Vai al contenuto

C’è in questa nuova bella silloge di Rita Iulianis il canto, che si dispiega e dilata nella cornice del paesaggio, una sorprendente densa carica di pan naturalismo, che s’impiglia, si ispessisce e si esalta, insieme, in un panerotismo assunto come alfa ed omega dell’esistenza, anima e motore di sentimenti, stati d’animo, sensazioni, musica ad esplorazione di cuore e corpo, nella pienezza dell’essere che si sfaccetta nella prismaticità della conoscenza.
Il tutto in una orgogliosa (ri)affermazione della libertà (vale la pena ripeterlo), che è, insieme, fonte di vita e di poesia.
«E ti sei fatto volo / a ossigeno della mia asfissia / a nutrimento della mia follia… / e volo e dono sei / per l’anima a scrigno / severo di Libertà».

Giuseppe Liuccio

Poemetto di 28 brevi testi, con traduzione in greco di Keti Maraka.
L’autore, Renzo Cremona, è nato a Chioggia (VE) nel 1971. Ha studiato lingua e letteratura cinese, portoghese e neogreca presso l’Università di Venezia e svolge attività di consulente linguistico. Ha al suo attivo traduzioni dal cinese mandarino, dal mancese classico, dall’afrikaans, dal portoghese e dal neogreco.
Tra le sue opere: Foreste Sensoriali (1993), Lettere dal Mattatoio (2002, Premio Speciale della Giuria alla XI Ed. del Premio Internazionale Nuove Lettere, NA; 1° alla XXI Ed. del Premio Campagnola, PD; 2° alla V Ed. del Premio Emma Piantanida, MI), La Pergamena delle Mutazioni (2002, 1° alla III Ed. del Premio Anna Osti, Costa di Rovigo, RO; 3° al VI Concorso Guido Gozzano in Terzo, AL), Cronache dal centro della notte (2004, 1° all’VIII Ed. del Premio Mondolibro, Roma; 2° alla XXII Ed. del Premio Città Cava de’ Tirreni, SA), Tutti senza nome (2006, Premio della Giuria al Concorso Internazionale Città di Salò 2007, BS).

Sito dell'autore www.renzocremona.it

  • Titolo
  • La passeggiata
  • Autore
  • Antonio Vanni
  • Collana
  • Perseidi
  • Anno
  • 2007
  • Pagine
  • 68
  • Prezzo
  • € 8,00

È una prosa quella presentata da Antonio Vanni nei brevi racconti della raccolta La Passeggiata, lieve, levigata con intermezzi poetici che rivelano un animo estremamente sensibile che, nel suo insieme, lascia intravedere un temperamento ansioso.
Non sono eventi tipici del racconto realistico ma un pretesto per un “viaggio” dentro di sé, alla ricerca, tramite l’immaginazione e l’affabulazione oniriche, di una condizione “originaria”, quasi, detta à la Husserl, precategoriale, prima, cioè, in poche parole, delle forme logico-intellettuali dell’Intelletto inteso come “insieme” di forme scientifiche.
Lo sappiamo che i filosofi del Sei/Settecento (da Hobbes a Rousseau) cercavano quell’immaginifico “stato di Natura” quale postulato, o astrazione pura o convenzione ancora, per le loro teorie sullo Stato, sulla Libertà dell’Individuo e sulla Sua Natura, pur non credendo affatto che esso fosse buono o cattivo “per natura”, per condizione dell’essere esistenziale. Solo postulati, quindi, per rendere o giustificare le varie teorie politiche che andavano delineando intorno alla società umana e alle sue istituzioni. Colgo l’occasione qui, per rivalutare la teoria hobbesiana, anche se Hobbes dai piú non è molto amato, teoria tralasciata anche e poco studiata, che anticipa e di molti secoli una profonda analisi esistenziale ma, come detto, non è il luogo questo per parlarne in modo adeguato.
Se per i filosofi succitati «l’originarietà» era pura astrazione, repetita juvant, in Vanni la sua ricerca sembra acquisire un senso forte, reale, veramente esistente o esistita. E tutto sembra, in questi racconti brevi, romanticamente o con sensibilità romantica, meglio ancora, ruotare attorno a tale presupposto.
Diventa il “narrare” di Vanni quindi una mitizzazione di uno stato buono e puro, innocente dell’uomo onde la chiave per com-prendere tali racconti nella sua pienezza.
L’atmosfera dominante è quella della rêverie, del sogno ad occhi aperti quasi per recuperare una dimensione piú umana del vivere, dell’«ek-sistere» tanto duro quanto alienante che caratterizza l’uomo d’oggi, espropriato di sé, alienato dei suoi valori fondanti che non sono quelli propinatici da un turbo-capitalismo “hi-technologico”. Questo sorpassa, cela le esigenze sentite dell’uomo, lo disumanizza tramite falsi bisogni e propinandogli false mete: lo aliena o cerca di farlo e sembra che in tale operazione ci riesca e anche troppo bene, purtroppo.
Donde il bisogno di sognare, di recuperare la dimensione dell’Umanità in quanto tale che avvertiamo nell’opera breve dell’Autore molisano anche se sovente, nonostante lo spirito “catartico”, mi pare, pecchi di una certa ingenuità (ma ogni poeta è ingenuo). Comunque tot capita, tot sententiae, e poi non è detto che un’opera raggiunga la perfezione – e ci tengo a riaffermarlo – che una critica non è per nulla un’esegesi. Proprio perché si tratta di una critica, di un giudizio, letteralmente, etimologicamente, questo mio breve appunto non vuole né tende a tessere elogi ma piú modestamente ed onestamente a capire ciò che l’Autore ha creduto o crede di dire, di esprimere. È al lettore che spetta l’ultima parola. Il critico ha il compito, lui pertinente, di indirizzarlo su linee direttrici. Non può far altro, pena l’esproprio del pensiero dell’autore e proporre la sua visione in modo violento, anche se raffinatamente celato, all’eventuale lettore. Tale operazione sinceramente è contraria ai miei principî deontologici.

Enrico Marco Cipollini

Nomen omen: sarebbe troppo facile trarre auspici favorevoli, in questo caso, da un nome emblematico qual è quello del poeta che inaugura la collana “giovane” delle Edizioni EVA… ma i “fermenti” positivi ci sono, in questo esiguo (e non esile) mannello di testi che compongono Scrutando l’orizzonte; ci sono e permettono di salutare l’opera prima di Michele Fascino appunto come “prima” – con l’augurio cioè che ce ne siano altre, dopo. Non sempre vale la pena: ci sono autori più o meno giovani che mettono insieme una raccolta di riflessioni o confessioni più o meno liriche e ne fanno un libro, e lo pubblicano. Nulla di male, se non volessero essere considerati poeti all’inizio di carriera, e non soltanto autori di quel libro. E ci sono quelli che azzeccano un primo libro quasi per caso, o dono di natura, e poi non sanno andare avanti per non avere voglia o desiderio di lavorare e crescere…
Michele Fascino prova – come dichiara – “amore per tutto ciò che vive”, ne vuole comunicare l’essenzialità nella sua esistenza; prova inoltre attrazione per “l’immagine dell’uomo e le figure celestiali” – ne consegue una riflessione generale su quanto ci sta intorno che probabilmente andrebbe raffinata, selezionata, filtrata – per ora ci si deve accontentare dell’onestà intellettuale e della articolata capacità di scrittura in cui tale onestà prende forma.
Scrutando l’orizzonte (e anche oltre, viene da osservare, leggendo questa silloge ricca di spunti e testimonianze), il poeta emergente si fa largo nella vasta terra dei sentimenti, si avvicina al dire in parole che sappiano come dire quei sentimenti, si fa strada nella poesia per trovarvi una stanza sua in cui abitare ed essere se stesso.
Composta, quasi interamente, nell’infuocato giro di due mesi appena, la raccolta ha una evidente compattezza espressiva (anche negli intermezzi in prosa), pur aprendosi a temi diversi. Il prefatore Carmine Brancaccio – che è poeta, nonché direttore della collana “Fermenti” nella quale appare il libro – brinda alla “verità saggia” del “giovane autore” apripista, accettando, anzi lanciando la scommessa: un molisano tenuto a battesimo da una editrice molisana, farà onore e terrà fede all’impegno, e ricambierà la stima che gli si accorda. Si può sottoscrivere tale sentimento di attesa che pure anima la postfazione di Maria Pia De Martino: si può chiedere tranquillamente a Michele Fascino di non avere fretta, ma la sua poesia, anche se deve “ancora corroborarsi”, può considerarsi davvero “germoglio di un albero forte e sano”, ed è un augurio importante.
Un augurio che vale ovviamente anche per l’editore Iannacone, mai stanco, malgrado le difficoltà oggettive che ha una casa editrice piccola e periferica come la sua, mai stanco di dare fiducia alle nuove realtà culturali e incoraggiarle offrendo un po’ di spazio, un angolo di collana o addirittura una collana nuova, a chi altrove non avrebbe modo di farsi notare, nemmeno di presentarsi.

Giuseppe Napolitano

«Il Laudano di Brancaccio è un lenimento alla nostra inerzia, una paradossale spinta a muoverci/partire. La chiave di tutto è forse nel testo “XXIX”, con l’augurio/rivelazione quasi una sfida alla semenza umana. […] Tutto finisce per svolgersi in una sorta di sabba ipnotico, mentre “la solitudine pigola a ritmo di rumba che non sa di suonare lo schianto del cielo”».
Giuseppe Napolitano

«In un equilibrio che sembra via via trovare un assestamento nel codice espressivo, dovendo conciliare l’insorgente bisogno di verità e di autenticità che è nell’animo di Brancaccio con l’esigenza di un’arte purificata dell’effimero e del superficiale, la forma e lo stile di Laudano sembrano ritrovare una sorta di efficacia ed un recupero della funzione della poesia agli albori del nuovo millennio».
Dante Cerilli

Di questa raccolta è il titolo a farsi considerare al bandolo di ciò che, nel biografato di fondo, è la confessione di un vero e proprio credo come tale in una dimensione poetica della vita.
Sorta, si direbbe, di “diario intimo”, che pagina dopo pagina raccoglie ed elenca quelle “briciole” del titolo, che, disseminate in un percorso esistenziale diventano via via, a prova di forti emozioni, sete di conoscenza, contatto con culture diverse e, d’improvviso, tragedia e, quindi, vita sofferta, insulsa, inutile, priva di significato al di là di che il sensibile ad ogni espressione artistica rimane nel confortevole di certo dilettarsi di poesia, pittura, collage e fotografia in cui rappresentare istintivamente squarci del proprio vissuto.
(Dalla Prefazione di Alfredo Barbati junior)

L'altra gioventù medio

La graduale ma costante emancipazione della donna ha provocato trasformazioni sempre piú profonde nella società e nell’istituto della famiglia. Tra i fenomeni in crescita si deve senza dubbio registrare il moltiplicarsi di una narrativa al femminile presente nelle classifiche dei best seller come non mai. A un esame generale non sfugge poi che gran numero dei romanzi scritti da donne indulgono alla pornografia con punte ardite persino poco osate da scrittori maschi. Si direbbe che dopo emarginazioni di secoli le donne abbiano trovato l’occasione liberatoria che permette loro di sfogarsi e di rifarsi da tante esclusioni. Già da tempo tuttavia vagava il sospetto che esse tra di loro si abbandonassero a racconti e a confessioni che gli uomini tra loro, anche quelli tacciati di erotomania, non sempre avevano l’audacia di affrontare. Venuto il momento della verità si è avuta in un certo senso e in una certa misura la conferma che l’uomo è persino piú riservato e pudico in materia di sesso ed è in alcuni casi addirittura piú “sentimentale”.
Desta perciò interesse la lettura di questo romanzo di Fernanda Spigone, “L’altra gioventú”, che mette a confronto due mondi: quello dell’erotismo e quello del sentimento; piú precisamente il sentimento scopre l’erotismo senza esserne sopraffatto. Questa considerazione non nasce da una impostazione moralistica, bensí dalla constatazione che la graduale scoperta della libertà sessuale metropolitana da parte di una giovane provinciale conduce, questa volta, a un possibile equilibrio dell’animo e prelude a una futura possibile maturità.
In questo itinerario, certamente sofferto, si cela forse il segreto di tanti sessantottini che alla loro stagione di contestazione globale, di eversione a tutto campo, hanno fatto seguire un rientro nei ranghi talvolta contraddittoriamente eccessivo. Nel romanzo della Spigone il finale è aperto come si conviene a ogni avventura umana e come è destino della vita di ciascuno di noi, storia incompiuta, e la cui conclusione definitiva appartiene a un enigma inesplicabile.
Accanto alla “vicenda” della giovane, si svolge quella di una donna, che sembra appartenere a una classe contigua distinta dalla linea della giovane da un elemento separatore in matematica detto “epsilon”, invalicabile. E infatti nel romanzo le due creature sembrano all’inizio incontrarsi, in realtà resteranno estranee l’una all’altra, per sempre. La storia della donna ha un percorso del tutto diverso: ella ha sentito fiorire nel suo grembo il frutto dell’incontro carnale di una notte con uno sconosciuto. Ripudiata dal marito, si confida con la giovane dalla quale si aspetta conforto. La giovane invece è distratta, dopo la solidarietà iniziale, dalla propria avventura sentimentale. La donna resta sola: ora la sua angoscia è dominata dal desiderio di assicurare al figlio un padre, qualunque egli sia, perché un figlio è legato al padre, a ben pensarci, da un atto di fede. La storia della donna ha un finale drammatico forse non del tutto necessario e che perciò risulta l’elemento “romanzesco” dell’opera.
Tutto quanto detto è la trama sottile che traspare dietro il tessuto di una narrazione credibile che si risolve in una lettura estremamente gradevole. L’autrice rivela una sensibilità acuta, una consapevolezza della materia e dei tempi di cui si occupa, un pudore che rende le scene d’amore molto piú seducenti di quelle trattate in modo hard dalla corrente pornografia femminile. Dolce è l’amore che si esprime dapprima con gli sguardi che si cercano, si sottraggono, si cercano ancora e infine si inchiodano tra loro. Il primo amore nasce dalla luce degli occhi che si incrocia con l’altro, da quella energia che sgorga dall’anima e riesce a suggellare una unione che gli amplessi successivi cercheranno di replicare, forse, e spesso, invano.
Il racconto della Spigone è in ogni modo sciolto, piacevole con il ricorso ad aperture favolistiche. Ad esso partecipe il paesaggio, una natura tutt’altro che morta come spesso ci è dato vedere nei fondali dipinti di altre storie romanzate. Una natura viva e quindi cangiante, con le sue stagioni, i suoi odori, i suoi languori, i suoi risvegli. Il punto di vista è Segni, in faccia ai monti Lepini, con qualche variazione nella grande città non lontana e accessibile ai pendolari che al mattino partono e quasi sempre a sera tornano a casa, puntuali. Tutto respira attorno al nucleo narrativo, un villaggio mistico da cui si avverte appunto il fiato e che invita il lettore a farne parte.
“L’altra gioventú” mi è parsa insomma opera da raccomandare, favorita da una prosa tersa e accattivante che fa trascurare qualche ingenuità stilistica e una qualche mancanza di scioltezza nei dialoghi, che si presentano piú nel loro valore letterario che in quello drammaturgico.
Per quanto mi riguarda, è una felice e inaspettata sorpresa.

Turi Vasile

  • Autore
  • Manfredo di Biasio
  • Titolo
  • Vento di brughiera
  • Collana
  • Premio Venafro
  • Pagine
  • Anno
  • 2002
  • Prezzo
  • € 9,00
  • Isbn


È un risultato non da poco per Manfredo di Biasio essere passato attraverso una memoria deliberiana lungamente e fecondamente attiva ed essere riuscito a conquistare uno spazio sempre più ampio e ben delineato per la propria poesia, raggiungendo una sicura originalità. Il risultato è tanto più apprezzabile quando si consideri che la poesia di di Biasio, come quella di De Libero, pur non mancando di una corda ironica, ha tuttavia anch'essa un carattere essenzialmente lirico elegiaco. Si aggiungano la comune nascita fondana, la precoce conoscenza dell'uomo e dell'opera fatta a poco più di vent'anni e un'amicizia durata fino alla morte del molto più anziano poeta, grande faro degli scrittori e degli artisti della zona, a partire dalla generazione di De Santis e di Purificato fino ad oggi. Circostanze, queste, che rendevano più ardua e, quindi, degna di maggiore stima la conquista, da parte di di Biasio, di una propria autonomia di scrittore. Leggendo la ricca antologia Dal sangue alla polvere (Edizioni Confronto, 1997), bel titolo che fa il paio con l'emistichio caproniano «dal sangue al sasso» e che raccoglie la produzione dal 1960 al 1996, possiamo seguire da presso l'itinerario poetico di di Biasio e constatare un progressivo affinamento (proprio nel segno del rigore e del labor limae raccomandati da De Libero) e insieme la conquista di una voce sempre più personale e autentica, di un equilibrio sempre maggiore tra la fedeltà al Maestro e quella alle proprie più intime ragioni.
A distinguere nettamente la poesia di di Biasio da quella di De Libero vi sono esperienze di vita e caratteristiche di stile radicalmente diverse. Le ferite, i traumi, le disdette di De Libero ( a parte il dramma della guerra) vengono soprattutto dai lutti familiari e da esperienze amorose intense e dolenti; quelle di di Biasio, invece, da dure esperienze di lavoro e da un lungo e sofferto soggiorno americano, del quale sono materiati la raccolta di poesie Stagione propizia e il volume di racconti Il vecchio di Staten Island (Cultura Duemila, 1994), tutti di qualità prestigiosa, per linearità, essenzialità, giustezza di tono e verità, a testimonianza di un di Biasio anche autentico narratore, quale De Libero auspicava fiorisse accanto al poeta. Altra distinzione profonda è nel diverso atteggiamento e lamento per torti subiti (parte veri, parte immaginari), di finale ripudio da parte di De Libero; di una fedeltà, di un amore incondizionato e totale da parte di di Biasio. Ma le differenze che più contano riguardano lo stile; ellittico e corrusco al massimo quello di De Libero, come lo richiedevano il suo temperamento e la modernità degli anni Trenta; più pacato e disteso quello di di Biasio, ed è questa la caratteristica maggiore della più attuale modernità sua e di molta poesia della seconda metà del secolo scorso.
Questo Vento di brughiera è bilancio di vita, cammino a ritroso verso il passato anche più remoto, affollarsi di ricordi e rimpianti nella prima sezione; è soprattutto una trama di presagi (parola chiave) nella seconda; mentre su tutto il volume soffia un vento che è simbolo del veloce, inesorabile e indifferente trascorrere del tempo terreno. A ben guardare, è un percorso circolare: «Tutto passò così in fretta […] // Fossero i giuochi e quei giorni / durati per sempre / nell’orto di Gegni: ancora il canto m’invade / della minima loro eternità», lamenta il poeta nella prima lirica, e proprio Eternità breve è il titolo di un volume che raccoglie le poesie degli anni ‘60-’62 . Il che testimonia un sentimento precoce e continuo della brevità della vita, mentre il ricorrere ossessivo di uno stesso tema nel poeta, quasi gli appartenga in esclusiva, è una delle prove certe dell’autenticità della sua vocazione.
Sono presenti tutti i luoghi dell’infanzia e della giovinezza, tutte le persone care, compresi gli amici, alcuni celati, per discrezione e pudore, dietro le sole iniziali. E in ciò risalta un fortissimo sentimento della famiglia e dell’amicizia (ben presente anche nelle altre raccolte poetiche e nei racconti). Inesauribile è in di Biasio la ricchezza delle immagini, per esprimere nel modo meno piatto e banale i temi più importanti. La morte è, di volta in volta, «l’estrema partenza», «lontananza senza ritorno», «sonno supremo degli occhi», «sonno infinito», «bivio indefinito», «l’eternità senza luce», «un’ora senza volto»; mentre l’uomo viene definito «isola di solitudine», «bene minimo racchiuso / in un attimo del sempre», «isola vuota nel cosmo», «una comparsa breve / all’estremo del millennio», «peso d’aria», «profumo di un’ombra», «un barlume di linfa», «un moto d’aria / anonimo». E basti così. Ma non si pensi a una poesia solo visiva, tesa a destare meraviglia con la ricchezza delle immagini e delle metafore. Al contrario, a monte di ogni singola composizione c’è una lunga, attenta riflessione, alla ricerca di una verità anche minima, che illumini, sia pure di poco, il senso segreto, il mistero della vita. E l’attenzione si concentra, amaramente, soprattutto sull’ineluttabile passaggio «dal sangue alla polvere (come si è visto), «dalla luce al buio», «dalla voce al suilenzio. Ma la rassegnazione, o la resa, non è totale: «Da un cosi minimo / resto di vita / un grido supremo si levi e attraversi l’eternità». E questo grido che può essere anche emesso sommessamente è uno dei compiti di ogni poeta. Né mancano del tutto il sogno e la speranza: «Quel giorno da un cielo immaginario / si attenderà che una mano discenda, / guida materna nel tratto / che nel sonno infinito sconfina.» (Da un cielo immaginario”); «Di là del tempo di tutti / ch’io risenta la voce / che mi chiamò soave / all’alba della mia coscienza.» (“Vicende di nomi”).
Si sarà capito che non ci troviamo di fronte a un autore dotato solo di un notevole talento naturale; al contrario, ogni lettore attento si sarà accorto di avere dinanzi un poeta a sua volta lettore attentissimo non del solo De Libero, e buon conoscitore di tutti i segreti del mestiere. Egli fa, ad esempio, un uso sapientissimo dell’apposizione: «Questo corpo, l’amato recinto / d’una coscienza bene minimo racchiuso / in un attimo del sempre.»; che è un uso che può aver appreso da De Libero (ricordate: «ieri, un millennio fa / oggi un secolo di memorie»). Ma di Biasio conosce bene anche il montaliano correlativo oggettivo: «Nell’orto in cui si attarda il tuo ricordo / si sfarinano al sole / i grappoli della mimosa.» (“Il tempo degli altri”). E i bellissimi versi «Quei venti ti facevano leggera / e la nuvola alzavano / dei tuoi capelli moreschi» (“Venti sull’altura”) sono una cosa tutta sua, ma non possiamo non ricordare «la nube dei capelli» del “La bufera” di Montale, e non solo: nei tre versi citati si sono dati convegno anche echi ben assimilati di De Libero, Ungaretti e Penna. Ma ciò toglie nulla all’originalità di di Biasio, nella cui poesia non vi è mai ombra di imitazione.
Diversamente dal tono della poesia di De Libero che è sempre alto, di Biasio predilige e adopera consapevolmente i toni dimessi, i semitoni. ln “Omaggio minimo”, rivolgendosi alla sua terra, traccia un bilancio della sua vita e della sua opera, e fa un raffronto tra la sua poesia e quella di “altri” (che altri non è che De Libero), con troppa modestia e un’eccessiva autolimitazione: «Di te mi è nell’anima, mia terra, / la pianura odorosa / di cui è fatto il mio sangue. / Da questa penombra si leva / per te un minimo omaggio / (altri nella luce / ti hanno lodata / e sei salita sulle loro ali).
[…] Ma nulla mi devi. / La linfa a me data / ti corteggia in segreto / ora che invecchio e sono / come una casa nel vento / disabitata.»
Si diceva all’inizio dei “presagi” presenti soprattutto nella seconda sezione (“Note sparse”). Sono epifanie che si verificano quasi sempre all’alba, definita con espressioni poeticissime («addio alla notte», «ora di avvio» e altre): «Solo oggi che un presagio / stranamente mi allontana / dal cielo che promette il sole, / ti levi dal silenzio / e mi parli, mi apri lo scrigno / con le essenze che avevo ignorate / ora lucenti» (“Essenze lucenti”). Nell’età tarda della vita godiamo di improvvise illuminazioni. Gli oggetti, le mura di casa ci restituiscono le ansie, le speranze di cui si sono imbevute negli anni, e ci rivelano verità finora tenute nascoste. Ma è tardi, forse troppo tardi. È in questo nucleo segreto di verità, scoperto quando il cammino che resta da percorrere è ormai breve, con l’inevitabile angoscia per il tempo che fugge, il vero dono, prezioso, precario e supremo del libro, la sua più nuova e difficile invenzione.
Ma vogliamo terminare con la segnalazione di una lirica che ci sembra svettare sulle altre, pur di livello molto elevato, e può essere assunta come emblema del vivere e del poetare di di Biasio: “Per una dea (su un'antica moneta)". Una superiore pietà, un grande rispetto per il passato e le civiltà sepolte, un pacato ma acuto sentimento della tragicità e della crudeltà dell‘era presente, un tono delicato, quasi accorato e tuttavia nobile e fermo, la rara felicità dell’invenzione e dell’espressione fanno di questa lirica un vertice non solo dell’intera opera di di Biasio, ma di tutta la poesia italiana ultimi anni.

11 aprile 2002
Gerardo Vacana