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Foglio Volante n°12 Anno XXXI Dicembre 2016


Nel mondo delle scimmie

Nel mondo delle scimmie, quasi tutti gli scienziati sostenevano che la scimmia discende dall’uomo.
«Oh, mamma mia, — disse Paquita quando lo sentí per la prima volta — che brutti antenati che abbiamo. Ma allora anche noi un tempo avevamo solo due mani, e magari non sapevamo neppure salire sugli alberi!»
«Piú esattamente — spiegò Maquita, una scimmia scienziata che sapeva tutto — la scimmia e l’uomo hanno antenati comuni».
«Ma non è possibile! Per noi è un disonore, È davvero umiliante!»
«Ma è cosí. C’è stato un fumoso scienziato, pardon: un famoso scienziato, Darvin, che lo ha dimostrato scientificamente. Per la verità in principio si chiamava Dar Vino, e gli si addiceva pure, anche se in verità il vino piú che darlo se lo beveva lui. Poi si fece cambiare il nome prima in Darvino e poi per risparmiare una vocale solo in Darvin».
«Io non ci credo, — intervenne Daquita — che schifo: gli uomini tutti spelacchiati. Sono costretti a mettere della robaccia addosso per ripararsi dal freddo».
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«E poi devono andare a lavorare, non sono liberi come noi». Disse Baquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
«Devono studiare, devono andare a scuola». Disse Zaquita.
«Peggio per loro». Disse Maquita.
La cosa non piaceva a nessuno, ma era cosí e non ci si poteva fare nulla.
«Noi ovviamente siamo superiori, – disse Maquita – ma proprio per questo dobbiamo avere in alta considerazione tutti gli animali e anche gli uomini. Anzi direi soprattutto gli uomini, che con tutto quello che combinano con le loro testoline malate, rischiano l’estinzione.»
Maquita aveva una grande mente, era una grande scienziata ed era capace di trasmettere conoscenze ed emozioni. Continuò a parlare per più di due ore, spiegò scientificamente, citò dati, raccontò episodi, fu davvero convincente e a tratti commovente. E tutte le scimmie presenti ascoltarono, capirono, si convinsero. E quando Maquita tacque, scoppiò un caloroso applauso.
Da allora, anche Paquita, Daquita, Baquita, Zaquita e tutte le altre scimmie guardarono gli uomini con occhi diversi.

Amerigo Iannacone


Il tempo e il cibo

Cibo che non sfama
e tempo deludente divoriamo
nel frenetico scorrere
di giorni sempre uguali.

Lievita nei pensieri
l’insonne profilo allucinato
nello spessore di un tempo che indagava
i limiti del sogno e del miraggio.

Siamo manse anime vaganti
su tracciati di multipli affanni,
ombre insicure che rasentano muri
anch’essi feriti da sismici sussulti.

Un cosmo di vertigini attorno
e riducenti perimetri di vuoto
dove divampa il gelido respiro
di criminali indifferenze.

Non la natura soltanto è volano
sull’inflazione dei giorni che non fanno storia.
Siamo arterie pulsanti se ad altri destini
ci accostiamo con empatico slancio,
oltre le scaglie d’interessi implosi.

Roma, Novembre 2016
Rosa Amato


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

La K, una lettera invadente

È un po’ presuntuosetta la lettera K (che, per inciso, si chiama “Cappa” o “Kappa” e non “Kei”), perché la troviamo sempre piú spesso in posti che non le competono. È un po’ invadente. Da un po’ di anni infatti si vede sempre piú spesso scritto “kilometro” per “chilometro”, “kilogrammo” per “chilogrammo”, “kilocaloria” per “chilocaloria”, “kilohertz” per “chilohertz” e cosí via. Gli stessi vocabolari talvolta si sono adeguati e scrivono «kilo- vedi chilo-».
Se andate in un mercato, quasi sempre trovate scritto, per esempio, “patate: 1 euro al kilo”, con la K. E poi c’è il linguaggio informatico che ci fa scrivere “Kilobyte” e simili.
Per non parlare del linguaggio dei messaggini telefonici, dove “che” diventa “ke”, e “perché” diventa “xché”. Ma qui siamo al gergo giovanilese, di cui abbiamo già parlato e di cui magari riparleremo in altra occasione.

Foglio Volante n°11 Anno XXXI Novembre 2016


Poesia ed esperanto

In Italia, è cosa risaputa, si legge poco, si legge pochissimo, e negli ultimi anni le cose sono andate addirittura peggiorando. Fino a qualche anno fa capitava anche di vedere, in treno, in aereo, in tram, in pullman, qualcuno con un libro aperto. Oggi si vedono solo ragazzi (e per la verità non solo ragazzi) che tormentano ininterrottamente i telefonini con i loro giochi obnubilanti. Vedere una persona in spiaggia, sotto l’ombrellone, o nei giardini pubblici che sta leggendo un libro è cosa altamente improbabile.
Il livello culturale medio si abbassa sempre piú e siamo a quello che chiamano “analfabetismo di ritorno”. Complice la televisione che nei canali principali e negli orari di maggiore ascolto, trasmette solo programmi demenziali. La lingua corrente diventa sempre piú piatta, ben lontana da quella della tradizione letteraria, dei poeti e degli scrittori. E spesso gli stessi scrittori si adeguano alla lingua piatta della massa.
Il mercato librario è in decrescita. È vero che il numero dei libri che si stampano è piuttosto alto, ma le tirature sono sempre piú basse. Se fino a pochi anni fa le tirature minime, anche di un autore sconosciuto al primo libro, erano di 500-1000 copie, oggi si tirano 100-200 copie e spesso anche meno. C’è la crisi economica? Certo. Ma la crisi economica è effetto di una piú grave crisi: la crisi morale. La crisi economica è partita, come è noto, dai giochi sporchi di alcuni banchieri.
Da qualche decennio c’è stata nell’uomo una sorta di “mutazione antropologica”, che ha abbassato il senso dell’etica e della morale, per cui si parla di “relativismo etico”, dove non esistono valori morali assoluti ma sono variabili in funzione dei mutamenti sociali, politici ed economici che si verificano nella società, ma anche in rapporto alla convenienza e agli interessi personali.
Perché le cose cambino deve cambiare l’uomo. Certo non è cosa da nulla, Ma non bisogna demordere. Perché si possa sperare di cambiare l’uomo, bisogna parlare alla sua sensibilità. E questo è il ruolo della cultura, e soprattutto dell’arte, di tutte le arti, e della poesia in particolare.
La poesia è qualcosa di insostituibile per la formazione dell’individuo, per toccare la sua sensibilità.
E l’esperanto che c’entra? L’esperanto è solo una lingua, penserete. Sia pure una lingua molto bella e particolarmente facile da imparare.
È vero, è una lingua, ma per come è nata e per come vive, è inevitabile che ci sia in essa quella che gli esperantisti chiamano interna ideo. Cioè un’idea in qualche modo insita ed è quella che vorrebbe l’affratellamento di tutti i popoli, di tutte le nazioni.
Tutti gli esperantisti possono vantare amicizie soprannazionali. Quello che si chiama Esperantujo, il Paese dell’Esperanto, non ha confini geografici ma è diffuso in tutto il mondo, nei cinque continenti e ha radici nei cuori degli esperantisti.
Poesia ed esperanto in fondo sono cose non molto distanti e non è una caso che l’iniziatore dell’esperanto, il russo Ludwik Lejzer Zamenhof, oltre che uno studioso di lingue, anzi direi prima che uno studioso di lingue, fosse un poeta.

Amerigo Iannacone

Stralcio della relazione tenuta a Sant’Angelo di Brolo (Messina) il 18 ottobre, in occasione della premiazione del Concorso “Poesia da tutti i cieli / Poezio el ĉiuj ĉieloj”.


Desiderio

Là nella strada,
al freddo di novembre,
guardo i piedi di anonimo ragazzo
scuro di pelle e li intravedo nudi
dentro sandali stanchi, da strapazzo.
È fermo, affascinato, a una vetrina
che propone il conforto del cammino:
scarpe costose, belle, raffinate,
già pronte per il gelo ormai vicino.
Sospira. Poi affonda nelle tasche
le mani, dentro un vuoto desolato,
e se ne va con il desío d’estate
sognando, forse, scarpe a buon mercato.

Lucia Barbagallo


VERSETTI E VERSACCI
di Bastiano

Avanzamento sociale

Prima era uno scopino
poi diventò spazzino
e quindi netturbino.
Oggi, com’è logico,
può vantarsi di essere
operatore ecologico.

Foglio Volante n°10 Anno XXXI Ottobre 2016


Il degrado del linguaggio tra volgarità e ipocrisia

Il degrado morale si misura anche dalla volgarità del linguaggio. Il cinema e la televisione e soprattutto il cinema in televisione, hanno sdoganato quella volgarità di linguaggio che una volta – neppure molti anni fa – assolutamente non si concepiva o al massimo si poteva sentire magari nelle bettolacce di terz’ordine. E nemmeno cosí disinvoltamente e spudoratamente come il linguaggio che oggi ci porta in casa a tutte le ore la televisione.
C’è qualcuno che si è preso la briga di contare i fuck e derivati, presenti nei film che ci arrivano da oltreoceano. I primi in classifica: in The Wolf of Wall Street, film di Martin Scorsese del 2013 se ne incontrano 569; 435 in Summer of Sam di Spike Lee, del 1999; 428 in Nil by Mouth, di Gary Oldman, del 1998; 422 in Casinò, ancora di Scorsese del 1995; e cosí via.
Se si aggiungono altre parole come shit e bitch e altre scurrilità come i nomi volgari degli organi sessuali, in The Wolf of Wall Street arriviamo a 687, vale a dire – visto che il film dura quasi tre ore – 3,8 al minuto. In Swearnet: The Movie, film canadese di Warren P. Sonoda del 2014, si contano 935 volgarità. Poiché il film dura un’ora e 52 minuti, possiamo calcolare una media di 8,35 parolacce al minuto, una ogni 7,18 secondi: una bella media.
Non ne sono esenti neppure i cartoni animati: è uscito lo scorso agosto il film di animazione Sausage Party, la cui prima parola è shit. Seguono una sfilza di parolacce. In pericolo il primato per i film di animazione di Suth Park, del 1989, in cui si contano 399 parolacce.
Per non parlare dalla produzione italiana, che non è certo da meno. Abbiamo imparato a importare dalle Americhe tutte (e solo) le cose peggiori. Certo che negli Stati Uniti ci sono anche cose buone, ma noi quelle gliele lasciamo.
I film italiani – direi grosso modo a partire dagli anni novanta del secolo scorso – sono infarciti di volgarità che qui non è necessario le ripeta: basta andare a cinema, per un film qualsiasi, o accendere la televisione. Non sono molte le eccezioni. In particolare per i film comici. Parrebbe che senza volgarità non ci sia comicità. Eppure in tutta la vasta filmografia (100 pellicole) del piú grande attore comico di tutti i tempi, vale a dire Totò, non ci sono mai volgarità. Una sola parola un po’ sopra le righe, si trova nel film I due colonnelli, in cui, all’ufficiale tedesco che gli urla: «Io ho carta bianche!» risponde «E ci si pulisca...».
Non hanno avuto bisogno di usare parole volgari altri grandi comici, come Massimo Troisi, Franchi e Ingrassia, Peppino De Filippo, Walter Chiari, eccetera. O, andando in campo internazionale, Stanlio e Ollio. Charlot, Jerry Lewis, Peter Sellers avevano forse bisogno di volgarità per far ridere?
La cosa curiosa è come questa moda delle parolacce, progredisca parallelamente all’altra moda ipocrita e ridicola del cosiddetto “politicamente corretto” (che poi vorrebbe significare “eticamente” corretto: la politica non c’entra per nulla). Cioè si può usare, come abbiamo visto, una parolaccia ogni sette secondi, ma non si possono usare parole come “sordo”, “cieco” e nemmeno si può dire di un alunno “respinto”, perché sono ritenute parole offensive.
Certo che è strano questo nostro mondo!

Amerigo Iannacone


Nancy

Nancy, la mia gattina
(la notte dorme al piano
sotto di noi, che siamo
un po’ la sua famiglia)
aspetta ogni mattina
che io scenda per farla uscire.
Se non muore lei prima,
un giorno non mi vedrà
piú scendere. Ma non smetterà
per questo di ritenermi
– tale e quale
ritiene se stessa – immortale.

Coreno Ausonio, 19/07/2016
Tommaso Lisi


Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Inglese pigliatutto

Mi era già capitato di sentire parole latine come junior, medium, media, Venus, lette come fossero inglesi: “giunior”, “midium”, “midia”, “Vines”, e anche di vedere scritto – purtroppo da un’azienda produttrice – “albums” con un plurale all’inglese di una parola latina. Le ultime le ho sentite di recente: plus e minus che diventano nella pronuncia “plas” e “mainus”.
Ma anche parole di altre lingue, cosí, per esempio, la parola tedesca Reich pronunciata “reic’”, o la parola spagnola golpe, pronunciata senza la vocale finale, come fossero parole inglesi, perché se non è italiano, vuol dire che è inglese. Come dire : l’inglese pigliatutto.

Foglio Volante n°9 Anno XXXI Settembre 2016


Le disavventure della bellezza

È appena uscito per le Edizioni Eva la raccolta di poesie Le finte allegorie (Ed. Eva, Venafro 2016, pp. 120, €15,00. ISBN 978-88-97930-83-9. Ne riportiamo la prefazione di Giuseppe Napolitano.

...tre leggeri segni
che non vogliono dire nulla. E indica
come si può giocarci il proprio tempo
e ragione, e meglio ancora il nulla.

Ricordo che, da ragazzo, mi impressionò un quadro – non so più in quale libro lo avessi – dal titolo che mi parve stranamente inquietante: “Susanna e i vecchioni” (o qualcosa del genere). Mi chiedevo, riguardandolo, perché mai dovessero proprio i vecchi rimanere tanto abbagliati dalla nuda bellezza di quella figura femminile, la quale del resto pareva ritratta in una radiosa indifferenza. In quel tempo, peraltro, alla bellezza del corpo muliebre avevo dedicato una lirica, “Poesia della carne”, ispirata da un “nudo” del pittore Antonio Sicurezza: “corpo femmineo, immagine di Dio” – concludevo i miei versi, lontano, pur nella mia curiosa adolescenza, dall’associare tentazioni erotiche alla rappresentazione artistica (o almeno così volevo credere).
Questa premessa, volutamente privata, dovrebbe, a me in primis, chiarire il senso dell’operazione letteraria alla quale Giorgio Bàrberi Squarotti ha dedicato buona parte dei suoi ultimi anni (se crediamo alle date che segnano il succedersi continuo dei momenti creativi di questa silloge complessa). Una così lunga sequenza di immagini – ma immagini che si fanno storie – con protagonista costante il nudo femminile (parziale o integrale, offerto spesso alla violenza, anche sgradevole, ma comunque esaltato nelle sue forme, sia pure nei toni cangianti del dramma scherzoso), come dev’essere interpretata, senza cadere – ed è una sfida – nel compiaciuto rischio di un pruriginoso voyeurismo da buco della serratura?
Taccuino del vecchio cercatore? O dottrina di un estremo principiante... Volessimo parafrasare altre ben note esperienze di poeti abbastanza in là con gli anni. Ma, se è vero che la poesia non ha data di scadenza, è anche vero che non si va in pensione da poeta: finché c’è vita, si lavora – tutto qui. E il lavoro di un cercatore, per quanto vecchio, è – ancora! semplicemente – cercare (finché la continua pratica si fa gustoso esercizio dottrinario). Qui si produce in effetti l’esito sommo di una curata ricerca e se ne propone l’insieme in una scansione articolata e raffinata, e nemmeno costruita, poiché si ha la netta sensazione che le pagine (per quanto datate) abbiano avuto gestazione casuale e non preordinata – non subito, almeno – alla silloge da pubblicare.
È da credere piuttosto che si tratti di una ricorrente manifestazione della benvoluta e senz’altro opportunamente medicata ma ineluttabile malattia che è l’amore per la bellezza (o della bellezza), che nel nudo si sublima. E l’insistere sul tema non appare certo (dopo qualche iniziale perplessità) una gratuita dimostrazione di abilità descrittiva: l’autore di questa enciclopedica riflessione sulle disavventure della nudità ben conosce le sue riserve di stile – pressoché inesauribili.
Gli episodi narrati, a costruire la trama di questo libro ricco di sorprese incantevoli e incredibili sospensioni, sono frutto probabilmente di eccezionale capacità inventiva, ma è anche probabile che siano nati, in qualche misura, da sollecitazioni o suggestioni, suggerimenti o solleticazioni di origine concreta – può essere bastato, una volta, cogliere l’idea di una storia in un sorriso, un gesto, un atteggiamento, o un frammento di racconto, un aneddoto, ascoltato. È nota, a chi ben lo conosca attraverso i suoi libri di poesia, la predisposizione di Giorgio Bàrberi Squarotti a registrare (nei suoi viaggi o nelle soste in un caffè, camminando o chiacchierando con gli amici) qualunque stimolo provenga dall’esterno – e farne cosa sua che vive in lui e si fa poetica trasposizione o trasfigurazione. Le creature che vivono in queste pagine, e sono frutto – poliedrica fattura d’artista – di un misurato laboratorio dei sensi, hanno un’anima e un corpo, anche se è il corpo ad apparire, a sbattersi certe volte in prima persona, ma la fisicità è condizione dello spirito, è manifestazione di una interiore violenza che grida e chiede vita, nel farsi exemplum, nel dirsi in poesia.
Qui, di qui si dipana una trama incredibile e reale, onirica e materica insieme, di un presente incombente ingombrante “spoon river”: un viaggio di figure. Qui si coniuga infine l’esistenza di un mondo, il nostro mondo, come sospeso fuori del tempo, eppure nel tempo incastonato con le sue gemme, a splendere di piccole schegge che fanno il luminoso firmamento di una dolente (non sempre, poiché spesso è consapevolmente buffonesca) umanità: noi.
***
Già il titolo di questo libro sembra voglia mettere sull’avviso il lettore, magari quello meno smaliziato, il quale comprenda quanto ci sarà di gioco nel viaggio che sta per intraprendere: ci sono allegorie, ma sono finte, quindi è tutto reale? È così che deve intendersi, chissà. Ma dalle prime pagine si afferra il bandolo della matassa e sarà poi abbastanza facile scioglierla. Oddio, senza aspettarsi più di quello che c’è e si vede subito: la gioia di una tavola imbandita e ricca di ogni leccornia (e absit iniuria verbis, in questo caso è proprio il caso di sottolinearlo). Appena “le due cameriere, castana l’una, l’altra bionda, entrambe amabili e giustamente giovani, si siano spogliate nude” nell’oste-ria di Clusone, comincia la giostra e non la smette più di girare, fino alla fine del libro – un ritornello, un refrain, un rondò... insomma una ludica frenesia che trascina verso un finale subito atteso poiché giustamente immaginato (per parafrasare stavolta il gioco linguistico dell’autore). Ma prima di arrivarci converrà visitare stazioni di posta e sontuose abitazioni, siti archeologici e squallide dimore di mercanti... Senza dimenticare (altra subliminale dichiarazione d’intenti) che «questo istante è vero solo mentre tu lo scrivi»...
Inutile stare a segnalare episodi o figure particolari: hanno tutti, tutte, l’importanza che compete ad un campionario ideale, poiché tutti, tutte devono rispondere all’as-sunto centrale della composizione, alla volontà prima del compositore: l’unisono di un concerto nel quale ogni strumento, ogni voce ha pari dignità. Se proprio si volesse cercare lo slancio lirico più elevato, quando un po’ si distacchi dalla (voluta) voluttà descrittiva e sposi invece una più profonda linea di consapevolezza estetica, pur si potrebbero indicare alcune composizioni nelle quali più alta si leva la cifra espressiva e più esplicita si rende quindi la regola del gioco: si dichiara allora (come in “A Mondoví, veramente”) quando «si dissolvono le nubi / che decorano il culmine del sogno / dipinto», e lì, di lì, si può alzare lo sguardo verso «il rettangolo del cielo», quello puro e celeste in cui ogni immagine appare, riappare pura e scevra d’ogni malizia terrena, in un oltre che è quello della pura fantasia, la molla e la mamma dell’ispirazione, la culla del nostro sogno.

...perfetta nella forma della vera
arte, che non patisce il tempo, e ancora
eternamente nuda si mostrava
ilare, pura.

Giuseppe Napolitano
Sousse, 27-30 maggio 2016

Foglio Volante n°8 Anno XXXI Agosto 2016


Saba: il Leopardi del Novecento

Umberto Saba non viene mai citato insieme ai grandi poeti del Novecento: Ungaretti, Montale, Quasimodo. L’esclusione dipende dall’assenza di clamorose novità (che non significa mancanza di originalità) nel poeta triestino rispetto a quelli della triade.
La poesia di Saba rimanda di piú a quella del diciannovesimo che non a quella del ventesimo secolo. Chi ama la poesia di Saba non lo fa in considerazione di una sua qualche “rivoluzione” linguistica o stilistica; la ama perché trova quella poesia semplicemente autentica. «Tardiva?», rispetto a quella degli innovatori sopra ricordati. La si può chiamare anche cosí, purché cosí non si intenda al tempo stesso disconoscerla o misconoscerla.
Ma se non possiamo accostare Saba ai tre poeti maggiori del nostro Novecento (e nemmeno all’altro grande poeta, e prosatore, Vincenzo Cardarelli), a chi lo accosteremo? Lo accosteremo a uno dei piú grandi, anzi al piú grande dell’intero Ottocento – nostro e non soltanto nostro – Giacomo Leopardi.
Non c’è nella poesia del Novecento nessun poeta che ripeta e riproponga le meraviglie (come altrimenti chiamarle?) leopardiane, come le ripete e ripropone Umberto Saba. Cosí, se non possiamo accostare quest’ultimo agli Ungaretti, ai Montale e ai Quasimodo, lo possiamo accostare a Giacomo Leopardi.
Il piacere e lo stupore che suscitano in noi i versi del recanatese sono gli stessi piacere e stupore che suscitano in noi i versi del triestino.
L’accostamento di Saba al Leopardi richiede almeno una precisazione: che riguarda il già nominato Vincenzo Cardarelli. È quest’ultimo, per molti, il degno erede, il vero emulo di Leopardi. Lo è per sua stessa esplicita dichiarazione, per sua intima convinzione e formazione, e infine per la composizione stessa della sua poesia. Tutti meriti, questi, eccezionali; ma con un solo e grosso demerito: è piú un poeta leopardiano che un poeta paragonabile a Leopardi, il nostro Cardarelli!
A differenza della poesia di Saba, che fa pensare a quella di Leopardi senza però somigliarle, lo poesia di Cardarelli fa pensare a quella di Leopardi perché ad essa troppo somigliante. È una poesia, quella di Cardarelli – lo sappiamo bene, noi suoi accaniti ed estasiati lettori – bellissima ma somigliantissima a quella di Leopardi. Altrettanto bella è la poesia di Saba: non perché anch’essa somigliantissima a quella di Leopardi, ma perché all’altezza di quella di Leopardi.
Cosí il nostro Novecento annovera almeno cinque grandi poeti: Ungaretti, Montale, Quasimodo, Saba e Cardarelli. I primi tre, perché hanno inventato la poesia “nuova”; il quarto, perché ha ripetuto nell’appena passato secolo ventesimo il miracolo della poesia leopardiana; il quinto, perché è stato un poeta autenticamente leopardiano.

Coreno Ausonio, 11/07/2016

Tommaso Lisi


Inverno

È notte, inverno rovinoso. Un poco
sollevi le tendine, e guardi. Vibrano
i tuoi capelli selvaggi, la gioia
ti dilata improvvisa l’occhio nero;
che quello che hai veduto – era un’immagine
della fine del mondo – ti conforta
l’intimo cuore, lo fa caldo e pago.
Un uomo s’avventura per un lago
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Umberto Saba
(Trieste, 9 marzo 1883-Gorizia, 25 agosto 1957)

Foglio Volante n°7 Anno XXXI Luglio 2016


Fonetismo ed esperanto

Spesso a noi italiani, parlando con gli stranieri, capita di dire – nell’intento di elogiare la nostra lingua – che l’italiano come si scrive cosí si legge. Sarebbe meglio se parlassimo dell’eufonia dell’italiano, se dicessimo che è una lingua eufonica, bella, tra le piú belle, se non la piú bella del mondo. Soprattutto per la fonetica, con un giusto equilibrio tra vocali e consonanti. E poi l’italiano ha un retroterra culturale che altre lingue non possono vantare. A partire dal latino, di cui la lingua italiana è figlia, lungo la storia di una dozzina di secoli da quel Sao ka kelle terre del X secolo, attraverso il volgare della Divina Commedia, e poi le opere letterarie di Petrarca, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni e le altre centinaia e centinaia di autori che hanno lasciato opere memorabili nella storia della letteratura universale.
Dire che una lingua come si scrive cosí si legge (o viceversa) è come dire che una lingua è fonetica, vale a dire che a ogni fonema (suono semplice) corrisponde un grafema (segno grafico) e viceversa: “casa”, quattro fonemi, due suoni vocalici e due consonantici, quattro grafemi; “libro”, cinque fonemi, cinque grafemi. In questo senso l’italiano è molto piú vicino al fonetismo di quanto lo siano altre lingue. In francese, si scrive “eau” (tre grafemi), si legge “o” (un fonema); in tedesco, si scrive “deutsche” (otto grafemi), si legge “doic’” (quattro fonemi); in inglese si scrive “food” (quattro grafemi) e si legge “fud” (tre fonemi); viceversa, si scrive “I” (un grafema) e si legge “ai” (due fonemi). E si potrebbe continuare all’infinito.
Ma anche nella fonetica italiana ci sono molte irregolarità. Solo qualche esempio: c’è un grafema a cui non corrisponde alcun fonema (la H); ci sono grafemi a cui corrispondono fonemi diversi (C e G, che possono essere palatali, come in “cena”, “gente” e gutturali, come in “cane”, “gatto”); c’è un fonema che può essere rappresentato da quattro grafemi diversi: C(h), K, Q e un pezzo di X; c’è un grafema (X) a cui corrispondono due fonemi (KS); ci sono fonemi come “gl” di “aglio” e “gn” di “gnocco”, rappresentati da due grafemi (digramma) e cosí via.
La nostra grammatica non è particolarmente facile, ma è anzi piuttosto complessa. In particolare per i verbi. Proviamo a esaminarli: esistono i tempi presente, imperfetto, passato remoto, futuro semplice, passato prossimo, trapassato prossimo e futuro anteriore, per l’indicativo; poi c’è il modo congiuntivo con quattro tempi, il condizionale con due. Per ogni tempo ci sono sei desinenze, una per ogni persona (prima, seconda e terza, singolare e plurale), e poi l’imperativo, il gerundio, l’infinito, il participio. Se proviamo a calcolare il numero delle desinenze, ne possiamo contare non meno di una ottantina, che dobbiamo moltiplicare per tre, ovvero per le tre coniugazioni -are, -ere, -ire, e che diventano quindi qualcosa come duecentocinquanta. E quando abbiamo imparato tutte le desinenze, ci accorgiamo che ne abbiamo imparato solo una parte, perché gran parte dei nostri verbi è irregolare: “andare”, non fa “io ando, tu andi, egli anda”, ma “io vado, tu vai, egli va”, dove è addirittura la radice a cambiare; il verbo “avere” non fa “io avo, tu avi, egli ava”, ma “io ho, tu hai, egli ha”; il verbo “essere”, non fa “io esso, tu essi, egli essa”, ma “io sono, tu sei, egli è”; il presente del verbo “morire” non è “io moro”, ma “io muoio”; del verbo “finire” non è “io fino”, ma “io finisco”; dal verbo “dire”, abbiamo “dico”; da “fare”, “faccio”; da “dovere” abbiamo “io devo, noi dobbiamo”; il participio passato di “esigere” è “esatto” e non “esigiuto”; il participio passato di “espellere” è “espulso”; il participio passato di “dirimere” non esiste; eccetera eccetera. Verbi perfettamente regolari in italiano non sono che una minoranza.
Ma in tutte le lingue esistono eccezioni e controeccesioni, casi e sottocasi e nessuna lingua è rigorosamente fonetica. Tutte le lingue eccetto una: l’esperanto. L’esperanto è rigorosamente fonetico: a ogni fonema corrisponde sempre un grafema e viceversa. E non esistono eccezioni. La grammatica si compone di sedici sole regole, senza alcuna eccezione. Le desinenze verbali sono in tutto sei: -as (presente), -is (passato), -os (futuro), -us (condizionale), -u (imperativo), -i (infinito). Ecco un esempio: diri (dire), diras (presente indicativo, per tutte le persone: dico, dici, dice, diciamo, dite, dicono), diris (passato: dicevo, dissi, ho detto), diros (dirò, dirai, ecc.), dirus (direi, diresti, ecc.), diru (imperativo: di’, dite).
Provare per credere, mettendo da parte i pregiudizi.

Amerigo Iannacone


Ritratto

Garza di nebbia
avvolge il mio pensiero,
un accenno d’ala
nel canto d’uccello,
che si erge e rifluisce
tra gli argini placidi
nell’incontro segreto d’altro mondo.
C’è il ricordo di uno scorrere
che va sotto arcate d’acqua,
con onde lievi nell’ora
che narra la storia di una vita,
e poi sarà quel che sarà.


Adriana Mondo
Reano (Torino)