, insignificanza...»
Figuriamoci se uno scrittore cosí “irregolare” poteva piacere, potrebbe piacere ai nostri critici che, essendo se non proclamandosi sempre, di “sinistra” o di “destra”, hanno fatto e fanno dipendere da detti paraocchi ideologici i loro ponderati giudizi! Non sapendo, o fingendo di non sapere, che non è dal rispetto di questa o quella ideologia politica che dipende l’esistenza e consistenza di uno scrittore, ma dal valore etico ed estetico (non c’è l’uno senza l’altro) delle sue opere.
Stando cosí le cose (non sembra che la cosiddetta “morte” di ogni ideologia possa comportare la rivalutazione di uno scrittore cosí “anti- come appunto Landolfi) La conferma di questa “rassegnazione” o a questa “rassegnazone” è venuto solo pochi giorni fa: quando un critico non da poco come Pier Vincenzo Mengaldo in una intervista a La Repubblica, ha citato come grandi narratori tanti nomi ma non, tra essi, quello di Landolfi.
Dobbiamo, dunque, rassegnarci (noi pochi stimatori di Landolfi); rassegnarci ma non rammaricarcene piú di tanto: piú di quanto non se ne sarebbe rammaricato Landolfi stesso: il quale, non se ne sarebbe rammaricherebbe Landolfi stesso, il quale non se n’è una volta rammaricato né se ne rammaricherebbe assolutamente. Come non si rammaricava né se la prendeva per i numerosi errori con cui spesso apparivano i suoi scritti
Ed è forse in questo suo atteggiamento sprezzante verso e contro tutti i critici che si può cogliere il perché dell’atteggiamento cosí sprezzante verso e contro di lui da parte dei critici.
Quanto, poi, alla vita vera, alla vita privata vissuta di Landolfi (avviandomi alla conclusione di questo articolo dedicato a uno scrittore “autobiografico”, credo di potervi fare riferimento), quella vita stessa fu crudele verso di lui almeno quanto lui fu crudele verso di lei. Gli ultimi anni (“ultimi” ma purtroppo “non pochi”) furono davvero un “calvario”: Che lo scrittore non solo sopportò umanamente con intrepido coraggio, ma dominò poeticamente con la sua inesauribile arte.
La vita fu ancora – una volta eliminato lui – crudele con i suoi stessi figli: Idolina, che dedicò ogni istante della sua non lunga esistenza a decifrare per sé e per noi altri la misteriosa figura paterna (somigliandogli e identificandosi con lui, sia nel diventare lei stessa notevole scrittrice, sia venendo come lui uccisa dal cancro); suo figlio Landolfo che, accoppiando detto nome al quasi omonimo Landolfi, fu come se avesse ereditato in sé e per ben due volte suo padre (e facendolo per la seconda volta morire il lui).
A chi, infine, è rimasto (una nuora? una nipote?) di quella aristocratica famiglia (“aristocratica” in senso storico e metaforico) la nostra piú sincera e commossa gratitudine e solidarietà: sincera, commossa, ma anche – come l’avrebbe liquidata e dissacrata Landolfi stesso – “perfettamente inutile”!
E infine (stavolta “infine” davvero) un pensiero ai lettori (un manipolo sempre piú ridotto ed eroico): un pensiero come saluto e ammonimento insieme: Cari Lettori, voi potete ben conoscere tutti gli scrittori del mondo, ma se non conoscete Tommaso Landolfi è come se non ne conosceste nessuno!
Coreno Ausonio, maggio-giugno 2017
Tommaso Lisi


Mi impegno sempre

Cado sempre, mi impegno sempre
per un giorno nuovo
una mattina diversa
mi batto sempre
per una primavera mai vista.
Cado sempre, mi impegno sempre
per degli occhi attenti
per delle orecchie
attente
ribelli.
Non aspetto mai e mi muovo
sempre
con le mani
nella merda
fino al gomito.
Non aspetto mai e do tutto
tutto
per un’ora felice
un attimo
una notte tranquilla
grido e graffio
non aspetto mai
mi muovo, cado sempre
senza risparmio
fino in fondo
non aspetto mai
con la carne sempre piú
a buchi
mi aggrappo alla nostra storia
al nostro tempo
che dovrebbe discendere
presto
da uno stradone bello e immenso
senza piú grigliati
davanti
senza muri
senza piú spioncini sbarre
senza pali
senza suoni e silenzi
cinici e crudeli.
Mi impegno sempre
cado sempre
non mi stanco mai
non aspetto mai.

Ferruccio Brugnaro
Spinea (VE)


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Nomi e names

Le persone che ho conosciuto da ragazzo, i compagni di scuola, gli amici, gli adulti, quelli che abitavano dove abitavo io, quelli che incontravo in piazza, si chiamavano Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, Carla, Dario, Marco, Claudia, Enrico, Giuseppe, Ida...
I ragazzi di oggi si chiamano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, Dustin, Erik, Jennifer, Jason, Jeffrey, Max, Brad, Fanny, Danny, Kate...
E quasi sempre ci sono bizzarri accostamenti tra nome e cognome, tipo Jennifer Esposito o John Brambilla, al limite del ridicolo.
Questo ci fa supporre che a Londra e a New York, dove una volta i nomi erano Kevin, Carol, Sharon, Nicholas, Tony, Mary, ecc., oggi sono Paolo, Maria, Giovanni, Ada, Lucia, Mario, Antonio, ecc.
O no?


Carissimi lettori e abbonati del Foglio Volante,
vi ringraziamo innanzi tutto per l'affetto e la vicinanza con cui avete partecipato alla perdita del prof. Amerigo Iannacone che ci ha reso la realtà un po' meno dura da accettare.
Come saprete Amerigo Iannacone era il fondatore e il redattore della rivista letteraria e sappiamo che ci teneva molto che il mensile continuasse la sua avventura anche dopo la sua dipartita.
Siamo lieti di informarvi quindi che il Foglio Volante continuerà ad uscire e sono già pronte le bozze per le prossime due mensilità.
Continuate a sostenerlo dunque e a presto!
Edizioni Eva di Renzo Iannacone