Vai al contenuto

  • Titolo
  • E la sera la calma paura dei gatti
  • Autore
  • Carmine Brancaccio
  • Collana
  • Perseidi
  • Anno
  • 2014
  • Pagine
  • 128
  • Prezzo
  • € 14,00

30 settembre

Detto tra noi, il giorno che ho terminato la lettura di tutte le poesie di Sandro Penna ho cominciato ad amare e odiare questo poeta. Mi dava troppo fastidio il fatto che fosse così naturale e limpido, così maledetto e maledettamente bravo.
Detto tra noi, gli scrittori omosessuali, diversi, o che abbiano tanto sofferto in vita, li adoro. Come stracacchio riescano a scrivere opere come Scritti corsari, Il ritratto di Dorian Grey, Prima che sia notte, Le illuminazioni, Morte segreta, Altri libertini non lo capisco. Come posso far fronte a questi geni?
Detto tra noi, se avessi amato soltanto il cinema forse a quest’ora mi sarei iscritto al D.A.M.S o alla scuola di cinema di Bologna. Ma sono nato con la passione di scrivere, la necessità di dire la mia (o almeno ci provo). Per questo, quando mi sono iscritto all’Università, ho scelto la facoltà di Lettere e a diciassette anni ho pubblicato il mio primo librettino di poesie (molto brutto, devo dire) già influenzato dalla lettura di Dario Bellezza, il primo poeta (omosessuale) che ho amato.
Detto tra noi… che poi, diciamocelo pure, di ambizioni ne ho avute tante nei miei ventisette anni di vita, chissà poi perché finite tutte nel dimenticatoio. E sì, perché mi svegliavo una mattina e mi dicevo che volevo diventare un medico, un’altra mattina un ingegnere, un’altra ancora un musicista, poi un cantante, un ballerino, un calciatore… Finché in un timido pomeriggio da cani sono stato un’ora sul terrazzino della mia camera da letto a fissare il mal tempo e mi sono convinto che volevo fare lo scrittore.
Avevo quindici anni.

Breve estratto dal libro

  • Autore
  • Athanase Vantchev de Thracy
  • Titolo
  • Dia digno de la vorto
  • Collana
  • Stella Verde
  • Pagine
  • 96
  • Anno
  • 2014
  • Prezzo
  • € 12,00

Dia digno de la vorto

MI ĉiam admiris la dolĉan kaj brilan klarecon de la poezio kaj la printempan roson glimantan sur la kalikoj de la vortoj. Mi amis, ekde mia infaneco, la nekredeblan kompleton de iuj versoj kaj ilian plenkompletan profundon. Adole-ska, mi intuiciis mian mizeron kaj tiun de la homoj ĉirkaŭ mi. Bal-daŭ mi ekkonsciis pri la nenio, kiu alkroĉiĝas al niaj korpoj, sen iu utilo. Mi sufokiĝis antaŭ la perspektivo de kompatinda ekzistado, en la eto de la deziroj kaj la malpleno de modestaj kontentigoj. Ĉu mi devis vivi en tiu minerala silento kiu ŝvebis en la ĉirkaŭa aero kaj trankvile resti komplico de la malesto de sankta pasio? Mi revis lumajn flagojn kaj ĝojajn oriflamojn. Mi volis esti la kanto de la najtingalo, kiu per sia voĉeto, aŭrora glavo, fendas la profundon de la ombroj. Mi deziris palpi la tempon sciante, ke neniam mi estos vidanta ĝian vizaĝon.
Mia entuziasma animo puŝis min ami la belon en ĉiuj ĝiaj for-moj, en ĉiuj ĝiaj manifestadoj. Memvole mi aprecis la netan ele-ganton de la arboj kaj de la floroj, la fantazion de la insektoj ĉiam moviĝantaj, ilian ĝojan akcepton de la ekzistado. Mi baldaŭ ko-mencis plejami la silentan saĝon de ĉio, kio estas humila kaj vera, la surdan ekzaltadon de la animoj markitaj de la mistika signo de la abnegacio, la senmovajn vorticojn de la puraj koroj.
Mi baldaŭ komprenis, ke la interna bruo, kiun lasas gravuritaj la eventoj en nia karno estas ege pli grava ol la eventoj mem. Mi devis eduki en mi mem sagacan kaj klarvida gardadon. Mi lernis naĝi en la revoj. Estas tiel ke mi spertis la mirindaĵojn de la profundoj kaj la sencesajn miraklojn de la vivo. Mi lasis miajn ĉagrenojn hejme, en mia ĉambro, ĉiam orda por iri serĉe al la poezio, tiu senlima maro plena je suno, sonoj kaj nesupozitaj trezoroj. Ĝi kaŝis en sia sino la silenton klaran kaj sen iluzioj, kiu povis levi min al la regno de la vero. Ĝi enhavis en siaj ĉiam moviĝantaj akvoj la puran esencan malĝojon tiel proksiman al la eterna ĝojo, kiu malkaŝas al ni la teorion, la vidon de Dio.

Breve estratto dall'Introduzione

  • Autore
  • Antonio Vanni
  • Titolo
  • Diario di una nuvola bassa
  • Collana
  • Colibrì
  • Pagine
  • 60
  • Anno
  • 2014
  • Prezzo
  • € 8,00

Infanzia/adolescenza
in Diario di una nuvola bassa

La prima conquista del giovane poeta Antonio Vanni in questi recenti approdi è nella possibilità di risentirsi (quasi rifarsi) fanciullo ed entrare nell’anima della figura/tema del componimento: la sua voce diviene la voce del fanciullo protagonista. Il poeta ne rivive i momenti, le situazioni, gli affetti, le speranze, le delusioni, le sofferenze, spesso l’acerbo destino. Il fanciullo/oggetto diventa (si fonde con) l’io soggetto del canto. Il Vanni conquista cosí quella felice altezza lirico/epica nella quale, mentre si ha l’illusione di cantare/esprimere la vita dell’al-tro, si esprimono i propri sentimenti, il se stesso nell’essere dell’altro... Questi testi, la cui atmosfera affettivo/lirica rivela costante immersione nel respiro misterioso dell’infanzia/ado-lescenza, celebrano uno stato di pienezza, di meraviglia, di dolore, di incantata e tragica visione legata al primo dischiudersi della coscienza sulla vastità mutante del misterioso Creato.
La seconda conquista che Antonio Vanni ottiene con questa silloge è nell’aver superato nettamente (nella tenuta della scrittura e nella coerenza della sostanza) i limiti ai quali era pur giunto con lucido impegno nei lavori precedenti. Una forza nuova, una fantasia so-stenuta che anela a cieli alti partendo dai raggiunti orizzonti. Non abbiamo solo l’amplificazione del verso, della strofa e della composizione, ma sentiamo dentro questa nuova scrittura battere un vento nato tutto dalla sua anima dilatante semanticamente la già notevole sfera affettiva; il poeta raggiunge misure tese ad un vasto ardere di epici sentimenti. Spariscono i versi brevi, i componimenti dal respiro contratto, i moduli tonali un po’ familiari magari riecheggianti trasporti di feconde letture, e al loro posto sentiamo affermarsi con indubbia fermezza un’urgenza di voce sorgiva, alta e vasta nel contempo come, per addurre un esempio, è quella che vibra nella composizione Romanov, in cui il nostro poeta tocca vasti traguardi creativi, raccogliendo dalla Storia un momento di altissima tragicità, il feroce/crudele massacro del piccolo Alessio Romanov con tutta la sua imperiale famiglia a Ekaterinburg. Con tenerezza ammirativa l’autore dedica la grandiosa composizione alla sensibilità d’amore per l’infanzia della poetessa Maria Grazia Lenisa. Il critico nota subito che la stesura di questo scritto, sotto l’ispirazione emergente dallo storico delitto e nell’immensa pietà per la violenza perpetrata dagli adulti nei confronti dei fanciulli (infanzia/adolescenza), è stata raccolta in una attiva ubbidienza dall’intimo dettare della coscienza, dolente e trionfante per il riscatto in poesia di una figura cosí fragile, tanto innocente, travolta dagli impeti cruenti dell’u-mana storia. I mormorii che incendiano le pietre della città in cui fu consumato l’efferato massacro; la triste figura e la femminile pa-zienza; il sentirlo vincitore e vinto; il risentirsi fanciullo accanto all’innocente Alessio «che intrecciava pace col visino stinto»; il vento che riporta il mattino e accende la mente nei «verdi anni»; la morsa di lirico dolore che costringe il poeta a sentirsi «uccello sopra le cose morte»; le «foglie» (ritornante simbolo di tenerezza, di pietà e di vita rivolta alla speranza) che allietarono con il loro fruscio i giochi infantili; la luna piena che illumina gli spazi circondanti la casa; la clessidra/tempo che divora persino la terra e, poi, a conclusione della potente strofa, le «eliche di prigionia» divenute muta preghiera: queste figurazioni, questi tonali gesti, questi ampi e profondi respiri (con quanto segue del componimento che lasciamo all’intelligenza del lettore) sublimano il testo poetico in una difficile ma feconda ricchezza emotiva resa in ampia e pur raccolta scrittura. Ci siamo fermati su questa poesia che a nostro giudizio e per ampiezza e per profondità, per drammaticità della storica violenza sull’infanzia/adolescenza (cui il poeta dedica la silloge) ci è parsa altamente rappresentativa dell’attuale stato poetico del-l’autore, ma sentiamo subito il dovere di affer-mare che ogni testo di questa raccolta vibra di un intenso istintivo amore dentro la figura di un bimbo, un fanciullo, di un adolescente (di-remo dentro l’infanzia emblematizzata) colti sempre dalla realtà e nobilitati dalla purezza raggiunta del sentimento e della scrittura.
Il fascino emotivamente umano di cui la fanciullezza ha sempre avvolto l’animo di An-tonio Vanni è anche una costante della sua vocazione poetica visibile nelle raffigurazioni, udibile nelle tonalità d’innocente purezza dal suo esordio all’attuale produzione, definibile “poemetto sull’infanzia”. I due termini sono ampiamente giustificati: il primo dalla scrit-tura che, superando il passo corto e il respiro breve delle precedenti prove, si dilata ed e-spande, nel tempo e nello spazio della memo-ria, con una tenuta di ispirazione, d’invenzione verbale, con un’ampiezza d’onda di eccezionale forza; il secondo dal fatto che il nostro giovane poeta ha vissuto con queste composizioni una densa stagione nel clima di una tematica, quella dell’in-fanzia, a lui tanto cara, con fertilissimo e ammirevole stato creativo. Sintomatica è la poesia In morte di un bambino romantico: qui la fusione degli elementi reali con la creazione fantastica è perfetta. Le figure sulle quali s’innesta e si sviluppa il bellissimo testo sono il poeta, il bambino e la madre, ma queste due ultime vi-vono di rassegnato e rasserenante dolore nello spirito dell’autore: nella conclusione della liri-ca esse si fondono in modo indissolubile nell’io poetante. Il rapido cadere tra il volo dei deltaplani, le labbra che si avvivano sulla roccia, le pietre che parlano, il folto capo del bambino destinato a scendere nel vitale fiume che attraversa ininterrottamente la coscienza del poeta, il volo fantastico che sale fino alle nu-vole alte e ferme ad ascoltare l’inconsolabile pianto materno, l’adagiarsi lieve delle foglie in movimento divenute anima del poeta il quale, elevato a visione d’eternità, accetta il dolore della perdita in una purezza sorgiva dell’umano destino: questi segni verbali sono sensazioni emergenti da dentro un clima di fremiti fraterni e la misura della verità affettiva è nella resa espressiva perfettamente consonante con gli interni tremori. Il tutto si fonde nella composizione la cui unità diviene catarsi di dolore elevato a ritmo estetico.
L’accensione emotivo/lirica si ha in ogni direzione, ad ogni livello, in ogni dimensione di tempo e di spazio (sia nel diretto contat-to/stimolo fisico sui sensi proveniente dalla realtà esteriore sia nell’appropriazione memo-riale). Cosí in Paesaggio addormentato, disteso in una tensione astrale e reso in vaghezze di sogno con figure la cui felicità è tutta nell’im-pasto inscindibile di suono/colore (musi-ca/cromatismo); cosí nella lirica A Roberta tutta soffusa di intimi aneliti in un’assoluta, totale immersione nelle pulsioni del sentimento: ogni segno, ogni gesto, ogni colore, un lieve movimento, tutto quanto è at-taccato alla figura della ragazza amata si fonde in una resa musicale del linguaggio. E una confessione «dell’arden-te brama / della mia suprema dolcezza»: la vergine di gesso, i bruni capelli, l’oblio nel riposo mattutino, gli aromi d’edera, le braccia e il corpo dell’amata, il navigare su azzurre acque in cui si dissolve la fantasia dell’amante (poeta), il sentirsi cul-lato in vaghi calessi, in onde di aerei sogni, sono figure in forme e colori in movimento; sono palpitazioni che si mutano nell’armonia di una confessione fonica, di un amore asso-luto e irrinunciabile. In L’assenza il poeta celebra una proiezione emotiva fermata in pochi versi sorretti tra figure marine conservate nel tremito del ricordo e altre prodotte dall’impeto creativo proiettato verso il desiderato, bramato futuro. In Echi, tra onde musicali di foglie, fa rivivere nella realtà la figura di un fanciullo assillato dall’inelut-tabile mutare. Con commosso realismo dedica otto versi al figlio del poeta Percy B. Shelley, scolpito in una vaga figura albale come un «affascinante dialogo dimenticato». «Dinanzi alla piccola lapide di William io resto delle ore», confessa il poeta in nota, «ogni volta che sono a Roma, godendo di una profonda serenità». Una serenità raggiunta attraverso la tenerezza del ricordo e la rapita contemplazione.
Come non sentire il vigore che presiede al-la stesura di questi versi tratti da un altro capolavoro, M’attraversa un grande amore:
L’ombra del cielo che fa apparire un’eco
                                               [vagabonda
sulle mie ginocchia ferme
scheggia coi compagni il bosco nuovo,
non ha una propria età e muore felice
il bacio del fanciullo dalle ombre amiche.
La rivolta nel dolore del tramonto, la
                                                [sopraggiunta quiete dello Stige.
La stupenda vitalità che scorre in questi ampi e profondi respiri si coglie subito in quell’«ombra del cielo», nell’«eco vagabonda», nelle ginocchia ferme cui figurativamente poggia il «bosco nuovo» e poi il «bacio di fan-ciullo felice» eternizzato da «ombre amiche»; e il tramonto nel segno inequivocabile del «dolore» che si perde nella pietosa calma del mitico fiume. E vogliamo ancora fornire una ulteriore testimonianza di quanto abbiamo affermato sulla decisa, e notevole crescita del nostro poeta: ci fermiamo sull’ultimo componimento della raccolta, Il tramonto. Fedele a se stesso, a questa sua felice stagione densa di tenere memorie e di trascrizioni verbali di assoluta autonomia, Antonio Vanni resta nella prediletta tematica dell’infanzia/adolescenza e della memoria e traccia la tenera figura di Luciano, un suo compagno dí scuola rapito dal destino «nel fior degli anni». Il passo ampio, la visione at-mosferica di ricreazione memoriale, le figure reali ma rese lievi dal fluire lento e triste della fonicità, dal ritmo del ricordo; l’abbandono soggettivo alla riappropriazione di un momento vissuto e profondamente inciso nella carne della sua anima pongono a diretto confronto gli affetti veri e le speranze infrante del com-pagno adolescente stroncato dall’atrocità dell’acerbo destino e lo stato lirico/cognitivo del poeta evoluto di oggi. Nel pulsare dolente dell’io adulto sulle tenerezze perdute dell’adolescenza sorge il miracolo della poesia che offre ai cuori sensibili e alle menti ispirate l’emozione indimenticabile della totale fusione delle due anime nella indubitabile verità del vissuto (il passato) e del vivente (il presente).

Vincenzo Rossi

  • Autore
  • Vincenzina Scarabeo Di Lullo
  • Titolo
  • Il fazzoletto rosso
  • Collana
  • Colibrì
  • Pagine
  • 100
  • Anno
  • 2014
  • Prezzo
  • € 10,00

Il primo elemento connotativo, che a lettura appena ultimata mi viene in punta di penna, è che in sette racconti si riscontrano sette motivi ispiratori. Cosí tanto – dunque – offre la breve silloge di Vincenzina Scarabeo Di Lullo. E si va dall’idea di libertà dello scontroso barbone milanese alla metafora del leone nel canto – in treno – di un africano, passando poi, nell’ordine, attraverso il problema del giovane contemporaneo esposto alla tentazione di amori clandestini e del facile guadagno da spaccio di stupefacenti; allo sbandarsi generale dell’esercito italiano dopo l’armistizio di Cassibile del 3 di settembre 1943; alla “rivincita” dello studente povero che nel licenziarsi dalle Medie di primo grado legge nel sorriso del piú caro dei suoi docenti una enigmaticità piú ambigua di quella – famosissima – della Gioconda di Leonardo; al tema della morte in un ammalato terminale; al dramma – infine – di una moglie infelice che decide di sopportare le angherie di un marito geloso e manesco pur di salvare, a beneficio dei figli, l’unità della famiglia.
Una varietà di motivi, come si vede, che rende testimonianza di una pari varietà di interessi in un’autrice la cui esperienza professionale, di docente prima, poi di dirigente scolastico, ne ha fatto donna attentissima alla complessa fenomenologia socioantropologica del no-stro tempo.
Cosí oggi, dopo lungo periodo (ne sono piú che certo) di sedimentazione, vedono la luce – per le Edizioni Eva – in formato Colibrí pagine destinate a segnare le coscienze dei fruitori, specie se giovani, vista la tipologia delle tematiche sviluppate e la portata didattico-educativa delle vicende riferite.
Il testo, il cui titolo riconduce a un periodo storico terribile dell’appena trascorso Novecento, rifugge da ogni tentazione da enfasi: Chi vi cercasse elementi esornativi adottati a mo’ di vezzosi abbellimenti ne uscirebbe deluso.
L’impianto linguistico-espressivo privilegia, sintatticamente parlando, il periodo composto, ma senza eccedere in subordinate. Il che mentre evita il diluirsi in digressioni della pregnanza significante dei racconti, fa fede, nella Scarabeo, di una sobrietà di stile che consente al lettore di andare dritto al cuore del messaggio narrativo. Che è poi l’intendimento stesso dell’autrice.

Aldo Cervo

  • Autore
  • Alberto Hernández
  • Titolo
  • Stravaganza
  • Collana
  • Stella Verde
  • Pagine
  • 120
  • Anno
  • 2012
  • Prezzo
  • € 12,00

Vibonati
                    a Vicente Gerbasi

Cade l’universo su Canoabo.
Il poeta modella l’argilla di un itinerario:
guarda verso il ponente degli Appennini dove Vibonati plasma il foglio della poesia.

Il pane e il vino risolvono la memoria di Giovanni Battista, l’immigrante.
L’Italia entra ed esce dal tropico febbrile.
Il bambino scopre i rumori delle ombre nelle rotaie di un treno italiano.

Fronteggia le bestie dei sogni nel viavai di qualche incubo.
Veniamo dalla notte e verso la notte andiamo.
Canoabo celebra le ossa del viaggiatore: una tomba dispersa nella polvere gialla di un vecchio cimitero.

Padre della mia solitudine.
E della mia poesia.

  • Autore
  • Carlos Vitale
  • Titolo
  • Fuori di casa
  • Collana
  • Stella Verde
  • Pagine
  • 96
  • Anno
  • 2012
  • Prezzo
  • € 8,00

Il libro di un poeta traduttore

Già nel 2004 Carlos Vitale pubblicò una silloge poetica col titolo preso in prestito da Montale, che nel 1969 aveva dato alle stampe Fuori di casa, raccolta dei suoi articoli di viaggio per il Corriere della Sera. Il volume attuale ha lo stesso titolo del testo precedente e, come esso, è diviso in due parti: Interni e Vedute sul mare, ma è molto piú ricco, poiché contiene le seguenti sezioni inedite: Terra purpurea, Cartoline di Mérida, Primavera estone, Ronda ciociara. Chi si limitasse a considerare la sola opera in versi di Vitale, potrebbe cadere nell’errore di ritenerla prestigiosa come qualità ma quantitativamente piuttosto esigua. In realtà le cose non stanno cosí, se si tiene conto dell’imponente lavoro di traduttore di poesia, soprattutto italiana, che egli sta compiendo con passione e instancabilmente da oltre un trentennio. E se si tiene conto, altresì, dell’importanza che egli giustamente annette a tale sua attività, in rapporto alla propria poesia. Il tradurre anche per lui, come per i maggiori poeti, italiani e non, del Novecento, «è momento non parallelo ma interno all’opera in versi» (Antonio Prete, All’ombra dell’altra lingua).
È una tappa necessaria per affrontare in concreto, confrontandosi con altre voci, i problemi dello stile, della lingua, del ritmo, del metro, della musica, del tono, di tutte le componenti della creatività poetica. Tradurre un poeta congeniale e autentico è per Vitale parte essenziale del suo scrivere. Dalle domande che sorgono dai testi originali il poeta traduttore Vitale risale alle ragioni essenziali della propria poetica (come ha visto acutamente Luisa Cotoner nell’eccellente prefazione a Unidad de lugar). Il tradurre è diventato per lui un mezzo ineguagliabile di conoscenza e di affinamento.
Vitale ha fatto pochi discorsi teorici sulla traduzione poetica, giusta il pensiero del Leopardi: «Parla molto della traduzione chi traduce men bene». Egli ha sempre preferito che il suo modo di intendere e di praticare la traduzione come atto eminentemente creativo, della «stessa intensità di un’esperienza d’amore» (Prete), apparisse concretamente realizzato nei testi tradotti, come dire in carne ed ossa. Cosí concepite, le sue traduzioni fanno parte a pieno titolo del suo corpus poetico, che allora ci appare tutt’altro che esiguo.
Per le sue traduzioni dall’italiano, occorre fare un’altra considerazione per apprezzarne la singolare qualità. Egli conosce perfettamente sia la lingua italiana, bevuta con latte materno, sia la lingua spagnola dell’ambiente argentino in cui è nato e ha fatto i suoi studi, e della stessa Spagna (Barcellona), dove si è stabilito e risiede dal 1981, conseguendo una seconda laurea. Traducendo, non si disloca in una lingua straniera per fare ritorno a quella materna; passa da una lingua materna a un’altra. Ogni testo da lui tradotto o creato in proprio si nutre del latte di due madri, nasce da uno scrittore con piú identità e si giova di questa condizione di privilegio. Un suo testo è una cassa di risonanza, una conchiglia che conserva e trasmette sentimenti, sapienze, linguaggi, culture diverse e affini, che ne fanno un insieme inimitabile.
Dante afferma in un passo del Convivio (trattato primo, capitolo settimo): «E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare senza rompere tutta sua dolcezza e armonia». Questa autorevolissima dichiarazione di intraducibilità della poesia, ripresa piú volte durante i secoli e giunta fino a noi, contiene una parte di verità, poiché ogni traduzione è una scommessa che si accetta quando si rompe l’armonioso “legame musaico” che un testo ha nella propria lingua, per ricomporlo in un’altra, e l’esito può essere incerto. Invece nel caso di Carlos e dei pochi poeti traduttori che si trovano a godere di due lingue materne perfettamente conosciute, come non vi è vera frattura tra una lingua e un’altra, cosí non vi è vero rischio di rompere tutta «la dolcezza e l’armonia» del testo che si trasmuta.
Il presente libro è posto ironicamente sotto un’epigrafe presa da un pensiero di Pascal: «La maggior parte dei mali agli uomini capitano per non starsene a casa». L’ironia, in questo caso l’autoironia, è costitutiva della personalità di Vitale, e non sorprende il paradosso di un volume di poesie occasionate dal suo molto viaggiare, il cui esergo sembra invitare il lettore a non seguire il suo esempio. Ma l’ironia di Vitale ha carattere socratico ed è anch’essa uno strumento di conoscenza. E poi il partire implica sempre in lui il ritorno: Andata e ritorno è significativamente il titolo della sezione che chiude la prima parte del volume.
E vediamo un po’ piú da vicino quali sono queste poetiche trasferte “fuori di casa”. Sono tutti luoghi che appartengono alla geografia del cuore di Carlos, hanno a che fare con esperienze insieme umane e culturali, intensamente vissute (anche se è facile cogliere qualche sfumatura nelle simpatie e nei sentimenti). Come la poesia di Montale, quella di Vitale parte sempre da un’occasione concreta. Nulla è inventato nell’indicazione di luoghi e oggetti, da cui erompe come acqua sorgiva la creazione poetica e, quando c’è, la riflessione morale o filosofica. Nel libro è cosí disegnata una mappa poetica, che dai Paesi del Mediterraneo si allarga all’America Latina, con felici deviazioni verso la Bretagna, l’Estonia, l’Armenia, amatissima perché di essa è originaria la consorte María. Malgrado la diversità di meridiani e paralleli, il libro ha una grande “unità di luogo” (per usare un altro titolo significativo dell’autore), assicurata sia da una comune qualità di Paesi dell’anima, sia dalla circolarità di questo viaggiare, che, a differenza del viaggio lineare che conduce verso il nulla, implica sempre il ritorno a casa. Non manca talora una punta di malinconia e di inquietudine («E se sono arrivato, / che farò di me?», Itaca), come se il viaggiare fosse non solo la metafora universale dell’esistenza, ma la ragione profonda e irrinunciabile della vita stessa. E in un suo verso ama rappresentarsi «seduto e in cammino» (Primavera estone, 5). Occorre sottolineare il legame profondo di questa “posizione” con la condizione spirituale dei maggiori poeti italiani cari a Vitale? Ricordiamo solo «E come portati via / si rimane» (Nostalgia) di Ungaretti, e l’«immoto andare, oh troppo noto / delirio, Arsenio, d’immobilità...» di Montale. Sí, la poesia di Vitale, poeta traduttore, è molto dotta e, pertanto, ricca di ben assimilate e dissimulate citazioni di altri poeti, i prediletti. Lo diciamo per ribadire il concetto che ogni vera poesia si nutre sempre di altra poesia, si inserisce armoniosamente in un coro di altre voci, che segnano il clima spirituale e culturale di un’epoca. La breve composizione «Sulla barca una luce. / Orizzonte rotto.» (Taccuino dell’Escala) ha il potere di evocare fulmineamente e di condensare un piú disteso e celebre passo montaliano («Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende / rara la luce della petroliera!», La casa dei doganieri). E potere di evocare i fantasmi del poeta ligure hanno i fantasmi di Piazza dei Miracoli e di Taccuino dell’Escala, 5.
Vitale condivide con i grandi poeti dell’Otto-Novecento il senso dell’ignoto, ma piú vivo è in lui il fascino del segreto e del mistero, ciò che lo distingue da Montale, piú ossessionato dal miracolo. «Scavare finché la roccia / ti consegni il suo segreto» sono i due versi di Geghard (Terra purpurea); essi potrebbero costituire il suo motto di traduttore e la vera sigla della sua poesia. Il mistero fa la sua comparsa in Refettorio di Casamari (Ronda ciociara): «La tavola apparecchiata, / olio e sale. / Saporito mistero». Qui è necessario sottolineare la pregnanza del significante, la forza evocatrice e la ricchezza simbolica della parola di Carlos, quasi sempre pronunciata con un tono delicato e leggero. Il sorriso e la levitas sono caratteristiche della sua indole e della sua poesia. Nel testo citato ogni parola necessiterebbe di un commento. Oltre ai simboli, taciuti ma sottesi alle parole “olio” e “sale”, si ponga attenzione anche al “saporito”, che allude alla letizia e alle semplici gioie, che rallegrano l’operosa vita dei religiosi. La parola “sale” ritorna, estendendo figurativamente il suo significato, in Belle-Île-En-Mer (Vedute sul mare): «Il sale scolpisce rocce / di significato».
Leggendo il libro, non si commetta l’errore di pensare a un poeta disimpegnato sul piano dei grandi temi, quali la libertà. Cosí non è, e a provarcelo splendidamente è una composizione come Forca d’Acero:
Cavalli bradi.
Ma il leader
del branco
porta un campanaccio.
Leader con campanaccio.
Libertà vigilata.
La levità del tono nulla toglie alla verità e alla serietà, un po’ amara e dolente, della riflessione. Ma già un brevissimo testo del 2004, come Armenia («Il mestiere / di sopravvivere.»), basta a dirla molto lunga sulla sua autentica sensibilità sociale e politica a chi ha orecchie per intendere.
Vitale sa cogliere come pochi l’universale nel particolare, sa trovare le parole-oggetto piú idonee ad esprimere una verità globale, antica, perenne, pescandole anche nel repertorio piú umile. Esempio calzante è la poesia Zufolo, in Ronda ciociara: «Nella valle / risuona / l’inno / di tutte / le bandiere».
Dagli esempi addotti si comprende come la poesia di Vitale non è né narrativa né discorsiva. È poesia di illuminazione (e ci sia risparmiato di indicare il già troppo chiaro riferimento). Affonda le radici nell’istante e nel quotidiano, ma evita sempre il rischio dell’ovvietà, della banalità, di un’inerte aneddotica.

Gallinaro, 21 settembre 2012
Gerardo Vacana

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • ...E poi il Fiume Giallo
  • Collana
  • I Colibrì
  • Pagine
  • 92
  • Anno
  • 2012
  • Prezzo
  • € 9,50

Il giornalista racconta i fatti. Un giornalista onesto e intelligente non li strumentalizza e gli dà misura. Un giornalista vero ci ragiona, medita alla luce del suo amore di giustizia, la quale trova il suo apice nella libertà. Amerigo Iannacone fa questo indefesso lavoro di leggere i fatti, elaborarli dentro l’anima e soffrirli, da una vita, per poi con semplicità e pacatezza, senza ira e senza disgusto o cipiglio da spadaccino, espone il frutto maturo asciutto e senza resa in brevi, inconfutabili e lievi, pur dal fondo drammatico, articoli quasi dimessi che finiscono con l’avere voce potente.
Passo dopo passo, voglio dire: Flugfolio dopo Flugfolio, affronta i segni di una decadenza di civiltà, mostrandone l’assurdità, l’inutilità, la poca convenienza, confermandoci la nostra impressione di un vortice di ineluttabilità insensata in cui siamo coinvolti. Egli, fra i pochi, oppone il suo remo, trovandoci consenzienti e volgendoci al desiderio di aiutare; e cosí, in noi, sorge una piccola speranza.
Questa controcorrente di speranza lambisce l’esperanto, la salvezza delle lingue dal dominio oppressivo delle potenze, l’assurdità dell’adeguarsi alla corruzione grammaticale della nostra lingua. Con estrema pazienza puntualizza le sgrammaticature televisive, giornalistiche e del parlare comune, ricordandoci le forme corrette e logiche, con ironia dolce e rispettosa. Segnala le assurdità della burocrazia e gioca un po’ su quei vezzi del progresso che tali non sono, riuscendo, da buon professore, a insegnare divertendoci. Delizioso quando fa capolino, per rendersi ridicola, la democrazia fra gli appunti grammaticali: “avrà vinto l’ignoranza, ma i linguisti sono pochi, gli ignoranti tanti”.
L’ignoranza, fa vedere, è sparsa dappertutto, istituzioni comprese. Espressioni, preposizioni, articoli, accenti, tutto egli porta al suo naturale stato, latinglese e itanglese compresi. E non disdegna di polemizzare da par suo, intendo dire senza acrimonia, quando è costretto a vedere l’italiano ridotto a zerbino dell’inglese anche per opera di gente colta. E non manca di dare sempre nuove ragioni alla necessità di adottare l’esperanto.
Ma, mentre fa questo suo lavoro da certosino raddrizzatore, ha certe stoccate buffe che ti fanno ridere senza ritegno, quand’anche fossimo “diversamente intelligenti”.

Giuseppe Campolo

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • Pensieri della sera
  • Collana
  • Colibrì
  • Pagine
  • 60
  • Anno
  • 2012
  • Prezzo
  • € 9,50

Da un vissuto nativamente radicato nell’area molisana trae origine la volontà espressiva di Amerigo Iannacone e si configura in misure poetiche che, pur nella ancora naturale acerbità, danno spazio a presenti e future credibilità di slargate appropriazioni liriche.
Le varianti tematiche che motivano queste prime prove manifestano tratti di assorta lettura del paesaggio amato e una deserta riflessione esistenziale addolcita dal respiro domestico dell’amore. Su questa sostanza densa di vitale energia e di promesse Iannacone opera, proteso alla ricerca di un linguaggio, di una modulazione di ritmi propri, atti a cogliere e fissare il fuggevole flusso dell’esistenza. Certo è che assorbire il passato nella fenomenologia poetica in cui è stato realizzato almeno dai suoi maggiori rappresentanti, vivere il presente in nuove umane tensioni, liberare l’espressione dai ritmi divenuti patrimonio di tutti e l’occhio dalle immagini sfocate dall’uso, in lotta contro il convenzionale dell’esperienza vissuta e tramandata da altri per la conquista di una libera ed originale sensibilità, non sono imprese di poco respiro. Sarebbe, pertanto, ingiusto pretendere dai giovani alle prime prove, necessarie per futuri elevamenti di tono e approfondimento del sentire, una simile maturità di sensibilità e di voce; e sarebbe altrettanto ingiusto, se ignorassimo la loro presenza.
Amerigo Iannacone è uno di questi giovani che non devono essere ignorati: egli corrobora dentro di sé con accanimento le energie e i palpiti della crescita e man mano dà maggiore vigore all’urgenza di conoscersi e costruirsi mediante la parola poetica. Vogliamo asserire che se egli non ha raggiunto
le alte sfere dell’Arte e della Poesia è bene incamminato verso di loro. In questa sua produzione di esordio, Pensieri della sera, già si incontrano momenti che toccano e restano col flebile ricordo del commosso e dell’amore.
L’immagine della donna che riempie col suo magico respiro la vita dell’uomo che la ama, la soffice intimità di certe atmosfere colte e intensamente vissute in tesi silenzi di sere e di notti, i ritrovati colori di certe albe lungamente desiderate quando sul vivere quotidiano si addensano le nebbie della noia
e dell’angoscia, il tremolare pudico dell’aprile nelle pupille dei fiori e le soffuse mestizie
di novembre con i suoi toccanti sentimenti suscitati dai pensieri sul veloce svanire di ciò
che si è amato e si ama vivono in queste poesie già scorporati e resi nelle aeree distanze
fatte di realtà tramutata in sogno.
Iannacone, ormai uomo, sa rivivere le intense e incantate sensazioni della fanciullezza, giocata al fresco sorriso delle sue montagne e degli ulivi, tra i ciottoli delle mulattiere e le voci dei cari:
Ho respirato bambino
l’aria pura
delle tue montagne
ho giocato ragazzo
tra le tue vie sassose
quando per avere una moto
bastava una croce di sambuco.
Il sambuco, che con l’acuto profumo dei suoi fiori, ci riporta puntualmente la primavera, è divenuto motivo di creazione e simbolo d’innocenza; e le mulattiere con i suoi ciottoli arrotondati dai piedi degli animali e degli uomini, diventano l’immagine dolente di una civiltà al tramonto. Ma non sono intessute, queste poesie, soltanto di paesaggio e memoria; esse accolgono anche il motivo religioso, nato dal dolore e dalla speranza, e il piglio iroso della satira sociale:
Antipasto, primo misto
secondo prelibato
..............................
E intanto c’è chi muore
per un pugno di riso
che non ha.
La pioggia e novembre, richiamati in una varietà di visioni, si caricano di connotati rituali in un panico sentimento della sacralità e della morte:
Anche tu soffri di solitudine
novembre
e i tuoi giorni ti vedono
morire nella nebbia.
E vi sono versi che si appuntano con efficace misura contro l’invasione magmatica di ferro e cemento che dilagano irrefrenabili travolgendo con “grigia geometria” la bellezza e la vita sulla terra:
L’odore del cemento
fagocita il profumo delle zolle
.........................................
l’acciaio prende il posto della pietra l’amore cede all’odio.
Chiudendo questa breve ricognizione all’interno della silloge Pensieri della sera, crediamo di poter dire che la scrittura in versi di Amerigo Iannacone, sostanziata di personali memorie e di malinconiche esperienze di vita, palesa disposizioni e intenzionalità poetiche che otterranno piú visibili e migliori esiti man mano che la crescita culturale si renderà sempre piú indissolubile dalle strutture espressive.

Cerro al Volturno, 7 aprile 1980
Vincenzo Rossi

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • Matrioska e altri racconti
  • Collana
  • I Colibrì
  • Pagine
  • 88
  • Anno
  • 2011
  • Prezzo
  • € 8,00

Prove d’esistenza per gli amici

«La ruota gira, sempre uguale, sempre uguale… E un giorno ci guardiamo allo specchio e ci meravigliamo di quella malinconica figura che ci sta davanti».
Sono due le espressioni che vengono subito in mente quando ci si prepara a leggere un breve scritto in prosa di Amerigo Iannacone: “microracconti” e “cronache reali e surreali”. E comunque ci si aspetta di leggere una densa storia breve che all’apparenza della certezza “reale” unisca un’aria “surreale”...
In effetti, la misura del racconto brevissimo gli è congeniale, certo abituale, come pure gli avviene di scrivere in poesia, spesso nelle rapide pennellate – o staffilate – dell’epigramma e dell’aforisma. E pure al confine incerto fra realtà e sogno (che a volte è un incubo) siamo abituati, noi amici delle sue parole scritte – noi che lo conosciamo da decenni e continuiamo a stupirci (ma non piú tanto) della sua fedeltà alla misura, alla oraziana ratio che diventa metodo di osservazione e descrizione della natura umana e dell’ambiente in cui questa si manifesta e cerca di perpetuarsi. Nel gioco logico dello spostamento dei piani espressivi, capita però, a volte, che quella misura vada persa, e ci si trovi spaesati, oltre la dimensione che conosciamo.
Amerigo ci accompagna nella sua narrativa come quando portava in giro una classe per musei e luoghi di grande interesse: guardate e ricordate... Ci sono luoghi nella vita (e lo sa bene, l’autore di Luoghi) che si mantengono nella memoria privata o appartengono a quella collettiva: tutti hanno qualcosa da ricordarci ed è giusto che ci si faccia attenzione. A volte, facendo attenzione, si può evitare di attraversare per la seconda volta un luogo inospitale, si può evitare di incontrare per la seconda volta qualcuno che ci ha fatto del male; anche se – si sa – guarire dal masochismo è difficile, e l’uomo è l’unico animale che inciampa due volte nella stessa pietra!
Vuol dire – Amerigo – abituatevi alla vita com’è, e non fatevi imbrogliare dalla vita come la vorreste: meglio non avere troppi grilli per la testa, poiché al risveglio si trasformano in cicale e quelle – si sa – cantano senza voglia di lavorare... La morale della favola in questi nuovi racconti di Amerigo Iannacone sembra essere la vecchia morale dell’ostrica, ma in piú si avverte una cresciuta amarezza che va oltre la stessa oraziana capacità di sopportazione: qui si coglie inevitabile e cattivo il passo del tempo che incalza, e nello specchio (quello fisico nel quale «ogni primavera rimanda un’immagine che ha una ruga in piú» e quello ideale in cui ciascuno vorrebbe almeno potersi guardare senza vergognarsi) si legge il costante rischio del degrado e del fallimento. “Il salice piangente”, la “voragine” sotto i piedi, la “macchia nera” che inghiotte... sono allusioni terribili, avvisi di cui tenere conto.
C’è tempo, certo, ma – si sa – chi ha tempo non lo perda; prendiamoci per mano allora, e andiamo insieme, insieme agli amici (che dobbiamo imparare a conservare), verso il minimo traguardo che la vita ci concede: un momento di serenità va gustato, un incontro, un piccolo successo... eppure, inguaribilmente – ed è questo il cruccio dell’autore di questi racconti, sospesi tra descrizione e premonizione –, pensiamo ad altro, ci perdiamo nel potrebbe essere e nel magari capitasse, «Mentre la nostra favola si avvia alla conclusione».

Giuseppe Napolitano

  • Autore
  • Amerigo Iannacone
  • Titolo
  • Prefazioni e postfazioni
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 174
  • Anno
  • 2010
  • Prezzo
  • € 16,00

Molte delle cose che ho scritto e delle traduzioni che ho fatto sono andate perdute nel tempo o sono disperse tra le montagne di carte che si accumulano a casa mia. Non sarà stata una grande perdita per l’umanità, ma a me un po’ dispiace ed è anche per questo che ho voluto raccogliere in questo volume le prefazioni e le postfazioni che ho scritto nel corso degli anni. Ne manca solo qualcuna. È annotato quando si tratti di postfazioni, note critiche, quarte di copertine. Se nulla è annotato, si tratta di prefazioni.
Devo precisare che la prefazione a Antonio Giordani è stata scritta insieme a Ida Di Ianni e quella al Dizionario Sampietrese insieme ai coautori Antonietta Perrone e Maurizio Zambardi.
Ho ritenuto di inserire anche le prefazioni ai miei libri Dall’Arno al Tamigi e Sera e l’ata sera e l’introduzione al Piccolo manuale di Esperanto, non per megalomania ma perché vi sono espressi dei concetti che ritengo significativi.

Amerigo Iannacone