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Iu poezio, tiu de Ariella Colombin, elstare spiriteca kaj religia (kaj ne hazarde titoliĝas La Floroj de l’ bono, kun malkaŝa aludo al La Floroj de l’ malbono de Baudelaire), tiom ke iuj versaĵoj ŝajnas – aŭ estas – preĝoj. «Kiam mi frapas je via pordo, / Sinjoro, / – skribas nia poetino – vi venos por ĝin malfermi. / [...] / Kiam mi malfermos vian pordon, / Sinjoro, / tiam vi mem venos por ĝin malfermi.» Aliloke (“Preĝo al Kristo”): «Vi, kiu en la morto triumfadis / per sankta suferado, / helpu min ne teni deziron / de l’ malbono de l’ mondo, / kaj liberigu min de ĝia ĉenigado».
Sed, kiel oni povas ekkonscii eĉ legante la indekson, pluraj temoj sin elmontras en la libro, kiu subdividiĝas fakte laŭ kvin temaj sekcioj: “La spirito”, “La amo”, “La paco”, “La medio” kaj “Konceptoj”.
Sed ĉiuj temoj estas iel kunligitaj, mi dirus, de iu fadeno de amo, universala amo, kiu malkaŝas la anim-delikatecon de la poetino.
Aparte efika ŝajnas al mi ĝuste la sekcio “La amo”, kie la aŭtorino aliras la temon de la amo laŭ ĉiuj ĝiaj vidpunktoj, ne ekskludante la amon inter viro kaj virino, ĉar «La amo inter geviroj estas / venkanto de la homa vivo. / Tial ĝi estas sankta.»
Unu el plej belaj tekstoj estas ja “En viaj manoj”, efika kaj delicate sensema: «Vi tenas en viaj manoj / mian blankan kalikon, / do plenigu ĝin per via forto, / ho amato. //Mi flaras parfumon / kiu venas freŝan / kiel la monta aero / el tiu viglo, / kiu vekiĝis en vi. / […] Venu, ho amato, / la horo estas pli dolĉa /apud vi.»
Sed ne mankas iu “Laŭdo al arto” kiu estas «dia elĉerpejo» kaj tiu kiu povas esti konsiderata himnon al la naturo («Ho Naturo amika / vi oferas al mi bienojn»).
En kerna esenco temas pri optimisma poezio kaj ne hazarde oftiĝas vortoj kiel “amo”, “lumo”, “fido”, “espero”, kaj aliaj pozitivaj, optimismaj vortoj. Iu optimismo naskita de la kredo kaj precipe de la bonanimeco de Ariella Colombin, virino tre sentema kaj bonkora.

Amerigo Iannacone

Una solida tradizione agiografica propone Amasio, vescovo di Teano, come esemplare defensor fidei nella lotta che la Chiesa cattolica andava conducendo, nel IV secolo, all’indomani della svolta costantiniana, contro il dilagare dell’eresia ariana. Pur avendo nella città sidicina il suo epicentro geografico, il culto del Santo durante i secoli centrali del Medioevo era destinato ad una incisiva ramificazione nel Lazio sud-orientale. Vari interrogativi si pongono alla ricerca. Quando approda a fissaggio semantico la memoria agiografica di S. Amasio? Che ruolo ha giocato la propaganda di Montecassino nella diffusione del culto amasiano? Quale relazione intercorre tra l’Amasio iscritto nella cronotassi degli Antiquiora Theanensis Ecclesiae Monumenta come secondo vescovo della propria storia e l’Amasio proposto dalla Passio Restitutae come protovescovo di Sora? Come mai il Baronio non ha recepito il nostro Santo nel Martyrologium Romanum? Perché sono gemmate certe incidenze toponomastiche a Piedimonte S. Germano e ad Arpino? Quali tradizioni popolari caratterizzano la locale devozione religiosa? A queste e ad altre domande risponde il presente volume curato da Filippo Carcione, ricercatore universitario

(Cassino - Dipartimento di Scienze Umane e Sociali - Laboratorio di Antropologia Visuale).

Un sorriso garbato, un’atmosfera serena e rasserenante, un amabile senso dell’umorismo, una delicata ironia, percorrono le pagine di questo libro, in cui l’intento di divertire il lettore non impedisce che trapeli una filosofia di vita in qualche modo distesa se non ottimista.
I testi qui raccolti sono un qualcosa di intermedio tra fiabe e favole, o, se si preferisce, sono racconti in cui compare sempre, talvolta inatteso, l’elemento fiabesco e comunque liberi dagli schemi preordinati, come quelli previsti negli studi specifici, come la “Morfologia della fiaba” di Propp.
Sono racconti che spesso partono da presupposti piú o meno vagamente autobiografici (per esempio la protagonista si chiama sempre Lucia), per portare poi il lettore in atmosfere fiabesche inaspettate.
«Si sa: – scrive Lucia Barbagallo – spesso i vecchi e i bambini si somigliano e sognano le stesse cose».
Io direi che – pascolianamente – gli artisti, i poeti, hanno la propensione ad essere un po’ bambini per la loro capacità di meravigliarsi di fronte alle piccole cose, ma con la consapevolezza e con il bagaglio di esperienze acquisite negli anni. Hanno l’entusiasmo dei bambini, ma passato attraverso la conoscenza e non anestetizzato attraverso il senso pratico che di solito con gli anni si acquisisce.
Una scrittura lineare, leggibile e piacevole anche per i ragazzi, ma mai piatta, è il registro di cui fa uso Lucia Barbagallo.

Fa da controcanto la traduzione in esperanto di Luigi Tadolini, che ha non solo le qualità di un raffinato esperantista ma anche un’elevata sensibilità artistica,

Venafro, 30 ottobre 2007

Amerigo Iannacone

Diciotto prose poetiche di Renzo Cremona, in inglese. Nato a Chioggia (VE) nel 1971, Cremona ha studiato lingua e letteratura cinese, portoghese e neogreca presso l’Università di Venezia e svolge attività di consulente linguistico. Ha al suo attivo traduzioni dal cinese mandarino, dal mancese classico, dall’afrikaans, dal portoghese e dal neogreco.
Tra le sue opere: Foreste Sensoriali (1993), Lettere dal Mattatoio (2002, Premio Speciale della Giuria alla XI Ed. del Premio Internazionale Nuove Lettere, NA; 1° alla XXI Ed. del Premio Campagnola, PD; 2° alla V Ed. del Premio Emma Piantanida, MI), La Pergamena delle Mutazioni (2002, 1° alla III Ed. del Premio Anna Osti, Costa di Rovigo, RO; 3° al VI Concorso Guido Gozzano in Terzo, AL), Cronache dal centro della notte (2004, 1° all’VIII Ed. del Premio Mondolibro, Roma; 2° alla XXII Ed. del Premio Città Cava de’ Tirreni, SA), Tutti senza nome (2006, Premio della Giuria al Concorso Internazionale Città di Salò 2007, BS).

Sito dell’autore: www.renzocremona.it

Queste dodici recensioni sono un pretesto per enunciare dei concetti filosofici, è la dimostrazione che tramite dei film si può fare filosofia. In esse si dipanano alcune linee portanti come la musica e la danza di cui vengono delucidate delle caratteristiche concettuali. La musica e la danza sono viste come il culmine dell’essere, di qui la categoria della con-sonanza, la cui privazione, come in “Schultze vuole suonare il blues”, genera la deriva esistenziale nell’im-mondo. Aggettivazione sostantivata coniata sul modello di im-morale e im-mortale e che indica ciò che è l’altrove del mondo la cui sostanza è la comunicazione e la sua negazione genera lo scivolamento nell’im-mondo destino del solus ipse come in “Levity”. Se la verità dell’esserci è il con-esserci, il fondamento strutturale di quest’ultimo è la con-sonanza, concetto che ha a che fare con la musicalità come danza della voce. La danza è vista come il culmine della bellezza e questo apre un problema che potrebbe essere analizzato in quattro forme: 1) la danza del pennello 2) la danza della penna 3) la danza della voce 4) la danza del corpo. Essa come bellezza che non è invischiata nella terra né attratta dalla “gravità” del rituale della forza-lavoro permette a Billy Elliot di uscire dalla sua classe sociale, di essere ontologicamente “leggero” e quindi di superare il fondamento onnipervasivo senza scivolare nell’abisso dell’in-fondato come il protagonista di “La finestra di fronte”. In questo crescendo in quattro stadi si passa dal gesto della mano nella danza del pennello che è legata all’immagine, alla sua astrazione in cui si descrive l’essenza della cosa nella mediazione della scrittura che, come in “Secret window”, emerge dal nulla del protagonista, il nulla della follia in cui manca l’oggettivazione della voce, e culmina quindi nella danza del corpo in cui è oltrepassata la distinzione significante/significato. L’estetica come filosofia prima trova spazio in queste recensioni nelle sue varie forme: l’immagine e il segno distintivo che contrassegnano la nobiltà, la scrittura, il suono, che strutturato nella musica non è solo la manifestazione dell’essere ma la sua stessa struttura o sostanza, e appunto la danza che dissolve il vincolo strutturato del corpo, con un accenno alla teoria per cui la plasmazione della materia nell’arte non è soltanto espressione ma conoscenza. Mentre il filosofo attua una danza geometrica astratta di concetti che intendono ricoprire l’essere e rispecchiarlo, l’artista, in quanto plasmatore di materia, è il nuovo demiurgo platonico, che con la visione del mondo delle idee plasma e riplasma il mondo delle forme lavorando sull’apparenza. Concetto che Platone criticava in quanto l’arte, che è copia della copia, si distanzia doppiamente dalla verità. A nostro avviso invece essa si avvicina maggiormente alla verità immergendosi nella sostanza stessa dell’essere. L’artista non soltanto esprime la verità con efficacia, come diceva Bion a proposito dello psicanalista, ma la può effettivamente esprimere in una molteplicità di forme potenzialmente infinita in quanto è in con-sonanza con la verità stessa.

Lavori come questo vanno dritti al cuore e alla mente del lettore anche distratto. Essi infatti lo trasportano nella situazione psicologica universale del figlio che ripercorre il proprio tracciato genetico come portando la fiaccola della vita del genitore, e propria. In fondo la specie non ci chiede altro che fare da staffetta per cui – non è divertente dirlo – divenuti genitori a nostra volta, il nostro compito esistenziale sarebbe concluso. Un individuo qualsiasi non ci fa caso ma nemmeno chi sa, se la sente di rinunciare ad un sèguito senza limite. Il bisogno di sussistere è la trasfigurazione del bisogno di essere immortali! I pensatori sono una categoria antropologica sui generis!
Essi amano e soffrono in misura e modo eccezionali per un ipersviluppo della coscienza ma sono essi stessi che consentono alla specie di evolversi dall’animalità alle vette del cielo creando tutta quella scienza e tutta quella tecnologia che sono tutto il bene e tutto il male della civiltà ma anche l’unica risorsa per non stagnare e morire di sé stessa (come purtroppo sta accadendo).
Amerigo Iannacone è un pensatore ed uno scrittore di tutto rispetto e dalla parte positiva dell’evoluzione: con queste pagine rende il meritato onore al suo predecessore – alla conditio sine qua non del suo modo di esistere. In altre parole, egli, dopo avere attentamente ascoltato dalla viva voce del padre la rappresentazione della di lui vita militare nella Seconda Guerra Mondiale e della di lui prigionia nei lager tedeschi, ed avere accuratamente annotato fatti e date, coglie l’occasione per ripercorrere a volo d’uccello la vita paterna mentre gli fa narrare, a sua volta le di lui vicissitudini belliche, particolarmente perigliose e quasi eroiche dopo l’armistizio con gli Angloamericani e l’inizio delle ostilità con gli ex alleati nazisti.
Queste pagine si leggono d’un fiato non solo perché il vissuto ha un fascino particolare su tutte le persone sensibili ma anche perché la lingua di Amerigo Iannacone è lessicalmente precisa, formalmente forbita, a volte poetica e toccante specie quando rievoca i ricordi infantili, in cui ci ritroviamo un po’ tutti e con nostalgia. E sono sempre i piú belli, emotivamente, non perché si stesse economicamente meglio ma intanto solo perché si era molto piú giovani, per meglio dire agli albori di quest’avventura parabolica, che è l’esistenza.

Dalla prefazione di Carmelo R. Viola

Dieci prose poetiche, variazioni sul tema, del poeta Renzo Cremona.
Nato a Chioggia (VE) nel 1971, Cremona ha studiato lingua e letteratura cinese, portoghese e neogreca presso l’Università di Venezia e svolge attività di consulente linguistico. Ha al suo attivo traduzioni dal cinese mandarino, dal mancese classico, dall’afrikaans, dal portoghese e dal neogreco.
Tra le sue opere: Foreste Sensoriali (1993), Lettere dal Mattatoio (2002, Premio Speciale della Giuria alla XI Ed. del Premio Internazionale Nuove Lettere, NA; 1° alla XXI Ed. del Premio Campagnola, PD; 2° alla V Ed. del Premio Emma Piantanida, MI), La Pergamena delle Mutazioni (2002, 1° alla III Ed. del Premio Anna Osti, Costa di Rovigo, RO; 3° al VI Concorso Guido Gozzano in Terzo, AL), Cronache dal centro della notte (2004, 1° all’VIII Ed. del Premio Mondolibro, Roma; 2° alla XXII Ed. del Premio Città Cava de’ Tirreni, SA), Tutti senza nome (2006, Premio della Giuria al Concorso Internazionale Città di Salò 2007, BS).

Sito dell'autore www.renzocremona.it

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • Dall'otto settembre al sedici luglio
  • Collana
  • I Colibrì
  • Pagine
  • 68
  • Anno
  • 2007
  • Prezzo
  • € 7,50

Lavori come questo non hanno bisogno di un prefatore perché vanno dritti al cuore e alla mente del lettore anche distratto. Essi infatti lo trasportano nella situazione psicologica universale del figlio che ripercorre il proprio tracciato genetico come portando la fiaccola della vita del genitore, e propria. In fondo la specie non ci chiede altro che fare da staffetta per cui – non è divertente dirlo – divenuti genitori a nostra volta, il nostro compito esistenziale sarebbe concluso. Un individuo qualsiasi non ci fa caso ma nemmeno chi sa, se la sente di rinunciare ad un sèguito senza limite. Il bisogno di sussistere è la trasfigurazione del bisogno di essere immortali! I pensatori sono una categoria antropologica sui generis!
Essi amano e soffrono in misura e modo eccezionali per un ipersviluppo della coscienza ma sono essi stessi che consentono alla specie di evolversi dall’animalità alle vette del cielo creando tutta quella scienza e tutta quella tecnologia che sono tutto il bene e tutto il male della civiltà ma anche l’unica risorsa per non stagnare e morire di sé stessa (come purtroppo sta accadendo).
Amerigo Iannacone è un pensatore ed uno scrittore di tutto rispetto e dalla parte positiva dell’evoluzione: con queste pagine rende il meritato onore al suo predecessore – alla conditio sine qua non del suo modo di esistere. In altre parole, egli, dopo avere attentamente ascoltato dalla viva voce del padre la rappresentazione della di lui vita militare nella Seconda Guerra Mondiale e della di lui prigionia nei lager tedeschi, ed avere accuratamente annotato fatti e date, coglie l’occasione per ripercorrere a volo d’uccello la vita paterna mentre gli fa narrare, a sua volta le di lui vicissitudini belliche, particolarmente perigliose e quasi eroiche dopo l’armistizio con gli Angloamericani e l’inizio delle ostilità con gli ex alleati nazisti. Particolarmente significativa, dal punto di vista biologico, la situazione in cui qualcuno, per fame, avrebbe mangiato una “bistecca umana”: è un episodio ricorrente nelle crisi di fame collettiva, che conferma come lo stato di esasperato bisogno alimentare fa regredire il soggetto al livello primordiale dell’antropofagia. Significativa dal punto di vista politico la strage di giovani innocenti dovuta ad una cannonata dei tedeschi che difesero palmo a palmo una terra, la nostra, che sapevano di avere già perduta.
Queste pagine si leggono d’un fiato non solo perché il vissuto ha un fascino particolare su tutte le persone sensibili ma anche perché la lingua di Amerigo Iannacone è lessicalmente precisa, formalmente forbita, a volte poetica e toccante specie quando rievoca i ricordi infantili, in cui ci ritroviamo un po’ tutti e con nostalgia. E sono sempre i piú belli, emotivamente, non perché si stesse economicamente meglio ma intanto solo perché si era molto piú giovani, per meglio dire agli albori di quest’avventura parabolica, che è l’esistenza.
Il padre del nostro Amerigo era un muratore. Il muratore è un artigiano edile erroneamente accostato al manovale, ma è colui che talora, per precisi dettagli imparati dall’esperienza, ne sa piú dell’ingegnere. Per il figlio è sempre il ceppo da cui è nato secondo una tradizione innocentemente maschilista che pone la madre in un secondo piano pur avendolo portato in grembo per ben nove mesi. Il nostro autore ci ricorda il romantico lume a petrolio (a cui forse si dovrà tornare) e la «fioca luce del crocchiante fuoco del camino» e, da quel poeta che è, intercala anche suoi magnifici versi. «Mi è capitata fra le mani / [...] ancora una testimonianza di te: / il primo capitolo inedito / [...] “Dall’otto settembre al 16 luglio” [...] / sembrava che tempo ce ne fosse. / Ora / che il tuo tempo è finito / ho ancora / un rimorso / in piú».
Salta al 29 settembre 1997, festa di San Michele ed onomastico del padre, che proprio quel giorno scompare per essere trovato caduto in un fossato: spento. Aveva 85 anni. La catena biogenetica si è spezzata ma la vita continua e il figlio, a dieci anni di distanza, compunto per l’involontario ritardo, riprende in punta di piedi la promessa: in queste pagine fa rivivere tutta la vicenda bellica di cui il genitore è stato protagonista e vittima di una patria che burocratiz-za tutto, perfino l’omicidio e la morte.
Se tutti i figli ricordassero degnamente e senza enfasi liturgica ed assolutoria i propri padri (e genitori), saremmo tutti piú buoni e piú onesti e la civiltà procederebbe verso il meglio. È quanto suggerisce questo medaglione a chi sa leggere con partecipazione “Dall’otto settembre al sedici luglio”, gli estremi calendaristici di un tempo forzatamente dedicato alla lotta a nemici convenzionali e sottratto al bene comune.
Davvero bravo Amerigo Iannacone!

Carmelo R. Viola

“Oboe d’amore” - traccia d’amore nella poesia di Amerigo Iannacone, oboista solista.
Amerigo-Orfeo del nostro tempo intona la sua poetica voce per riportare in vita i sentimenti, per ridestare assopite coscienze, per coltivare ciò che di importante contrassegna la nostra umana vicenda.
Ma lui non si volta. Musico va per la propria via. Non guarda indietro neppure una volta perché ha fede nella poesia; ben sapendo che alla poesia, e soltanto a lei, è affidato il compito di riportarci fuori dagli inferi e nuovamente affidarci a madre terra.
E la poesia-Euridice lo segue. Contraddicendo il mito non lo abbandona, perché la poesia non può tradire né punire chi con cuore e corpo dedito e sincero la ama e la serve. Questo lei ci chiede, di amarla e servirla in spirito e materia; trovando in Amerigo Iannacone un instancabile e talvolta solitario condottiero, che lotta per la poetica causa senza curarsi dei clamori e degli onori. Del resto Amerigo docet: la poesia è traccia d’amore, quanto piú invisibile tanto piú indelebile.

Rossella Fusco

Un extraterrestre arriva in una piccola città della terra e vede un incendio. Riesce a capire che sul luogo del disastro sono presenti tre categorie di persone: i pompieri, i proprietari dello stabile andato a fuoco ed i curiosi.
Dopo qualche tempo il nostro extraterrestre si imbatte in un altro incendio e, successivamente, in un altro ed un altro ancora. Osservando attentamente nota che ogni volta i proprietari degli stabili ed i curiosi sono cambiati, e a volte non sono neppure sul luogo, ma i pompieri sono sempre presenti e sono sempre gli stessi. Da ciò deduce: «Ecco, sono i pompieri la causa degli incendi perché, quando ci sono loro, c’è sempre un incendio».

Simile, sostiene Trupiano, è la posizione degli osservatori nella medicina classica: costoro annotano che in quella determinata malattia è sempre presente quel microrganismo e decidono: «Ecco, è lui la causa della malattia». Oppure: se un tumore appare a distanza di alcuni mesi da una prima manifestazione cancerosa, vuol dire che la seconda manifestazione è concatenata con la prima. Vuol dire, insomma, che cellule della prima massa neoplastica sono emigrate in altri distretti dell’organismo dando origine ad una seconda manifestazione e (anche se non esistono studi in cui si possano vedere direttamente le cellule neoplastiche in transito) possiamo considerare “scientifica” l’ipotesi dell’invasione del nuovo distretto e della formazione delle metastasi.
Ma se non accettassimo la teoria classica delle metastasi è evidente che dovremmo considerare le formazioni tumorali successive alla prima come dei nuovi tumori.

Dall’“Introduzione - Psicologia ed oncogenesi: quasi una testimonianza”