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Foglio Volante n°12 Anno XXXII Dicembre 2017


Ho sognato Amerigo Iannacone

Mi trovavo in una grande stanza illuminata con la luce artificiale: non ho visto finestre; doveva essere tardo pomeriggio, come quando si aspetta in sala d’attesa di uno studio privato e c’era tanta gente, chi seduta sulle sedie disposte lungo le pareti, chi in piedi in mezzo alla stanza e avevano i cappotti pesanti, predominava il grigio antracite dei soprabiti; parlavano fra loro uomini e donne perlopiù di mezza età. Io stavo tra loro in piedi quasi al centro della stanza e ad un certo punto mi giro verso destra per vedere l’ambiente com’era pieno, o forse perché da destra doveva venire qualcuno, fatto sta che stavamo tutti aspettando chissà cosa, chissà chi...
In un angolo della stanza, sempre a destra, c’era una scala di pochi gradini digradanti costruita in modo da riempire l’angolo e finiva con una piccola porticina scura. Sembrava la scalea angolare di una cattedrale per raggiungere il pulpito da parte del celebrante per svolgere la sua predica e alla fine della breve gradinata, davanti alla porticina prima di aprirla per entrarvi, ho riconosciuto il nostro Direttore Americo Iannacone che aveva la mano alzata, probabilmente la destra ed ha cominciato a salutare tutti gli astanti che lo stessero guardando o meno, compreso me. Non ha detto nulla e dopo il suo breve saluto fatto con la mano e senza sorridere, ma con un atteggiamento più che compassato ha aperto la porticina ed è entrato dentro.
Commento al sogno: Il Nostro Direttore, purtroppo, è andato via bruscamente, senza avere avuto la possibilità di salutare qualcuno, compreso i familiari. Dopo circa quaranta giorni dalla sua morte, mi è venuto in sogno, dal momento che, secondo le parole della nota veggente calabrese ormai scomparsa Natuzza Evolo, le anime dei defunti possono mostrarsi ai mortali attraverso i sogni dopo questo lasso di tempo necessario per la loro entrata nel regno dell’aldilà, forse un periodo di iniziale loro purificazione. Secondo il mio punto di vista, il professore Iannacone mi ha dato l’incarico di salutare tutti coloro che fanno parte della ormai grande famiglia de Il Foglio Volante, e tutti quelli che hanno pubblicato con le Edizioni Eva. Salutando me e l’intera sala gremita che c’era nel mio sogno, lui finalmente si è accomiatato ed è riuscito ad entrare in un luogo che a noi mortali non è consentito di sapere e vedere. Infatti, io e la gente che riempivamo quella stanza non sapevamo cosa esistesse oltre quella piccola porta nera. Mi sono resa conto di averlo riconosciuto defunto solo al mio risveglio, perché nel sogno lo avevo creduto perfettamente vivo, così come lo ammiravo in abito scuro e composto. Lui è morto di luglio in pieno caldo, mentre nel sogno stavamo in inverno inoltrato; infatti aveva giacca e pantaloni pesanti e sempre la sua mole che lo contraddistingueva fra tutti.
Quindi, nel regno dei morti lui ora sta bene, non mostrando alcun genere di dimagrimento, e ci teneva a salutare soprattutto me, perché il giorno prima dell’incidente, l’11 luglio 2017, gli telefonai per sapere a che punto stavano le cartoline con le mie poesie ispirate agli alberi – risulta infatti al centro di esse anche l’immagine a colori della copertina del mio libro di poesie Dalle radici alle foglie alla poesia – e lui, dopo avermi risposto, mi confidò che stava preparando un gruppo di persone di sua conoscenza, tra cui lo storico suo amico poeta Antonio Vanni, che sarebbero venuti a trovarmi a Fiuggi, a casa mia. A quella notizia reagii con gioia e stupore, iniziò in me un’emozione straordinaria e incontenibile che gli manifestai, e ci lasciammo con quella promessa. La mattina del giorno dopo avvenne la tragedia ed io, quando lo seppi, il 13 luglio, giorno dei suoi funerali, grazie alla telefonata della mia carissima amica scrittrice Adriana Panza di Isola del Liri, non riuscivo ad accettare la sua morte. Mi sono sentita per diversi giorni disorientata e persa; non andai alle prove del coro parrocchiale di cui faccio parte la sera del 13 luglio perché tutto in me non accettava la sua perdita. È stata la prima persona a cui ho telefonato una mattina quando stavo al Policlinico Gemelli di Roma, in attesa che venisse il mio turno per fare la radioterapia nel tubo per venti minuti, dato che si dovevano distruggere le metastasi tumorali che hanno colpito la colonna danneggiandomi una vertebra e quel giorno, doveva essere marzo 2017, lui mi rispose e mi disse che avrebbe mandato in stampa le mie nuove cartoline sugli alberi. Stavo malissimo e sulla sedia a rotelle; tuttavia soltanto la sua voce, il risentirlo mi diede la speranza che presto sarei tornata a scrivere, ad occuparmi della mia attività letteraria; la mia continuità stava in quelle bellissime cartoline che mi stava stampando e che finalmente ho ricevuto il 20 settembre scorso, consegnatemi a mano dall’inestimabile moglie Maria Grazia che mi ha nuovamente vista in piedi. Io e Adriana speravamo fino all’ultimo in una omonimia, cioè che qualcun altro era morto avente lo stesso suo nome e cognome, ma di lì a poco capimmo che era morto proprio il nostro carissimo, unico e indimenticabile Direttore Editore Amerigo Iannacone.

Isabella Michela Affinito


Ricordo di Amerigo

Negli istanti di solitudine
pesa sempre di più la tua assenza
un vuoto che consuma le viscere,
inghiotte e soffoca...

Ma giova il ricordo della tua presenza
come balsamo su una ferita ancora viva...

Quella tua presenza, ora eterea,
che ancora genera un sorriso.

Patrick Sammut - Malta


Natale 2014

Forse un mare in burrasca
ogni giorno dell’anno
pare stia per travolgerti
e non trovi appigli di speranza
cui aggrapparti.
Ma Natale viene anche
per iniettarti
una piccola dose di fiducia,
per farti riscoprire
il buono ch’è in te,
per invitarti a corroborare
una timida nota nascosta.
Non smarrirti nel male:
ogni giorno dell’anno
portati dentro il Natale.

                                        Da Eppure (Edizioni Eva)


Kristnasko 2014

Eble ŝtorma maro
ĉiutage en la jaro
ŝajnas esti ruinigonta vin
kaj vi ne trovas esperan hokon
al kiu alkroĉiĝi.
Sed Kristnasko venas ankaŭ
por injekti al vi
etan dozon de konfido,
por remalkrovrigi al vi
la bonon kiu estas en vi,
por inviti vin vigligi
timeman kaŝitan noton.
Ne perdiĝu en la malbono:
ĉiutage en la jaro
kunportu en vi Kristnaskon.

                                        Da Kai tamen (Edizioni Eva)
                                        Amerigo Iannacone


  • Autore
  • I Poeti Extravaganti
  • Titolo
  • Termoli 2017
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-13-1


La nave dei poeti è rimasta in porto

                                                            Verso un luogo diverso
                                                            Ad Amerigo Iannacone

Inconosciuto inconoscibile ultimo
dei luoghi di tua vita vai da solo
al viaggio che ti porta oltre te stesso
E solo scopri quanto già vissuto
nella memoria avevi un luogo simile
poiché altri – tanti e troppi –
gli incontri che ti hanno preceduto
Da solo qui ognuno che rimane
a domandarsi quanto
abbia avuto senso per te per tutti
credere in un bel sogno.

Voglio aprire con questo mio pensiero per Amerigo, già pubblicato nel numero di agosto de “Il Foglio volante” –interamente dedicato a lui – perché quest’anno a lui in memoriam è stata dedicata l’undicesima edizione degli incontri dei “poeti extravaganti”, denominati “La nave dei poeti” (incontro che si sarebbe dovuto svolgere alle Isole Tremiti, come d’abitudine ai primi di settembre, ma è stato poi spostato a Termoli, per ragioni climatiche).
Il 1° ottobre quindi, in una gradevolissima giornata d’inizio autunno, in un albergo sul mare, si sono trovati e ritrovati una quindicina di poeti, alcuni di vecchia frequentazione (come Francesco Paolo Tanzj, il quale, insieme a Ida Di Ianni, fu dodici anni fa tra i fondatori dell’iniziativa, e Luciano D’Agostino); altri nuovi (Antonio Vanni e Ludovica Tozzi) o inseriti solo da pochissimo nel gruppo degli “extravaganti” (Virginia Notarpasquale).
La commemorazione di Amerigo Iannacone (noto a tutti per la sua attività editoriale nel Molise, oltre che per la sua poesia), protagonista in quasi tutte le edizioni dell’incontro tremitese, è stata toccante e misurata nei toni, curata dallo storico fotografo degli “extravaganti” Oscar De Lena, autore di un video ricordo molto apprezzato, in particolare da Renzo, figlio di Amerigo, venuto a Termoli per l’occasione. I poeti tutti convenuti hanno rivolto allo scomparso compagno di viaggio un pensiero affettuoso, alcuni hanno letto per lui versi suoi o di testimonianza. Senza ombra di retorica, ma la celebrazione dell’assente è stata particolarmente intensa. Dopo, dopo il pranzo riuscito e gradito, con la guida di Oscar ci si è recati nel centro storico di Termoli, per visitare il castello e la cattedrale, passare nello strettissimo vicolo record e finire nel bar dedicato al grande Jacovitti.
Siamo all’undicesima edizione della “nave dei poeti” (stavolta …rimasta in porto) e non è certo finita qui: l’intenzione, l’impegno sono per continuare ad incontrarsi ancora. Chi vorrà: non si nasconde la stanchezza di qualcuno, che magari vorrebbe un cambio di formula, o un cambio di destinazione (e con Amerigo da un paio di anni si organizzavano analoghe riunioni poetiche a Venafro e altrove). Ma l’idea di vedersi – una o più volte l’anno – per ascoltarsi e scambiarsi poesia è viva e sosterrà la volontà di ripetere l’incontro anche l’anno prossimo, e sia pure “la nave dei poeti” – per l’alto mare aperto, verso le isole Diomedee...

Giuseppe Napolitano


Poeti alle Tremiti
(26 agosto 2008)

Nel chiostro tremitense
si librano parole di poeti
s’incrociano versi
tersi o elaborati
s’innestano a frammenti
di Ovidio e di Saffo
in un’atmosfera
di magica armonia.

                    Amerigo Iannacone

  • Autore
  • AA.VV.
  • Titolo
  • Poesia da tutti i cieli 2017
  • Collana
  • Premio Poesia da tutti i cieli
  • Pagine
  • 232
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 18,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-08-7


Difficile per me, quest’anno, vergare le righe di prefazione della consueta antologia, perché il pensiero inesorabilmente corre alla tragica vicenda che ha strappato Amerigo Iannacone a questa terra, ai suoi affetti, agli amici, agli estimatori. Questa antologia per tre anni è stata una delle sue creature. Curata da Giuseppe Campolo, era poi impaginata e seguita scrupolosamente da Amerigo con la stessa passione con cui si dedicava a tutti i lavori che investivano la sua sfera creativa e ai libri da lui editi con una frequenza straordinaria, quasi avesse timore che il tempo assegnatogli non fosse sufficiente a portare a termine i suoi progetti. E mancherà al tavolo della Giuria, alla cerimonia di premiazione alla quale ha sempre presenziato, mancherà il suo intervento ricco di riflessioni sull’Esperanto, che egli amava e al quale aveva dedicato molte energie. Suo, fra l’altro, un prezioso manuale con a margine un opportuno dizionarietto Italiano-Esperanto. Ma ciò non escludeva il suo interesse per la lingua italiana.
Era un linguista come pochi. Lo seguivo nel suo Flugfolio che mi inviava puntualmente per e-mail. Leggevo nelle sue considerazioni sull’andazzo comune di questi ultimi tempi il suo rammarico per uno scadimento della lingua scritta che evidenziava la trascuratezza e, in certi casi, l’abbandono delle norme grammaticali e/o sintattiche.
E questa antologia vede la luce per l’impegno di Giuseppe Campolo, che, come tutti noi della Giuria, desidera che il lavoro appassionato di Amerigo comunque continui.
Anche per questa quarta edizione del concorso ci sono giunte le luci, ora intense, ora soffuse di versi sbocciati nel cuore e nella mente di poeti che hanno sentito l’esigenza di esprimere sentimenti e di diffonderli quasi a cercare condivisione. Sono versi che si propongono come atto d’amore e di sensibilità, versi che toccano sentimenti universali nella rappresentazione della vita fatta di distacchi, di strappi, di lacerazioni, nella lucida consapevolezza della condizione di universale precarietà umana. Frequente è l’atteggiamento di amore per la vita, ma è il “doloroso amore” di un Saba o il “disperato amore” di un Cesare Pavese, insieme alla presa di coscienza della vacuità delle illusioni.
In definitiva le liriche selezionate trasmettono il brivido intenso del mistero dell’esistenza.
Una costante è la ricerca della felicità che solo gli affetti possono regalarci, come nel sonetto che si è aggiudicato il primo premio (Cammineremo insieme). Molti i poeti che si sono ispirati ai dolorosi eventi del nostro tempo come, ad esempio, l’autore di Noi bambini (terzo premio), auspicando una pace duratura nel mondo. Altri hanno trovato rifugio nel sogno o si sono aggrappati alla memoria. La parola ora descrive, ora evoca, suggerisce e comunque scolpisce immagini che colpiscono emotivamente il lettore.
E saranno, anche questa volta, i poeti e i lettori di tutti i Continenti a sentirsi idealmente vicini grazie a questa formula vincente di una lingua che veicola l’arte poetica e, insieme, il messaggio di pace universale, in questo tempo in cui insensatezza e atroce violenza attraversano il mondo, spargendo dolore e morte.

Anna Maria Crisafulli Sartori

Estas malfacile por mi, ĉi jare, verki la antaŭparolajn vortojn de la kutima antologio, ĉar fatale la penso kuras al la tragika okazo, kiu forŝiris Amerigo Iannacone el tiu ĉi tero, siaj amoj, amikoj, kaj estimantoj. Ĉi tiu antologio dum tri jaroj estis unu el liaj kreitaĵoj. Kutime redaktita de Giuseppe Campolo, poste ĝi estis enpaĝigita kaj plenprizorgita de Amerigo kun la sama pasio, per kiu li sin dediĉis al ĉiuj laboroj kiuj koncernis lian krean sferon kaj al la libroj, kiujn li eldonis kun eksterordinara ofteco, kvazaŭ li timus, ke la tempo disponigita al li ne estus sufiĉa por kompletigi siajn projektojn. Kaj oni sentos lian neĉeeston ĉe la tablo de Juĝantaro, dum la premiada ceremonio, en kiu li ĉiam partoprenis kaj la neĉeeston de lia prelego, ĉiam riĉa je pripensoj pri Esperanto, kiun li amis kaj al kiu li dediĉis multajn energiojn. Li ankaŭ verkis, interalie, altvaloran lernolibron kun taŭga vortareto Itala-Esperanto. Sed tio ne ekskludis lian intereson pri la itala lingvo.
Li estis lingvisto kiel malmultaj. Mi sekvis lin en lia Flugfolio, kiun akurate li sendis al mi interrete. Mi ekvidis, en liaj konsideroj pri la rutino de la lastaj tempoj, lian bedaŭron pro la defalo de la skribita lingvo, kiu rimarkigis la nezorgon kaj, en iaj kazoj, la forlason de la normoj gramatikaj kaj/aŭ sintaksaj.
Kaj tiu ĉi antologio vidas la lumon danke al la zorgemo de Giuseppe Campolo, kiu, kiel ĉiuj ni el la Juĝantaro, deziras ke la pasia laboro de Amerigo tamen pludaŭros.
Ankaŭ dum ĉi tiu kvara eldono de la konkurso atingis nin la lumoj, kelkfoje intensaj, alifoje vualitaj de versoj ekflorintaj en la koroj kaj mensoj de poetoj, kiuj sentis la bezonon esprimi sentojn kaj diskonigi ilin kvazaŭ peti partoprenon. Ili estas versoj, kiuj sin proponas, kiel ama kaj sentema agoj, versoj, kiuj tuŝas universalajn sentojn en la prezentado de la vivo farita el disiĝoj, ŝiroj, disŝiriĝoj, en la klara konscio pri la universala homa necerteco. Estas ofta la sinteno pri amo por la vivo, sed estas la “dolora amo” de iu Saba aŭ la “senespera amo” de iu Cesare Pavere, ekkonsciiĝante pri la vakueco de la iluzioj.
Fine, la elektitaj lirikaĵoj sentigas la intensan ektremon de la ekzistomistero.
Konstanta elemento estas la serĉado de feliĉo, kiun nur la amsentoj povas al ni donaci, kiel la soneto, kiu gajnis la unuan premion (Ni marŝu kune). Multaj estas la poetoj, kiuj inspiriĝis el doloraj eventoj de nia tempo, kiel, ekzemple, la verkinto de Ni infanoj (tria premio), dezirante daŭran pacon en la mondo. Aliaj rifuĝis en la revon aŭ alkroĉiĝis al la memoro. La vorto kelkfoje priskribas, alifoje elvokas, sugestas kaj ĉiukaze ĉizas imagojn kiuj impresas emocie la leganton.
Kaj estos, ankaŭ ĉifoje, la poetoj kaj la legantoj el ĉiuj Kontinentoj sin senti idee proksimaj danke al la venka formulo de lingvo, kiu vehiklas la poezian arton kaj, kune, la mesaĝon de universala paco, en tiu ĉi tempo en kiu malsaĝo kaj terura perforto trairas la mondon, dissemante doloron kaj morton.

Anna Maria Crisafulli Sartori

Foglio Volante n°11 Anno XXXII Novembre 2017


Centenario di Zamenhof

Esattamente cento anni fa moriva a Varsavia, colpito da un infarto, Lazzaro L. Zamenhof.
Era il 14 aprile del 1917. Negli ultimi momenti della sua esistenza presenziarono al capezzale l’amata consorte Klara Silbernik e la figlia Lidja, che simpatizzava per la fede Baha’i.
I funerali si svolsero il giorno 16, partendo dalla sua abitazione di Via Krolewska 41. Quell’appartamento, che era alquanto spartano, non esiste più. L’edificio dove esso era situato venne infatti distrutto dai bombardamenti che, nel 1939, si abbatterono sulla città polacca. Così ha raccontato tempo addietro Louis C. Zaleski Zamenhof, nipote del Doktoro Esperanto. Il trasloco nella nuova abitazione, che si trovava davanti ad un parco alberato, avvenne a poco più di due anni di distanza dalla sua dipartita. Quegli alberi che vedeva dalle finestre e che tanta gioia gli procuravano non poté, quindi, goderseli tanto a lungo.
Il suo corpo lo tumularono nel grande cimitero ebraico di Via Okopowa, dove un rabbino formulò alcune rituali preghiere. Inizialmente nel luogo in cui venne sepolto era collocata una semplice lapide, dopo qualche anno questo punto subì però una radicale trasformazione.
La tomba come si presenta oggi risale al 1926 quando, in occasione del nono centenario della sua morte, sostituirono la vecchia lapide con un monumento ad opera dell’artista scozzese J. Coults. Al piede del granitico monumento, sovrastato da un simbolico globo terrestre, vi è una piccola aiuola sempre ben fiorita a cui fa seguito, in posizione scoscesa, una grossa stella verde ivi racchiudente la E centrale del nome Esperanto. Subito a fianco del declivio, caratterizzante l’artistica tomba, si incontra una piccola gradinata di passaggio verso uno dei tanti vialetti dello storico cimitero.
In una delle due diciture - stavolta scritte in esperanto - riportate sul monumento si ricorda (a latere) che tale opera fu eretta grazie al magnanimo contributo degli esperantisti di tutto il mondo. Ai funerali parteciparono, oltre ovviamente ai familiari, pure diversi amici e tantissimi samideani (le cronache di allora parlano di circa centocinquanta persone), tra questi era presente anche Antoni Grabowski, un chimico e, appunto, uno stimato samideano che era stato in diretto contatto con Zamenhof.
Nell’improntare un ossequiante discorso in suo ricordo, esso, lo volle perciò fare proprio in quella stessa lingua che il caro collega aveva ideato e tanto sostenuto. Il breve discorso si concluse così: “Dopo le pene della vita riposate quietamente, la terra sia per voi leggera!”. In quel giorno di metà aprile se ne era andato per sempre, a soli cinquantasette anni, un vero e fraterno amico dell’intera collettività mondiale.

Luciano Masolini


Dolori

Terza età, non mancano i dolori.
Mi fermo, guardo il cielo
per scorgervi una speranza.
Una voce mi dice
che i ponti non sono sicuri
e potrebbero crollare...
Allora, guardo il mare
e la voce delle onde
mi dice di accettare anche il male.

Amerigo Iannacone


“Quando il foglio volava…”
(Alla memoria di Amerigo Iannacone)

Ti ho sempre immaginato pensoso
fra le tante parole clandestine
e le carte degli altri sul tavolo
di un impegnato editore,
a correggere le emozioni
e gli stati d’animo espressi in poesie.
Eppure non ci siamo mai conosciuti
purtroppo, in questo mondo a rovescio
le persone buone fanno fatica
a rimirarsi negli occhi,
perché c’è troppa caligine nei giorni
che trascorriamo di fretta.
Ci vorrebbe la musica
di un oboe d’amore
per farci dimenticare chi siamo;
oppure una dissolvenza incrociata
in cui far ricominciare la sequenza
di un’altra nostra esistenza
laddove non ci saranno più né l’Arno,
né il Tamigi. Se puoi Amerigo
mandami la bozza della mia
autobiografia che solo tu
hai compreso bene, l’hai corretta
prima che lo facessi io
e sicuramente la manderai in stampa
dall’otto settembre al sedici luglio.
Telefonami e fammi sapere
quando terminerà questa eterna
metamorfosi, la tua voce
greve sarà come sabbia
sulle mie palpebre chiuse
che aspettano di svelare agli occhi
le bellezze dei tuoi luoghi sconosciuti,
così ci ricorderemo con gioia
di quando insieme andammo
a zonzo nel tempo che fu!

Isabella Michela Affinito


Doppio colpo in Molise per il poeta pontino Giuseppe Napolitano, abbastanza noto peraltro alle cronache letterarie della regione per le sue numerose presenze in occasione di incontri culturali da Agnone a Termoli, da Isernia a Campobasso.
Proprio qui di recente ha presentato l'ultimo lavoro storico di Antonio Masi, “La forza dell'utopia”, dedicato alla Guerra di Spagna. A Termoli ha partecipato all'annuale raduno dei “poeti extravaganti”, intitolato quest'anno alla memoria del compianto poeta Amerigo Iannacone, fondatore delle Edizioni Eva e del mensile “Il Foglio volante”.
Stavolta dunque Giuseppe Napolitano si presenta in terra molisana con due suoi lavori di poesia, pubblicati da editori locali: “Grammatica interiore” (Volturnia Edizioni, Cerro al Volturno) e “Dialoghi” (Edizioni Eva, Venafro).
Si tratta di due libri di traduzioni: il primo accoglie 22 poesie di Napolitano, una antologia rappresentativa del suo fare poesia, tradotte in inglese da Jason R. Forbus (poeta di origini irlandesi) e in cinese dal poeta di Taiwan Kuei-shien Lee; il secondo libro vede invece all'opera il Napolitano a sua volta traduttore: “Dialoghi” – pubblicato nella collana “la stanza del poeta” da lui stesso diretta – raccoglie infatti poesie di sedici autori di tutto il mondo, dall'Argentina a Israele, dalla Francia alla Bosnia, dalla Spagna al Kosovo e all'Egitto...
L'appuntamento con la poesia internazionale è a Venafro, il prossimo sabato 14, alle 17:30. Nella Biblioteca comunale “De Bellis – Pilla” i due libri del poeta Napolitano saranno presentati da Marcello Carlino, già professore a “La Sapienza” di Roma, e Ida Di Ianni, direttrice editoriale della Volturnia. Condurrà la manifestazione il critico Francesco Giampietri, mentre il giovane chitarrista Aldo Mascio offrirà un intermezzo musicale.

     

locandina presentazione Dialoghi e Grammatica interiore

Foglio Volante n°10 Anno XXXII Ottobre 2017


Un pensiero per un amico

Era a fine anni ’80, poco dopo la pubblicazione del mio primo libro, che conobbi Amerigo Iannacone. Come tanti alle prime armi, cercavo nuovi contatti. Trovai in biblioteca un catalogo delle riviste in Italia (a quei tempi non esisteva internet, e tanto meno riviste telematiche) e scrissi a tante di quelle che facevano letteratura. Amerigo Iannacone mi rispose per primo. E fu tra i pochissimi che mi risposero! Probabilmente capì la mia inesperienza e la mia emozione, e fu così gentile nella sua risposta da offrirmi anche la sua disponibilità a pubblicare qualcosa sul “Foglio Volante”.
Iniziò così la mia collaborazione alla rivista, di cui apprezzai subito la snellezza, la chiarezza, l’impostazione internazionalista ed equilibratamente progressista. Ricordiamo tutti noi i tumultuosi anni Novanta, i blocchi politici contrapposti muro contro muro, il cosiddetto nuovo che avanza. Amerigo riusciva sempre a trovare la parola giusta e, come le vere persone di cultura, a capire nanche le ragioni degli altri, a tentare una mediazione pur nella obiettività diversità di ruoli ed opinioni. Non era facile a quei tempi. Da allora ho pubblicato, non regolarmente, racconti brevissimi, poesie, lettere. E, quasi senza neanche accorgercene, semplicemente, siamo arrivati fino a oggi.
Alcune delle sue battaglie meritano di essere ricordate, contro la barbarie di una sottocultura dilagante, perché, come diceva Nanni Moretti ne La palombella rossa, “Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!” Qui c’è tutta la passione per la nostra lingua italiana, per l’uso fiero e consapevole dell’italiano, per difendere il nostro bel parlare dalle più stupide derive anglicizzanti. Difesa della lingua non come retaggio di un’idea di retroguardia, ma perché dal pessimo uso delle parole e dalla resa stupida ed incondizionata al conformismo si possa produrre una reazione in grado di valorizzare un ricchissimo ed autonomo patrimonio culturale: difesa da una globalizzante mercificante e impoverente. Innumerevoli i suoi interventi tendenti a stigmatizzare e talvolta anche a ridicolizzare gli usi abnormi dell’inglese, in base ai quali una parola banale in italiano diventa intelligente in inglese; o un concetto stupido italiano diventa furbo in inglese; o un prodotto italiano scadente diventa ottimo in inglese, com’è per i mediocri film che mantengono il titolo inglese e non vengono tradotti (per fortuna, altrimenti già se ne capirebbe l’insulsaggine).
Potremmo dire ancora tante altre cose, in particolare sul suo amore per l’esperanto e sulla sua visione universalistica e non particolaristica della cultura. Potremmo anche dire molte cose sull’area tra Roma e Napoli su cui ha operato, con interesse da studioso, da storico, da uomo fortemente legato al territorio. Ma confido che altri possano trattare questi temi a parte, molto meglio di me e con gran dovizia di informazioni di prima mano. Amerigo, persona decisa ma sempre rispettosa, e mai superficiale, diventò sempre più negli anni un infaticabile operatore culturale, specie quando, raggiunta l’età della pensione, la casa editrice Eva conobbe uno slancio irresistibile con l’ampliarsi delle collane, l’arricchimento scientifico e qualitativo, le infinite presentazioni dei libri editi. La casa editrice Eva, già ampiamente presente nell’universo culturale italiano - e non solo strettamente letterario! - è diventata un punto di riferimento importante in Italia, il cui catalogo desta una grande vivissima ammirazione per tutti coloro che operano nel mercato o che semplicemente amano la cultura tout court, senza preconcetti, senza schemi rigidi.
Di vista sono stato con Amerigo una volta sola, purtroppo, e me ne pento. In quell’occasione, con mia moglie, conobbi Maria Grazia, moglie vivace, attenta e insostituibile alter ego anche per le attività culturali, e Chiara, preziosa giovane collaboratrice della casa editrice, da cui poi, dolorosamente, è piombata a tutti per mail la tristissima notizia. Ricorderemo sempre, mia moglie ed io, l’eccezionale carica di cordialità e simpatia che emanava dalla persona, il clima di sincera e duratura amicizia, il delizioso pranzo che ci offrì e che avremmo voluto ricambiare a Firenze, la nostra città, il pomeriggio passato a Venafro a contemplare le bellezze del paese, l’invito a ritornarci in estate.
Sono trascorsi neanche tre anni, e qualche volta ci è capitato di transitare in prossimità di Venafro, giù per l’autostrada per Salerno o al mare opposto verso Termoli. Il tempo stretto, la necessità di arrivare a destinazione all’ora prevista ci hanno, ingiustamente e crudelmente, impedito di ripassare per Via Nunziata Lunga 29. Amerigo mi aveva chiesto, quel giorno quasi piovigginoso del nostro incontro, di mandargli un racconto, una poesia. Io stavo concludendo quel periodo della mia vita, durato 40 anni, in cui avevo scritto un’infinità di testi letterari. Avevo deciso di imprimere una svolta alla mia esistenza, semplicemente pubblicando tutte le mie opere e poi passando a fare altro. E così non potetti inviare niente ad Amerigo. Non avrei pensato di scrivere qualcosa proprio per quest’occasione. Dimenticavo: ci salutammo il 5 dicembre 2014, erano circa le quattro del pomeriggio, un sole opaco stava per tramontare, eravamo lieti.

Paolo Ragni


Nei sogni mi appari

Nei sogni mi appari spesse volte
con la tua paterna e tranquilla presenza.
Ti parlo,
espongo il mio pensiero su alcune cose,
tu rispondi affermativamente,
come condividessi le mie idee.
Ma è così vivida la tua presenza
che un presentimento emerge dal mio animo:
cosa mi rende triste se tu sei qui?
Allora provo a sfiorarti
e la mia mano si perde nel vuoto.
Improvvisamente il sogno diventa sogno.
La realtà del sogno è un sogno nella realtà.

27 agosto 2017
Renzo Iannacone


Stress

Stress
Il giardino senza fiori
la luna rossa
gli occhi spalancati
al vuoto del mondo.
La statua della Libertà
immortalata in fotografia.
La mia mente si sfalda
tentando di rimuovere
quello che fu vissuto.

Teresinka Pereira - Brasile
(Traduzione di Giuseppe Napolitano)


Sarà presentato giovedì 28 settembre prossimo, alle ore 17,30 a Campobasso, Sala Consiliare (Piazza Vittorio Emanuele II n. 29), il nuovo libro dell’autore Venafrano Antonio Masi dal titolo “La Forza dell’utopia” (Edizioni Eva, Venafro 2017, Collana “Il Cormorano” n.53 pp. 130, € 15,00, ISBN 978-88-94866-11-7).
L’evento è patrocinato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani di Italia) Sezione Martiri Niguardesi e Sezione Molise, dal Comune di Campobasso e dal Comune di Venafro.
Parleranno del libro la scrittrice Ida di Ianni e il poeta Giuseppe Napolitano.
Concluderà l’evento Roberto Cenati (Presidente ANPI Milano, sezione Martiri Niguardesi).
Moderatrice Eva Iannacone, figlia dell’editore recentemente scomparso Amerigo Iannacone.
Un’occasione per il pubblico per condividere ricordi storici e sentimenti forti.
Un appuntamento da non perdere.

     

locandina presentazione La forza dell'utopia

«Nel libro dedicato alla Guerra Civile Spagnola di cui ricorre l’ottantesimo anniversario» scrive Roberto Cenati nella prefazione «Antonio Masi dedica un’attenta analisi alla realtà economica e sociale di Niguarda di fine Ottocento. Dalle rivolte contadine contro conti e marchesi per una migliore divisione dei prodotti, alle trasformazioni del quartiere, alle prime lotte nelle fabbriche, all’esigenza di nuove abitazioni, alla nascita del movimento cooperativo di consumo, al coinvolgimento di Niguarda nelle tragiche vicende dell’avvento del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Ma il cuore della ricerca è costituito dalla ricostruzione della partecipazione dei volontari niguardesi alla guerra contro i falangisti, per una Spagna popolare e democratica. Masi, con un prezioso lavoro d’archivio ci parla delle vicende dei niguardesi Giosuè Elli, Mario Sangiorgio, Ettore Grassi, Alfredo Terragni, Aniceto Pagani che, spinti dalla forza dell’utopia raggiungono la Spagna».

Nella postfazione Ida Di Ianni scrive:
«Questa postfazione, che doveva recare la firma del caro Amerigo Iannacone, scrivo per affetto di Antonio Masi che – in tema di utopie – potrebbe continuare a scrivere pagine, oltre a quelle condensate in questo volume, dall’alto del suo comportamento adamantino, che sempre ha visto combaciare il dire e il fare, l’essere ed il continuare ad essere, a fronte del tempo e di ogni suo inevitabile mutamento: mutate infatti le ideologie, confuse quasi in un mare di pluralità che sembra poi alla fine confluire nella sola direzione dell’utilitarismo di pochi ed eletti; trasformatisi del tutto i comportamenti e traviati completamente i valori etici sottesi ad un vivere ormai planetario, in un rapporto interdipendente tra le civiltà del mondo e le loro costanti contraddizioni, Antonio Masi non ha mai demorso, mai si è lasciato incantare dalle false sirene della modernità».
[....] «Quante “estati” calde ha dunque vissuto chi, come l’utopista, si è impegnato nell’elaborare mondi migliori e possibili, perché – dice Masi – “l’utopista è un ottimista”, crede – come Masi crede – nella lotta senza resa per “portare a buon fine la verità”. Del Masi utopista proprio Amerigo Iannacone ha scritto: “La scrittura di Masi non è quella distaccata del cronista e dello storico, ma è quella del testimone, diretto o per interposta persona, comunque sempre partecipe e tesa a dare un contributo per il riscatto sociale delle classi più deboli”.
Un guerriero mai stanco – nelle parole e nei fatti e nell’analisi del reale nelle sue matrici storiche – come noi lo conosciamo; “uno degli ultimi eredi (se non proprio l’ultimo) di quel massimalismo rosso che si ritenne (a torto) chiuso con la segreteria Longo del Partito Comunista Italiano”, nelle parole di Aldo Cervo; una persona amabilissima e sensibile che non ha mai smesso di credere
e di professare le proprie convinzioni, nonostante i tanti crolli delle ideologie e le malinconie che pure la vita gli ha riservato (emigrato dalla propria terra con la lontananza trafitta nel cuore e fissata nelle pagine di sue opere a carattere memoriale)».

Foglio Volante n°9 Anno XXXII Settembre 2017


Ricordo di Amerigo

La notizia dell’improvvisa e recente scomparsa di Amerigo Iannacone mi è giunta per caso, con qualche giorno di ritardo, nella città in cui vivo da cinquant’anni sebbene io sia nato e vissuto in Molise nei primi trenta. Senza esagerazione, sono rimasto stravolto per l’annuncio visto che conoscevo l’amico e collega di lavoro – essendo entrambi insegnanti – da più di vent’anni.
Non solo, egli è stato per due decenni uno dei miei editori principali pubblicandomi ben quattordici volumetti, ad iniziare dal primo da me intitolato Bilancio su Kant e Pirandello (1996), all’ultimo, Pirandello ottant’anni dopo, esattamente nel mese di aprile di quest’anno nel bel formato che contraddistingue la stampa delle ’Edizioni Eva’ di Venafro, sua città di nascita.
Io e Amerigo ci sentivamo, spesso telefonicamente, segno della nostra lunga, sincera e disinteressata e molisana amicizia; proprio una quindicina di giorni fa ci siamo scritti via internet e nell’ultimo suo messaggio egli mi ha pregato di rinnovare l’abbonamento a ‘Il Foglio Volante’, la rivista letteraria da lui diretta da tempo, con tale aggiunta: “per farlo vivere ancora”. Essendo un vecchio abbonato ho immediatamente provveduto al rinnovo della ‘Flugfolio’, come suona la traduzione del mensile in esperanto, lingua di cui egli era non soltanto esperto, ma anche autore di molti scritti che costituiscono un patrimonio imprescindibile per chi ama e si esprime in tale lingua artificiale inventata per i rapporti internazionali.
Di tale ‘Mensile letterario e di cultura varia’ (Monata literatura kaj kultura gazeto) sono stato a lungo collaboratore perché, pur nelle sue limitate dimensioni, ha rappresentato – e mi auguro rappresenterà ancora – uno strumento imprescindibile per chi voglia conferire alla moderna espressione creata dal medico polacco L.L. Zamenhof (1859-1917) quel valore di semplicità nella fonetica, nella sintassi e nel lessico.
Tornando a Iannacone editore, devo rilevare che di recente egli mi ha inviato la sua ultima fatica, C’ero anch’io, una autobiografia o quasi, intorno alla quale hanno scritto Aldo Cervo nella ‘Prefazione’, Giuseppe Napolitano in copertina e l’Autore medesimo, in una breve Nota. Il primo: “L’autobiografia di Amerigo Iannacone è il racconto della vicenda umana, e della avventura culturale e artistica di un molisano che – fatta salva la parentesi del servizio militare – non ha quasi mai lasciato la terra che l’accolse infante per più di qualche settimana”. Il secondo: “Rimanendo al di qua dello specchio (…) Amerigo Iannacone non è mai andato a sbattere nello specchio rischiando di romperlo, magari per vedere di là cosa ci fosse, o chi rischiasse di incontrare”. Il terzo: “Ero in dubbio (e un po’ lo sono ancora) se era il caso, se valeva la pena di dare alle stampe un’autobiografia (…). Scrivendo, mi sono reso conto che molti ricordi erano confusi, incompleti, lacunosi e spesso non facilmente ricollocabili in data più o meno certa. Ho fatto del mio meglio”.
La produzione libraria di Amerigo Iannacone è molto vasta, come sanno gli addetti ai lavori, e spazia un po’ in tutti i campi del sapere letterario come dimostrano le interviste presenti nell’ultimo libro, vista anche la sua predilezione per l’esperanto che trova d’accordo molti suoi amici e conoscenti, compreso lo scrivente, i quali, giustamente, non accettano la prevalenza, come idioma internazionale, né dell’inglese, né di altre locuzioni.
E, infatti, nell’intervista a Fulvio Castellani presente nel menzionato suo ultimo volume, alla domanda di quest’ultimo circa la diffusione dell’esperanto come manifestazione universale, il nostro amico così ha risposto: “Purtroppo le grandi masse vengono condizionate non dalle idee, ma dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode oltre ad essere in un modo o nell’altro dominate e sopraffatte (quasi sempre senza che se ne rendano conto) dal potere economico”.
Devo, al riguardo, anche rilevare che il mio citato e recente saggio su Pirandello, porta la Prefazione – e ne sono orgoglioso – proprio del caro e conterraneo amico Amerigo il quale, ad un certo punto, ha scritto che “nei diciotto capitoli di questo nuovo libro, Di Stefano analizza sedici aspetti della personalità del grande siciliano, alcuni dei quali poco noti al grosso pubblico, come ‘Pirandello pittore’, cui è dedicato l’ultimo capitolo”.
Naturalmente, il poeta e scrittore di Venafro non dimentica di osservare, da una parte, che Pirandello resta “uno dei più eminenti autori (narratore, drammaturgo, saggista e quant’altro) non solo italiani, ma europei e anche extraeuropei”, bensì pure che il grande Agrigentino è stato tradotto in esperanto – dopo il Convegno del 2012 a Mazara del Vallo – nel volume Luigi Pirandello kaj aliaj siciliaj autoroj (Luigi Pirandello ed altri autori siciliani), Ed. Fei, Milano.
“Si tratta – conclude Amerigo Iannacone – di una ponderosa antologia, curata da Carlo Minnaja che accoglie sedici autori, poeti e scrittori, a ognuno dei quali è dedicata, dopo una scheda bio-bibliografica, una scelta di testi, tradotti in esperanto”. In un’intervista concessa, infine, a Valentina Derme – sempre presente nel volume autobiografico citato – l’amico Amerigo ha, altresì, risposto alla domanda relativa alle difficoltà incontrate dai lettori, oggi in Italia, nei seguenti termini. “C’è oggi una società superficiale e distratta da un eccesso di mezzi a disposizione (televisione, Internet, telefonini, radio, ecc.) e forse troppo opulenta per dedicarsi al piacere della lettura (…). La lettura è un piacere, ma perché lo diventi deve superare una fase iniziale, che è faticosa (…); non è un caso che l’analfabetismo sia in aumento”.
Nell’accomiatarmi dall’amico, lo saluto sicuro che egli vive in una dimensione di eterna pace e di perenne felicità extra-temporale.

Lino Di Stefano


Inedita

Se desse retta
al razionale calcolo degli anni
dovrebbe abbandonare ogni progetto
e vivere alla giornata.

Ma la sua agenda mentale
è zeppa di eventi luminosi.
Sì, lo sa: quando sarà.
Ma intanto la sua vita è vita.

9.7.2017
Amerigo Iannacone


Il rossetto

Questa mattina vado
al bar per bermi il solito caffè.
Seduta davanti a me
Helen si mette il rossetto
e sinceramente lo confesso
tremo tutto al suo cospetto.
Tutta colpa del rossetto!

Mariano Coreno (Australia)


  • Autore
  • Antonia Izzi Rufo
  • Titolo
  • Oltre le stelle
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-09-4


Quando Saba (Umberto, uno dei veri grandi del Novecento), ormai un abbondante secolo fa, dichiarò che ai poeti rimaneva da scrivere “la poesia onesta”, sfondava una porta aperta ma fece un buco nell’acqua. Tempo ne è passato, e di poeti onesti in giro se ne vedono sempre pochi, tanti invece essendo quelli che ancora insistono a cincischiare con le parole improbabili sperimentazioni. Ai suoi tempi, Saba ce l’aveva con i piagnistei dei crepuscolari e gli strilli dei futuristi – oggi chissà con chi se la dovrebbe prendere, lui che faceva sempre “ogni anno un passo avanti e il mondo dieci indietro”.
L’attaccamento alla vita, la poesia della vita, la passione per la scrittura: c’è tutto questo in un libro di Antonia Izzi Rufo, la vecchia maestra che non ha mai dimenticato di esserlo stata, che anzi lo è rimasta sempre, poiché il dono dell’insegnamento non si annulla, se è vissuto con passione per la vita – se si alimenta nella poesia. Onestamente. Insegnare è darsi, non solo comunicare, e darsi in tutta onestà, senza imbrogliare gli allievi, ai quali anzi bisogna offrire un modello di comportamento improntato alla serietà, al decoro formale, alla semplicità scevra da inutili orpelli.
Nella raccolta poetica Oltre le stelle che Antonia Izzi Rufo dedica al nipotino Lucio jr. c’è dunque la sua dedizione di maestra e la sua onestà intellettuale. C’è lo slancio degli affetti familiari filtrato nella pratica della scrittura che le è congeniale. Nonna Antonia parla al piccolo Lucio come ad un bambino di scuola al quale dare slancio per la vita: crescerai e ricorderai di essere stato un bimbo… e ne sarai grato a tutti coloro che ti hanno voluto bene, aiutandoti nel cammino periglioso della vita.
Se ad un primo livello di lettura Oltre le stelle appare disuguale nell’intensità espressiva, è dovuto appunto al variare dei moti d’animo (per nulla però esibiti, né sdolcinati – e il rischio è forte – ma espressione di profondi sentimenti) che vengono suscitati dall’incontro con la nuova vita che cresce e si manifesta nel piccolo Lucio. Nonostante l’esiguità della raccolta, appena venti poesie, questo piccolo libro è tuttavia denso di umori vitali, è impastato della buona farina di una volta, quella che faceva di ogni creatura una briciola necessaria dell’universo.
Sei di tutti, parte dell’umanità, dice la nonna al nipotino (ma – aggiunge compiaciuta – pure “un po’ mio… non solo di mamma e papà”), come se volesse avvertirlo, rendendogli subito nota la sua missione, che dovrà mettersi al servizio del mondo e rimanere comunque se stesso: sarà uomo se avrà riconosciuto in sé il seme da cui è generato e pronto a nuovi semi da generare. Nel ciclo ineluttabile della natura, è la poesia che ci fa scoprire chi siamo e cosa dobbiamo fare a questo mondo. Perché fa volare in alto, oltre le stelle... non come quando sarà quel momento, l’ultimo, ma ogni volta che si potrà avvertire un non so che di celestiale, magari abbracciando un bambino che ci sorride.
...e l’anima mia, da pensieri libera ed ambasce,
si riempie di te, d’amore trabocca, per te.

Promessa di poeta: alla maniera del Pascoli più nobile, quello che sa commuoversi senza eccedere, quello che sa come controllare i sentimenti (anche nonna Antonia lo dice: “prometto di celare il mio sentire”), al bimbo che appena comincia a crescere si augura di poter conservare in sé il richiamo della Poesia, anzi di “fata Poesia”, la capacità cioè di farsi uomo conservando lo stupore del fanciullo, e custodire e saper sempre ritrovare la freschezza di allora:
ogni volta
che fata Poesia
raggi di luce lancerà
nell’anima tua.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Giuseppe Napolitano
  • Titolo
  • Dialoghi
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 96
  • Anno
  • 2017
  • Prezzo
  • € 8,00
  • Isbn
  • 978-88-94866-10-0


Educare al dialogo

Non voglio certo prendermi Francesco (il Papa) come sponsor – anche se sarebbe un bel colpo! –, ma il suo discorso sull’importanza del dialogo (ripreso peraltro dal filosofo Bauman poco prima di morire) lo sento molto congeniale. Ho passato la vita, posso dirlo, a dialogare, a cercare contatti, a promuovere incontri. L’ho fatto a scuola e lo faccio sempre nell’esercizio letterario: credo profondamente che la poesia abbia il compito, almeno tra i suoi compiti il più importante, di educare al dialogo – perché leggiamo poesie? Perché “ci serve” (direbbe il povero Troisi “postino”), perché ci aiuta a trovare “compagni al duolo” (direbbe il padre Dante): insomma, se abbiamo bisogno di aiuto, di un po’ di compagnia, di esempio per un momento creativo, nella poesia sono le risposte a tanti nostri interrogativi, le chiavi per aprire porte che a lungo ci hanno resistito.
Anche tradurre poesia è dialogare – favorire il dialogo (e per quel che appena ho detto potrebbe sembrare una tautologia): il traduttore di poesia si impegna a dare voce, un’altra voce, a chi cerca di comunicare (ammesso appunto che il poeta sia uno che abbia voglia di parlare al prossimo): portando le sue parole in un’altra lingua, gli si dà una nuova occasione di dialogo, gli si schiudono nuovi orizzonti oltre il panorama quotidiano. Tradurre è tradere (consegnare) senza tradire. Tradurre è offrire visibilità, ascolto, proiettare un discorso su un piano diverso da quello di partenza, conservando il messaggio originale ma adattandone il codice espressivo, magari forzando appena la chiave linguistica, perché quel messaggio venga recepito elaborato vissuto.
Perciò Francesco sollecita “la cultura del dialogo”, vorrebbe addirittura che fosse “un asse trasversale” delle discipline scolastiche, per inculcare nei giovani “un modo diverso di risolvere i conflitti” (magari!)… è quello che ho cercato di insegnare per trent’anni, anzi più, a scuola, tenendo presente sempre la mia natura di poeta. E se traduco altri poeti, è perché la loro voce mi è parsa degna di avere ancora ascoltatori, lettori che potessero trarne lezioni di vita (ho cominciato dai classici, i greci e i latini, per passare ai contemporanei, ma solo quelli che conosco, ai quali chiedere spiegazioni se qualche verso mi risulta oscuro). Personalmente, la conoscenza diretta di tanti scrittori, la frequentazione di festival internazionali, la curiosità di conoscere comprendere condividere una poesia scritta in lingue diverse mi ha dato sempre la carica e la forza di lavorare perché da quella poesia potessi arrivare ad una migliore comprensione di altre culture – e questa possibilità ho voluto che fosse offerta anche a coloro che volessero avvicinarsi ad altre culture, almeno idealmente, leggendo poesia, leggendo i miei amici poeti.
La poesia è vita condivisa – la parola del poeta è frammento riconoscibile di un’esistenza altra che potrebbe essere la nostra. Perciò scriviamo e leggiamo poesia (bisognerebbe sempre leggere molto, prima di scrivere!): ci scambiamo sensazioni impressioni suggestioni – confrontiamo così gli alfabeti delle nostre anime: dialoghiamo. Quanta vita si può trovare nelle pagine di un libro! quanta vita altrui che diventa nostra, se le parole che la raccontano sanno come parlare alla nostra vita. Tradurre poesia è cercare in altre lingue l’umanità che conosciamo; prestare la mia voce ad un poeta di altra espressione lo aiuta a parlare come me, e attraverso le mie parole arriva a quelli che non conoscono la sua lingua (d’altronde, anche se la conoscessero, leggere una traduzione è comunque moltiplicare la comprensione di un testo).
Torniamo ancora ai giovani e al dialogo: leggere poesia, disporsi ad ascoltare un poeta lontano – nel tempo o nello spazio – favorisce in modo sensibile la formazione culturale di un individuo, se è capace di cogliere nella lettura la profondità del suo spirito, se cioè legge come guardandosi allo specchio, disposto a scoprire sé stesso nello spirito del poeta che gli parla. Magari davvero i giovani comprendessero che c’è “un modo diverso di risolvere i conflitti”, di là dalla violenta dinamica dei rapporti di forza (bullismo prevaricazione sopraffazione) ai quali sono abituati – loro e quelli che vedono intorno a loro; e c’è un modo di comunicare, che è privato e insieme universale, di là dalla sciatteria del sempre più banale cinguettare dei loro messaggini: ed è appunto la poesia, l’espressione alta di cose quotidiane fatte patrimonio comune. È il dialogo fatto con le parole organizzate secondo schemi e logiche – solo apparentemente difficili (è una maschera di circostanza) – da cui ciascuno può attingere, in cui ciascuno può riflettersi e scoprirsi diverso, a cui ciascuno può perfino sostituire un significato senza perdere il senso generale del discorso.
Ci sono, in questo piccolo libro che si intitola Dialoghi, pochi amici – pochi rispetto alle decine di poeti incontrati nei dieci anni delle mie frequentazioni internazionali (Francia, Spagna, Macedonia, Albania, Serbia, Bosnia, Kosovo, Tunisia, Marocco). Sono gli amici che per un motivo o un altro mi sono trovato a tradurre: curiosità soprattutto, spesso un libretto da preparare per qualche occasione, anche la semplice voglia di far conoscere un testo che mi era piaciuto. Lo dissi già tanti anni fa (lavorando con la poesia di John Deane): non sono un traduttore, ma se mi piace una cosa mi va di condividerla. Così un poeta lontano mi va di avvicinarlo ai miei amici, ai lettori delle mie cose, facendo appunto della sua poesia una mia cosa: la firma del traduttore (d’accordo con Carlos Vitale, il mio traduttore in spagnolo) impegna quest’ultimo come autore, nel senso della responsabilità verso il lettore.
Per fortuna, i sedici autori di queste nuove traduzioni (dopo le Traduzioni sparse, con cui avevo chiuso la prima serie della collana “la stanza del poeta”) sono anche amici, e mi hanno suggerito qualche spunto di interpretazione al fine di rendere meglio il passaggio linguistico: la mancanza del testo originale a fronte è segno di libertà, non trattandosi qui di versioni da studio, quanto di rivisitazione di testi che ho sentito vicini alla mia sensibilità, scegliendoli quindi per rappresentare insieme gli autori e la mia stessa maniera di intendere, e fare, poesia.
Richard Berengarten, inglese ma cittadino del Mediterraneo, già professore a Cambridge e pluritradotto, è uno dei tanti conosciuti a Tetovë durante il Festival “Ditët e Naimit”, organizzato da Shaip Emërllahu, che mi invita lì da quasi dieci anni e pure è presente in questa antologia. Adriana Hoyos, spagnola, Diti Ronen, israeliana (mia ospite a Gaeta), e Anna Rostokina, russa, le ho incontrate anche loro a Tetovë, come l’azero Kamram Azar Kamran (che vive esule in Norvegia) e il bosniaco Sabahudin Hadzialic (che mi ha invitato più volte a Sarajevo), l’argentino Ricardo Rubio, il kosovaro Ndue Ukaj e i taiwanesi Hsiu-chen Chen e Kuei-shien Lee (che mi ha tradotto in cinese 22 poesie, appena pubblicate in Grammatica interiore, Volturnia Edizioni – insieme alla versione inglese di J.R. Forbus). La kosovara Ilire Zajmi, conosciuta a Pejë, giornalista e traduttrice, ha tradotto in albanese il mio Dialogo alla luna. Con Georges Drano e sua moglie Nicole Drano Stamberg, operatori culturali francesi attivi a Frontignan-La Peyrade e in altre città dell’Hérault (Lodève, Sète, etc.), siamo amici da quasi vent’anni, nel corso dei quali più volte ci siamo incontrati, in Francia e in Italia: di entrambi, anche insieme a Irene, ho tradotto e pubblicato diversi piccoli libri. Daniel Leuwers, francese anche lui, è stato professore a Tours e inventore della collana dei livres pauvres: è presente in entrambe le edizioni della collana “la stanza del poeta”. Tra i pochi egiziani che conosco, Sharif al-Shafiey l’ho incontrato a Marrakech nel 2015.

Giuseppe Napolitano