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  • Autore
  • Ludovica Tozzi
  • Titolo
  • Cielo e terra
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 8,00

Un tenebroso universo accoglie il visitatore di questo libro, un piccolo ma denso e coinvolgente libro di versi scritto da un autore evidentemente in debito nei confronti di una tradizione culturale molto particolare. Ma forse nemmeno tanto, se si considera il successo e la notorietà che ormai da qualche decennio accompagnano le saghe di Tolkien, Rowling et similia... Solo per dire di quelle che un vecchio lettore può conoscere: altre ne circo-lano e vendono, ben oltre i livelli che un lettore di poesia (di ogni età) è abituato a considerare alla sua portata.
L’autore in questione, comunque, è una donna, una giovane poetessa che si misura qui – con una certa dose di coraggio – col mondo delle sue passioni, traendone e facendone poesia da leggere. Lo scopo? Ma qui sembra innanzi tutto il desiderio di riviversi nelle fantastiche storie narrate, offerte in frammenti all’occhio (ed alla mente) di chi sappia come disporsi a ricevere il messaggio invero insolito.
Ludovica Tozzi si presenta con questa sua opera prima in maniera prepotente e spiazzante: poesia? Certo, ma attenzione alle dosi d’uso... Ci si deve preparare a un viaggio enigmatico, a un misterioso gioco di immaginazione, in una continua sospen-sione – come lei dice – “tra cielo e terra”, tra quel che si vede e quel che si pensa. E non sempre è facile seguire le trame proposte, altalenarsi appunto fra chi si è, come ci si mostra, e chi si potrebbe essere. “Piangere” è un verbo chiave in questa silloge: non deve essere un caso se la giovane poetessa ne sente il bisogno: subliminale, forse, ma il messaggio traspare, e non lascia del tutto tranquilli.
Gli strani personaggi che compaiono a interlo-quire con lei – a farle anche dire le sue verità (“il fardello della verità”) – mostrano di avere una loro personalità e pertanto si fanno vive persone di un dramma in scena. Ci sono un “bardo triste” e un “bardo muto”, e un “paladino coi capelli al vento”, ci sono Sizian e Zack... c’è pure una luna “pallida nelle mani della sera” (tra le immagini più toccanti della silloge)... e si muore col sorriso, ma si soffre per amore... Altro si può trovare, che vale la pena di se¬gnare anche per un lettore – diciamo così – normale, che però voglia farsi portare in un mondo lontano e fascinoso, ricco di immagini e personaggi stupefacenti.
D’altronde, se il tempo è “iniquo”, e il nostro è un “mondo di maschere e marionette”, come dice Ludovica, chissà se meglio convenga abituarsi a tenerne sempre una a disposizione, o rassegnarsi a combattere con quelle degli altri, in attesa di un momento fortunato, che ci dia la nostra giusta dimensione.

Giuseppe Napolitano

  • Autori
  • Scarabeo, Iannacone, Napolitano, Rinaldi, Franchitti
  • Titolo
  • "Teatropolis" di Maffeo
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Buonasera a tutti e benvenuti a questa presentazione di Teatropolis di Pasquale Maffeo. Inizio col dire che è un grandissimo onore avere qui a Venafro il professor Maffeo. Lo ringrazio a nome di tutti per aver scelto di presentare un suo libro anche in questa terra, che tra l’altro ha un forte legame con la sua. Pasquale Maffeo, infatti, è nato a Capaccio, in quel di Paestum, ma vive a Tremensuoli, frazione di Minturno. Certamente a molti di voi il nome di questo paese non suona nuovo. Infatti Tremensuoli, insieme a San Nicandro Garganico, e a Venafro venera come santo patrono san Nicandro. Ma entriamo subito nel vivo della serata. Presentare Pasquale Maffeo è un’impresa a dir poco ardua, ma tenterò l’impresa con la speranza che lui mi perdoni per l’inadeguatezza e per l’incompletezza.
Prima e dopo la laurea in Lingua e letteratura inglese conseguita a Napoli, presso l’Istituto Orientale, con una tesi sull’Isabella di John Keats poi pubblicata, a parte una parentesi impiegatizia, a parte viaggi europei fatti anche in veste di inviato per la terza pagina, ha diviso la giornata tra insegnamento e letteratura. La sua produzione annovera libri di poesia, romanzi, racconti, saggi critici, biografie, testi di teatro. Ha tradotto classici inglesi. Dirige due collane, una di narrativa breve e una di saggistica letteraria, presso l’editore Caramanica. Collabora al quotidiano Avvenire. È sposato e ha due figli. Dopo una lunga residenza in area modenese, ultimamente è tornato a vivere a Tremensuoli. L’intero archivio della e sulla produzione di Maffeo (opere pubblicate, manoscritti, quaderni, bozze, indagini critiche, recensioni, immagini e materiale promozionale) nell’ottobre del 2008 è stato acquisito dal Centro di ricerca “Letteratura e Cultura dell’Italia Unita” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Tutta la sua produzione in versi è reperibile nel volume Nostra sposa la vita del 2010. In prosa an-novera tre raccolte di racconti, cinque romanzi (di cui l’ultimo uscito, nel 2011, è Il nano di Satana), tre biografie (di Salvator Rosa, Giorgio La Pira e Federigo Tozzi), saggi su autori italiani, una rilettura dei Poeti cristiani del Novecento del 2006. Alcuni testi teatrali – quattro se ne leggono in Voci dalle maree del 2000 – sono stati rappresentati o radiotrasmessi in Italia e in Svizzera. Da segnalare sono le traduzioni dall’area inglese: Wilkie Collins, William Blake, John Keats, Charles Dickens, Christina Georgina Rossetti, Alice French.

Versi e prose di Maffeo si leggono in antologie, strenne e rassegne apparse in diversi luoghi e tempi.
Da notare che molti nomi celebri della letteratura hanno scritto prefazioni per i suoi libri. Ne cito in questa sede solo uno per tutti: Mario Pomilio.
E non solo, tanti hanno pubblicato volumi a lui dedicati, come I picari di Maffeo di Raffaele Bussi del 2012 o Maffeo. Itinerari di ricerca del professor Giuseppe Napolitano (qui presente) del 2006 o ancora Il mondo lirico di Maffeo niente meno che del nostro Vincenzo Rossi del 1995.
Un’aggiornata bibliografia critica si trova in ap-pendice al volume di Rocco Salerno L’oceano, l’altrove in Maffeo poeta del 2009.
Le ultime pubblicazioni sono Voci dal chiostro. Monache di clausura raccontano del 2013 e Jaco-pone da Todi. Frate rovente poeta mordente del 2014, entrambe edite dalla Casa Editrice Ancora.
Ma non vi rubo ancora molto tempo, perché vorrei iniziare a cedere la parola al primo relatore: don Salvatore Rinaldi.
Credo sia superfluo in questo luogo parlare di don Salvatore. Tutti i presenti infatti conoscono il suo vivere quotidiano nella porzione di popolo di Dio affidatagli e le sue attenzioni, per quanto gli è possibile, nei riguardi di ogni persona che incontra. Tutti sanno che è Direttore della Caritas Diocesana, Presidente del Consultorio Familiare “Il Girasole”, Assistente Ecclesiastico del Gruppo Scout AGESCI Venafro 4 e tanto altro. Cosí come tutti i presenti sono a conoscenza delle sue numerose lauree e dei suoi tanti anni da docente universitario e nei licei. Ma pochi conoscono il don Salvatore scrittore. Su don Salvatore scrittore sono stati pubblicati due saggi molto interessanti. Il primo è del professor Amerigo Iannacone (qui presente) ed è pubbicato nella sua raccolta intitolata Testimonianze 2007-2014. Il secondo è della professoressa Vincenzina Scarabeo Di Lullo (anche lei qui presente) ed è pubblicato nel vo-lume Scuola di vita del 2015 che raccoglie 53 saggi di altrettanti autori dedicati a don Salvatore. Sia lo scritto di Iannacone sia lo scritto di Scarabeo sono sinceramente molto interessanti, ma in questa sede non credo sia il caso di leggerli. Basti dire però che don Salvatore ha alle spalle ben una ventina di pubblicazioni. Inoltre dal 2007 tiene la rubrica settimanale “Fede e Società” sul quotidiano Primo Piano Molise e periodicamente pubblica su Il Quotidiano del Molise, Avvenire, Caritas Migrantes, Consultori Familiari Oggi e Molisinsieme. Sue omelie sono raccolte, da Carmen Buono (qui presente) e da me, nei volumi Frammenti di speranza, Ferma il tuo esodo e Modellati dalla tenerezza (in uscita) nella collana specifica “Il nastro e la penna di una voce” delle Edizioni Eva.
A questo punto, credo sia proprio il caso di pas-sare la parola a don Salvatore, che è il padrone di casa. Ma prima di farlo vi rubo solo un altro minuto. C’è un episodio, proprio nel recentissimo volume Scuola di vita che lega don Salvatore a Pasquale Maffeo. Andrea Cecere, infatti, uno dei 53 autori, per descrivere un periodo particolare condiviso con don Salvatore durante l’ultimo anno di seminario, sceglie di usare proprio parole di Pasquale Maffeo, che gli sembravano le piú calzanti. Il paragrafo in questione s’intitola: L’ora del pianto ci rifece umani.
La parola a don Salvatore. Buon ascolto.

Dall'intervento introduttivo di Chiara Franchitti

  • Autore
  • Aldo Cervo
  • Titolo
  • Caiazzo
    nel secondo dopoguerra
  • Pagine
  • 50
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00
  • Isbn
  • 978-88-97930-92-1


Quando a partire dal 3 di ottobre 1943 iniziò nel Medio Volturno la sequenza delle stragi naziste, in Caiazzo era Podestà Ferdinando de Angelis . I fratelli Stefano, Angelo e Carlo de Simone restavano gli elementi di primo piano del Fascismo locale. Reggeva da ventuno anni la diocesi mons. Nicola Maria Di Girolamo . Altri caiatini significativi culturalmente, notoriamente antifascisti erano i fratelli Loreto e Ortensio Severino , Procuratore del Re il primo, in servizio a Napoli; il secondo, Maggiore dell’esercito (prima della conversione all’antifascismo era stato Volontario in Spagna nel 1936). Di chiara collocazione antifascista anche il figlio del Severino Procuratore, l’allora giovanissimo Ortensio , ventitreenne, laureatosi l’anno prima in Filosofia presso la Federico II di Napoli.
Ai fini di una rappresentazione realistica del volto socio antropologico dei caiatini dell’epoca va ricordato che nei fascisti locali durante il Ventennio e, a Fascismo appena caduto, nei locali antifascisti l’essenza comune della caiatinità prevalse nettamente su quella ideologico-settaria, sicché, fatti salvi sporadici quanto inoffensivi atteggiamenti di ostilità, nessuno mai ebbe a patire comportamenti persecutori. La stessa detenzione dei fratelli Stefano e Angelo de Simone nel campo di concentramento di Padula dal gennaio 1944 ai primi mesi del 1945, disposta durante l’occupazione Alleata nonostante la loro risaputa integrità morale, fu – per cosí dire – un prezzo dovuto alla storia piú che alla Giustizia, tant’è che, accertata l’assenza, in entrambi, di reati particolari (profitti di regime, abuso di potere etc.) furono rimessi in libertà e riabilitati all’esercizio di professioni civili.

Breve estratto dal I capitolo

  • Autore
  • AA.VV.
  • Titolo
  • Poesia da tutti i cieli 2016
  • Collana
  • Premio Poesia da tutti i cieli
  • Pagine
  • 192
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 18,00

Questa terza edizione del premio ci ha arricchiti di una nuova esperienza. Ha favorito nuovi incontri, ha fatto sbocciare nuove occasioni di confronto e di intesa perché la poesia è un infallibile strumento di unione anche a distanza, nell’offrire la possibilità di condivisione del momento creativo, momento magico, irripetibile, che consegna al lettore immagini inedite, a volte lievi, accattivanti, rasserenanti, altre volte forti con spunti di riflessione che lo inducono a considerare angolazioni nuove dei problemi che ci avviluppano in questo teatro del mondo.
E l’Esperanto – ne abbiamo ulteriore conferma – ben si sposa con la poesia di cui veicola i messaggi navigando attraverso i “cieli” dei cinque Continenti ed è un linguaggio della pace e dell’affratellamento fra i popoli che non conosce barriere. Il Premio, già patrocinato dal Comune di Sant’Angelo di Brolo e dalla Federazione Esperantista Italiana, que-st’anno ha ricevuto il gratuito patrocinio del Comune di Librizzi e di alcune associazioni culturali che ne condividono le finalità e con le quali si intende collaborare. E sono le sezioni di Messina dei “Convegni di cultura Beata Maria Cristina di Savoia”, dell’“Antonello da Messina”, dell’Aimc (Associazione italiana maestri cattolici), dell’Ammi (Associazione mogli medici italiani) e della Fidapa Messina Capo Peloro.
Il notevole impegno dei componenti della Giuria – e non dimentichiamo la fatica dei traduttori cui va un sentito plauso – che ha operato una selezione accurata delle numerose poesie pervenute, ha consentito, anche quest’anno, di giungere a risultati soddisfacenti, di premiare, cioè, quelle ricche di contenuti e valide nelle opzioni espressive. Perché si sono scelte non parole vuote, ma concetti, pensieri che esaltano valori umani intramontabili, che attingono alla bellezza nel senso piú ampio del termine, che esprimono sentimenti autentici e soprattutto una forte partecipazione emotiva a situazioni e ad eventi drammatici del nostro tempo. Perché – e lo sottolinea anche Giuseppe Campolo – «il poeta deve essere uno di quelli che devono preparare il mondo nuovo». «Il poeta è un grande artiere» cantava Carducci in “Congedo”, perché forgia le coscienze, e ci consegnava la metafora del fabbro che, col vigore dei suoi «muscoli d’acciaio», modella il ferro.
Parole poetiche, dunque, quelle che il lettore troverà in questa antologia, permeate di vita, del quotidiano a livello individuale e collettivo,
espresse nello stile a ciascuno congeniale, presumibilmente maturato nella frequentazione dell’alta poesia che educa l’orecchio all’«armonia che la governa» e che – è superfluo dirlo – non coincide col lenocinio della rima. «Non esistono problemi di linguaggio, sperimentalismi innesti e derivazioni da altre letterature che abbiano valore normativo. Ogni poeta si crea lo strumento che crede essergli necessario.» Cosí Montale che intendeva restituire il libero volo alla poesia, senza escludere, però, il rispetto delle regole basilari.
Vari i temi trattati dai concorrenti, come quello della memoria che si sviluppa – nella lirica cui è stato assegnato il primo premio – nella cornice di una natura carica di colori e di profumi mentre nell’aria sembra svelarsi il mistero dell’universo, o quello dell’Alzheimer (terzo premio ex aequo) di drammatica attualità con la scia di dolore e di interrogativi che l’accompagna. Ed ancora storie antiche di dolore, fatica e rinunzie di uomini vittime anche di prepotenze e soprusi “raccontate” da alberi millenari mentre il poeta vede «lacrime rincorrersi / sulle guance rugose / ove il tempo è artiglio rapace / a dirci di antiche ferite / e silenti speranze mai sopite.» (“Patriarchi di memoria” classificatasi al terzo posto ex-aequo). Ancora attualità nella struggente poesia pervenuta da Taiwan e dedicata alle vittime di guerra: «Era una piccola ragazza. / Era una ragazza sola / … / Dietro, / lontano bruciava l’incendio, / … il suo villaggio era nell’incendio lontano, / tutto il suo mondo era nel lontano incendio / … / Al margine della strada ella si sedette e appena udibilmente singhiozzava.» (“Incendio” - Premio Fei per la migliore poesia in Esperanto).
E sono ancora drammi del nostro tempo ad ispirare i poeti come quello che si è aggiudicato il Premio Edizioni Eva: «Dorme Aylan sulla spiaggia di Bodrum. / Profondamente dorme, e le manine, / fragili remi, esili foglie esauste, / riverse e arrese abbracciano l’approdo.» Immagini delicate, tenui e insieme forti, che inchiodano a quella scena – tra le migliaia che continuano ahimè a susseguirsi – che sprigiona un dolore collettivo immenso.
E c’è in “Occhi chiusi” (Menzione speciale di merito) lo slancio dell’autrice che, immedesimata anch’essa nella tragedia dei migranti, vorrebbe «spostare mondi // per portare su una zattera di terra / le giova ni folle di fantasmi / in un luogo di voli e di silenzi / dove la pace è brezza sopra il mare.» Abbiamo citato alcuni versi a mo’ di esempio, ma certamente il lettore sarà attratto da molti altri temi oggetto delle poesie finaliste che trovano posto in questa antologia sapientemente curata da Giuseppe Campolo e dall’editore Amerigo Iannacone, ai quali va la gratitudine della Giuria.

Anna Maria Crisafulli Sartori

  • Autore
  • Raffaele Del Re
  • Titolo
  • La ploranta gasto
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 12,00
  • Isbn
  • 978-88-97930-91-4


Unuavide stultaj kaj malfidindaj aspektis tiuj knaboj, eble dekkvar- aŭ dekkvinjaraj, kiujn mi trafis hazarde piedirante tra mia hejma strato. Mi klare vidis ke ili serĉis viktimon por siaj fiaĵoj kaj mi, kun mia blanka hararo kaj mia promenbastono, aspektis perfekta mokcelo. Dum ili alproksimiĝis laŭte voĉante, ili montris min per mansignoj maldelikataj; baldaŭ ili vokis min ĥore kriante: «Ho, sinjoro! Kia ŝanco trafi vin ĝuste hodiaŭ! Aŭskultu! Ni devas atentigi vin!»
Pli volonte mi daŭrigus mian paŝadon; tamen, mi haltis kaj lasis ke la planita stultaĵo eliru el iliaj buŝoj.
Ili ne estis sufiĉe lertaj por ordinara ŝerco. Pri alimondano ili fuŝparolis; sed ne pri kutima alimondano, kun verda haŭto kaj antenoj, nek pri horora alimondano, kun dekoj da kruroj aŭ tentakloj. Nenion ili diris pri ĝia aspekto; nur ili asertis ke ĝi alteriĝis per flugdisko sur mian etan balkonon kaj tie loĝas, ĝemante ĉiun nokton dum pluraj horoj.
«Ĝi ne estas malbona» «Ĝi daŭre ploras» «Ploras kaj kantas» «Ni aŭdis ĝin nokte dum hejmreveno». Ili parolis ĉiuj samtempe, tiel ke mi malmulton komprenis.
Alimondano ploranta! Ne indis komenti. Ne indis respondi. Ne indis eĉ rideti. Mi rigardis ilin severmiene kaj preteriris senvorte.
Mi supozis, ke mi ne plu pripensos tiun strangaĵon. Nokte, tamen...
Ĉu ne okazas ankaŭ al vi, vekiĝi meze de la nokto kun la menso agitata de memoroj el la antaŭa tago? Kiam mi spertas tion, mi stariĝas kaj vagas tra la domo silenta (post la morto de mia edzino mi loĝas sola), ŝaltante ĉiujn lumojn, ĝis prenas min sufiĉe da laceco por reendormiĝo.
Ankaŭ tiun nokton mi vekiĝis. Mi rememoris la knabaĉojn kaj la ĝemantan alimondanon kiu iliadire loĝas kun sia flugdisko en mia balkoneto. La rakonto de la knaboj aspektis malpli stranga en la silenta mallumo. «Nu, kial vi taksas la historion mallogika?» argumentis parto de mia men-so. «Malvera, konsentite, malvera; sed ne mallogika.»

Ekstrakti el la unua rakonto

  • Autore
  • AA.VV.
  • Titolo
  • Dicono di Eppure
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 114
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

L’immagine sullo specchio
(Prefazione a "Eppure")

È subito chiaro il senso di questa operazione editoriale (raccolta di pagine poetiche sparse negli ultimi cinque anni), di questa confessione lirica che Amerigo Iannacone offre ai lettori. Fin dai primi testi, infatti – e si direbbe addirittura fin dal titolo, che è un manifesto d’intenti –, leggiamo le giuste chiavi per entrare nel libro, nella sua trama tematica; leggiamo le pa-role/emblema, gli stilemi, i versi che ci dicono come orientarci, parlandoci delle sue problematiche esistenziali – che sono le nostre –, filtrate dalla sua (ben nota, a chi lo segue ormai da sempre) arguta bonomia, dalla sua oraziana misura di vita.
Cominciamo da “Enigma”, perché è chiaro a tutti che «non ci sono spiegazioni» a quello che ci tocca vivere, malgrado certe affermazioni delle scienze o le ingiunzioni della fede (chi ce l’ha), siamo spesso costretti a brancolare nel buio e incapaci di comprendere l’enigma che noi stessi siamo. “Eppure” (e chi sa quanto c’entra Galilei e la sua determinazione scientifica nel voler sciogliere gli enigmi dell’universo), anche se «siamo l’imma-gine / che passa sullo specchio / siamo il vento che fugge», non possiamo evitare di guardarci in quello specchio, nei riflessi che ci dicono a che punto siamo arrivati, quanto abbiamo sprecato e quanto dobbiamo cercare di mettere a frutto per andare avanti: «Tutto / – ogni ora ogni minuto – / fu degno sempre d’essere vissuto». Questa è una reminiscenza di una lezione antica, per la quale si potrebbe ancora scomodare il buon nome di Orazio, ma sono diversi quelli che vengono alla mente. «Anche gli eterei castelli / delle attese / servono alla vita»: proporsi obiettivi aiuta a guardare avanti, mettendo da parte il passato, considerando meglio il peso del presente, che appunto serve a costruire castelli di attesa.
«Aveva forse ragione Pirandello»: non siamo mai solo quello che vediamo, nemmeno quello che ci sforziamo di essere, quando riusciamo ad aggiustare la “corda civile” per presentarci in pubblico: siamo sempre quel che gli altri vedono in noi. Eppure (è proprio il caso di parafrasare l’autore) non ci si può fermare a rimirarsi troppo, ad acchittarci come damerini o fingere aspetti insoliti per adeguarci alle mode: invece si deve mostrare la faccia che si ha, la prima che lo specchio ci rimanda, la piú “normale”.
La poesia è «voce di libertà». Ed è anche «medicina la poesia» – specie quando riporta a galla, magari anche con una punta di amarezza o disillusione, momenti lontani, memorie sopite eppure vive nella cassaforte dell’animo che tutto custodisce...Cosí «Ritorna rinasce rivive il candore / di un amore lontano»: è solo una pallida immagine, ma per un attimo è vita vera, è rivissuta emozione, e diventa, in poesia, anche testimonianza da condividere. La libertà di esprimersi, infatti, in poesia è necessità di confronto, è apertura di squarci sereni nel quotidiano ombrarsi degli eventi. Ci si trova e ci si ritrova nel gioco delle parole che alludono, suggeriscono e incantano ma pure accendono empiti di umana partecipazione all’universale trottola dell’esistere.
Il paese natale (che è quello in cui ancora vive, il poeta) è lo sfondo ideale per contemplare il vivere dell’umanità spicciola, terreno di privilegiata analisi di un acuto osservatore. E, in quel-l’ambito, la famiglia – come in particolare il figlio che si sposa (nella sezione finale del libro, “Nuptiae”, interamente dedicata al suo matrimonio) – assume un ruolo di ancora maggior valore umano, da considerare e mandare ad esempio, e costituisce – come sempre per Amerigo – un vasto bacino di stimoli letterari, per la forza evocativa che ancora hanno in lui, educato ai classici, alla grande poesia del passato, i rapporti familiari nella di-mensione poetica.
Un’ultima considerazione va fatta sul rapporto che mi lega – da ormai quasi tre decenni – all’amico Amerigo, fratello di avventura poetica. Ci lega appunto la comune passione per la scrittura poetica, non solo: abbiamo entrambi la ferma convin-zione che la poesia (per chi la fa e per chi la usa) possa essere “medicina”, ma in senso lato, nel senso cioè che ci si possa riconoscere nelle parole di un altro, riconoscerle come proprie e provarne dunque conforto. Medicina dunque adatta a situazioni diverse, ogni volta che nel dolore dei giorni si avverta il bisogno o solo il desiderio di una voce amica, di una parola buona.
Il fatto infine che Amerigo Iannacone sia un editore non gli ha impedito, pur avendo a disposizione diverse sue collane per pubblicare un libro, di pubblicarne alcuni nella collana che ho diretto per circa dieci anni, “la stanza del poeta” (nella quale uscirono Versetti e versacci nel 2006 e Oboe d’amore nel 2009). Anche ora entra in una collana da me diretta, e mi onora della sua firma insieme a quella di tanti amici che lo hanno fatto e lo fanno convinti – come lui – che “la stanza del poeta” abbia (anche in questa nuova serie che esce sotto le insegne delle Edizioni Eva) pareti senza porte né finestre, anzi, nemmeno pareti: questa nostra stanza è in definitiva soltanto uno spazio ideale, ove riunirsi ogni volta che si ha voglia, certi di potervi trovare altri spiriti amici, partecipi del grande, serissimo gioco (un enigma da decifrare insieme) che è la poesia quando parla di vita alla vita.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Gustavo Vega Mansilla
  • Titolo
  • Istanti di cristallo
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 64
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 9,00

Le piccole cose che fanno la vita

Gustavo Vega torna volentieri in Italia. Quando può, fisicamente, e volentieri anche in veste cartacea: nella prima serie della collana “la stanza del poeta” fu pubblicata una piccola raccolta col titolo Riflessione. Istanti di cristallo (2007). Una piú ampia raccolta di scritti poetici di vario genere è apparsa qualche anno dopo col titolo Dipingere la luce (Edizioni Eva). Titolo in cui può forse sintetizzarsi l’attività poetica del nostro amico spagnolo: egli riflette e scolpisce istanti di cristallo con una pennellata di luce. E si potrebbero anche enucleare – tra le molte e diverse suggestioni provocate dalla sua poesia – alcune costanti tematiche: la natura, l’incontro, la misura.

Dall’orologio appeso
si stacca il tempo
senza macchiare la parete.

Il mondo universo è scheggiato in frammenti di immagini, come si frantuma in momenti di varia fortuna la stessa esistenza umana: la misura del poeta è la sua capacità di cogliere, comprendere e condividere, e fissare, quindi, con la sua luminosa pittura, nel suo cristallino gioco di luci e di specchi. Le stagioni, il tempo, le tracce che lasciano le umane cose - i desideri, le illusioni, la cadute. Ma c’è tanta vita in questo piccolo libro di Gustavo Vega, e deve bastarci. Nella concentrazione verbale dell’haiku basta un niente per alterare non solo la forma, poiché il senso stesso deraglia pericolosamente.
L’haiku di Gustavo Vega, pur non avendo sempre forma classica, conserva della maniera originale l’in-dicazione temporale, o un agente atmosferico oppure il nome di un animale; coniuga insomma libertà e fedeltà in un gioco sottile di rimandi semantici. Qui leggiamo di cicale e di cicogne, di aquile e gabbiani; qui passiamo dall’estate all’autunno all’inverno (manca la primavera), e seguiamo la luna e il sole nel loro andare celeste. Ma soprattutto c’è lui, il poeta con i suoi pensieri e turbamenti, con le sue domande senza punto interrogativo. Con la sua poesia. La riflessione sulla poesia è costante, dichiarata: è “luce crepuscolare” e germoglio di azzurro silenzio, è nel volo degli uccelli ed è “tempo senza tempo”.
Nel tempo la poesia diventa io - e l’io scrive poesia per restare nel tempo.

Meglio vivere oggi
l’eternità. Forse poi
non avremo tempo.

Appunto è la funzione della poesia: fermare il tempo in un frammento per consentire di viverlo fuori del tempo, come fosse una scheggia, un cristallo di eternità.
C’è un’esplosione di colori in questi 44 haiku, quattrocento parole appena. Pochi minuti di lettura, ma c’è, in miniatura, un’enciclopedia esistenziale in questi nuovi Istanti di cristallo. Cosí il viandante che sogna “percorsi d’aria” è parente di Don Chisciotte e Sancio che sono “ideogrammi contro l’orizzonte”. Cosí le aquile “planano tra le stelle” mentre la notte sogna “dietro i vetri”. Cosí i rami del mandorlo sono “calligrafie di vento”... Ma cosí si finirebbe per citare tutto il libro!
Vanno colte subito, nella poesia di Gustavo Vega, le sonore aperture verbali, certe impennate nelle sue scelte linguistiche e lessicali, e insieme le tenui sfumature cromatiche nella morbidezza delle immagini. E vanno poi assaporate certe succose espressioni che si sostanziano di consapevole forza espressiva. La gamma delle variazioni sfaccetta un significante proponendo diversi significati.
Immagine simbolo cristallizzata oltre il tempo del suo tempo mortale, la figurina umana di Marilyn (“farfalla senza ali”, prematuramente bruciata dall’incapacità di giocare in questo mondo, fuori dal suo mondo “di carta o celluloide”) può diventare il sigillo di questo piccolo libro che si fa scrigno prezioso:

Marilyn, farfalla
di carta o celluloide.
Aria senza ali.

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Gustavo Vega Mansilla
  • Titolo
  • Pentri la lumon - Pintar la luz
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 168
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 16,00
  • Isbn
  • 978-88-97930-86-0


Gustavo Vega Mansilla estas poeto tute originala kaj lia poezio, preskaŭ ĉiam tre alta poezio, estas ĉiam aŭtentika kaj rekonebla. Granda estas lia sentokapablo, sed kvazaŭ li volus kaŝi tiun sian sentemon, li ofte sin montras ironia kaj senpasia.
Ironio kaj ĉefe memironio estas en lia naturo, kaj tre ofte ni trovas ĝin kiel karakterizo de lia verkado, kaj tiel li povas ŝerci montrante al ni, ekzemple, poemon titolitan “Minimuma soneto” farita el nur unuopaj literoj – abba abba cdc dcd – kaj eĉ poemon titolitan “Minimuma soneto minimuma”, farita nur el interpunkciaj signoj.
Sed tio ne devas kredigi ke lia poezio estus nur io ŝercema, ĉar ĝi estas male tre profunda kaj tre intensa, kaj ofte tiu ironio kaj ŝercemo, kaŝas, kvazaŭ masko, ne nur lian sentemon, sed eĉ iun lian karakteran melankolion, kaj iun lian solecan senton.
Kaj tion ni bone komprenas, se ni atente legas liajn poe-ziaĵojn, kiel ekzemple “24an de majo”, kie la naskiĝtago «Estas, nur, / maniero akcepti // (Min? Vin?) mian / neredukteblan / s / o / l / e / c / o / n», kaj tiel skribita, la soleco ŝajnas malrapide guti en lian animon.
Legu tiun ĉi hajkon: «Ploras la ŝtono / de la antikva fontano. / Melankolio.» La akvo de la antikva fontano ŝajnas plori melankoliajn larmajn gutojn.
Tre interesa, kaj absolute originala, estas lia vida poezio, kiu elmontras lian esceptan inventan spiriton. Kaj tiel ni vidas literojn, kiuj falas en funelon kaj sube eliras poemo; la vorto “maro” kiu iĝas la mara imago de la amo al lia virino, kie li dronas; la fasado de la “Leonana Instituto de Kulturo”, sur kiu la poeto pentras la vorton “AMO”; kai tiel plu.
La sekcio “Kristalaj momentoj” entenas 27 hajkojn, sufiĉe laŭregulaj. Ĉi tie ni trovas la naturon, la sunon, la venton, arbojn, papiliojn, la lunon, la neĝon, kaj tiel plu. Ili preskaŭ ĉiam respektas la originan japanan spiriton, kaj la naturan medion. Ili estas tre belaj, tre efikaj, tre fajnaj, tre sugestiaj. Mi transskribas nur du ekzemplojn: «Kaj sangante, / leviĝas la suno / matene.»; «La neĝo rigardas la lunon, / la luno rigardas la neĝon: / blanka dialogo.»
Ĉefe en tiu ĉi sekcio, sed iom en la tuta libro – kaj eĉ en la aliaj verkoj de Vega – estas, persista, daŭra, la elserĉo kaj la uzado de la lumo. Pli ĝuste la lumo, difuza kaj ĉarma, estas kvazaŭ fadeno, kiu trairas la tutan libron. La versoj estas kvazaŭ lumaj peniktuŝoj, ĉar nia Poeto “pentras la lumon” – ne estas hazarda la titolo – kaj kreas poezion, ĉar la lumo estas poezio kaj la poezio estas lumo.
En Pentri la lumon, Vega, krea kaj eklektika, kapablas maj-stre – sed ankaŭ preskaŭ tute laŭinstinkte – kunvivigi sian ironian spiriton kun sia delikata sentemo, kaj kapablas kunmeti tute nature siajn plurajn kreemajn dotojn kaj sendube lia poezio – ĉu verkita ĉu vida – trafas la leganton kaj restas en lia menso.

Amerigo Janakono

  • Titolo
  • Uomini e bestie stravaganti
  • Autore
  • Luigi Feliziani
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 208
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 16,00
  • Isbn
  • 978-88-97930-84-6


L’ispirazione boccaccesca che si percepisce nella raccolta di Luigi Feliziani, laziale di Pietraforte, in provincia di Rieti, oltre che nel topos letterario della burla, della trovata a sorpresa presenti più o meno in ogni pagina, è – per così dire – confessato apertamente in quelle finali, dove sei personaggi (nel Decamerone sono dieci), alle prese non con un’epidemia di peste da cui difendersi, ma con la necessità di darsi un minimo di acculturazione di base, si offrono a narrare, ciascuno, una novella. Il risultato è una sequenza di situazioni grottesche, paradossali, estreme al punto di tirarsi fuori da ogni possibile approccio col reale, anche se del reale vogliono essere proiezioni metaforiche. E in ciascuna di esse per motivi ispiratori si evidenziano – rimesse talvolta a immagini e gergo di una comicità, eufemisticamente parlando, grossolana – storie di povertà e di fortune, di avarizia e di prodigalità, di moralità e dissolutezze, di usura e generosità, di monete false e zecchini autentici; storie, infine, di corna strutturate “a incrocio”, e tuttavia risoltesi nei confini della pura intenzionalità.
Il lavoro, sul piano dell’impianto formale, presenta due volti, dei quali il primo ne connota la prima metà, dove si riscontra un frequente uso delle perifrasi, con l’intento di sorprendere poi il lettore con l’aprosdo-keton umoristico tenuto in serbo. E accanto alle peri-frasi, un dilungarsi delle trame in vicende che esulando dal progetto iniziale determinano una diluizione del messaggio in prolissità.
Quel che invece è elemento distintivo del rimanente narrato si può riepilogare in una essenzialità narrativa che conferendo all’umorismo velocità e brio ne rende ben gradevole la fruizione.
La cornice storica appena percettibile, ma ininfluente nel compiersi delle singolari vicende, è quella che si colloca tra gli anni venti/quaranta dello scorso secolo. Quella geoetnografica si muove tra entroterra rurale (contadini, pastori, cacciatori, artigiani etc.) e ambiente cittadino con qualche sconfinamento transoceanico, anch’esso narrativamente marginale.
La finalità moralistica delle novelle è riepilogata, al concludersi di ciascuna, da motti e sentenze tratte dalla tradizione latina, dall’età classica a quella umanistico-rinascimentale.

Aldo Cervo

  • Titolo
  • Il coraggio di vivere
  • Autore
  • Adriana Panza
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 192
  • Prezzo
  • € 15,00

In pensione da un bel po’, Adriana Panza non vuole dimenticare la sua vita da maestra. In realtà continua a raccontare la sua vita, perché ne ricorda tanti episodi, anche lontani, e pensa che possa servire (non soltanto a lei, se non altro per mettere ordine in quell’ingombrante armadio che è la sua memoria) a far riflettere altri, oggi che tutto è veramente piú facile e sembra invece addirittura difficile a qualcuno che (si direbbe con un’espressione del secolo scorso) ha la mangiatoia troppo bassa, e comoda, quindi, per prendere quello che gli serve.
Raccontando la sua vita, Adriana offre un modello di confronto che potrà pure apparire datato, specie quan-do rievoca la sua lunga permanenza in Africa (“la mia Africa”, come la chiama lei), ma è certo ricco di stimoli, se appena si fa attenzione alle componenti umane di quel modello d’esistenza. Tempi duri, quelli della Soma-lia degli anni sessanta-settanta del Novecento, e dell’Ita-lia pure, specie quella meridionale, che appena cominciava ad uscire dal periodo buio culminato nella Seconda Guerra Mondiale. Si stava un po’ meglio di prima, certo, ma i piú avveduti facevano comunque attenzione a non sprecare. Una famigliola del ceto medio poteva cominciare a concedersi un piccolo lusso, un’auto nuova, un viaggio.
E qui ritorna la maestra: come in altri suoi libri, Adriana Panza alterna la narrazione in prima persona degli eventi alla descrizione storica e geografica, e an-tropica e culturale, dei luoghi in cui quegli eventi si so-no svolti, e delle persone con le quali sono stati condivi-si. Ogni occasione è buona per una digressione storica, scientifica, geografica... Una città, un popolo, un edifi-cio, un personaggio storico, un paesaggio africano, un animale esotico, tutto si può prendere a pretesto per una piccola lezione – come se lei fosse ancora a scuola, come se avesse sempre davanti una scolaresca da interessare, da colpire, da stupire. Il lettore viene così guidato in una specie di viaggio d’istruzione, entrando in una enciclopedia condensata, in un fantastico atlante storico-geo-grafico ricco di puntine colorate.
L’autrice di queste memorie private, “tra storia e vi-ta” (Tra storia e vita è il titolo di un altro suo libro simile a questo), vuole proprio sottolineare quanto le vicende familiari siano determinate dal corso generale degli eventi, e insieme questi, i grandi fatti che fanno la Storia con la maiuscola, devono comunque tener conto dei tanti fatterelli della gente comune. La vita di una perso-na non è mai solo la sua, così la storia di un Paese è la somma di tante vite, e alla fine si deve guardare avanti e indietro al tempo stesso, e di lato anche, se si vuol cre-scere sicuri, se si vuole provare a costruire su terreno stabile.
Gli anni vissuti in Somalia – già lo sappiamo, se di Adriana abbiamo letto altre storie – furono particolar-mente intensi e ricchi di soddisfazioni (nonostante il terribile lutto da cui parte in quest’occasione la cronaca familiare della nostra autrice, sconvolta per la perdita di marito e figlioletto in un incidente di montagna). Figlia di un benemerito della cultura e della divulgazione cul-turale, in un Paese arretrato e privo di identità linguisti-ca, Adriana maestra in terra straniera si trova infatti lei stessa a combattere per la crescita dei suoi piccoli allie-vi. E dedica loro una passione moltiplicata dalla man-canza di un figlio proprio.
I primi radicali programmi governativi di “rifonda-zione” delle strutture economico-sociali della Somalia iniziarono infatti, solo nel 1970, dopo che il Paese si era costituito in Repubblica Socialista, poiché il nuovo regi-me si pose come obiettivi primari, il raggiungimento dell’autosufficienza attraverso l’adozione di tecniche adatte alle condizioni della società locale. Molto interes-sante, ad esempio, è l’osservazione che riguarda la poe-sia – essendo l’autrice per ovvi motivi attratta da questo argomento –. La poesia, nella tradizione somala, rappresenta molto piú che una semplice forma di espressione artistica: essa dà corpo e formulazione all’intero complesso di valori che caratterizzano la cultura e la storia della Somalia.
Accurate, di rilievo, sono tutte le digressioni storiche e antropiche, nelle quali la maestra Panza sciorina la sua conoscenza professionale e l’abilità comunicativa che segnava le maestre di una volta. Notevoli soprattutto le precisazioni su fatti e personaggi che conosciamo, magari dalla Bibbia, come la quasi mitica regina di Saba. Il racconto in questione – scrive Adriana – ebbe diffusione persino in Etiopia, assurgendo a tradizione nazionale perché gli si connette l’origine della dinastia salomonide: il Kebra Nagast (“Gloria dei re”, 14° sec.) narra che la regina, cui è dato il nome di Makeda, si sia recata dall’Etiopia a Gerusalemme, dove da una relazione amorosa con Salomone nacque il figlio Menelik, mitico progenitore dei negus salomonidi.
Il decennio degli anni Settanta, si diceva, è il cuore della narrazione. La protagonista attraversa fasi alterne, tra fiducia e sconforto, ma prevale la sua forza, la sua determinazione nell’accettare sempre con serena fermezza le prove a cui la vita la chiama. In queste sue pagine vivono le persone che le sono state vicino, ricordate negli episodi ai quali lei è piú legata. E che fa rivivere per noi come se ci accompagnasse in un museo personale. Il campeggio alle Tremiti e Patty Pravo, il soggiorno in Sardegna e il viaggio a Barcellona, la piccola “500” gialla e il referendum per il divorzio... Fatti privati che si incastrano nelle grandi vicende storiche: cosí va il mondo, cosí scorrono gli anni che ci è concesso di vivere.
Non tutto naturalmente va come noi vorremmo, ma con un po’ di buona volontà si può addrizzare un per-corso che si va facendo storto, si può correggere un at-teggiamento che ci ferisce. Con un po’ di coraggio, quello che non manca certo alla nostra Adriana, vittima e artefice insieme di una trama esistenziale della quale cogliere “il sugo della storia” (direbbe qualcuno) per conservarne il sapore – e farcelo provare, assaporare, invitati a un banchetto della conoscenza imbandito di sorprese.

Dalla prefazione di Giuseppe Napolitano