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  • Titolo
  • Tra i vicoli della mia infanzia
  • Autori
  • Gelsomino Marconicchio, Annamaria Marconicchio
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 136
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 14,00


Prologo

Stasera, ho trovato alcune vecchie foto in bianco e nero un po’ sbiadite. Le sfogliavo e mi ha preso un po’ di malinconia. Immagini dei miei genitori, sorelle, nonni e con loro c’ero io, un bimbetto di appena tre anni. Sullo sfondo di ognuna, i paesaggi di Frosolone, mio paese natio, tutti dello stesso anonimo color seppia. Dov’erano finiti gli splendidi colori sempre vivi nei miei ricordi? Ma a quei tempi non c’erano le fotografie a colori.
«Accidenti!» mi sono detto «Ma quanto tempo è passato?»
Ho iniziato a pensare a tutto quanto, negli anni, è accaduto intorno a me e a come me lo sono lasciato quasi scivolare addosso. Sembrava che ogni cosa fosse dovuta o senza particolare rilevanza. Ho visto il cinema passare dal bianco e nero al colore, poi le prime riprese in CinemaScope. C’ero, quando la carta igienica smise di diventare un lusso per pochi. Ho iniziato ad utilizzare olio imbottigliato e pomodori in scatola, senza neppure rendermi conto della novità. Ho permesso alla tecnologia di entrare in casa mia, con la televisione, la lavatrice e il telefono. Ho assistito all’uomo che andava sulla luna e alla caduta del muro di Berlino. Ho vissuto i drammatici anni settanta. Oggi ho il mio smartphone e il mio computer e non posso fare a meno di Internet.
Ho lasciato le fotografie sul tavolo; mi sono alzato, cercando inconsciamente uno specchio.
«Ma quanti anni ho?» mi sono chiesto, guardando la mia immagine riflessa «Che sia invecchiato senza accorgermene e senza mai diventare adulto?»
Non so perché, in quel momento mi ha sopraffatto il pensiero del piccolo Alessandro, mio adorato nipotino, e della mia scelta di non avere figli. Eppure i bambini mi piacciono un mondo, e adoro giocare con loro e coprirli di coccole; ma a me è mancato il coraggio di caricarmi della responsabilità di avere un figlio mio. Mi sono chiesto cosa avesse condizionato la mia decisione. Forse il ricordo della mia infanzia che ha formato il mio carattere, portandomi a prendere decisioni in maniera autonoma, mentre magari andrebbero condivise con mia moglie, o solo la paura di non riuscire a dare a mio figlio tutte quelle cose che a me sono mancate.
Mi sono avvicinato alla finestra e ho guardato fuori. È tardi e i negozi stanno chiudendo, la strada brulica di luci e di ombre, la gente si affretta per tornare a casa. Mi viene naturale pensare a quanto io sia stato fortunato ad essere nato in un bel paese di montagna. Come dal nulla, esplodono i ricordi.
Il mio paese… Frosolone sorge ai piedi del monte Gonfalone, su un’altura che domina interamente il basso Molise. La posizione elevata, circa 900 metri sul livello del mare, regala estati ed inverni fantastici. In estate non si viene oppressi dal caldo. Il cielo è di un azzurro profondo, che si fonde naturalmente con i colori della vicina montagna. Di sera si accende del luccichio di milioni di stelle, offrendo uno spettacolo mozzafiato. In inverno, è la neve a farla da padrona, offrendo panorami incantevoli.
Ricordo le rondini che a primavera tornavano numerose, rallegrando, con i loro voli, le vie del paese, mentre in montagna, i prati si coprivano di un vivace, unico, grande manto fiorito.
Agli inizi degli anni cinquanta, l’intera popolazione contava appena 5500 abitanti. In paese, ci si conosceva tutti; il divario economico tra le famiglie era contenuto, se si escludevano pochi benestanti. Gli abitanti erano gente mite e laboriosa e la semplicità della vita non offriva terreno fertile alla delinquenza che risultava inesistente. Vivevamo alla giornata! La cultura del buon vicinato era molto sentita e, dal momento che di danaro ne circolava ben poco, regnava in paese un forte senso di fratellanza, basato su condivisione e solidarietà. Vi era ancora qualche famiglia con retaggi nobiliari ai cui appartenenti era riconosciuto il titolo di don per gli uomini e di donna per le signore, appellativi che precedevano i nomi di battesimo. Era invece una piccola minoranza quella che ancora usava dare dei voi ai proprio genitori in senso di rispetto. In famiglia si usavano alcuni termini dialettali che erano particolarmente simpatici, come tate che significava padre, mentre nonno si diceva tatille e nonna tatèlla
La sera, appena dopo cena, i vicoli si animavano di allegria conviviale. Le donne che lavoravano all’uncinetto o sferruzzavano sull’uscio di casa, aiutandosi talvolta tra loro a srotolare le matasse di lana, quasi tutte indossavano delle caratteristiche mantelline di lana lavorate ai ferri per proteggersi dalle correnti d’aria che non mancavano mai in quei vicoli nelle ore serali. Gli anziani, seduti sui gradini delle loro abitazioni, sembrava aspettassero il tempo, mentre osservavano quanto accadeva intorno e raccontavano storie di tempi andati, della loro giovinezza. I ragazzini non erano mai stanchi di correre in giro, animando le serate con grida festose.
C’erano cosí tanti quartieri e borgate che, ad elencarne tutti i nomi, sembrava di essere in una grande metropoli. Alcuni prendevano il nome dalla famiglia che vi abitava, altri avevano riferimenti storici. C’era ad esempio un quartiere chiamato “L’Ospedale”, con riferimento ad un vecchio lazzaretto, presente in quella zona tanti anni prima, mentre nessun ospedale, cosí come lo intendiamo noi oggi, aveva mai occupato quel luogo.
Il paese si divideva in base alle tre parrocchie di riferimento di ciascun quartiere: Sant’Angelo, probabilmente la piú antica, San Pietro e Santa Maria.
Una caratteristica particolare del paese erano i soprannomi. Quasi ogni famiglia aveva il suo e alcuni erano alquanto bizzarri. La mia famiglia non ne aveva, forse perché la famiglia di mio padre era di origine termolese. I miei nonni paterni erano conosciuti semplicemente come Mast’ Peppine e Mariuccia La Furnara. La famiglia di mia madre, i Piscitelli, erano piuttosto numerosi e quasi tutti imparentati fra loro.

  • Titolo
  • Hundoj kaj katoj
  • Autore
  • Ugo Intini
  • Pagine
  • 112
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 18,00
  • Isbn
  • 978-88-97930-78-5


En fantazia libro la leganto ofte permesas, ke oni permane gvidu lin al mirmondo. Ĉi tiu mondo havas la kolorojn de miraklaj elanoj kaj krome de neatenditaj strangaĵoj, kvankam iel elvenintaj el la interno. Tamen la ekzerco pri krea verkado montras aliron kaj mensan laboradon, kiu konsistas el enaj kongruoj kaj el fajnaj nervaj ĉefaj traboj, kies celo estas komunikado. Tio okazas malgraŭ la rakonta pasio, kaj krome la krea verkado okazas en kampo tiel riĉa je fruktoj, kiuj ridetas je la surprizita kaj foje plezurhava rigardo de naiva atendo. Tio ne malofte finfine konsistigas la kvaliton meman de la teksto. Jen ekzemplo de tio en la rakontoj prezentataj de la verkinto de ĉi tiu teksto: sume ni havas ĉi tie ne neeblan konan aliron, kiu vestas sin per fabela vesto. Ĉi tiu fabela vesto, kvankam ĝi havas tre vastajn horizontojn, kiuj estas ekster tempo kaj spaco troveblaj, montras sin per sia tuta forto.
Kritika pripensado de la verko de Ugo Intini ne rajtas ne kapti tiun esencan karakteron de lia verkado. Tiu karaktero trovas klaran konfirmon en la strukturo de ĉi tiu verko, kiu estas dividita en du partojn. Unu temas pri scienca disvastigo kaj la dua pri rakontado. Mi pensas, ke tia kunordigita dueco, preter la instrua celo, prezentas la aŭtentecon de la mesaĝo de Ugo Intini. La mesaĝo diras, ke scienco ne estas rigora duonpatrino, kiu per sia projektado, kontrolado kaj difinado kaptotenas siajn anojn en kristala ĉambro. La scienco, fakte, subtenas kaj amuzas la homon pri lia enkonstruita scivolemo, lia intuicia, ellabora kaj teoriuma kapablo, pri lia nehaltigebla deziro al materia kaj morala progreso.
La ridiga eco de rakontoj kiel “Hundoj kaj katoj” aŭ kiel la fabelo “Nulo kaj liaj fratoj” ne naskiĝas, ekzemple, el ripetado tro ampleksa kaj eksploda, kvazaŭ ĝi estas ŝoko el intelekta klarvideco. Ĝi, male, havas trajtojn de plaĉo, kiu fontas el la invento de situacioj kaj rolantoj. En kelkaj okazoj (ekzemple en La magiisto de numeroj) tiuj rolantoj estas reliefaj literaturaj rolantoj. Vortoj neniam perdas la montran klarecon, ili neniam nebuliĝas pro arbitraj plursenceco, ili, male, estas malkunmetitaj aŭdis duigitaj rilate al la signifo. Foje ili estas kunigitaj al fortigaj adjektivoj, kiuj substrekas radik-mankon (terura teruro, tima timo, mistera mistero, ktp.), longigitaj, silabe inversigitaj. Foje ili ricevas bildan valoron, kiel se ili mem enhavas ion abstraktan, kiu ĉesas esti abstraktaj’oksj iĝas emocio aŭ ago de la rakonto. La luda eco estas ĉiam subtenata de racio. Mi pensas, ke la spegulo de homa naturo resendas la bildon de inteligento kaj pasio. Se estas tiel, la vasta kom prenebleco de la verkostilo de Ugo Intini trovas kroman konfirmon en la tradukado, kiun la verkinto faris, de la teksto el la itala al Esperanto, kiu estas lingvo kapabla superi la malsamecojn inter la popoloj.

Riccardo Agrusti
Traduko de Renato Corsetti

  • Titolo
  • Sprazzi di verità
  • Autore
  • Giacomo Pontillo
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 56
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 9,00

Introduzione

Quando diventa pressante la riflessione su uomini e cose, nonché sull’infinito che ci avvolge, ognuno di noi, annaspando nella storia delle personali esperienze, limitate e circoscritte, si adopera per vagliarne la consistenza, mediante un’ennesima ricognizione delle proprie esperienze vissute.
Tenta cioè di pervenire, attraverso la solita indagine introspettiva, a conoscere ulteriormente se stesso, le proprie inclinazioni, i punti di partenza delle mète acquisite e delle future prospettive.
Per intanto, non essendo solido e ineccepibile, l’insieme di quel vissuto non basta a gratificare il possessore, che sovente si dimena per modificarne, laddove è possibile, il contenuto, adattandolo a nuove tematiche che sembrano piú aggiornate e significative.
È innegabile, tuttavia, che l’insieme di quelle esperienze, sia pur empiriche e irrazionali, corrispettive alle peculiarità socio-culturali dei singoli, concorre a creare l’insieme delle convinzioni solidificate, un crogiuolo di “verità”, che costituiscono la base cognitiva di una persona che ad essa attinge per le sue scelte comportamentali.
Ciascuno di noi nei vari impegni di lavoro e nelle sue proiezioni disquisitorie parte da quel crogiuolo, che, sebbene – nel migliore dei casi – in continua evoluzione, comprende un quantitativo congruo di cognizioni già assemblate (emozioni, eventi, sensazioni, errori, competenze, vicende vissute...).
A questa base si riferisce nelle sue iniziative quotidiane.
Sicché quel crogiuolo, o meglio quella base stabile e operativa, è sempre in rapporto alla ricchezza dello scibile posseduto da ogni singola entità in movimento.
Ma quel container, fonte ispiratrice di ogni forma di produzione, già di per sé frivolo e riduttivo, perché di umana pertinenza, vive e si alimenta di contingenza e provvisorietà.
E intanto il marasma delle dissertazioni, dei lavori, delle proposte operative, passa attraverso il filtro di quel crogiuolo personale che non conosce il crisma della verità obiettiva e, tuttavia, per la dabbenaggine dell’uomo, col passar del tempo, talune ipotesi rischiano addirittura di assurgere a dignità di certezze consolidate e intoccabili.
Ne consegue che spesso le regole poste in via provvisoria restano in vigore come normativa acclarata e consolidata, mentre altre proposte piú consone e lungimiranti vengono ignorate.
Tanto si evince perché l’uomo non riesce a fare diversamente, e il mondo in cui viviamo diventa l’unico possibile, sebbene infarcito di storture e manchevolezze.
Naturalmente il prodotto finito, confezionato dall’uomo, risente di quel disagio e si appalesa non sempre foriero di risultati concreti ed esaurienti.
Del resto la crisi dei valori, l’inefficacia organizzativa, il bisogno reiterato, e mai sopito, di un cambiamento etico-strutturale della società in avaria, stanno ad indicare l’incapacità dell’uomo a perseguire un modello di vita e una scuola di pensiero univoca, precisa, inconfutabile e duratura.
Le titubanze, le approssimazioni, le scelte non sempre appropriate e lungimiranti, dimostrano l’inaffidabilità delle proposte operative e l’inconsistenza della logica di umana provenienza.
In un contesto simile l’attendibilità di ogni iniziativa e/o disquisizione non è tale da rappresentare un punto di riferimento univoco e inoppugnabile, sicché, in questo mondo, le convinzioni, anche le piú rigorose, difettano nella loro elucubrazione e restano lontane dalla verità; tutt’al piú servono per dare soluzioni provvisorie ai problemi quotidiani e alle argomentazioni sulla realtà visibile.
Non riescono a conseguire un traguardo definitivo, meno che mai per ciò che riguarda l’invisibile, ovvero la sfera dell’extrasensoriale e quindi la dimensione del trascendente.
Si tratta di un vuoto, quest’ultimo, che, non essendo terreno comodo e praticabile da chicchessia, resta legato alla fantasia credula dell’uomo, che, dopo aver decifrato succintamente parvenze e minuzie aleatorie della realtà visibile, presume di poter indagare con la stessa logica anche sui grandi temi che riguardano il mistero dell’esistenza.

Giacomo Pontillo

  • Titolo
  • Attimi & gabriellate
  • Autore
  • Gabriella N.V. Napolitano
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 48
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Volare con Gabriella

È piacevole trascorrere qualche ora a Formia e Gaeta, insieme a Gabriella.
Parliamo spesso del comportamento degli adolescenti, ed anche se non siamo delle api, improvvisamente ci ritroviamo a volare all’interno di un fiore. La poesia può essere un battito d’ali da permettere alla materia di librarsi in aria, quasi fosse un percorso leggero, un disegno nel cielo, tracciato con le dita. Ogni attimo gli adolescenti si pongono delle domande, si trovano a dover scegliere se accarezzare un profumo nuovo o dimenticarsi in quello di ieri:
Capii che il vento doveva essere lasciato libero di andare dove voleva, /e sarebbe stato un privilegio, se si fosse fermato /per accarezzarmi il viso, /prima di volare via.
La poesia degli adolescenti e preadolescenti è totale già nel proprio esserci sul Mondo. Gabriella mi fa riflettere sul diagramma cromatico delle emozioni che, negli adulti, è assorbenza e forse conoscenza, nei ragazzi genesi dei colori nuovi e chiari, come quando due fidanzatini si lasciano ma restano seduti accanto lo stesso, credendo di divenire invisibili:
E resto qualcosa che più non vedo, /e non voglio più vedere, /dopo che l’unico fiore, l’unico /che restava nel mio giardino di ortiche, / è diventato del colore dei corvi di pezza, / che volavano sulla mia maglia di pizzo nero.

Antonio Vanni

  • Titolo
  • Senza perdere la strada
  • Autore
  • Ida Di Ianni
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 56
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 9,00

La consistenza dei sogni

È da folli essere gelosi di un poeta: perché può prendersi quello che vuole, con le sue parole, anche un cuore che non esiste e dargli vita, la sua, la vita delle sue parole. E può prendersi il cuore di chi legge le sue parole e farne il cuore di altre parole...
Ida Di Ianni, lo confessa d’altronde senza na-scondersi, è solo una che scrive per amore: ha la coscienza a posto, essendosi dichiarata. Peggio per chi le affida il suo cuore di lettore – fidandosi di poterla incontrare in queste pagine. Qui lei nemmeno c’è, poiché la voce che dice ti amo non è realmente la sua, ma quella del suo poetico (si direbbe altro da sé) sentimento che si fa parola.
Questo piccolo libro si compone di poche decine di frammenti estratti da un diario quotidiano che Ida va pubblicando on-line ormai da molto tempo. Vi si snoda un arco di pensieri di appena due mesi, poco più, ma l’idea di raccoglierli (mia) vuole comporre comunque un percorso di conoscenza che sia esemplare, da lasciare cioè alla memoria – e il libro a me (a Ida pure) sembra ancora il mezzo migliore per condividere una storia, anche inventata, per dare consistenza ai sogni.
Tagliare qui è proprio doloroso – sfrondare, an-che soltanto un po’, nelle mille ramificazioni di questa grammatica dei sentimenti, significa (ed è un arbitrio comunque necessario) strappare a Dafne le sue membra, perpetuare in contrappasso la sua pena. Ida qui si veste di sé – della creatura poetica che la abita – per donare al divino amante le vesti da lacerare nell’ideale amplesso che è il sogno celeste e terreno insieme, al quale non si sfugge, nessuno sfugge – il sogno di un oltre che sia già ora.
Tra le parole chiave di questa silloge, che si vorrebbe leggere in un fiato e che invece va lentamente assaporata, gustata, c’è l’ambiguo avverbio già – che, mentre sembra chiudere, apre verso nuovi traguardi. Io sono già il mio domani: scrive Ida, ed è poesia, ed è sequenza, ed è fine, ed è il tutto che esprimo. Perché è questo il gioco sotteso in queste sue esternazioni sentimentali che sono frutto – dichiaratamente (ma un gioco serissimo, pirandelliano) – della fantasia poetica: quello che è detto è già consegnato al passato, mentre aspetta un futuro che si sa non ci sarà (ma è già presente e posseduto nel dirsi, nell’essersi compiuto, appunto, nel suo dirsi). È lo stupore del vedere oltre, del sentirsi, dell’essere al di là di ora, del momento che è già pieno del suo domani.
Non è necessario, ma il riferimento (almeno) ad un grande modello viene spontaneo: così lavorava spesso Leopardi, componendo le note quotidiane del suo Zibaldone – qualcuna diventava poesia poiché già (è il caso di parafrasare ancora) la conteneva, era poesia in nuce, come parecchie di queste note che Ida, giorno per giorno, affida alla memoria del suo telefono e quindi invia (potenza e tentazione dei nostri mezzi mediatici!) agli amici, ai lettori di Facebook, a coloro che sapranno cogliere fra le sue parole un verso, una strofa, un canto... un desiderio di comunicare che si fa, nella smisurata grammatica dell’essersi, voce d’anima per anime in ascolto.
Alcuni dei brevissimi testi che compongono questo libro involontario (preterintenzionale, si potrebbe dire, poiché nato senza l’intenzione di farlo) possono leggersi, sezionati e scanditi, come testi poetici. Forse l’autrice – avesse avuto più che il tempo la pazienza di tornarci su – ne avrebbe tratto pagine per una nuova raccolta di poesie. Forse, ma forse no: come successe (per citare ancora un grande) al Michelangelo dei prigioni, Ida ha lasciato apposta da sbozzare i grumi di parole che le occorrevano, che le si offrivano, che le chiedevano vita, subito. E ha trascritto quel che dettava dentro il suo animo, lasciando a noi la scoperta da completare, la fiamma con la quale alimentare una passione comune.
Un abbraccio sognato mentre secoli scorro-no tra le pagine e solcano i mari parole mai udite d’amore. Ogni foglio è buono, così come ogni approdo. Caldo nella mente, così, accanto a me. Basta sentirti.
Alice finirà per incontrare uno specchio che non si lascia attraversare: sarà quello della dura realtà con la quale confrontarsi al di qua del sogno. Se ancora si può permettere un viaggio nell’oltre, chiediamole però di andare con lei... Magari ti potesse accompagnare Alice nel giardino incantato senza perdere la strada – o perderla con lei. Certo, se ce la sentiamo di rischiare di perderci, e comunque non da soli...
Ida è una donna antica, dice, ed è ben consape-vole delle nostre umane fragilità. Sa bene quante favole abbiano illuso l’umanità, quanti sogni si siano infranti nel di qua dello specchio, ma sa pure come andare oltre, senza perdere la strada. E, seppure si riconosca ebbra di mancanza, sa bene come attendere il domani, anzi: io sono già il mio domani – scrive – e poi chiarisce (rivolta all’ideale oggetto d’amore al quale è rivolto ogni suo pensiero d’amore): sei già nel mio domani... Ne può conseguire che io e tu coincidono? Avremmo risolto l’enigma a fondamento di questo libro di confessioni che non si rivolge ad altri che al proprio animo, inquieto fratello bisognoso d’affetto: desidero sentirmi amata.

Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • La sorgente del fiume Bann
  • Autore
  • Celeste Ingrosso
  • Collana
  • Perseidi
  • Pagine
  • 248
  • Prezzo
  • € 16,00

Una scommessa vinta

In realtà, è più di una scommessa: questo romanzo dell’esordiente Celeste Ingrosso (quasi una sfida alla pazienza dei lettori, oggi che tanto poca ne hanno per seguire tante pagine scritte) si apre con una serie di colpi di scena e si chiude... ma si chiude poi realmente?
Non è il caso di svelare non solo la chiusa ma nemmeno le trame (poiché al plurale vanno indicate) di questa storia avvincente, ai limiti dell’incredibile, scritta con apprezzabile padronanza tecnica, oltre che indubbia evidente passione per il tema affrontato. Che è un tema, anch’esso, da scommetterci per vedere chi viene a “vedere” (come quando si gioca a carte e c’è qualcuno che punta forte...
Celeste dunque si mette in gioco (poiché mette in campo le sue convinzioni profonde, forse il senso stesso della sua vita), e chiede al lettore di giocare con lei, ma seriamente, come per una caccia al tesoro in cui il tesoro è la vita che si mette in gioco. Ad apertura, infatti, propone un indovinello esistenziale che appare subito inquietante, lasciando insieme intuire chissà quali sviluppi narrativi. E ci sono, ci sono subito e ce ne saranno sempre altri, più o meno sorprendenti, fino alla conclusione – in certa misura attesa ma non del tutto prevedibile: una scommessa vinta.
Chi abbia seguito fiducioso la vicenda della giovane protagonista, si ritroverà con lei ad aver percorso un periodo fondamentale della conoscenza di sé: non si può rimanere indifferenti alle proposte – che sono semplicemente umane prima ancora di essere, come sembra, filosofiche o religiose – che l’autrice vuole farci comprendere e, magari, condividere.
I protagonisti del romanzo La sorgente del fiume Bann si muovono attraverso le vicende vissute come fossero sempre sicuri di quel che li aspetta, come sapessero che – prima o poi, magari non senza qualche impiccio – tutto si metterà a posto, anzi, tutto tornerà a posto... Qui la giovane Aidha scopre un mistero che si rivelerà la sua stessa vita. E coinvolgerà altri nel riconoscimento e le sarà d’aiuto per comprendere come più e meglio le convenga vivere, per sapere di essere non solo di passaggio in questo mondo, ma di essere una e più di una, di avere avuto e di poter avere più vite da vivere.
Intorno a lei, tutto concorre a metterla sulla strada giusta, an-che con gli intoppi che arricchiscono la curiosità del lettore, mentre ai personaggi assicurano pagine supplementari di episodi da gestire. E la curiosità cresce mentre si vedono agire – con gli occhi e con l’animo della protagonista (che narra in prima persona) – i personaggi di contorno, e soprattutto il deuteragonista (che è poi il motore primo al quale si deve l’origine stessa della ricerca esistenziale che segnerà la vita di Aidha); si vedono tutti muoversi all’u-nisono, appunto come seguissero una rotta nota, tracciata...
La struttura del romanzo è simmetrica, nella successione dei capitoli e nella stessa crescita dei personaggi attraverso quei capitoli. Ci sono ricorrenze spia, che danno la chiave per comprendere quel che succede e perché sta succedendo proprio allora e proprio a loro. I capitoli sono 23: quello centrale fa da cerniera e chiude una parte aprendone un’altra, speculare nell’ordine degli eventi. Alla fine, sapremo le ragioni di certi episodi iniziali, scopriremo le motivazioni psicologiche insite in alcuni caratteri – se avremo partecipato con attenzione e disponibilità intellettuale, saremo anche appagati dall’esito a cui giunge l’autrice.
Certo, chi abbia confidenza con le teorie orientali sulla rein-carnazione meglio riesce a penetrare le linee portanti della storia, e insieme la psicologia dei personaggi e le loro azioni (calandosi – e questo è favorito dall’abilità dell’autrice di muoversi nell’epoca tardo-ottocentesca e nella geografia nordirlandese e non solo – attraverso i meandri in cui spesso i vari capitoli trascinano il lettore). Ma il romanzo si apre, proprio grazie alla lontananza spaziotemporale in cui si snoda – o si riannoda continuamente fino allo scioglimento –, tirando inevitabilmente dentro e rimettendo fuori senza sosta: La sorgente del fiume Bann diventa un porto/approdo dal quale ci si avvia per fare scoperte impensate e al quale si torna per dar ragione di quelle scoperte, appunto “scoperte” come dovevano essere. La sorgente del fiume Bann è il luogo ideale (oltre ad essere materialmente, geograficamente, il luogo centrale e il centro motore di questo romanzo) dove si finisce per trovare – come forse già si sapeva – un ubi consistere che insieme è pure un unde procedere... Un ritorno ad una nuova vita.
La giovane spericolata scrittrice che coraggiosamente esordisce con 250 pagine fitte di cose e persone, di sogni e pensieri, e ne esce sicuramente anch’ella cresciuta con la sua Aidha, anche lei, la scrittrice in erba che dimostra scaltrezza nell’organizzare e nello scrivere, predisposizione allo studio dei caratteri, fiducia – anche, non guasta – nella disponibilità del lettore medio a credere nell’as-sunto principale all’origine di tutto: siamo chi siamo già stati, e ci tocca completare, o almeno sviluppare, percorsi segnati, insieme a coloro che insieme a noi hanno fatto in parte quei percorsi.
È il nostro karma a indicarci la strada, inevitabile per quanto si tenti di evitarla, e a condurci – a tappe, ma senza tema di perderci – dov’è segnata la nostra meta. Il vero premio per quella scommessa è trovare (ri-trovare) l’altra metà che ci fu tolta – sappiamo che ci aspetta, ci sta cercando, anela al ricongiungimento. Perché dobbiamo essere due in uno, per vivere pienamente. Perché non saremo completi e felici fino a quando avremo completato (per quanto frammentato in diverse vite) il giro di esistenza che ci è stato assegnato.

Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • Atene e Roma
  • Autore
  • Lino Di Stefano
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 80
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Capitolo I

La “fantascienza” nel mondo classico

Nel clima di generale attenzione che varie collane stanno dedicando, in questi ultimi tempi, alla “rinascita” del mondo classico, s’impone, il libro Luciano: Una storia vera che raccoglie ben cinque opere dello scrittore, libellista e rètore siriaco di lingua greca. Una delle ultime voci più vibranti, per genialità, capacità espressive e “vis polemica”, della letteratura ellenistica della cosiddetta Seconda Sofistica e, per dirla con un critico, il Tuscano, «un gustosissimo artefice dei tipi, un fantasioso pittore di situazioni psicologiche, un peregrino alla ricerca della Verità».
La raccolta in questione, si avvale, da una parte, dell’ottima traduzione di Luigi Settembrini (1813-1876) – il geniale autore de Le ricordanze della mia vita, il patriota che marcì per otto anni nelle carceri borboniche e patì l’esilio in Inghilterra, lo scrittore definito da Francesco De Sanctis come colui «nato a patire più che a fare, nato al martirio più che alla vittoria, santo tra santi, di una fede tanto più ardente quanto più pura di ogni interesse personale» –; dall’altra, delle Introduzioni, per ciascuna opera, delle note e delle illustrazioni di Alberto Savinio che. com’è noto, si distinse come pittore, scenografo, scrittore e musicista dopo essersi formato – era fratello di De Chirico – nella temperie culturale Surrealistica di Parigi e dell’Europa intera.
E proprio le illustrazioni saviniane, di stampo surrealistico, rendono il libro più attraente, unitamente all’apparato ermeneu-tico, sempre opportuno e puntuale, vista, altresì, come s’è accennato, la bella e chiara versione settembriniana che non risente affatto dell’usura del tempo salvo l’obsolescenza di qualche termine arcaico, giustamente sostituito dal Savinio con un vocabolo più vicino ai nostri tempi. La raccolta lucianea si apre con un’opera, l’Alessandro o il falso profeta, la quale non è altro che la storia di un ribaldo e megalomane che, spacciandosi per mago e discepolo di Pitagora, anche perché dotato, dice Luciano, «d’intelligenza e di sagacia», riesce nell’intento di irretire nelle sue maglie il grosso pubblico, diremmo noi oggi, per ragioni di fama e di lucro.
Fingendo, con geniale spudoratezza, di padroneggiare gli arcani segreti della natura e le arti occulte più subdole, Alessandro, uomo temerario, riesce ad ordire tante maligne trame – anche contro Luciano medesimo, che rischia di rimanere strangolato «come un sacrilego», egli dice – fino al punto di bruciare le stesse opere di Epicuro, dal sofista di Samosata perfettamente definito «divino sacerdote della verità, del quale egli solo ha conosciuto e rivelato la bellezza, e liberatore di coloro che ne seguitano la dottrina». Altrettanto bella quanto celebre la seconda pubblicazione, intitolata Il Menippo, o la Negromanzia, libro, chiarisce Al¬berto Savinio nell’“Introduzione”, «della maturità di Luciano, scritto intorno al 167». L’opera, redatta in dialogo, di cui l’autore è maestro, racconta le vicende di Menippo, appunto, che torna, co-m’egli si esprime, «dal regno della morta gente». Il colloquio fra quest’ultimo e l’amico Filonide, che gli chiede testualmente quale bisogno lo «mosse di andare laggiù», risulta stringente ed efficace, anche perché precorrendo, lo scrittore di Samosata, di molti secoli gli autori – nella fattispecie Virgilio, Dante ed altri – che immaginarono un viaggio nell’oltretomba, egli ce ne offre un quadro quanto mai realistico e macabramente seducente. Considerato, inoltre, che le pene infernali non sono altro che la conseguenza dei comportamenti umani tenuto conto – così Filonide replica a Menippo che gli chiede «come va il mondo, e che si fa nella città» – che, appunto, nel mondo «niente di nuovo, tutto è vecchio: si ruba, si spergiura, si fa usura, si scortica a dismisura».
Parole che sembrano scritte oggi, tanto convinta è in Luciano la considerazione, rafforzatasi con gli studi, che «chi predicava spregiar le ricchezze, le teneva afferrate coi denti; (...) chi spregiava la gloria, si sbracciava per conquistarla; quasi tutti biasimavano pubblicamente il piacere, e in privato non si attaccavano che al solo piacere».
Ne viene fuori, a questo punto, un quadro di rara icasticità, con Filonide curioso di conoscere la sorte degli uomini “post mortem” e Menippo, sotto mentite spoglie Luciano, pronto a soddisfarlo non solo col racconto della visione dei grandi uomini, ma anche con l’osservazione che «a guardare quello spettacolo, io ripensavo alla vita umana, che mi pare come una lunga processione». Con la Fortuna, aggiunge lo scrittore siro, che «è il cerimoniere che ordina e distribuisce gli uffici e le vesti». Chiarito che «la vita dell’ignorante – e qui ci sembra di sentire il Leopardi – è la migliore e la più saggia», con tale raccomandazione rivolta a Filonide e all’uomo in quanto tale, Luciano si accomiata dal lettore. «Manda alla malora i filosofi e i loro sillogismi, che son tutte sciocchezze».
Dopo il fantastico viaggio in cielo, nel libro Icaromenippo, dove incontra Empedocle, innumerevoli celesti e Giove, lagnantesi con gli Ateniesi, rei di non fargli «più festa da tanti anni», e dopo il richiamo di quest’ultimo per essersi spinto così in alto, la raccolta bompianea presenta quelli che sono considerati i capolavori del sofista di Samosata, vale a dire Lucio e l’asino e Una storia vera. Il primo, tratto da un racconto di un certo Lucio di Patre, ispirò sia il nostro Apuleio con le sue Metamorfosi – ritenute, a ragione, un’opera originale nel suo genere –, sia, appunto, Luciano, il quale soprattutto in tale volume, così come in altri, per Savinio, «nella sua qualità di artista “fine civiltà” (...) è tutto e nulla». Scritte in uno stile avvincente e in una forma quanto mai fluente, Lucio e l’asino, per un lato, e Una storia vera, per l’altro, confermano non solo le particolari qualità letterarie dell’“Archistator praefecti Aegypti”, bensì pure «l’alta fantasia», direbbe Dante, con cui quest’ultimo imbastisce l’ordito. Con l’eroe impegnato ad eli-minare l’asino rimasto, son parole di Luciano, «nudo quel Lucio che ero dentro», e costretto a sopportare infinite peripezie prima che le rose gli restituiscano dimensioni umane.
Per quel che concerne, invece, la Storia vera, «una delle ultime opere di Luciano, scritta tra il 177 e il 179», son parole di Savinio, essa rimane, senza dubbio, una grande prova del Siro, per il semplice motivo che la stessa influenzò non solo uomini del calibro dell’Ariosto, Rabelais, Collodi, Verne ed altri, ma evidenziò anche le peculiari attitudini del sofista a presentarsi come uno scrittore di fantascienza “ante litteram”. Viste le vicende, quasi da guerre stellari, fra Ippogrifi, Scagliamiglio, Aglipugnanti, Struzzipinconi, Insalumati, Tritobecchi e simili e il largo uso di altri neologismi onomatopeici, quali Pulciarcieri, Nottivago, Nonsisveglia, Tutta-notte etc., che tutt’insieme rendono alla perfezione il clima sur-realistico delle situazioni. Non mancano, in tale fantastoria, le prese in giro dei filosofi, quantunque nel rispetto di Platone, che «dicevasi abitare una città che egli stesso aveva fatto, con quel governo e leggi che egli le aveva dato».
Conclusa la faticosa, intricata e fantomatica avventura nei sentieri celesti – dopo la brutta esperienza nel ventre della balena – Luciano torna, dantescamente, a riveder la terra con la soddisfazione e, dice l’autore, «il prurito di lasciar qualche cosetta ai posteri». Alberto Savinio, sapiente curatore ed illustratore delle cinque opere lucianee, conclude giustamente la sua fatica con tali espressioni che sono da condividere in “toto”. «Tanta poesia era in questo uomo “della fine”, che dalla voluta parodia venne fuori una delle più straordinarie opere di poesia».

  • Titolo
  • La rondine innamorata
  • Autore
  • Rosario Stabile
  • Collana
  • Colibrì
  • Pagine
  • 80
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Già l’inizio di questa raccolta esprime particolare positività e gioia. Rosario apre il suo primo racconto con l’arrivo della primavera. È ben noto che la primavera è sinonimo di risveglio e di rinascita, espressi in questo caso con parole studiate semplici e poetiche allo stesso tempo: «Il periodo piú bello dell’anno è la primavera, quando arrivano le belle giornate, sbocciano i primi fiori, fioriscono gli alberi, gli uccelli con il loro cinguettio colorano il cielo di festa». I primi personaggi che incontriamo sono il principe e la rondine, che dà il titolo all’intera raccolta.
Velatamente sembra che Rosario voglia autoidentificarsi a volte nell’uno a volte nell’altra. Il principe, come Rosario, è circondato sempre da tante persone (che nel caso del principe sono i membri della servitú, nel caso di Rosario la famiglia e gli amici). Nonostante ciò, ci sono giorni in cui si sente solo. Ma supplisce a questa solitudine una gioia: la compagnia di un amico speciale: un tenero animale. Questo accade ne “La rondine innamorata”, ma anche nella quotidianità di Rosario. Nella storia, la sua spiccata sensibilità e il suo innato affetto fanno diventare subito il principe e la rondine amici, con spontaneità. Cosí come nel racconto “Io e Asia” saranno Rosario e il pastore tedesco Asia a diventare presto amici. E ancora nel racconto “Pedra e lo spirito del lupo”, quando il giovane Erik si avvicinò per la prima volta a Pedra e lei «affettuosamente gli leccò la mano, come a volerlo accarezzare». Subito «il nonno gli spiegò che con quel gesto Pedra aveva scelto il suo migliore amico e che [...] il giovane doveva ritenersi molto fortunato, perché di tanti cani quello era in assoluto il piú intelligente e affettuoso». Oppure nel racconto “A Stella e Luna, inseparabili amiche”, quando il piccolo Matteo si trova a dover scegliere un gattino, sceglie la dolce micetta Stella come sua migliore amica, a cui ben presto si aggiunse un’altra amica, la cagnolina Luna. Cosí avviene anche in “Leo, amico di una vita”, appunto, in cui il gattino Leo «occupa un posto speciale» nel cuore di Rosario. E ancora in “Cettina” dove Rosario afferma: «Era la migliore amica che si potesse desiderare a volte anche meglio di tante persone». E spesso usa parole che indicano emozioni o sentimenti riferiti ad animali. Ad esempio nel racconto “Io e Asia” troviamo affetto, bontà, tristezza, sofferenza, prontezza a difendere chiunque si trovi in difficoltà... O nel racconto “Il sogno” scrive che tra gli animali «regnavano pace, fratellanza e smisurato amore per il prossimo» e che una loro caratteristica innata era l’accoglienza degli ospiti. O ancora nel racconto “A Leo, amico di una vita” il suo «piccolo batuffolo di pelo grigio» è affettuoso, dolce, tenero e soffre, quando Rosario non è con lui.
Rosario nell’arco della sua vita ha avuto davvero tanti amici a quattro zampe (o a due zampe e due ali). Lui stesso scrive: «La mia casa ha ospitato cani, gatti, criceti, tartarughe, un merlo indiano, canarini», animali che nella relazione privilegiata con Rosario diventano per lui quasi persone. All’inizio del racconto “A Leo, amico di una vita” Rosario giungerà persino ad affermare di credere che anche gli animali hanno un’anima, anzi, secondo Rosario hanno piú diritto loro di averne una, rispetto a «quelle persone che li odiano e fanno loro del male, maltrattandoli o abbandonandoli per strada».
Già nel primo racconto si evince la purezza dei sentimenti di Rosario. Quando al castello giunge la bellissima principessa e il principe se ne innamora, la rondine non si rattrista, né esprime in alcun modo gelosia, anzi «era felice per il suo amato perché finalmente non sarebbe stato piú solo» e persino in punto di morte trova motivo di gioia: «Emise il suo ultimo canto e fu il piú bel canto di tutta la sua vita. Fu felice di morire tra le mani del suo amato principe».
Questo saper cogliere il bene in ogni episodio, occasione, avvenimento che la vita può presentare, anche in quelli apparentemente tristi, infelici, dolorosi è una caratteristica che consente l’autoidentificazione di Rosario – che per altri aspetti nella stessa storia si autoidentifica nel principe – nella rondine.
L’amore di Rosario per gli animali si esprime, toccando un apice, nel secondo racconto che inizia proprio dicendo che «chi ama davvero i cani, li ama tutti, non solo quelli di razza pura». E questo la dice lunga sulla personalità di Rosario. Per esprimere liberamente il suo punto di vista, cede la parola al suo orsacchiotto che nel racconto “Il sogno” dice: «Vedi perché noi viviamo in pace e armonia? Non ci arrabbiamo mai, se qualcuno ci fa del male lo perdoniamo. Ci perdoniamo a vicenda, qui la parola “guerra” non esiste nemmeno. Noi non abbandoniamo mai un amico, soprattutto se è in difficoltà e non critichiamo quello che fanno gli altri perché siamo impegnati solo ad amarci e rispettarci, cose che voi umani fate molto raramente». Anche se questa visione può apparire pessimista, Rosario non manca di lasciar presto spazio alla speranza. Infatti la sua stessa presenza nel “pianeta degli animali” e la garanzia della sua adesione a quelle regole, nonostante sia un uomo, stanno a significare che le eccezioni esistono. Subito dopo, a conferma di quanto appena detto, Rosario nel sogno chiede all’orsacchiotto di «farlo restare lí con loro per sempre». Ma l’orsacchiotto gli risponde: «Purtroppo non si può, tu sei un umano, il tuo posto è sulla terra, anche se lí ci sono molti problemi è bello viverci lo stesso e amerai gli animali che sono stati mandati laggiú». L’orsacchiotto de “Il sogno” non è l’unico animale a prendere la parola. Anche Leo, il gattino «piccolo batuffolo di pelo grigio» di Rosario, mentre lui studiava, si esprimeva talmente bene attraverso i suoi gesti che sembrava quasi volergli dire: «Basta compiti, adesso gioca con me!». E ancora Cettina, la gattina dell’omonimo racconto a detta di Rosario «aveva davvero qualcosa di speciale, aveva una particolare sensibilità, quasi umana secondo me, se ne stava per molto tempo seduta sul tavolo di fronte a me e mi guardava con uno sguardo intenso, come se volesse parlarmi, poi c’erano alcuni suoi gesti che ti lasciavano senza parole».
Nei racconti di Rosario incontriamo sia animali reali che Rosario ha conosciuto, sia animali frutto della sua immaginazione. In tutti i casi però le descrizioni sono sempre puntuali. In generale nella sua scrittura i ricordi dei dati sono estremamente precisi. Nel racconto “Pedra e lo spirito del lupo”, ad esempio, la principale caratteristica del lupo è il coraggio, che lo porta a sentirsi responsabile come guida del branco e sempre pronto a difenderne e a proteggerne i membri. Allo stesso modo ogni animale descritto da Rosario ha delle proprie caratteristiche. La speranza e la positività sono il “filo rosso” che percorre tutti i racconti di Rosario. Nulla può ostacolare la speranza. Ne è esempio simpatico il racconto, in cui Stella e Luna, una gattina e una cagnolina crescono come due sorelle, allattate dalla stessa mamma. Luna era stata abbandonata ancora cucciola, ma Tommasina, la gatta mamma di Stella e di altri quattro gattini, non ha esitato ad adottare un sesto cucciolo, che altrimenti da solo non ce l’avrebbe fatta a sopravvivere. E Rosario fa dire al padroncino Matteo, a mo’ di sentenza: «Cane e gatto? Chi l’ha detto che non si può?». E Tommasina non è l’unica mamma gatta a tempo pieno, c’è anche Cettina, la gattina protagonista dell’omonimo racconto, che, oltre ad essere «una mamma premurosa» con i suoi piccoli, tanto che Rosario afferma: «Non avevo mai visto una gatta cosí dolce e attenta come lei», è una mamma che adotta tutti i cuccioli orfani. Rosario infatti scrive: «Era la madre di tutti i gattini abbandonati».
Sempre riguardo alla speranza, che in queste storie non muore mai, nell’ultimo racconto “Silvia e Tommy”, la piccola Silvia riesce addirittura solo con la forza del suo amore ad addomesticare una volpe, Tommy, nonostante l’incredulità di tutti coloro che la circondavano.
Non mancano nei racconti di Rosario temi di piú ampio respiro sociale. La monotematicità in queste storie, reali o inventate che siano, è solo apparente. In “Le avventure di Chicco”, ad esempio, Rosario affronta in maniera esplicita e diretta il tema dell’abbandono. Ma questo racconto è emblematico anche per molto altro. Infatti al suo interno contiene numerosi temi importanti e interessanti a livello umano e sociale: la solitudine degli anziani, le nipoti che accudiscono la nonna solo per l’eredità, la vita dei senza tetto, lo sfruttamento degli animali, l’eccesso di velocità, la crudeltà dell’uomo ed altri. E lo stesso racconto è emblematico anche per un’altra caratteristica propria dei racconti di Rosario: il lieto fine. Ogni “avventura” di Chicco finisce bene. Nei racconti di Rosario, durante lo sviluppo della trama, spesso si creano situazioni di pericolo o di suspense, ma alla fine tornano sempre equilibrio e armonia. E Rosario riesce sempre a trarre il positivo, da ogni circostanza. Cosí, un libro aperto con la rinascita della primavera si chiude (nell’ultimo racconto, “Silvia e Tommy”) con un patto di eterna amicizia tra due persone tra le quali non era mai corso buon sangue. Questo sta a denotare la persona di Rosario, sempre volto al positivo, sempre fiducioso nella speranza, sempre pronto a dimostrare che «nulla è impossibile».
Grazie Rosario per la tua testimonianza di vita.

Dalla prefazione di Chiara Franchitti

  • Titolo
  • Il paese sulla scogliera
  • Autore
  • Manfredo Di Biasio
  • Collana
  • La stanza del poeta
  • Pagine
  • 72
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 10,00

Scogli nella memoria

È proprio il caso di parafrasare il titolo di questo appassionato libro di racconti che Manfredo Di Biasio ha raccolto nei cassetti della memoria: in quei suoi cassetti il vecchio scrittore è andato a cercare – per proporre, e condividere con gli attenti lettori, il mondo che è stato il suo ma non è lontano dal nostro che adesso siamo – lacerti di esperienze toccanti, personali o meno, ma vissute tutte come scogli ai quali aggrapparsi tra i marosi in tempesta di un mare ostile – la vita. Tale infatti è la nostra esistenza, anche se a volte quel mare sembra accoglierci amichevole e festoso (come nel racconto che dà il titolo al libro), poiché spesso invece siamo “preda di burrascosi notturni” da cui almeno usciamo “vissuti”: se abbiamo la fortuna di uno scoglio che ci salva. Può essere una situazione che si evolve in nostro favore, o un amico che ci sorregge nel bisogno, l’appiglio consente di riprendere il cammino che si stava facendo difficile e periglioso.
Manfredo Di Biasio ha scritto e pubblicato tanto, ha cominciato giovanissimo con una raccolta di versi, ma in oltre mezzo secolo ha accumulato – oltre le numerose e varie pubblicazioni – pacchi di inediti nei quali ogni tanto va a mettere mano, forse per un’intima esigenza di mettervi ordine, di sistemare e fare i conti col passato. Così la memoria privata si fa storia collettiva, mentre si aprono scorci di vita ormai remota nel tempo. Quegli episodi e quelle persone che (ri)vivono nelle sue memorie sono al tempo stesso frammenti della grande Storia che tutto avvolge e spesso travolge. Qui gli anni cruciali sono quelli terribili del dopoguerra, gli anni cinquanta del secolo scorso, quando parecchi si videro spinti, costretti a cercare fortuna altrove, lasciando i luoghi e le (poche) sicurezze familiari per andare a soffrire un’esistenza appena più dignitosa. Alcuni fortunati hanno infine potuto ritornare a casa, lì dov’erano rimaste le care memorie, in un paese solatìo sulla scogliera.
Anche se «gli anni hanno posto una barriera in-valicabile tra quel tempo vissuto quasi inconsape-volmente e l’oggi», non è banale ricordare – come appunto fa Manfredo, apertamente o per mezzo di esempi narrati – che «la storia si ripete», perché le nuove generazioni sappiano da dove vengono, e che quanto hanno a disposizione è frutto (o colpa, certo: dà frutti, amari, anche la colpa) di coloro che li hanno preceduti, vivendo sopportando e godendo «uragani e dolci maree»… – ancora una metafora marina – che «hanno costellato il tragitto esistenziale di ognuno di noi». Di quegli anni di formazione, «resta una memoria limpida, che gli anni hanno reso dolcissima».
Se siamo eredi, è anche vero che dobbiamo ri-spetto a chi ci ha dato l’eredità di cui viviamo. E in queste pagine di Manfredo si può comprendere perché. Gli undici racconti che compongono Il paese sulla scogliera costituiscono infatti un album (di immagini) che prende vita in un paese ideale, il paese di tutti che leggono e si ritrovano. Ci hanno lasciato in custodia non solo le case nelle quali vi-vemmo un tempo (forse «inconsapevolmente» liberi di fronte alla vita, al futuro), ma la stessa esistenza vissuta da chi ci ha preceduti e si fa in noi la nostra esistenza da vivere secondo insegnamenti – per quanto non sempre condivisibili (alla luce del tempo nostro, che è diverso da quello che fu) – irrinunciabili, inalienabili.
Questi agili racconti sono scritti quasi in punta di penna (Manfredo la usa ancora), col gusto pieno di chi partecipa una confidenza, un regalo ad un amico. E vi compaiono familiari, amici, conoscenti: tutti tasselli di un mosaico variegato che vanno a costituire un affresco da guardare tutt’insieme, poiché le diverse piccole storie fanno parte della Storia con la maiuscola, e quella è possibile comprenderla soltanto se ciascuno vive e comprende la sua personale piccola storia. E la fa crescere, insieme con gli altri.
La terza persona (usata in quattro racconti) dis-simula appena la volontà di staccarsi da certe storie, che appaiono ugualmente sofferte, come quelle narrate in prima persona – e che a volte sembrano an-ch’esse costruite apposta per essere esposte a mo’ di esempio. La vena di Manfredo Di Biasio scorre in entrambi i casi con sorprendente fluidità, segno di adesione alla sua scrittura che è specchio di esistenza. In queste pagine veloci alla lettura scorrono figure e figurine di vario genere, in prevalenza di ambiente e provenienza piccolo borghese. Personaggi femminili indimenticabili, anche se tratteggiati in poche pagine: Annina, Ceschina (la stessa “Farfalla” del racconto “Via della Pineta”, inconoscibile ma verissima nella forza dell’invenzione letteraria)… e ci sono poi i ragazzini che fanno i grandi e grandeggiano in episodi che si fissano nella memoria – la loro, mentre poi crescono davvero, e quella del lettore che appunto ne coglie le smanie esibizionistiche tipiche di chi ancora non conosce del mondo altro che le regole del suo piccolo mondo.
È inevitabile, forse, in un libro come questo che si anima e si sostanzia di ricordi (e i tempi ricordati non sono più tanto vicini), una vena malinconica, nella quale peraltro – chi lo conosce poeta, lo sa – Manfredo è maestro. Maestro perché per lui quella vena non è un rifugio consolatorio, e nemmeno una bandiera di impotenza (oggi si campa anche di questo): si nasconde nel tenersi un po’ in disparte a riflettere sul bene perduto solo perché ha imparato ad apprezzare il bene che comunque ha saputo conquistarsi – una lezione che soprattutto i lettori più giovani di questi suoi racconti dovrebbero fare propria – e ringraziarlo.

Giuseppe Napolitano

  • Titolo
  • Ghimíle Ghimilàma
  • Autore
  • Massimo Acciai Baggiani e Francesco Felici
  • Collana
  • Il Cormorano
  • Pagine
  • 256
  • Anno
  • 2016
  • Prezzo
  • € 20,00

Capitolo I

Che cosa contraddistingue una “lingua inventata” da una lingua che si voglia considerare “naturale”, esistente quindi prima di essere codificata come tale e dotata di un’apposita grammatica specifica che la renda comunicabile e apprendibile? È ancora praticabile il sogno settecentesco della lingua “perfetta” o co-munque “universale”? Si potrebbe ancora proporre oggi la “lin-gua finale” che ponga fine al proliferare dei linguaggi come conseguenza dell’anatema divino piovuto su Nimrod e la Torre di Babele (come narra la Bibbia collocando questo episodio alle origini dell’umanità)?
L’illusione di Ludwik Lejzer Zamenhof di aver creato una lin-gua che rendesse inutile tutte le altre e che, in questo modo, col-laborasse in maniera fattiva e decisiva all’affratel-lamento dei popoli è ancora viva come è vivo l’esperanto, anche se non ha avuto il grande successo auspicato dal suo ideatore. Una lingua che permettesse a tutti di comunicare e di evitare le secche dell’incomprensione e del misunderstanding è al centro di tanti altri tentativi successivi. Un altro esempio di aspirazione alla to-talità del dettato linguistico è il volapük di don Martin Johann Schleyer, anch’esso un tentativo di agglutinare le lingue indoeuropee per renderle comprensibili a tutti i popoli della Terra, un disegno ecumenico (il suo creatore affermò di essere stato ispirato direttamente da Dio in sogno) che voleva evitare le guerre e i conflitti legati alle incomprensioni umane. Ma l’elenco sarebbe pressoché inesauribile, data la fertilità dei tentativi e i conseguenti fallimenti successivi.
La lista delle lingue inventate, sia ausiliarie che artistiche (come pure di quelle logiche e/o filosofiche) è amplissima e non è certo possibile tener conto di tutte le versioni di linguaggi pos-sibili, verbali e non verbali, partoriti dalle fervide menti di lin-guisti, scrittori e figure di filantropi (come Zamenhof) desidero-se di aiutare l’umanità a superare i détours de Babel (per citare un celebre saggio sull’argomento ad opera di Jacques Derrida).
Le “lingue inventate”, allora, sono il tentativo di costruire un linguaggio su base comune per unificare le aspirazioni migliori dei popoli e creare una base universale di contatto tra di essi (come succede con la musica che diventa lingua cosmicamente comprensibile da tutti gli esseri viventi negli Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg).
Di conseguenze, scrivere in esperanto o in volapük significa voler sperare in un mondo migliore che arriverà quando le in-comprensioni umane legate al linguaggio saranno state spazzate via da una lingua speciale e unica che le comprenda tutte e le renda capaci di comunicare veramente.
Gli studiosi di filosofia del linguaggio e i teorici della comu-nicazione hanno sempre analizzato questo snodo del pensiero e cercato di creare soluzioni-ponte in grado di esorcizzare il vuoto di comprensione esistente tra gli uomini: la teoria del meta-linguaggio in tutte le sue varie coniugazioni da Charles Morris ad Alfred Tarski a Korzybiski è un esempio di questo sforzo ine-sausto di riconciliazione linguistica.